lunedì 26 giugno 2023

Possibile?

 


E quindi ci vorreste far credere che il mondo è restato col fiato sospeso perché un bandito irrorato di potere da un assassino ha deciso di puntare la prua dei suoi scagnozzi verso Mosca? 

Che questo brigante avrebbe potuto dar scacco matto all'umanità? 

Perché una cosa è chiara: ci sono seimila, forse 9mila, testate nucleari in Russia. E se cadesse l'assassino potrebbero finire in mano a nani barbari che non avrebbero nessuna remora a farne esplodere qualcuna. 

Perché questo mondo così prossimo alla distruzione, tanto impegnato nello spionaggio, è vulnerabilissimo come mai nessun'altra epoca lo fu. 

Sarà stato il pazzo ad innescare l'ex cuoco per saggiare la fedeltà dei suoi generali, oppure il bandito credeva che i militari lo avrebbero appoggiato. Non ha importanza. 

Quello che lede la nostra intelligenza è vedere uno stato enorme che si credeva impenetrabile, titanico, finire in mano a dei ballerini della ragione, a una squadraccia di mercenari tronfi di sostanze illecite che per qualche ora hanno raggelato gli uomini di buona volontà sparsi, ancora si suppone, in ogni angolo di questo martoriato paese. 

E' l'ora di finirla con questi idioti!

E' ora che la guerra cessi in ogni angolo, e che quel comico ingalluzzito da un'Europa prona ai voleri di un rimbambito americano, la smetta di rompere i coglioni ai quattro venti perché prima o poi l'assassino sparerà un confetto di quelli che lasceranno segni indelebili per migliaia di anni. 

E allora vaffanculo a tutti coloro che credono ancora che con la violenza si possa scardinare le mire espansionistiche di un terrorista assassino russo! 

Basta! Che si siedano ad un tavolo e trovino una soluzione. 

L'aggredito ha i suoi diritti. L'aggressore ha i suoi errori da scontare. 

Vogliamo vivere in serenità sulla Terra, godere del poco tempo che abbiamo a disposizione e vedere i cultori della guerra precipitare in un pozzo nero. 

Ci avete rotto i coglioni con i vostri giochi da psicolabili! 

Tomaso e il dipartito

Lutto per B. nelle università, l’apoteosi della sudditanza

Chi dice che le bandiere dell’ateneo per stranieri di Siena andavano abbassate perché “non si fa politica”, non capisce che le cose stanno all’inverso

du Tomaso Montanari

L’interrogazione presentata da un cospicuo numero di parlamentari della Lega alla ministra dell’Università e della ricerca per chiedere “che si accertino le responsabilità” di chi scrive (nella scelta di non abbassare le bandiere di una università in ossequio al lutto nazionale imposto dal governo Meloni per la morte di Silvio Berlusconi) intende “assicurare che l’università resti un luogo di apprendimento e convivialità apartitico e apolitico”. Sorvoliamo sull’evocazione tragicomica della convivialità (forse pensano al declino delle mense universitarie?), e concentriamoci sul rapporto università-politica.
Da un punto di vista formale, la questione sta esattamente al contrario di come è stata raccontata da un sistema mediatico nutrito di ignoranza e fondato sulla servitù volontaria. Nessuna legge prescrive il collocamento delle bandiere a lutto sugli edifici pubblici in occasione del lutto nazionale: lo fa una circolare della Presidenza del Consiglio del 18 dicembre 1992, richiamata da quella della Presidenza Meloni del 13 giugno 2023. Ma la legge 168 del maggio 1989, attuando l’autonomia universitaria sancita dalla Costituzione, stabilisce che per le università “è esclusa l’applicabilità di disposizioni emanate con circolare”. Sta dunque ai rettori e agli organi di governo delle università stabilire, di volta in volta, se partecipare o meno al lutto nazionale attraverso il simbolo delle bandiere a mezz’asta: mi chiedo quali siano le ragioni che hanno convinto tutti gli altri rettori e rettrici ad abbassare le bandiere, aderendo al lutto più smaccatamente politico della storia della Repubblica, dedicato proprio a colui cui si deve (come ha ricordato Francesco Pallante qui sul Fatto) il massacro del sistema universitario italiano.
Ma si sbaglierebbe a pensare che coloro che guidano le università italiane abbiano inteso proporre a chi studia il modello di uomo pubblico incarnato da Berlusconi (anche se proprio questo, purtroppo, dicevano quelle bandiere calate): il problema è assai più profondo, e più grave. Ed è la totale sudditanza dell’università al potere politico, nazionale e locale.
Le passerelle universitarie dei potenti del momento (ricoperti di lauree ad honorem e invitati a tenere improbabili lectiones magistrales) ne sono solo la manifestazione più grottesca, ma la sostanza è che, dopo aver ridotto alla fame il sistema universitario con un continuo definanziamento, il potere politico ha iniziato a eroderne l’autonomia con crescente successo. A partire dalla ricerca: l’università ha accettato che essa sia valutata da una agenzia (l’Anvur) i cui vertici sono nominati dal potere esecutivo, e che opera secondo criteri la cui logica ultima non è scientifica ma appunto politica. Basti citare l’obbligo di classificare i cosiddetti ‘prodotti della ricerca’ in fasce che non avrebbero dovuto ospitare più del 25% dei testi e non meno del 5%: come ha scritto Maria Chiara Pievatolo, “se adottassimo una simile regola per gli esami di profitto, ci troveremmo a dire: ‘Lei meriterebbe 30, ma dovremo darle un voto più basso perché abbiamo già attribuito un voto di fascia superiore al 25% dei candidati all’appello’”. La stessa studiosa commenta la situazione della valutazione prendendo atto che “Caesar est supra grammaticos”, cioè che il potere politico è riuscito a fare quel che voleva fare un imperatore tardo-medioevale: comandare anche sulle regole grammaticali. In questo caso, sulla grammatica elementare della scienza: che infatti si vede costretta, a causa di queste politiche, a favorire le ricerche più conformiste e meno innovative.
Anche peggio vanno le cose per l’altra missione fondamentale dell’università, la didattica: e qua si deve citare il silenzio delle istituzioni universitarie sul progetto di autonomia differenziata che mira a dare alla Regione Lombardia nientemeno che il “coordinamento delle università lombarde”, e in generale al potere politico delle tre regioni-locomotiva (Lombardia, Veneto ed Emilia) un ruolo determinante nella creazione di corsi professionalizzanti al servizio del territorio regionale.
Come anche con il Pnrr, e con altri infiniti provvedimenti, si stabilisce che di fatto i “portatori di interesse” del sistema universitario non sono i cittadini, ma i vari interessi economici legati alla politica. E che, di conseguenza, l’università non deve essere lasciata libera di elaborare idee e progetti per costruire una società diversa, ma deve essere messa al servizio della società come è oggi: così, di fatto, annullandone la funzione ultima.
Chi, dentro e fuori dell’università, dice che le bandiere del mio ateneo andavano abbassate perché nell’università non si fa politica, dovrebbe riflettere su tutto questo e su moltissimo altro: prendendo atto che le cose stanno esattamente all’inverso. E cioè che le bandiere di tutte le altre università sono automaticamente scese proprio perché da troppo tempo ci siamo abituati a non esercitare il pensiero critico, in una triste sudditanza al potere politico.
Lutto per B. nelle università, l’apoteosi della sudditanza

Chi dice che le bandiere dell’ateneo per stranieri di Siena andavano abbassate perché “non si fa politica”, non capisce che le cose stanno all’inverso

du Tomaso Montanari

L’interrogazione presentata da un cospicuo numero di parlamentari della Lega alla ministra dell’Università e della ricerca per chiedere “che si accertino le responsabilità” di chi scrive (nella scelta di non abbassare le bandiere di una università in ossequio al lutto nazionale imposto dal governo Meloni per la morte di Silvio Berlusconi) intende “assicurare che l’università resti un luogo di apprendimento e convivialità apartitico e apolitico”. Sorvoliamo sull’evocazione tragicomica della convivialità (forse pensano al declino delle mense universitarie?), e concentriamoci sul rapporto università-politica.
Da un punto di vista formale, la questione sta esattamente al contrario di come è stata raccontata da un sistema mediatico nutrito di ignoranza e fondato sulla servitù volontaria. Nessuna legge prescrive il collocamento delle bandiere a lutto sugli edifici pubblici in occasione del lutto nazionale: lo fa una circolare della Presidenza del Consiglio del 18 dicembre 1992, richiamata da quella della Presidenza Meloni del 13 giugno 2023. Ma la legge 168 del maggio 1989, attuando l’autonomia universitaria sancita dalla Costituzione, stabilisce che per le università “è esclusa l’applicabilità di disposizioni emanate con circolare”. Sta dunque ai rettori e agli organi di governo delle università stabilire, di volta in volta, se partecipare o meno al lutto nazionale attraverso il simbolo delle bandiere a mezz’asta: mi chiedo quali siano le ragioni che hanno convinto tutti gli altri rettori e rettrici ad abbassare le bandiere, aderendo al lutto più smaccatamente politico della storia della Repubblica, dedicato proprio a colui cui si deve (come ha ricordato Francesco Pallante qui sul Fatto) il massacro del sistema universitario italiano.
Ma si sbaglierebbe a pensare che coloro che guidano le università italiane abbiano inteso proporre a chi studia il modello di uomo pubblico incarnato da Berlusconi (anche se proprio questo, purtroppo, dicevano quelle bandiere calate): il problema è assai più profondo, e più grave. Ed è la totale sudditanza dell’università al potere politico, nazionale e locale.
Le passerelle universitarie dei potenti del momento (ricoperti di lauree ad honorem e invitati a tenere improbabili lectiones magistrales) ne sono solo la manifestazione più grottesca, ma la sostanza è che, dopo aver ridotto alla fame il sistema universitario con un continuo definanziamento, il potere politico ha iniziato a eroderne l’autonomia con crescente successo. A partire dalla ricerca: l’università ha accettato che essa sia valutata da una agenzia (l’Anvur) i cui vertici sono nominati dal potere esecutivo, e che opera secondo criteri la cui logica ultima non è scientifica ma appunto politica. Basti citare l’obbligo di classificare i cosiddetti ‘prodotti della ricerca’ in fasce che non avrebbero dovuto ospitare più del 25% dei testi e non meno del 5%: come ha scritto Maria Chiara Pievatolo, “se adottassimo una simile regola per gli esami di profitto, ci troveremmo a dire: ‘Lei meriterebbe 30, ma dovremo darle un voto più basso perché abbiamo già attribuito un voto di fascia superiore al 25% dei candidati all’appello’”. La stessa studiosa commenta la situazione della valutazione prendendo atto che “Caesar est supra grammaticos”, cioè che il potere politico è riuscito a fare quel che voleva fare un imperatore tardo-medioevale: comandare anche sulle regole grammaticali. In questo caso, sulla grammatica elementare della scienza: che infatti si vede costretta, a causa di queste politiche, a favorire le ricerche più conformiste e meno innovative.
Anche peggio vanno le cose per l’altra missione fondamentale dell’università, la didattica: e qua si deve citare il silenzio delle istituzioni universitarie sul progetto di autonomia differenziata che mira a dare alla Regione Lombardia nientemeno che il “coordinamento delle università lombarde”, e in generale al potere politico delle tre regioni-locomotiva (Lombardia, Veneto ed Emilia) un ruolo determinante nella creazione di corsi professionalizzanti al servizio del territorio regionale.
Come anche con il Pnrr, e con altri infiniti provvedimenti, si stabilisce che di fatto i “portatori di interesse” del sistema universitario non sono i cittadini, ma i vari interessi economici legati alla politica. E che, di conseguenza, l’università non deve essere lasciata libera di elaborare idee e progetti per costruire una società diversa, ma deve essere messa al servizio della società come è oggi: così, di fatto, annullandone la funzione ultima.
Chi, dentro e fuori dell’università, dice che le bandiere del mio ateneo andavano abbassate perché nell’università non si fa politica, dovrebbe riflettere su tutto questo e su moltissimo altro: prendendo atto che le cose stanno esattamente all’inverso. E cioè che le bandiere di tutte le altre università sono automaticamente scese proprio perché da troppo tempo ci siamo abituati a non esercitare il pensiero critico, in una triste sudditanza al potere politico.

domenica 25 giugno 2023

Driiinn!

 


Spinoza


 

Punto di vista travagliato

 

Ridateci il Puzzone
di Marco Travaglio
Nessuno può sapere come finirà la marcia-retromarcia su Mosca di Prigozhin e della sua banda mercenaria. Perché nessuno è nella sua testa e in quella dei suoi eventuali mandanti, interni o esterni, né in quella di Putin e degli altri boss russi. Ma gli epiloghi delle prove di guerra civile possono essere soltanto quattro. 1) Putin spazza via la rivolta della brigata Wagner e resta al potere più forte di prima. 2) Putin viene spazzato via dalla saldatura fra il tradimento dei soldati di ventura e quello di parte forze armate regolari e sostituito da qualcun altro, probabilmente peggiore di lui: uno di quelli che lo contestano non per la guerra in Ucraina, ma per essersi limitato a un’“operazione speciale” troppo prudente ed esitante. 3) Putin tratta con Prigozhin e si arriva a un compromesso, che rafforza il secondo e indebolisce il primo, sacrificando il ministro della Difesa Shoigu e riconoscendo in qualche modo il ruolo della Wagner nelle forze regolari. 4) Si apre una lunga e caotica guerra civile senza sbocchi, con pezzi di Russia controllati dai militari lealisti e altri dai mercenari e da reparti ammutinati; intanto la controffensiva ucraina, finora disastrosa, riprende fiato e piede approfittando del caos sul fronte avverso, magari riconquistando la Crimea che non solo Putin, ma tutti i russi e gran parte dei crimeani considerano Russia.
Malgrado il tifo che gli “atlantisti” più stupidi (quelli di casa nostra) fanno in queste ore per Prigozhin, non più cuoco-macellaio ma benemerito alfiere della verità che “smaschera le menzogne di Putin”, nessuno dei quattro scenari conviene all’Occidente, tantomeno all’Europa: né un Putin rafforzato, né un Putin indebolito e ostaggio dei falchi o addirittura rimpiazzato da qualcuno più estremista e feroce di lui (c’è l’imbarazzo della scelta); né una Russia destabilizzata dalla seconda guerra alle porte dell’Europa oltre a quella ucraina. Anche perché ciascuno scenario (tranne forse il primo) avvicinerebbe il rischio che qualcuno ricorra al nucleare, pescando per disperazione fra le 6mila o 9mila testate atomiche disseminate in Russia (e forse in Bielorussia). Chi, ingenuamente o dolosamente, pensava che i problemi a Est si sarebbero risolti con un bel golpe a Mosca – da Biden, subito smentito da chi a Washington ancora ragiona, ai fanatici inglesi, polacchi e baltici – ora trema all’idea che la Russia si spappoli come i Balcani, l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia. Con la differenza che la Russia è infinitamente più vasta e pericolosa di tutti quei Paesi destabilizzati dalle guerre folli e suicide della Nato. Nulla è peggio della permanenza di Putin al potere, tranne la prospettiva di vederlo cadere e poi di doverlo rimpiangere.

L'Amaca

 

Senza un euro ma patrioti
DI MICHELE SERRA
No ai “fondi stranieri” e ai “soggetti stranieri”, il debito pubblico “deve rimanere italiano”. È con questo concetto fieramente autarchico che il Salvini ha ri-bocciato il Mes, che da quello che si è capito sarebbe una specie di paracadute da tenere nell’armadio e da usare solo in caso di emergenza, ma nella visione salviniana è un grimaldello del bieco mondialismo per scardinare i forzieri della Patria. I “soggetti stranieri” si annidano nel Mes come gli achei nel cavallo di Troia.
La parola “italiano” ricorre, nei discorsi del Salvini, più della virgola. Tutto deve essere “italiano”, compreso il nostro cavernoso debito pubblico, conquistato con il sudore della fronte, l’ininterrotta lagna assistenzialista e la velocità di gamba con la quale scansare le tasse. In questo senso il Salvini ha mille volte ragione: l’italianità del debito italiano andrebbe rivendicata con lucido realismo. Alla stessa maniera l’italianità delle frane e delle alluvioni, l’italianità del ponte Morandi, l’italianità delle mafie (ne abbiamo una collezione quasi prodigiosa), l’italianità di tutte le nostre magagne e omissioni.
In fin dei conti sarebbe un bel passo avanti, perché il patriottismo facile e piacione (“siamo i migliori!”) potrebbe essere bilanciato da una specie di patriottismo riflessivo: siamo anche dei notevoli pirla, e in qualche caso dei mascalzoni di lunga esperienza e di tenace fedeltà alle cause peggiori.
Ogni paio di settimane si dovrebbe aprire l’oblò che si affaccia sul debito pubblico (possiamo immaginarlo identico al deposito di Paperone, ma vuoto e rimbombante) e constatare, con la voce di Alberto Sordi, che non c’è una lira. Nemmeno un euro, ma è valuta straniera e dunque possiamo fare finta che non ci riguardi.

sabato 24 giugno 2023

Dal futuro


Dalle Cronache di Storia (edizione del 2045)

L’antipatia si materializzò in questo paese a cavallo del millennio in questo contenitore, che vediamo in foto, di uno snobismo esasperato, nel Bignami del “io so’ io e voi nun siete un caxxo!”; all’anagrafe risulta chiamarsi Garnero, ma nell’allocchismo imperante preferì tenere il cognome del primo marito, Santanchè, o meglio, Santa(de)chè; con un timbro di voce irritante persino un bonzo sotto morfina, questo compendio dell’inettitudine girovagò nei meandri della cosiddetta Casa delle Libertà, approdando nel 2020 nel regno dei Fasci Assopiti, diventando, contro ogni logica e dignità, ministro del Turismo, pur possedendo quote di uno stabilimento ad uso di riccastri nel viareggino. 
Nella tv di stato oramai assopita, al solito, ai voleri del potere di turno, una trasmissione ancora miracolosamente libera, Report, portò a galla le nefandezze amministrative della Garnero al tempo in cui stava preparandosi ai box per la successiva carriera ministeriale: un simposio di nefandezze, di fatturazioni, di fallimenti, di pagamenti bluff, di fatture mai saldate, da far impallidire Al Capone e Banda Bassotti. Garnero recalcitrò all’inverosimile, rifugiandosi dietro al “fateviicaxxivostri” molto di moda all’epoca del fascismo dormiente, ispirata da un ministro della Giustizia, tale Nordio, che stava alla legge come un defunto Puttaniere Maximo di quegli anni, all’onestà. In quel periodo nel governo vi era pure la presenza di un ministro tra i più imbelli della storia italiana, che fu insonorizzato e quasi narcotizzato da un modellino di ponte che mai fu realizzato, ma che a lui piaceva tanto, visto che ci giocava spasmodicamente. 
Come tutte le altre storie invereconde della nazione, la vicenda Garnero fu dimenticata molto presto dal popolo, distratto com’era da eventi mediatici propinati dal potere dell’epoca, tra cui spiccava “il Grande Fratello Vip”, una mercificazione insalubre, proteggente la casta dall’emersione dei loro misfatti.