mercoledì 5 luglio 2023

L'Amaca

 

Il vero nome di Totò
DI MICHELE SERRA
Rientra certamente tra le libertà della persona, specie se si è addirittura il fidanzato di una ministra (Santanchè) scrivere sul proprio biglietto da visita siffatto nome: Dimitri Kunz D’Asburgo Lorena Piast BielitzBielice Belluno Spalia Rasponi Spinelli Romano Principe Dimitri Miesko Leopoldo.
Ma rientra inevitabilmente tra le libertà della persona anche farci sopra due poderose risate. E trarne la conclusione, per certi versi rassicurante, che in Italia non stiamo vivendo una nuova era fascista, non la stanca prosecuzione di quella repubblicana, nessuna post-storia e nemmeno (anche se presto qualcuno lo teorizzerà) una New History: siamo sempre e per sempre nell’Evo di Totò.
Siamo sceneggiati da Age e Scarpelli. Da Castellano e Pipolo, che scrissero, per altro, uno dei film più acuti sul fascismo, Il federale di Luciano Salce: è sempre la commedia che ci rappresenta in modo compiuto. E nel caso che in conclusione delle varie inchieste in corso sulla signora ministra l’imputazione più significativa rimanesse il nome del fidanzato, non ci sarebbe da stupirsi. La smania di apparire grossi in un Paese piccoletto, il “lei non sa chi sono io”, l’ossessione nobiliare di normali cristi che si vergognano, chissà mai perché, di chiamarsi Gino, sono immutabili nei secoli. E sono il motore della nostra storia sociale.
Perfino Totò, che era Totò, si chiamava, o diceva di chiamarsi, Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio. Il giorno che ogni nostro singolo avo pezzente, migrante, contadino, lavandaia, operaia, soldato peserà, nel nostro sentirci italiani, come un titolo di nobiltà, saremo diventati un Paese serio. Dunque mai. Per la cronaca: gli Asburgo negano ogni legame di parentela con costui.
Attendiamo chiarimenti anche dagli Spinelli e soprattutto dai Rasponi.

martedì 4 luglio 2023

Tutto tutto!

 


L'Amaca

 

Una diceria per i mediocri
DI MICHELE SERRA
Noi che abbiamo amato Walter Chiari avremmo preferito non leggere, in una lunga intervista al figlio apparsa sul Corriere della Sera, che “in un certo senso l’egemonia comunista la pagò con la galera”.
Chiari finì in galera per la cocaina, uno dei tanti modi nei quali dissipò il suo talento. Fu un uomo bellissimo, un grande attore e un affabulatore geniale. Ebbe una carriera favolosa (quasi 200 film) e una popolarità smisurata, quella dei sabato sera televisivi.
Guadagnò montagne di soldi e li sperperò allegramente anche per colpa di una generosità quasi patologica: invitava sempre lui, e spesso al ristorante erano in venti.
Da ragazzo era stato fascista (Decima Mas) ma non risulta che nessuno glielo abbia mai rinfacciato, né Visconti né Gregoretti né il cinema “di sinistra” degli anni Cinquanta e Sessanta, quei registi, quegli sceneggiatori ai quali Chiari deve fama e ricchezza. E basta, dunque, con questa litania meschina e falsa degli emarginati dall’“egemonia culturale comunista”. È un pretesto che può valere per le mezze cartucce, che sono tante e si consolano spacciandosi per povere vittime. Non per i grandi, quale Chiari fu, vittima solamente, nella seconda parte della sua vita, di se stesso. E poi celebrato, da morto, da un bel programma, Storia di un altro italiano, prodotto dalla Rai e realizzato da Tatti Sanguineti: non di destra. Mi dispiace che il figlio Simone rimpalli in qualche modo questa fetida diceria. Fosse solo un abbaglio prodotto dall’amore filiale, non varrebbe la pena parlarne. Ma è un falso storico insopportabile, colonna portante della (falsa) narrazione del nuovo potere di destra.
PS — È la destra che mette in galera i cocainomani. La sinistra è, in prevalenza, antiproibizionista.

Differenze tra Daniela

 

Un mondo da Santanchè: razza padrona e cafona
DI DANIELA RANIERI
La ministra agli Stabilimenti balneari privati che traffica coi bilanci della sua azienda e sta con un tizio che millanta titoli nobiliari, tanto da costringere la Casa d’Asburgo-Lorena a diffidarlo su Facebook, è il Balzac che ci possiamo permettere, interpretato da Boldi e De Sica per la regia dei Vanzina.
La ministra ai Cinepanettoni accorpa in sé, quasi comicamente, tutti i tratti della razza padrona e cafona che imperversa ormai da decenni in Italia.
I soldi sono come la droga, che esacerba il carattere di chi ne fa uso: se sei di temperamento sensibile, i soldi ti eleveranno vieppiù; se sei di grana grossa e levatura dozzinale, accresceranno la tua volgarità. In quale categoria rientra Daniela Santanchè?
Il portfolio opulento del nostro Umberto Pizzi la ritrae in scatti che sono un lombrosario monografico: bionda in giacca di renna, cintura texana e filo di perle; mora con abito in tulle Just Cavalli e orecchini Swarovski, in compagnia di Umberto Smaila e di una erede Swarovski; in Pucci al matrimonio di Briatore, con cappello a tesa di diametro satellitare; con Verdini, le labbra marrone lucido protese nel bacio; a Cortina, paillettes e messa in piega contundente; con Assunta Almirante, entrambe pellicciate di lapin; in Campidoglio, gonnellino inguinale, chiappe in vista. Vita Smeralda, gaudente, sibarita, la ricchezza come misura del valore, sanatoria estetica, lasciapassare totale. Santanchè sembra un prototipo, un cliché di fabbrica, un messaggio lanciato agli alieni su come sono i ricchi occidentali nel XXI secolo.
Sposata a 21 anni col chirurgo estetico Paolo Santanchè, si vantò di esserne il catalogo in tutta Italia isole comprese. E in effetti nella maschera parossistica ha espresso il berlusconismo con tutto il corpo come Wagner il suo teatro totale. Dito medio levato, ghigno stizzoso, ugola lanciata nei cieli d’isteria: così tanto sforzo per arrivare a così poco.
Sebbene rivendichi con orgoglio di essere fascista, è più un tipo particolare di squalo classista e neoliberista, che riconosce solo l’etica della competizione. Vorticava, ancora biologicamente giovane, nel giro di danza del post-fascismo di Fiuggi, protégé di La Russa, chiedendo ordine e legalità (quando Fini la scansò, lei disse: “Umanamente è una merda”), salvo subito dopo consacrarsi menade del culto di Arcore, trasfigurata in erinni quando si trattava di difendere Berlusconi, un faro di legalità, per poi mollarlo e dedicarsi a più redditizie mansioni.
L’impianto merceologico (tutto è monetizzabile, specialmente la reputazione) la rende simile a Renzi, che è meno ricco di lei, ma altrettanto incline al fascino del bonifico, sostanziato in voli su jet privati e altre pacchianate da provinciali arricchiti; Renzi, che chiede di verificare se i giornalisti del Fatto “prendono soldi” dalla Rai, cioè se si fanno remunerare per il loro onesto lavoro, mentre lui letteralmente prende soldi dall’Arabia Saudita, una dittatura in cui torturano e uccidono la gente, per sponsorizzarla come culla di un nuovo Rinascimento (lui dà l’investitura in quanto ex sindaco di Firenze). E del resto Santanchè minacciò di comprarsi L’Unità, certo per soldi ma forse anche per
divertimento
e per sfregio, e oggi la sua ditta è concessionaria di pubblicità sul Riformista di Renzi.
Entrambi hanno biasimato “i furbetti del Reddito di cittadinanza” e insultato i legittimi percettori; nel mentre lei, secondo le accuse, non pagava dipendenti e fornitori, intascava i Tfr, metteva gente in finta cassa integrazione, incassava i bonus pandemia, sfrecciava in Maserati e non pagava le multe; Renzi si faceva assumere dal padre poco prima di essere eletto alla Provincia così da maturare i contributi. Lei a Cortina voleva l’aeroporto, lui in ferie a Courmayeur andava con volo di Stato. Gente impunita, pronta a liquidare ogni rilievo come giustizialismo o moralismo, perché ignara della differenza tra “moralista” e “morale”.
Per inciso il Twiga, stabilimento dei vip in Versilia, dove una “experience” in tenda araba costa 700 euro al giorno, fattura 6 milioni l’anno e paga allo Stato 17mila euro di canone, roba che persino il suo socio Briatore s’è vergognato, ma non Santanchè; la quale ha speso 9 milioni di euro nostri per commissionare e diffondere la campagna “Open to meraviglia”, per conto del ministero del Turismo e Enit (Ente guidato da una proprietaria di un’agenzia di viaggi sua amica), la porcheria ormai nota in tutto il globo terracqueo. “Noi come Italia non ci sappiamo vendere”, ha detto, esclusi i presenti ovviamente. Dopo l’alluvione in Emilia-Romagna ha sentenziato: “L’importante è che si dia una immagine positiva della riviera”, mica aiutare chi è rimasto senza casa e senza lavoro. Dare un’immagine positiva, vendersi, fatturare (quest’ultima cosa invero con riluttanza).
I cittadini italiani lavorano per questi qua, per mantenerli e perché possano mantenere il loro stile di vita. È la politica calpestata dal potere più crasso e ignorante della storia.

Il giornalismo Travagliato

 

Spingitori di leader
di Marco Travaglio

Il nostro club giornalistico preferito, per le soddisfazioni che ci dà, è quello degli Spingitori di Leader per Insufficienza di Prove (Slip). Ne fanno parte i “colleghi” che si sentono stretti nel prosaico ruolo di cronisti, anche perché non hanno mai avuto una notizia. E preferiscono quello più affascinante di suggerire ai partiti chi è meglio che li guidi. Uno dei più attivi nel ramo è Francesco Verderami del Corriere, che di nuovi leader ne ha sfornati due in una settimana: Paolo Gentiloni per il Pd e Pier Silvio Berlusconi per FI. Figurarsi l’entusiasmo dei due prescelti per il sostegno di questo portafortuna, già celebre per aver lanciato Angelino Jolie e Giorgetti sui troni di FI e della Lega, con i risultati a tutti noti. Due
baci
della morte tuttora ineguagliati, se si escludono quelli di Rep al noto trascinatore di folle Pisapia come capo del centrosinistra dopo la fine prematura dell’altro puledro della scuderia agnellian- debenedettiana: Bin Rignan.
Cosa fa pensare al nostro spingitore che Pier Silvio accarezzi “la tentazione di raccogliere l’eredità politica” di B.? La “lettera inviata a Repubblica ” per “rivendicare di essere ‘figlio di mio padre’”. Noi ci saremmo preoccupati se avesse rivendicato di essere nipote, cognato, suocero, genero, zio o trisavolo di suo padre. Invece Verderami coglie nell’apparente ovvietà un sottinteso dalle conseguenze epocali. Se il figlio di suo padre si proclama figlio di suo padre, e tiene a farlo sapere con una lettera a Rep, c’è di sicuro qualcosa sotto: “La tentazione di sfidare i marosi della politica c’è. Anzi, ci sarebbe”. Infatti qualcuno (non si sa chi) gli ha sentito dire “mi piacerebbe” (non si sa cosa). E Verderami ha la traduzione: o “guidare il partito”, o “immaginarsi come una sorta di ‘tessera numero uno’ di FI”, o “puntare su Palazzo Chigi. E che ne sarebbe a quel punto dell’entente cordiale con Giorgia Meloni?”. Già, perché se Pier Silvio punta su Palazzo Chigi non ce n’è per nessuno, almeno a casa Verderami. Il quale, nell’attesa, ausculta la gente che “chiacchera (sic) nei corridoi di palazzo Berlaymont” e spera di portare Gentiloni, sempreché lo trovi sveglio, al posto di Elly Schlein, che lì “considerano solo una parentesi”. Il noto dormiente potrebbe essere nientemeno che il “federatore di un nuovo centrosinistra, capace di raccogliere il testimone di Prodi”. La cosa piace all’esercito dei “liberalriformisti”, che sarebbero poi Calenda, “al punto che uno dei suoi dirigenti (sempre Calenda: c’è solo lui, ndr) non esita a esporsi: ‘Se ci fosse Paolo, non avrei dubbi sulla scelta’”. Resterebbero da trovare gli elettori, di cui il letargico statista è sempre stato piuttosto a corto (alle primarie Pd per il sindaco di Roma, arrivò terzo su tre). Ma, con gli spingitori dello Slip, può farne tranquillamente a meno.

lunedì 3 luglio 2023

Giubileo ricco

 

Croce? No, crociere: il nuovo slogan dell’Anno Santo 2025
IL PROSSIMO GIUBILEO A ROMA - L’evento porterà un nuovo terminal per le navi dei ricchi nel porto di Fiumicino. A prevederlo è il secondo “decreto Giubileo” del pio governo Meloni
DI TOMASO MONTANARI
Dalla croce (dei poveri) alle crociere (dei ricchi): rischia di essere questo il triste slogan del Giubileo del 2025. È vero, fin dal suo discutibilissimo inventore (Bonifacio VIII, nell’anno 1300: il papa della Roma “là dove Cristo tutto dì si merca”, nelle amare parole di Dante) l’anno santo è sempre stato anche (quando non solo) un affare economico. Una “trista commedia” (Massimo D’Azeglio), nella quale da secoli “i romani tutti erano fatti albergatori” (così già Matteo Villani): una tale bancarotta morale da far cantare al Belli che “un giubbileo pe ttanti ladri è ppoco!”.
Ma forse a questo giro si rischia di esagerare davvero: perché invece di conversione e salvezza, l’anno santo porterà un nuovo terminal per le navi dei ricchi nel porto di Fiumicino. A prevederlo è il secondo ‘decreto Giubileo’ del pio e timorato governo Meloni, che elenca le grandi opere necessarie all’anno santo che dovranno essere completate entro il 2024. E nonostante che questo hub del lusso non rientri di certo nelle prime, e probabilmente neanche potrà rientrare nelle seconde, eccolo elencato al punto 146: “Porto turistico-crocieristico di Fiumicino Isola Sacra”. Dove quel toponimo (sacra) pare davvero l’unico aggancio con la salvezza delle anime purganti. Così recita la scheda: “Il Royal Caribbean Group, secondo gruppo crocieristico a livello mondiale, con base a Miami, ha identificato nel Porto della Concordia di Fiumicino – Isola Sacra l’opportunità di introdurre una funzione crocieristica nell’ambito dell’esistente Concessione novantennale come variante al progetto già approvato, mantenendo prevalente la funzione di Yacht Marina. Il Gruppo Royal Caribbean, ha quindi costituito la Fiumicino Waterfront S.r.l., una società di diritto italiano ad hoc partecipata al 100% da RCG, che sotto il profilo giuridico rappresenta il soggetto esecutore che, acquisita la concessione demaniale, realizzerà il Porto turistico di Fiumicino – Isola Sacra. … L’ampia offerta di approdi per Mega Yachts risponde ad una domanda che mostra segni di grande vitalità e presenta un alto grado di sinergia e compatibilità con la nuova funzione crocieristica”. Come ha notato l’economista dei trasporti Pietro Spirito, sul meritorio blog Carte in regola, “ancorché a finanziamento quasi totalmente privato (439 milioni di euro), la nuova stazione marittima beneficerà delle procedure autorizzative accelerate in modo da esser pronto per i pellegrini-crocieristi in arrivo nel 2025. Inutilmente il presidente dell’Autorità di Sistema portuale di Civitavecchia, Pino Musolino, qualche mese fa chiedeva (retoricamente) allo Stato di interrogarsi sull’opportunità di autorizzare un progetto privato in aperta concorrenza con i propri investimenti nel porto di Civitavecchia”. Non basta: secondo l’ormai collaudato modello commissariale, il Giubileo serve a far saltare la trafila della pianificazione e dei controlli sulla sostenibilità ambientale a un’opera privata che comporterà lo sventramento dei fondali del porto, che dovranno passare dagli attuali 5/6 metri a 12,5 metri (il che significa 3 milioni di metri cubi di sabbia e argilla da rimuovere). E poi, a regime, Fiumicino sarà investita in pieno dall’“effetto Venezia”: navi da oltre 5.000 passeggeri dovranno tenere i motori accesi in porto per garantire i servizi alla città galleggiante che sono, mentre almeno 100 pullman al giorno aggiungeranno ulteriore inquinamento a quello giù prodotto dall’aeroporto internazionale.
Anche il paesaggio cambierà, perché accanto all’iconico vecchio faro di Fiumicino si vedranno navi lunghe 360 metri e alte oltre 70: grattacieli di 25 piani che nessun piano paesaggistico consentirebbe. E, va da sé, addio balneabilità delle acque di Isola Sacra, che tra titanici lavori di sbancamento dei fondali e continuo dragaggio indispensabile alla manutenzione, non saranno certo più accessibili ai corpi umani.
“Nel frattempo, i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito. Per questo oggi qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta”.
Sono parole profetiche e scardinanti della Laudato sii di papa Francesco: ma è davvero un terribile paradosso che proprio un giubileo di questo papa finisca con l’alimentare quel sistema, anziché contestarlo e smontarlo. Al punto che, per citare ancora il Belli, chi davvero ha a cuore l’ambiente e la giustizia sociale, “sto ggiubbileo nun ha da dillo un furto,/ Un’invenzion der diavolo, un fraggello?”

Vista da Barbara

 

Resistenza? No, “regime change”. Il totem Zelensky si sbriciola in tv
IL VERO OBIETTIVO DEGLI UCRAINI - A “Otto e mezzo”, stavolta di fronte a vere domande, il ministro Kuleba ammette che la missione è abbattere Putin e l’“impero russo”
DI BARBARA SPINELLI
Per il momento non è dato sapere quale sarà la strategia statunitense, dopo la breve ma traumatica insurrezione di Prigožin. Se prevarrà un atteggiamento più guardingo, mosso dal timore che il crollo del potere centrale a Mosca generi un caos ingovernabile, mettendo a repentaglio il controllo di oltre 6000 testate nucleari russe (oggi dispiegate anche in Bielorussia, in risposta all’insistente domanda polacca di ospitare atomiche Nato sul modello italiano della “condivisione nucleare”). Oppure se prevarrà la bellicosa soddisfazione che regna nel governo ucraino, convinto che sia proprio questo il momento ideale per non solo battere, ma abbattere Putin.
È il “dilemma israeliano” in cui Biden è intrappolato. In effetti il rapporto Usa-Ucraina somiglia sempre più alla dipendenza reciproca che lega Stati Uniti e Stato d’Israele, e che ha permesso a quest’ultimo di sviluppare un regime di supremazia etnica che soggioga i palestinesi, equivalente all’apartheid.
Kiev vuole a ogni costo una guerra di regime change, e per questo chiede a Washington missili a lungo raggio (tra cui gli Atacms, atti a colpire terre russe, oltre ai caccia F-16). Nell’amministrazione Usa c’è chi comincia a temere, dopo le gesta di Prigožin, gli effetti catastrofici di un bellicoso cambio di regime applicato, per la prima volta, a un’imponente potenza atomica.
Tanto più impressionante, in questo quadro, la puntata di Otto e Mezzo che il 29 giugno ha affrontato proprio questi temi. Il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, era intervistato da Lilli Gruber, Marco Travaglio e Lucio Caracciolo: una vera intervista finalmente, non gli osanna a Zelensky dei salotti di Vespa. Tutti e tre lo hanno incalzato con grande maestria, e Kuleba ha dovuto infine ammetterlo: la resistenza ucraina mira in realtà a smembrare quello che Kiev chiama impero russo; l’ultimo restato anacronisticamente in piedi, secondo il ministro, “dopo il crollo degli imperi austro-ungarico e ottomano”.
Il ministro non si cura minimamente dei dubbi espressi da Mark Milley, capo di stato maggiore degli Stati Uniti, sulla fattibilità di una vittoria ucraina che comunque non è ottenibile – Kuleba pare dimenticarlo – senza assistenza Usa. Si rallegra all’idea che Putin sia indebolito dalla secessione del gruppo Wagner. Finge inesistenti libertà linguistiche dei russofoni del Donbass, nonostante la legge che vieta l’uso del russo nella sfera pubblica. Finge inesistenti rapporti democratici con gli oppositori e la stampa, accettata in guerra solo se embedded, ligia ai comandi militari ucraini. Vede questa guerra come una partita di calcio: qui non si gioca per fare compromessi, ma per vincere!
Ecco, gli Occidentali stanno sostenendo e super-armando un governo che ha questi progetti, che non spende neanche una parola sul rischio di guerra atomica. Stanno per inserire nella Nato, al vertice di Vilnius l’11 e 12 luglio, quest’impasto di risentimento monoetnico e furia distruttiva.
Forse l’adesione sarà sostituita da garanzie di sicurezza sul modello israeliano, forse no. Resta che per la prima volta è parso sbriciolarsi – grazie alla professionalità degli intervistatori di Otto e Mezzo – l’oggetto di culto occidentale che è il totem Zelensky.
Lilli Gruber ha ricordato a Kuleba che esistono altri modi – non distruttivi – di affrontare la questione delle minoranze etnico-linguistiche: per esempio, il “pacchetto Alto Adige” negoziato da Roma con Vienna fra il 1962 e il 1969.
Travaglio ha insistito sull’accordo di pace che Kiev negoziò con Mosca nel marzo 2022, poco dopo l’invasione, e che fu bloccato in extremis dal veto di Londra e Washington. Il trattato s’intitolava “Permanente Neutralità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, e prevedeva l’inserimento nella costituzione ucraina della neutralità permanente. Non era una resa: si tornava alla neutralità perpetua, costituzionalmente garantita al momento dell’indipendenza nel 1990. Messo alle strette, Kuleba ha finto di non sentire.
Infine, quando Kuleba è stato spinto ad ammettere il vero scopo ucraino – frantumazione della Federazione Russa – Caracciolo lo ha messo all’angolo chiedendo se Kiev è dunque favorevole all’incameramento di parti della Siberia da parte cinese. Anche a questa domanda Kuleba non ha risposto. È lecito domandarsi se la non risposta equivalga ad assenso.
La puntata di Otto e Mezzo colpisce perché costituisce un’eccezione nel panorama tv. Forse perché finalmente le domande sostituiscono le asserzioni, come si addice alla professione giornalistica. L’insurrezione di Prigožin suscita infatti reazioni ben diverse da quelle di Gruber, Travaglio e Caracciolo, nei giornali scritti e parlati del pensiero unico. I principali commentatori si sono mostrati euforicamente assertivi, nel diagnosticare l’indebolirsi del potere russo. Come se sapessero quel che davvero succede al Cremlino, e sognassero lo stesso sogno distruttore di Kuleba.
Anche se per ora sedata, l’insurrezione ha mostrato che il pericolo di un collasso del potere russo esiste, a cominciare dall’esercito. Che al collasso potrebbe far seguito – come auspicato esplicitamente da Kiev – lo sfaldarsi della Federazione. Le atomiche russe finirebbero in mano a poteri ben più infidi di Putin; il cosiddetto Armageddon si avvicinerebbe.
Persino quando il pericolo dell’insurrezione di Prigožin è apparso chiaro, ci sono stati giornalisti e politici che con visibile compiacimento, e all’unisono con quanto detto e non detto da Kuleba, hanno concluso che la resistenza ucraina aveva infine ottenuto questo gran risultato: Putin era debole, forse aveva i giorni contati. Vale dunque la pena assistere Kiev con invii di armi sempre più offensive e sanzioni antirusse sempre più pesanti, visto lo sfaldamento del barbarico impero che ne può discendere. Neanche per un minuto i commentatori hanno abbandonato la cecità di cui hanno dato prova da quando la guerra è de facto cominciata: non nel 2022 ma nel febbraio 2014, quando è stato evidente che il potere centrale a Kiev non intendeva in alcun modo integrare pacificamente le popolazioni russofone del Sud-Est: 14.000 circa sono i morti della guerra civile fra il febbraio 2014 e il febbraio 2022. L’annessione della Crimea resta illegale, ma non è avvenuta senza motivi, di punto in bianco.
Washington tergiversa, incerta fra due strade opposte (escalation militare ucraina, o pressione su Kiev perché accetti un negoziato e metta fine alla guerra). Quanto all’Europa, per ora sta a guardare, senza pronunciarsi sulla guerra di regime change caldeggiata da Zelensky. Anche in questo caso, chi tace acconsente di fatto. L’Europa continua a fingere ignoranza, sulle radici della guerra e gli allargamenti Nato temuti a Mosca da vent’anni. Il sì dei suoi governi all’ingresso di Kiev nella Nato conferma lo status servile –e l’egemonia nell’Ue di interessi polacchi e baltici– assegnato all’Unione europea da Stati Uniti e Nato. Borrell dixit: dovrà pur finire l”’assedio della giungla al giardino europeo”.