Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 22 giugno 2023
Oh Sorella!
Certo che ce ne sono di pensieri che si affollano in cervice davanti a questa avventura finita male - almeno sembra speriamo di no! - dei cinque passeggeri sperduti nell'oceano più profondo, partiti per andare a vedere da vicino il Titanic e la sua fama iettatoria.
Miliardari si dirà, capaci di spendere 250mila euro a testa per partecipare all'evento, a parte il titolare della società, anch'egli del gruppo. Sfidare il destino o sfamare la recondita smania umana di esplorare? E poi: giocare con la vita dall'alto del conto in banca?
Cosa avranno pensato in quei drammatici momenti quelle cinque persone? Nel buio dell'oceano, abbandonati a se stessi con difronte l'avanzamento inesorabile di Sorella Morte!
La vita, gli affetti, gli affari, il mondo conosciuto, i viaggi, le scoperte, le risate, i dolori tutto dinnanzi che sbiadisce via a via, inesorabilmente.
L'abnorme differenza con la gran parte dell'umanità che non conosce il momento ineluttabile della dipartita e loro che con contezza glaciale, rotta dalla speranza del ritrovamento, si sono preparati all'appuntamento, come persone destinate all'esecuzione capitale.
Avranno maledetto il giorno in cui gli venne in mente di sfidare la normalità per affrontare il viaggio nel cuore oceanico. E il proprietario? Si sarà sentito responsabile? Avrà urlato contro i suoi ingegneri, contro i collaudatori?
Una morte strana, quasi cercata. Nel buio la glacialità della carenza d'ossigeno che provoca stordimento, l'arrivo del sonno con la consapevolezza del non risveglio eterno. Le preghiere al proprio dio. Il silenzio. Il silenzio.
Luttazzi
L’angela della morte, l’oracolo su Berlusconi e le gag di Emilio Fede
di Daniele Luttazzi
Le sbroccate di Emilio Fede fanno parte del personaggio, che a me fa simpatia da quando lo intervistai a Barracuda (Italia 1, 1999). Due anni dopo, fresco di Satyricon, mi capitò di rincontrarlo al ristorante del Jolly Hotel di Milano 2. Uscendo, lo saluto: “Buongiorno, direttore”. Allungo la mano, ma lui rifiuta di stringermela: “No, no”. Era a tavola col suo vice, che mi guarda incredulo. Insisto: “Andiamo, direttore: è il gioco delle parti”. Me la dà con riluttanza. Colgo l’occasione per invitarlo alla prima del mio spettacolo teatrale, quella sera. Mi ringrazia, e mi dice che vorrebbe darmi una copia di Una storia italiana, l’album fotografico che Berlusconi aveva inviato alle famiglie italiane come propaganda elettorale. “Vieni in redazione, oggi pomeriggio”. La redazione del Tg4, all’epoca, era a pochi passi da lì: un luminoso, lungo stanzone con una parete di vetrate che davano sul laghetto dei cigni. In fondo c’era il suo ufficio. Alla reception dico che ho un appuntamento col direttore. Prima gag: l’addetto mi chiede chi deve annunciare. Mi conosceva benissimo: in quegli studi avevo lavorato per due anni a Mai dire gol. Inoltre, da settimane, tv e giornali non facevano che parlare del caso Satyricon. Infatti la guardia giurata, in piedi lì accanto, lo guarda incredulo. Quello fa una telefonata. Ottenuto l’ok, mi dà un badge ospite e mi fa accompagnare dalla guardia giurata. Seconda gag: in una chicane del corridoio, al sicuro da occhi e orecchi indiscreti, la guardia giurata si ferma, si gira e mi fa: “Qui posso dirglielo, Luttazzi: complimenti”. E mi stringe la mano. Mi lascia all’ingresso della redazione. Nel lungo stanzone, i tavoli sono ordinati lungo le pareti a destra e a sinistra. Come incedo regale nel mezzo, tutta l’attività si blocca di colpo: le giornaliste mi fissano allibite. Che ci faccio lì? Dalla porta in fondo mi viene incontro Fede: “Ah, poi sei venuto”. Mi porge il fascicolo di Una storia italiana. E qui c’è la terza gag. Mi dice: “Ecco qua. È una delle ultime copie rimaste”. E io: “Perché, sono andate a ruba?”. E Fede sbrocca: “Vaffanculo! Vaffanculo!”. Me ne vado ridendo, felice della mia beffa di Buccari, fra i sorrisi delle giornaliste. “La aspetto stasera, direttore”. (Non venne).
Gli oracoli dell’antichità giocavano l’enigma sulla metafora. Eschilo evitava l’abitato perché un oracolo gli aveva predetto che sarebbe morto per la caduta di una casa. Un giorno che era sdraiato sull’erba, un’aquila gli fece cadere in testa una tartaruga, la cui casa, il carapace, gli sfondò il cranio. Ho capito che Berlusconi era spacciato quando ho letto che era andato a trovarlo in ospedale la madre di Marta Fascina, Angela Della Morte.
Gli spettatori di un film comico ridono tutti allo stesso momento. Ma questo non accade con un dramma. Se gli spettatori di un dramma si mettessero a singhiozzare tutti nello stesso momento, sarebbe comico. Che è uno dei motivi per cui ogni funerale è sempre ridicolo.
Due ebrei scoprono che Hitler fa una passeggiata in una certa stradina tutte le mattine alle 8, così decidono di aspettarlo nascosti, e di ucciderlo per salvare il mondo. Vanno in questa stradina alle 5, si nascondono e aspettano. Le 6: aspettano. Le 7: aspettano. Le 8: niente Hitler. Continuano ad aspettarlo. Le 9. Le 10. Le 11. Alle 4 del pomeriggio uno dei due dice: “Spero non gli sia successo niente!”. Non conosco allegoria migliore sul rapporto fra i satirici italiani e Berlusconi.
Il mio ringraziamento invece va a Sua Maestà la regina Elisabetta II: la sua amicizia cordiale e i suoi consigli sapienti furono per me di enorme conforto durante l’editto bulgaro.
Per i posteri
Lula: “Con la fame nel mondo spendiamo per le armi?”
LUIZ INÁCIO LULA DA SILVA - Il presidente brasiliano in visita a Roma tesse una trama che va dall’India alla Cina per il negoziato in Ucraina: “È un conflitto insulso”
di Domenico De Masi
Con Lula non passa anno che non ci si riveda e non si trascorra insieme qualche ora di affettuosa amicizia. Anche quando lui era in carcere a Curitiba sono risuscito ad avere 60 minuti di colloquio nella sua cella. Questa volta, appena lui è arrivato a Roma, ci siamo regalati un paio d’ore di tranquillo scambio d’idee.
La guerra in Ucraina e quella interna
Di cosa si può parlare con un personaggio come Lula, reduce dal recente G7 di Hiroshima dove si è fiondato anche l’ubiquo Zelensky? L’Ucraina è lontana dal Brasile, ma l’eco della guerra e i suoi possibili esiti nucleari sono vivi e allarmanti a tutte le latitudini. Da mesi Lula sta tessendo una vasta trama che va dall’India alla Cina e che ha come idea centrale della pace quella stessa auspicata da papa Francesco. Con noi, in questo colloquio romano, c’è anche il comune amico Celso Amorim, consigliere del Presidente ed ex-ministro degli Esteri, appena tornato da viaggi esplorativi a Kiev e a Mosca.
Ma Lula ha una guerra interna cui dare la precedenza assoluta: quella contro la povertà e l’analfabetismo di 30 milioni di brasiliani che già nei primi suoi due mandati rappresentarono il suo assillo prioritario. Il Brasile, insieme alla Cina, fu l’unico Paese in cui le disuguaglianze diminuirono. 40 milioni di brasiliani salirono nella scala sociale passando da sottoproletari a proletari, da proletari a piccola borghesia, da piccola borghesia a media borghesia. “Come è possibile fare una guerra insulsa e spendere miliardi per armi mortali mentre un miliardo di esseri umani soffrono la fame nel mondo?”, si chiede Lula.
Uno sguardo al paese immenso
Tom Jobim, uno tra i più noti e amati autori di bossanova, dice che “il Brasile non è un Paese per principianti”. Dunque, cerchiamo di attrezzarci con qualche dato statistico.
Grande 28 volte l’Italia. I suoi 211 milioni di abitanti appartengono a più di 40 etnie passando dai neri di origine africana ai gialli di origine cinese ai biondi di origine tedesca. Gli oriundi italiani sono 30 milioni, sei dei quali risiedono a San Paolo formando così la città italiana più grande del mondo. 1.400 aziende italiane operano in Brasile e 20 aziende brasiliane operano in Italia.
Nella graduatoria mondiale dei Paesi in base al loro Pil, l’Italia è all’8° posto e il Brasile è al 9°. Il divario cresce notevolmente se si comparano i Pil pro-capite: in media un brasiliano dispone di 9 dollari, un italiano di 33 dollari. La struttura del Pil dei due Paesi è molto simile: il 74,5% in Brasile e il 75% in Italia proviene dai servizi. Notevole, invece, è la differenza per quanto riguarda il numero di addetti all’agricoltura: 9% in Brasile, 4% in Italia. Ma il settore agricolo consente al Brasile di essere il primo al mondo per produzione di caffè; il secondo per produzione di soia e di zucchero; il terzo per produzione di carne e di frutta.
Nella graduatoria mondiale della produzione manifatturiera l’Italia è al 7° posto mentre il Brasile è al 14°. Se invece si considera la produzione di energia, il Brasile è al 10° posto nel mondo mentre l’Italia è oltre il trentesimo. Se poi si considera la produzione di energia pulita, il Brasile è di gran lunga al primo posto: l’87% dell’elettricità proviene da energia rinnovabile, contro il 28% della media mondiale.
Questo è il rapido identikit della Repubblica presidenziale del Brasile, di cui Lula da Silva è presidente per la terza volta. Nato nel 1945 nello Stato di Pernanbuco da genitori poverissimi e analfabeti, ha fatto le scuole in modo irregolare ma ciò non gli ha impedito di essere il presidente brasiliano che ha creato il maggior numero di nuove università. Con sua madre e i suoi sette fratelli è vissuto per anni nel retrobottega di un bar. Ha fatto il lustrascarpe, il venditore ambulante, l’operaio metalmeccanico, il sindacalista.
Nel 1980 è stato uno dei fondatori del Partido dos Trabalhadores (Pt). Due volte presidente della Repubblica (2003-2011) è stato poi il principale oppositore di Bolsonaro e del suo governo di estrema destra. Incarcerato per 580 giorni in base a prove false, è stato poi scagionato e rieletto presidente il 2 ottobre 2022.
Alla ricerca di un ordine multipolare
Il presidente è ben consapevole che il Brasile non è neoliberista come gli Stati Uniti e non è autoritario come la Cina, esercita una leadership sicura in tutto il continente neo-latino e può guidare le sorti del Mercosur (il mercato comune sudamericano) di cui è il partner più forte. Dunque il Brasile “ha un ruolo importante da svolgere per la necessaria e urgente transizione da un mondo unipolare (Usa) e poi bipolare (Usa-Cina) a un mondo multipolare in cui ogni paese abbia la libera e reale possibilità di svilupparsi e allearsi in base ai suoi valori e alle sue scelte”.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, gli Stati Uniti hanno nutrito il sogno di “americanizzare” il pianeta. La globalizzazione perseguita dal neoliberismo americano non si accontenta – come fece la Gran Bretagna – di controllare le rotte navali e imporre le merci inglesi. Al suo dominio commerciale l’America vuole aggiungere quello finanziario e quello culturale; all’esportazione dei dollari vuole aggiungere l’esportazione dell’americanità fatta di cinema, musica, abiti, usi e costumi, tutti Made in Usa. Come disse Illich: “Ormai avere sete significa avere sete di Coca-Cola”.
Il Brasile è forse il Paese occidentale dove questa operazione onnivora degli Stati Uniti resta tuttora incompiuta: nonostante gli sforzi d’ogni genere, l’America non è riuscita a conquistare l’anima brasiliana.
L’Europa rinunciataria e l’amore per l’Italia
A differenza di quella francese o canadese o tedesca o italiana, la forma mentis dei brasiliani è ancora prevalentemente brasiliana. Hollywood non ha spodestato gli studi Projac della Globo, il jazz non ha silenziato la bossanova, i romanzi di De Lillo non hanno spiazzato quelli di Jorge Amado. I valori dominanti in Brasile sono tuttora l’allegria, la sensualità, l’accoglienza, la solidarietà, la multiculturalità. In più di 500 anni dopo la scoperta, il Brasile ha fatto una sola guerra (contro il Paraguay tra il 1864 e il 1870) mentre l’America ha portato incessantemente il suo esercito e le sue armi nel mondo intero.
Sotto questo aspetto l’atteggiamento dell’Europa risulta meno comprensibile e forse giustificabile. Decine di Stati, ognuno con una sua lingua, una sua letteratura, una sua arte e una sua musica, tutti complementari tra loro per storia e per risorse, non riescono a nutrire un sentimento orgoglioso della propria ricchezza culturale, a darsi una guida e un programma comuni capaci di valorizzare il più ricco mercato del mondo e il più straordinario vivaio di intelligenze.
Oltre a una compresenza di etnie, il Brasile gode, nello stesso perimetro nazionale, di una straordinaria simultaneità di epoche storiche per cui vi convivono, fianco a fianco, la società pre-rurale dell’Amazzonia, quella rurale del Ceara, quella industriale di Minas Gerais e quella postindustriale di Rio de Janeiro. Ciò consente un interscambio di esperienze che smussa gli angoli e conferisce al popolo brasiliano quella morbidezza che lo rende unico in uno scacchiere mondiale attraversato da prepotenze insensate.
Con Lula – democratico coerente e infaticabile combattente per le uguaglianze e per la libertà – è difficile interrompere il dialogo che spazia dal Brasile, con i suoi problemi e le sue preziosità, all’Italia con altrettanti problemi e più numerose occasioni perdute, al mondo intero sempre più distante dalla globalizzazione di stampo Usa e sempre più alla ricerca di un nuovo equilibrio multipolare. Di certo c’è che Brasile e Italia hanno un’anima in feconda sintonia che va alimentata e che trova in Lula un garante prezioso.
What is the flag?
Sul Nordio imb...
