martedì 4 luglio 2023

Il giornalismo Travagliato

 

Spingitori di leader
di Marco Travaglio

Il nostro club giornalistico preferito, per le soddisfazioni che ci dà, è quello degli Spingitori di Leader per Insufficienza di Prove (Slip). Ne fanno parte i “colleghi” che si sentono stretti nel prosaico ruolo di cronisti, anche perché non hanno mai avuto una notizia. E preferiscono quello più affascinante di suggerire ai partiti chi è meglio che li guidi. Uno dei più attivi nel ramo è Francesco Verderami del Corriere, che di nuovi leader ne ha sfornati due in una settimana: Paolo Gentiloni per il Pd e Pier Silvio Berlusconi per FI. Figurarsi l’entusiasmo dei due prescelti per il sostegno di questo portafortuna, già celebre per aver lanciato Angelino Jolie e Giorgetti sui troni di FI e della Lega, con i risultati a tutti noti. Due
baci
della morte tuttora ineguagliati, se si escludono quelli di Rep al noto trascinatore di folle Pisapia come capo del centrosinistra dopo la fine prematura dell’altro puledro della scuderia agnellian- debenedettiana: Bin Rignan.
Cosa fa pensare al nostro spingitore che Pier Silvio accarezzi “la tentazione di raccogliere l’eredità politica” di B.? La “lettera inviata a Repubblica ” per “rivendicare di essere ‘figlio di mio padre’”. Noi ci saremmo preoccupati se avesse rivendicato di essere nipote, cognato, suocero, genero, zio o trisavolo di suo padre. Invece Verderami coglie nell’apparente ovvietà un sottinteso dalle conseguenze epocali. Se il figlio di suo padre si proclama figlio di suo padre, e tiene a farlo sapere con una lettera a Rep, c’è di sicuro qualcosa sotto: “La tentazione di sfidare i marosi della politica c’è. Anzi, ci sarebbe”. Infatti qualcuno (non si sa chi) gli ha sentito dire “mi piacerebbe” (non si sa cosa). E Verderami ha la traduzione: o “guidare il partito”, o “immaginarsi come una sorta di ‘tessera numero uno’ di FI”, o “puntare su Palazzo Chigi. E che ne sarebbe a quel punto dell’entente cordiale con Giorgia Meloni?”. Già, perché se Pier Silvio punta su Palazzo Chigi non ce n’è per nessuno, almeno a casa Verderami. Il quale, nell’attesa, ausculta la gente che “chiacchera (sic) nei corridoi di palazzo Berlaymont” e spera di portare Gentiloni, sempreché lo trovi sveglio, al posto di Elly Schlein, che lì “considerano solo una parentesi”. Il noto dormiente potrebbe essere nientemeno che il “federatore di un nuovo centrosinistra, capace di raccogliere il testimone di Prodi”. La cosa piace all’esercito dei “liberalriformisti”, che sarebbero poi Calenda, “al punto che uno dei suoi dirigenti (sempre Calenda: c’è solo lui, ndr) non esita a esporsi: ‘Se ci fosse Paolo, non avrei dubbi sulla scelta’”. Resterebbero da trovare gli elettori, di cui il letargico statista è sempre stato piuttosto a corto (alle primarie Pd per il sindaco di Roma, arrivò terzo su tre). Ma, con gli spingitori dello Slip, può farne tranquillamente a meno.

lunedì 3 luglio 2023

Giubileo ricco

 

Croce? No, crociere: il nuovo slogan dell’Anno Santo 2025
IL PROSSIMO GIUBILEO A ROMA - L’evento porterà un nuovo terminal per le navi dei ricchi nel porto di Fiumicino. A prevederlo è il secondo “decreto Giubileo” del pio governo Meloni
DI TOMASO MONTANARI
Dalla croce (dei poveri) alle crociere (dei ricchi): rischia di essere questo il triste slogan del Giubileo del 2025. È vero, fin dal suo discutibilissimo inventore (Bonifacio VIII, nell’anno 1300: il papa della Roma “là dove Cristo tutto dì si merca”, nelle amare parole di Dante) l’anno santo è sempre stato anche (quando non solo) un affare economico. Una “trista commedia” (Massimo D’Azeglio), nella quale da secoli “i romani tutti erano fatti albergatori” (così già Matteo Villani): una tale bancarotta morale da far cantare al Belli che “un giubbileo pe ttanti ladri è ppoco!”.
Ma forse a questo giro si rischia di esagerare davvero: perché invece di conversione e salvezza, l’anno santo porterà un nuovo terminal per le navi dei ricchi nel porto di Fiumicino. A prevederlo è il secondo ‘decreto Giubileo’ del pio e timorato governo Meloni, che elenca le grandi opere necessarie all’anno santo che dovranno essere completate entro il 2024. E nonostante che questo hub del lusso non rientri di certo nelle prime, e probabilmente neanche potrà rientrare nelle seconde, eccolo elencato al punto 146: “Porto turistico-crocieristico di Fiumicino Isola Sacra”. Dove quel toponimo (sacra) pare davvero l’unico aggancio con la salvezza delle anime purganti. Così recita la scheda: “Il Royal Caribbean Group, secondo gruppo crocieristico a livello mondiale, con base a Miami, ha identificato nel Porto della Concordia di Fiumicino – Isola Sacra l’opportunità di introdurre una funzione crocieristica nell’ambito dell’esistente Concessione novantennale come variante al progetto già approvato, mantenendo prevalente la funzione di Yacht Marina. Il Gruppo Royal Caribbean, ha quindi costituito la Fiumicino Waterfront S.r.l., una società di diritto italiano ad hoc partecipata al 100% da RCG, che sotto il profilo giuridico rappresenta il soggetto esecutore che, acquisita la concessione demaniale, realizzerà il Porto turistico di Fiumicino – Isola Sacra. … L’ampia offerta di approdi per Mega Yachts risponde ad una domanda che mostra segni di grande vitalità e presenta un alto grado di sinergia e compatibilità con la nuova funzione crocieristica”. Come ha notato l’economista dei trasporti Pietro Spirito, sul meritorio blog Carte in regola, “ancorché a finanziamento quasi totalmente privato (439 milioni di euro), la nuova stazione marittima beneficerà delle procedure autorizzative accelerate in modo da esser pronto per i pellegrini-crocieristi in arrivo nel 2025. Inutilmente il presidente dell’Autorità di Sistema portuale di Civitavecchia, Pino Musolino, qualche mese fa chiedeva (retoricamente) allo Stato di interrogarsi sull’opportunità di autorizzare un progetto privato in aperta concorrenza con i propri investimenti nel porto di Civitavecchia”. Non basta: secondo l’ormai collaudato modello commissariale, il Giubileo serve a far saltare la trafila della pianificazione e dei controlli sulla sostenibilità ambientale a un’opera privata che comporterà lo sventramento dei fondali del porto, che dovranno passare dagli attuali 5/6 metri a 12,5 metri (il che significa 3 milioni di metri cubi di sabbia e argilla da rimuovere). E poi, a regime, Fiumicino sarà investita in pieno dall’“effetto Venezia”: navi da oltre 5.000 passeggeri dovranno tenere i motori accesi in porto per garantire i servizi alla città galleggiante che sono, mentre almeno 100 pullman al giorno aggiungeranno ulteriore inquinamento a quello giù prodotto dall’aeroporto internazionale.
Anche il paesaggio cambierà, perché accanto all’iconico vecchio faro di Fiumicino si vedranno navi lunghe 360 metri e alte oltre 70: grattacieli di 25 piani che nessun piano paesaggistico consentirebbe. E, va da sé, addio balneabilità delle acque di Isola Sacra, che tra titanici lavori di sbancamento dei fondali e continuo dragaggio indispensabile alla manutenzione, non saranno certo più accessibili ai corpi umani.
“Nel frattempo, i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito. Per questo oggi qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta”.
Sono parole profetiche e scardinanti della Laudato sii di papa Francesco: ma è davvero un terribile paradosso che proprio un giubileo di questo papa finisca con l’alimentare quel sistema, anziché contestarlo e smontarlo. Al punto che, per citare ancora il Belli, chi davvero ha a cuore l’ambiente e la giustizia sociale, “sto ggiubbileo nun ha da dillo un furto,/ Un’invenzion der diavolo, un fraggello?”

Vista da Barbara

 

Resistenza? No, “regime change”. Il totem Zelensky si sbriciola in tv
IL VERO OBIETTIVO DEGLI UCRAINI - A “Otto e mezzo”, stavolta di fronte a vere domande, il ministro Kuleba ammette che la missione è abbattere Putin e l’“impero russo”
DI BARBARA SPINELLI
Per il momento non è dato sapere quale sarà la strategia statunitense, dopo la breve ma traumatica insurrezione di Prigožin. Se prevarrà un atteggiamento più guardingo, mosso dal timore che il crollo del potere centrale a Mosca generi un caos ingovernabile, mettendo a repentaglio il controllo di oltre 6000 testate nucleari russe (oggi dispiegate anche in Bielorussia, in risposta all’insistente domanda polacca di ospitare atomiche Nato sul modello italiano della “condivisione nucleare”). Oppure se prevarrà la bellicosa soddisfazione che regna nel governo ucraino, convinto che sia proprio questo il momento ideale per non solo battere, ma abbattere Putin.
È il “dilemma israeliano” in cui Biden è intrappolato. In effetti il rapporto Usa-Ucraina somiglia sempre più alla dipendenza reciproca che lega Stati Uniti e Stato d’Israele, e che ha permesso a quest’ultimo di sviluppare un regime di supremazia etnica che soggioga i palestinesi, equivalente all’apartheid.
Kiev vuole a ogni costo una guerra di regime change, e per questo chiede a Washington missili a lungo raggio (tra cui gli Atacms, atti a colpire terre russe, oltre ai caccia F-16). Nell’amministrazione Usa c’è chi comincia a temere, dopo le gesta di Prigožin, gli effetti catastrofici di un bellicoso cambio di regime applicato, per la prima volta, a un’imponente potenza atomica.
Tanto più impressionante, in questo quadro, la puntata di Otto e Mezzo che il 29 giugno ha affrontato proprio questi temi. Il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, era intervistato da Lilli Gruber, Marco Travaglio e Lucio Caracciolo: una vera intervista finalmente, non gli osanna a Zelensky dei salotti di Vespa. Tutti e tre lo hanno incalzato con grande maestria, e Kuleba ha dovuto infine ammetterlo: la resistenza ucraina mira in realtà a smembrare quello che Kiev chiama impero russo; l’ultimo restato anacronisticamente in piedi, secondo il ministro, “dopo il crollo degli imperi austro-ungarico e ottomano”.
Il ministro non si cura minimamente dei dubbi espressi da Mark Milley, capo di stato maggiore degli Stati Uniti, sulla fattibilità di una vittoria ucraina che comunque non è ottenibile – Kuleba pare dimenticarlo – senza assistenza Usa. Si rallegra all’idea che Putin sia indebolito dalla secessione del gruppo Wagner. Finge inesistenti libertà linguistiche dei russofoni del Donbass, nonostante la legge che vieta l’uso del russo nella sfera pubblica. Finge inesistenti rapporti democratici con gli oppositori e la stampa, accettata in guerra solo se embedded, ligia ai comandi militari ucraini. Vede questa guerra come una partita di calcio: qui non si gioca per fare compromessi, ma per vincere!
Ecco, gli Occidentali stanno sostenendo e super-armando un governo che ha questi progetti, che non spende neanche una parola sul rischio di guerra atomica. Stanno per inserire nella Nato, al vertice di Vilnius l’11 e 12 luglio, quest’impasto di risentimento monoetnico e furia distruttiva.
Forse l’adesione sarà sostituita da garanzie di sicurezza sul modello israeliano, forse no. Resta che per la prima volta è parso sbriciolarsi – grazie alla professionalità degli intervistatori di Otto e Mezzo – l’oggetto di culto occidentale che è il totem Zelensky.
Lilli Gruber ha ricordato a Kuleba che esistono altri modi – non distruttivi – di affrontare la questione delle minoranze etnico-linguistiche: per esempio, il “pacchetto Alto Adige” negoziato da Roma con Vienna fra il 1962 e il 1969.
Travaglio ha insistito sull’accordo di pace che Kiev negoziò con Mosca nel marzo 2022, poco dopo l’invasione, e che fu bloccato in extremis dal veto di Londra e Washington. Il trattato s’intitolava “Permanente Neutralità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, e prevedeva l’inserimento nella costituzione ucraina della neutralità permanente. Non era una resa: si tornava alla neutralità perpetua, costituzionalmente garantita al momento dell’indipendenza nel 1990. Messo alle strette, Kuleba ha finto di non sentire.
Infine, quando Kuleba è stato spinto ad ammettere il vero scopo ucraino – frantumazione della Federazione Russa – Caracciolo lo ha messo all’angolo chiedendo se Kiev è dunque favorevole all’incameramento di parti della Siberia da parte cinese. Anche a questa domanda Kuleba non ha risposto. È lecito domandarsi se la non risposta equivalga ad assenso.
La puntata di Otto e Mezzo colpisce perché costituisce un’eccezione nel panorama tv. Forse perché finalmente le domande sostituiscono le asserzioni, come si addice alla professione giornalistica. L’insurrezione di Prigožin suscita infatti reazioni ben diverse da quelle di Gruber, Travaglio e Caracciolo, nei giornali scritti e parlati del pensiero unico. I principali commentatori si sono mostrati euforicamente assertivi, nel diagnosticare l’indebolirsi del potere russo. Come se sapessero quel che davvero succede al Cremlino, e sognassero lo stesso sogno distruttore di Kuleba.
Anche se per ora sedata, l’insurrezione ha mostrato che il pericolo di un collasso del potere russo esiste, a cominciare dall’esercito. Che al collasso potrebbe far seguito – come auspicato esplicitamente da Kiev – lo sfaldarsi della Federazione. Le atomiche russe finirebbero in mano a poteri ben più infidi di Putin; il cosiddetto Armageddon si avvicinerebbe.
Persino quando il pericolo dell’insurrezione di Prigožin è apparso chiaro, ci sono stati giornalisti e politici che con visibile compiacimento, e all’unisono con quanto detto e non detto da Kuleba, hanno concluso che la resistenza ucraina aveva infine ottenuto questo gran risultato: Putin era debole, forse aveva i giorni contati. Vale dunque la pena assistere Kiev con invii di armi sempre più offensive e sanzioni antirusse sempre più pesanti, visto lo sfaldamento del barbarico impero che ne può discendere. Neanche per un minuto i commentatori hanno abbandonato la cecità di cui hanno dato prova da quando la guerra è de facto cominciata: non nel 2022 ma nel febbraio 2014, quando è stato evidente che il potere centrale a Kiev non intendeva in alcun modo integrare pacificamente le popolazioni russofone del Sud-Est: 14.000 circa sono i morti della guerra civile fra il febbraio 2014 e il febbraio 2022. L’annessione della Crimea resta illegale, ma non è avvenuta senza motivi, di punto in bianco.
Washington tergiversa, incerta fra due strade opposte (escalation militare ucraina, o pressione su Kiev perché accetti un negoziato e metta fine alla guerra). Quanto all’Europa, per ora sta a guardare, senza pronunciarsi sulla guerra di regime change caldeggiata da Zelensky. Anche in questo caso, chi tace acconsente di fatto. L’Europa continua a fingere ignoranza, sulle radici della guerra e gli allargamenti Nato temuti a Mosca da vent’anni. Il sì dei suoi governi all’ingresso di Kiev nella Nato conferma lo status servile –e l’egemonia nell’Ue di interessi polacchi e baltici– assegnato all’Unione europea da Stati Uniti e Nato. Borrell dixit: dovrà pur finire l”’assedio della giungla al giardino europeo”.

domenica 2 luglio 2023

Altri progetti



Alessandro Giuli, amicissimo della Caciottara Nera e neo presidente del Maxxi che invita Vittorio Sgarbi e Morgan quale momento culturale, ha altri progetti per il futuro tra cui: 

Annibal Lecter discuterà attorno alla socialità. 

Nerone e la prevenzione incendi.

Al Capone e il dovere di pagar le tasse

Barbara D’Urso interverrà sulla televisione formativa 

Bruno Vespa contro il laccaculismo

Matteo Salvini incontrerà i giovani su “più di 3 mojiti nuocciono alla salute!”

Matteo Renzi intratterrà sul tema “L’essenzialità della coerenza in politica.”

Carlo Calenda e “Mai parlare a caxxo su tematiche che non si conoscono”

Augusto Minzolini presenterà varie metodologie di uso corretto delle carte di credito

Giovanni Donzelli intratterrà su “È impossibile che un certino possa fare politica ad alti livelli.”

Giovanni Toti disquisirà su “il demanio è di tutti come la salute (che va tenuta lontana dai privati)”

Alessandro Sallusti parlerà su “il giornalista non si deve mai piegare ai diktat del padrone.”

Santadeché

 

Scandalo Visibilia. Dalla rete di B. alla premier: Santanchè ministra protetta
RELAZIONI - La scalata di “Daniela”: gli esordi con Pomicino e La Russa, poi Bisignani, Arcore e l’amicizia con Meloni
DI GIANLUCA ROSELLI
“Santadeche?”. Palazzo Marino, Milano, anno 1995. Quando Daniela Garnero in Santanchè inizia a muoversi con disinvoltura tra i corridoi e le aule del Comune, così i cronisti s’interrogano su di lei, con espressione romanesca pur essendo milanesi. Santanchè, che all’epoca lavorava per Ignazio La Russa, già deputato e potentissimo nel Milanese, stava sempre in mezzo. “Ma questa chi è?”, ci si chiedeva, imparando presto ad averci a che fare. Perché, in ogni questione di rilievo della giunta di Gabriele Albertini, saltava fuori lei. E così che presto le venne affibbiato quel nomignolo: la “Santa”. Che di religioso aveva ben poco. Sono una donna, sono la Santa, sarà poi la sua autobiografia (anno 2016). L’altro, “la Pitonessa”, arrivò più tardi per scherzo, una battuta che su di lei faceva il primo marito, Paolo Santanchè, chirurgo estetico: si conobbero quando lei, ventunenne, volle rifarsi il naso. Soprannome perfetto, a vederla incedere a Montecitorio, con borsa Hermes, pantaloni attillati, tacco 12 e sorriso da Crudelia Demon. O in spiaggia, a Forte dei Marmi, col cappello da cowboy mentre gioca a racchettoni con il suo ex compagno, Alessandro Sallusti.
“Vivere da Pitonessa è sempre stato il primo lavoro di Daniela Santanchè, lavoro in cui la politica spesso è risultata solo un accessorio”, ha scritto Flavia Perina sulla Stampa. Sì, perché la sensazione, ripercorrendo curriculum e relazioni della ministra del Turismo, che mercoledì riferirà in Parlamento, è che lei abbia piegato politica, amicizie, rapporti sentimentali, intrecci col potere al solo fine di sponsorizzare unicamente un brand: se stessa.
L’intoccabile Santanchè. “Stanno emergendo questioni gravissime, ci sono ministri che si sono dimessi per molto meno”, dice Elly Schlein, col Partito democratico che sta valutando la mozione di sfiducia. Intoccabile, dicevamo, perché in FdI, dove pure lei è mal sopportata dall’ala rampelliana e non solo, Santanchè è blindatissima non solo da La Russa, ma soprattutto da Giorgia Meloni, con cui è riuscita a stabilire una forte amicizia. È l’unica, Daniela, ad avere rapporti con la figlia Ginevra, unica a parlare con mamma Meloni, mentre il suo compagno Dimitri e Andrea Giambruno al Forte stanno sempre insieme, scrive Paolo Madron nel suo ultimo libro. È Santanchè, infatti, ad aver introdotto Giorgia nel mondo imprenditoriale milanese che, orfano di Berlusconi, era alla ricerca di un nuovo partito su cui puntare alle ultime elezioni. Mondo che guardava con scetticismo alla leader cresciuta tra Colle Oppio e Garbatella, mondi lontanissimi da quelli del Pirellone e Assolombarda. È a casa di Santanchè (zona corso Vercelli) che certi ambienti meneghini conoscono Giorgia. “Ci sarà da fidarsi?”. “Lei è la numero uno”, rispondeva a tutti la Pitonessa con le fiamme negli occhi.
Anche Santanchè, però, ha avuto bisogno degli altri, tra il 2000 e il 2010, per essere introdotta negli ambienti romani del Sistema. E allora in primis fu l’andreottianoPaolo Cirino Pomicino, che ora di lei dice: “È capace di tutto. Non conosce vergogna”. Ma nelle sue frequentazioni giocarono ruoli importanti anche il faccendiere Luigi Bisignani, che le fu molto intimo, e il condannato Denis Verdini, che favorirono la sua ascesa: divenne sottosegretaria e poi entrò nel cerchio magico di B. nel tremento 2013 (l’anno della decadenza dell’ex Cavaliere). E fu lei a prendere sotto la sua ala protettrice Francesca Pascale nei suoi primi passi ad Arcore. Poi c’è il suo grande amico Flavio Briatore, socio con lei al Twiga, lo stabilimento vip di Marina di Pietrasanta che i fortemarmini doc snobbano, diventato il simbolo delle estati da copertina dell’ultima ventina d’anni. Prima al Forte c’erano gli Agnelli, ora c’è la Pitonessa.
In politica cambia partito come cambia outfit. Che colore va quest’anno? Qualcuno l’ha definita politica di relazione. Prima An di Gianfranco Fini, poi la Destra di Francesco Storace (con cui si candidò a premier nel 2008), poi ancora il Pdl, il governo Berlusconi IV e Forza Italia. Infine l’ingresso, nel 2017, in FdI.
Tutto sempre curando, e molto, gli affari suoi. Come quando l’ex presidente di Bpm, Massimo Ponzellini, la finanziò con 2 milioni e 800mila euro. Con intercettazioni a raccontare un mondo. “Sto andando da Paolo Romani con la Santanchè”, diceva al telefono Antonio Cannalire, braccio destro di Ponzellini. Era il 2011. Ora siamo nel 2023 e la Santa è sempre lì che traffica.

Sgarbatamente

 

Sgorbi quotidiani
di Marco Travaglio
Noiose e immancabili come i consigli anti-caldo (bere molto, evitare le coperte in lana di roccia…) e le liste di putiniani della fu Repubblica, ma soprattutto tristi e umilianti sono le polemiche sui deliri di Sgarbi. Che l’altra sera, invitato al museo Maxxi dal presidente Giuli a parlare di non si sa cosa (non è mai un suo problema), ha espettorato il consueto assortimento di squisitezze, con l’aggiunta di un “cornuto!” a un anonimo tizio al cellulare, che lui per educazione non spegne mai. Siccome il giochino si ripete da una quarantina d’anni, cioè da quando l’allora giovane critico, invitato al Costanzo Show per spiegare dei quadri, diede della “stronza” a una prof e, anziché essere bandito da tutte le tv (come accadrebbe in qualunque Paese civile), ne diventò ospite fisso (come accade solo in Italia), è il caso di piantarla. O la si smette di invitare Sgarbi, o di indignarsi se poi fa Sgarbi. Anche perché lo chiamano apposta: sanno che è fuori controllo e non si domandano neppure più se ci è o ci fa (entrambe le cose). A furia di trovarlo “simpatico” (come una grattugia sulle ragadi) e “politicamente scorretto” (al contrario: oggi il vero anticonformista è l’educato), gli han concesso una franchigia che vale solo per lui: neppure un ultrà allo stadio potrebbe dire un decimo di ciò che dice lui senza finire al gabbio o al Daspo.
Lui invece è sempre in Parlamento, quasi sempre sottosegretario a Qualcosa, sindaco di Salemi (subito sciolto per mafia), Sutri e Arpino, prosindaco a Urbino, assessore a Viterbo, consigliere regionale in Lombardia, commissario a Codogno, presidente di Ferrara Arte, del Mart di Trento, del Mag di Riva del Garda, della Gypsotheca del Canova… Da una vita colleziona poltrone e stipendi pubblici e naturalmente, non essendo ubiquo, fa tutto malissimo. Fin da quando nel ’96 si beccò una condanna definitiva a 6 mesi e rotti per truffa ai Beni Culturali perché dieci anni prima doveva lavorare alle Soprintendenze venete, ma non vi metteva piede, grazie a certificati medici farlocchi e autodichiarazioni di malattie immaginarie – il “cimurro” (tipico dei cani), le crisi di starnuti e l’“allergia al matrimonio” – che gl’impedivano di lavorare in ufficio, ma non di condurre ogni sera Sgarbi quotidiani su Canale 5 vomitando insulti ai migliori pm d’Italia. Ogni puntata un processo per diffamazione (di qui la fame atavica di soldi), da cui si faceva poi salvare dalla Camera. Tranne quando toccava altri della Casta, come la vicepresidente Carfagna, gentilmente definita nel 2020 “Sorcagna, capra, cretina che si trova in Parlamento solo per essere stata in ginocchio davanti a Berlusconi”. I due all’epoca stavano nello stesso partito, FI. Poi lei se n’è andata e lui è stato ricandidato. Avercene.

L'Amaca

 

Un coperchio che salta
DI MICHELE SERRA
Di tutte le frottole governative, una delle più fraudolente è attribuire al permissivismo il consumo sconsiderato di droghe e l’impatto devastante in termini di reati, violenza, reclusione, costi sociali vari e assortiti.
Come è noto, e ammesso che la realtà conti qualcosa, la situazione attuale è figlia del proibizionismo, con conseguente prosperità delle mafie piccole e grandi che gestiscono il traffico. Di alcol e di nicotina, che sono droghe legali, ci si ammala e si muore assai più che di eroina, cocaina, droghe sintetiche. Ma l’alcolista e il fumatore non patiscono lo stesso stigma sociale, né la stessa esposizione al crimine e ai rischi legali, che gravano sugli altri tossicodipendenti: ci si scanna, tra ragazzi, per pochi euro di cannabis, come recenti fatti di cronaca raccontano; ci si scannerebbe anche per una cassa di birra se procurarsela implicasse lo stesso iter clandestino e criminogeno.
Mi ha colpito, in questo senso, il ragionamento anti-proibizionista contenuto nell’intervista (bella!) di Giulia Santerini a Manuel Agnelli per Metropolis.
Fa spicco, nelle parole di Agnelli, la totale assenza, rara di questi tempi, di ogni forma di recriminazione e di lagna, e il continuo rifarsi alla responsabilità personale.
All’uso che facciamo di noi stessi. Il proibizionismo si fonda sull’idea opposta: io Stato (mi correggo, io Nazione) ti dico che cosa devi fare di te stesso. Decido io per te. Se avesse funzionato, le droghe non sarebbero così diffuse e le mafie così ricche e potenti. Ma non ha funzionato. E se ammetterlo è così difficile, è perché il proibizionismo è un’ideologia: un “dover essere” imposto agli altri. Un coperchio che salta in aria ogni minuto, da decenni.