martedì 13 giugno 2023

Sano dissenso


Scrivo a tutta la comunità per assumermi la responsabilità di una scelta, evidentemente controcorrente, in occasione della scomparsa di Silvio Berlusconi. 
Di fronte a questa notizia naturalmente non si può provare alcuna gioia, anzi la tristezza che si prova di fronte ad ogni morte. Ma il giudizio, quello sì, è necessario: perché è vero che Berlusconi ha segnato la storia, ma lo ha fatto lasciando il mondo e l’Italia assai peggiori di come li aveva trovati. Dalla P2 ai rapporti con la mafia via Dell’Utri, dal disprezzo della giustizia alla mercificazione di tutto (a partire dal corpo delle donne, nelle sue tv), dal fiero sdoganamento dei fascisti al governo alla menzogna come metodo sistematico, dall’interesse personale come unico metro alla speculazione edilizia come distruzione della natura. In questo, e in moltissimo altro, Berlusconi è stato il contrario esatto di uno statista, anzi il rovesciamento grottesco del progetto della Costituzione. Nessun odio, ma nessuna santificazione ipocrita. Ricordare chi è stato, è oggi un dovere civile.
Per queste ragioni, nonostante che la Presidenza del Consiglio abbia disposto le bandiere a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici da oggi a mercoledì (giorno dei funerali di Stato e lutto nazionale), mi assumo personalmente la responsabilità di disporre che le bandiere di Unistrasi non scendano. 
Ognuno obbedisce infine alla propria coscienza, e una università che si inchini a una storia come quella non è una università.
Col più cordiale saluto,

il Rettore
Tomaso Montanari
Professore ordinario di Storia dell'arte moderna

Rettore dell'Università per Stranieri di Siena

Corrias completa il tutto

 

Soldi, tv e anime nere. Così si è preso l’Italia. Il doppio volto di Berlusconi

1936-2023 - Ultimo schermo. Da Mediolanum alla P2, da Craxi ai matrimoni: ha vissuto più di tutti, incassato più di tutti

di Pino Corrias 

Fine della sua straordinaria avventura di Fondatore, che è stata doppia fin dall’inizio, metà nella piena luce dello Spettacolo anche politico, l’altra in quella sempre oscura del Potere. Con Silvio Berlusconi, re di tutti gli incantamenti, se ne vanno quarant’anni della nostra storia, spesso la peggiore, lasciandosi dietro, oltre a una terrificante ricchezza, una intera epopea di successi, scandali, sconfitte, processi, due matrimoni veri, uno finto, a riempire gli scaffali di una doppia vita moltiplicata per cento vite, che partendo da una piccola periferia nella Milano del Dopoguerra ha ottenuto sempre il massimo dallo specchio delle sue brame, anche nel danno, e ha conquistato quasi tutto. Non solo le ville, i panfili, le pupe, le tv, il cinema, i trionfi del Milan, i fatturati di Mediolanum, quelli del gas russo, i forzieri d’oro sotterrati nel mondo, l’impunità (quasi) perpetua da P2, mafia, corruzione.

La banca rasini e l’aspirapolvere folletto

Ma anche il potere di tutti i poteri, quello dei Palazzi, declinato in un partito carismatico inventato per salvarsi dall’abisso, e con milioni di elettori che hanno felicemente comprato il suo mirabolante sogno del sole in tasca, acquistabile in tante comode rate. Salvo che il sole, le rate e la tasca erano sempre roba sua. A noi, gentile pubblico della sua insonne impresa, solo le luci del suo lungo e talvolta tragico varietà che erano fatte apposta per lasciare il buio in sala quando il numero sarebbe finito. E il palcoscenico vuoto, dove non salirà nessun erede.

Tra il vero e il verosimile, inizia tutto a Milano, al quartiere Isola, un 29 settembre del 1936. Padre cassiere della banca Rasini, madre casalinga, una sorella e un fratello minori anche nel destino. Infanzia a latte e pane nero, durante la guerra. Le scuole dai Salesiani. I primi soldi guadagnati vendendo aspirapolveri Folletto e cantando sulle navi della Costa Crociera: “Improvvisavo canzoni sulle belle ragazze in sala”. La laurea in Giurisprudenza con tesi sulla pubblicità. Il primo mattone nel 1961: “Lavoravo in cantiere anche il sabato. In canottiera e con il pennello in mano”. Poi le torri di Brugherio. Poi il primo quartiere satellite, Milano 2, finito di costruire nel 1979, che lui chiamava “architettura corale”, finanziata non si sa come e da chi, 6mila abitanti, le piste ciclabili, il laghetto, le palestre, lo slogan: “Il silenzio non ha prezzo”. Che riletto alla luce delle future accuse di finanziamenti mafiosi, dopo gli incontri milanesi con il boss Stefano Bontate, primi anni 70, ha una sua allarmante pertinenza.

Tv e “serenità”, ma la pistola sulla scrivania

E insieme ai prati fioriti, la primissima televisione condominiale, Telemilano, che diventerà Canale 5, il cuore della tv commerciale che ha fabbricato come nessuno prima di lui, grazie alla sua perfetta sintonia con l’italiano medio. Sbaragliando tutte le dinastie di carta: gli Agnelli, i Rusconi, i Rizzoli, i Mondadori. “Inventavo i palinsesti di notte. Per entrare nelle case degli italiani volevo conduttori eleganti, sbarbati, gentili. Donne bellissime. Serenità”. Lo ha fatto violando (serenamente) tutte le leggi dell’etere, tutte le regole in vigore, a cominciare dal monopolio pedagogico della Rai, cambiando per sempre il costume degli italiani, le loro abitudini e i consumi, il linguaggio e le aspirazioni. Cioè tutto quello che i suoi venditori di Publitalia, dal 1980, contabilizzavano in spot. Un miliardo di lire di fatturato il primo anno. Cinquemila vent’anni dopo, moltiplicati in euro fino a oggi.

Nell’anno 1977 è un milanese in rampa di lancio che vale 2 miliardi di lire. Costruisce case. Si dichiara democristiano. Il presidente Giovanni Leone lo nomina Cavaliere del lavoro. Gira con una Maserati Bora, due auto di scorta e si fa fotografare con la pistola sulla scrivania. Giorgio Bocca scrive: “Ma di cosa ha paura questo palazzinaro sconosciuto?”. Camilla Cederna lo incontra per la prima volta e sull’Espresso scrive: “In un ambiente di lusso, saloni uno via l’altro, continua a parlare un uomo non tanto alto, con un faccino tondo da bambino coi baffi, nemmeno una ruga, e un nasetto da bambola. Completo da grande sarto, leggero profumo maschio al limone. Mentre il suo aspetto curato, i suoi modini gentili, la sua continua esplosione di idee piacerebbero a un organizzatore di festini e congressi, il suo nome sarebbe piaciuto molto a Carlo Emilio Gadda. Si chiama infatti Silvio Berlusconi”.

Il bunker di Arcore e i labirinti della “legge”

E giusto Gadda avrebbe potuto raccontarne l’epopea da quei dettagli che già dicevano tutto di un uomo che dopo i mattoni assalta l’etere tv, protetto dal nascente potere di Bettino Craxi, che finanzierà sino al terremoto di Tangentopoli. Per poi voltargli le spalle, lasciandolo al suo destino di fuggiasco. E prendere il suo posto al centro della politica italiana, federare una nuova destra dilettante in tutto, ma ottima per ubbidire, salvarlo dai debiti e dai tribunali con leggi a sua misura, complici i silenzi della sinistra, e lo zelo di 105 avvocati a libro paga. Sudditi tutti, fino alla suprema farsa di quel 5 aprile 2011, quando 314 deputati della sua maggioranza, compresa l’underdog Giorgia Meloni, voteranno che Ruby, la minorenne pescata tra i dessert delle cene eleganti, era davvero “la nipote di Mubarak”.

Ma a dirne il suo lato oscuro, più di Gadda servirebbe Scerbanenco, per raccontare la storia del suo primo e proverbiale regno, la reggia di Arcore, villa San Martino, 20 ettari di parco, i quadri, i cavalli, gli arredi, che comprò per due lire, dopo il sangue versato dal marchese Camillo Casati Stampa che sparò prima alla moglie, poi all’amante di lei, poi a se stesso in un luminoso attico romano, lasciando orfana la loro figlia diciottenne. La quale, prima di sparire per sempre in Brasile, si fidò del suo giovane avvocato romano, Cesare Previti, che aveva trovato un acquirente, solvibile all’istante, un industriale milanese. Avvocato col quale Berlusconi si intese già al primo sguardo e per tutti i successivi, esperto com’era di labirinti romani e di magistrati capaci di sbrogliarli.

È sempre nel villone di Arcore che compare l’altra anima nera di Berlusconi, Marcello Dell’Utri, palermitano fatto di silenzi e ombra, ingaggiato bibliotecario, si disse, per la cura dei 10mila volumi dei Casati, ma che sbrigò l’arrivo da Palermo di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, in realtà killer di mafia a garanzia, diranno i sospetti prima dell’Interpol, poi di Paolo Borsellino, dei debiti contratti con le famiglie siciliane.

I format pre-politici e Forza Italia

Abisso perfezionato, nell’anno 1978, con l’iscrizione alla loggia di Licio Gelli, tessera 1618. Altra rete di protezione che garantiva prestiti dalle banche amiche a cominciare dal Monte dei Paschi, fideiussioni perpetue che gli permettevano di brillare nella parte emersa delle sue creature, dov’era l’intrattenimento televisivo a esercitare quella ipnosi niente affatto innocua dentro cui macinavano ascolti Mike Bongiorno e il Maurizio Costanzo Show, le serie americane di Dallas e Beautiful titolari della religione dei soldi e del successo, l’informazione di Emilio Fede, il borotalco politico di Gianni Letta, le manutenzioni di un Confalonieri eternamente Fedele, a formare una identità, una sintonia anche sentimentale con il Paese. Che in forma prepolitica era fatta di Sorrisi e Canzoni, come recitava il suo settimanale di carta, 2 milioni di copie negli anni d’oro, ma che era pronta a diventare il palinsesto di un partito, con l’inno dondolante su cielo azzurro, le bandiere al vento. Bastando il sorriso del Capo a trasformare quel pubblico televisivo in un elettorato, quando le impalcature della Prima Repubblica vennero giù e Berlusconi, nell’anno cruciale 1993, perfezionò l’allestimento del teatro suo. Lo intitolò Forza Italia, un mix di buoni sentimenti e di rancori antisistema, di frottole liberali e blande intenzioni autoritarie, di buonismo compassionevole e intolleranza alle regole, capace, nei primi anni del potere, di tenere insieme il tricolore sovranista dei post missini di Gianfranco Fini e l’Ampolla pagana del dio Po, innalzata dal secessionista Umberto Bossi.

“Avere tre televisioni mi ha danneggiato”

Tutto talmente finto da essere tramontato persino nel ricordo di questi quarant’anni di risacca politica in cui anche il masochismo della sinistra – credendosi astuta quanto Massimo D’Alema, Luciano Violante, Walter Veltroni – ha fatto la sua parte a consolidare il potere permanente di Berlusconi. I suoi conflitti. I suoi interessi. Il suo vittimismo: “Avere tre televisioni mi ha danneggiato”. E a riverirlo, offrendogli la testa di Romano Prodi che lo aveva battuto due volte su due, in attesa di una mancia adeguata in monete di consociativismo sonante.

Al netto delle molte opposizioni sociali, solo Berlusconi è stato capace di sfiancare Berlusconi. E poi la solitudine, suo eterno malanno psichiatrico, che credeva di guarire comprandosi il mondo. Solitudine che si aggrava in una manciata di anni, quando Veronica Lario lo abbandona in pubblico rinfacciandogli “le vergini che si offrono al Drago”; muore la madre Rosa Bossi; i conti dell’Italia vanno in malora al punto da costringerlo a uscire di scena dal retro del Quirinale, 12 novembre 2011. E l’anno dopo il Tribunale di Milano lo condanna per frode fiscale.

Declino intollerabile per il suo “narcisismo patologico”, di “unto del Signore”, non giudicabile dai magistrati “malati di mente”, ma solo dal popolo che lo ha eletto. Un narcisismo che gli consentiva di sbrigare un vertice internazionale con Angela Merkel e uno notturno con Patrizia D’Addario. Volare da Putin a Mosca e a Milano incontrare Lele Mora, spacciatore di vite a perdere. Frequentare Walter Lavitola, trafficante di pesce e sbrigare un summit con Gheddafi. Organizzare le vacanze con Giampaolo Tarantini, la sua batteria di prostitute, e festeggiare Barack Obama alla Casa Bianca.

Silvio Berlusconi ha vissuto più di tutti. Incassato più di tutti. Lascia un immenso patrimonio ai cinque figli. Qualche casa alle amanti. Un danno permanente all’Italia, compreso un partito di sola plastica. E poi lascia agli storici una intera mitografia, un’Era senza riforme, senza onore, intitolata a suo nome, e una infinità di bugie come mancia in spiccioli.

In che senso Cipollino?




L'Amaca

Quello che è difficile spiegare

DI MICHELE SERRA

Quello che è stato difficile spiegare, in tutti questi anni, è che la politica c’entrava, sì, ma relativamente. Se mezza Italia lo ha detestato, e mezza Italia applaudito, non è perché fosse “di destra”.
Conosco persone “di destra” (una era mio padre) che quando lo vedevano in televisione cambiavano canale. E conosco persone “di sinistra” che lo trovavano energico e divertente: “È molto simpatico, come fai a non rendertene conto?”
Effettivamente: non me ne sono mai reso conto.
No, la politica non basta. Nemmeno l’etica, che pure pesa assai nella biografia di un uomo che certo non ne avvertiva l’esigenza. Ha pesato molto di più il giudizio su quella tipologia umana, quell’atteggiamento di fronte alla vita, alla società, agli altri.
Franco Cordero, severissimo, lo chiamò “l’egolatra”. L’adoratore di se stesso. Si amava. Si piaceva. Si considerava unico e insostituibile, e soprattutto esente da limiti. Tutti i limiti: di legge, di età, di fragilità. Non aiutato, in questo smisurato piacersi, dalla corte indecorosa che lo blandiva, compreso quel medico che di lui disse: è tecnicamente immortale. Mi sono sempre chiesto come potessero votarlo i cattolici, per i quali l’umiltà (“polvere ritornerai”) dovrebbe essere la prima delle virtù. Evidentemente non lo è.
Il vero punto che pesa, nel giudizio profondo su di lui, è dunque la dismisura.
“Non sopporto quelli che si vantano”, diceva sempre mio padre (di destra). In fondo, è tutto lì. Tutto spiegato. Tutto già detto. Compreso il fatto che per me, e per molti altri italiani, domani sarà un giorno di rispetto e di silenzio. Ma non di lutto nazionale. Chi lo rimpiange come un padre della Patria, sappia che la mia Patria è un’altra.

Visto da Ezio

 

Addio al pioniere
del populismo
che visse tre vite
Immobiliarista, poi imprenditore tv, infine leader politico. Silvio Berlusconi è morto lontano dalla sua Arcore

DI EZIO MAURO

Aveva cercato l’immortalità in ogni gesto della vita e soprattutto nel culto di se stesso, come se il mito del sovrano potesse generarla e l’esercizio del comando fosse in grado di garantirla. E invece anche Silvio Berlusconi ha dovuto arrendersi ieri mattina, concludendo la sua vita spettacolare in ospedale, fuori dall’unico vero teatro che aveva scelto per la rappresentazione della sua esistenza, quella villa di Arcore che era diventata da vent’anni il fondale della politica italiana, il castello della sua diversità, lo scenario eccentrico di un’anomalia trasformata in leadership. Così oggi resta l’incompiuta di un accumulo senza precedenti di un potere plurimo - economico, finanziario, mediatico, e infine soprattutto politico - che non viene portato al suo destino, ma rimane sospeso, perchè era talmente intrinseco alla sua figura da non essere trasmissibile. Come se il primato del Cavaliere coincidesse con la sua condanna: ha costruito tutto a sua immaginee somiglianza, ad eccezione del successore, disconoscendo i pretendenti ogni volta che si affacciavano alla scena, e imprigionando il futuro dentro il doppiopetto presidenziale, tagliato e cucito soltanto sulla sua figura. Il fondatore non concepiva una ri-fondazione, la sua creazione politica (che sublima e garantisce le avventure precedenti) finisce con lui, perchè era stata concepita fin dall’inizio in esclusiva per un unico interprete, che le ha fornito l’anima ideologica e il corpo fisico, trasfigurandolo in simbolo.
Questo spiega la singolarità irriproducibile del berlusconismo. Fin dalla costruzione dell’immagine di sè come quella di un self made man, un uomo del fare che nasce nel campo autonomo del business: mentre in realtà era un figlio prediletto del sistema già nell’esperienza immobiliare, ancorpiù in quella televisiva benedetta, legalizzata e garantita da Craxi, per finire con la discesa in campo politica, quando decise di giocare in proprio, ma si presentò come il principe ereditario del perimetro e dei voti del Caf, l’alleanza moderata della Prima Repubblica morente intorno ai nomi di Craxi, Andreotti e Forlani. In tutte e tre queste sue vite, tuttavia, Berlusconi ha portato qualcosa di originale e personalissimo: un istinto da outsider che conviveva con le servitù politiche e con le coperture oscure (lo “stalliere” Mangano legato alla mafia e arruolato da Dell’Utri ad Arcore, la tessera P2 numero 625 fin dal 1978), garantendogli una presa nel favore popolare, dov’era percepito insieme come uomo d’ordine e sfidante dell’establishment tradizionale.
In questo si può dire che abbia anticipato l’ondata mondiale del populismo e l’incarnazione della moderna destra egolatrica e disposta a tutto di Donald Trump: nell’insofferenza per l’élite, nella mancanza di soggezione per la cultura ufficiale, nell’infrazione permanente della regola, nello sfondamento del politicamente corretto. Tutti elementi fondamentali del trumpismo, compreso il finale da Caimano. Tutto però già visto ad Arcore, sperimentato in anticipo nel laboratorio senza pace del berlusconismo, che applicava lo schema della ri-creazione televisiva alla politica, realizzando ogni volta l’inconsueto. E confermando l’anomalia permanente del Cavaliere, scandalo per i suoi oppositori, garanzia di non omologazione per i suoi seguaci.

Come definire quell’istinto? Nel mondo del business, è una natura da rider, con l’uncino del predatore sorridente ma senza pietà, e col mistero mai svelato delle origini di quella fortuna. Nel mondo dellapolitica, è un modello reaganiano, una vocazione naturale di destra, paternalistica ma feroce, padronale anche se con la maschera del sorriso. Con l’obiettivo opposto a quello della Democrazia Cristiana, che drenava gli interessi di destra del Paese rivolgendoli al centro, mentre il Cavaliere intercettava le abitudini centriste e moderate della medietà italiana e le convertiva a destra, radicalizzandole. Spregiudicato rispetto alla tradizione, incurante della storia, quando gli è servito incassare i voti post- fascisti di Fini lo ha fatto, scongelandoli dal freezer esterno all’arco costituzionale: senza mai chiedere in cambio una revisione ideologica e una rottura con la stagione missina e l’eredità di Almirante. Da uomo nuovo, saltava i passaggi e ignorava i rituali politici e istituzionali. Semplicemente, prendeva quel che gli serviva, con la disinvoltura senza scrupoli di acrobazie che provocavano contemporaneamente una lesione e un’innovazione nel sistema: e lui era pronto ad approfittare di entrambe. Quando ha avuto bisogno di unire il nazionalismo di Alleanza Nazionale allo pseudo-separatismo nordista della Lega, ci è riuscito. Quando ha puntato sulla riedizione dell’anticomunismo classico, fuori stagione, il Paese ha dovuto prendere atto che quella predicazione raccoglieva ancora fedeli, anche se era già caduto il Muro. Quando ha provato a risorgere dalle sconfitte politiche e dall’esclusione dal parlamento, nemmeno i suoi seguaci pensavano che ci sarebbe riuscito, ma come lui ricordava ai miscredenti, «alla prova dei fatti hanno trovato il sepolcro vuoto».
L’uomo che da suddito privilegiato della politica moderata ha voluto farsi re della destra radicale, nascondeva due punti deboli.Aveva deciso di conquistare il governo spinto dai debiti delle sue aziende, e quel conflitto d’interessi lo ha sovrastato per tutta la sua lunga e travagliata esperienza nel Palazzo, rendendolo schiavo di se stesso, e riducendo di conseguenza a forza gregaria e succube Forza Italia, senza mai quella scintilla di autonomia che avrebbe forse generato un’ipotesi di legittima sopravvivenza al fondatore. E soprattutto, mentre Berlusconi era un formidabile campaigner (salvo quando ha dovuto battersi con Prodi) si rivelava un pessimo uomo di governo. Tutti i colpi di teatro, gli annunci televisivi a sorpresa poche ore prima del voto, la propaganda supina delle sue televisioni non sono riusciti a nascondere la verità di una rivoluzione liberale finita nel vuoto, con una classe dirigente certamente nuova ma sicuramente mediocre, più adatta ad una corte di palazzo che alla governance di una democrazia.
Il risultato è stato il primo vero esperimento populista al governo nelle moderne società occidentali, con un patto implicito tra il leader arci-italiano e il suo popolo: lo Stato vi lascia liberi di regolarvi come volete nei vostri interessi, in cambio di una vibrazione di consenso permanente per il leader e di un voto periodico e costante che assicuri la continuità del comando, sostituito al governo. Il tutto con la retorica dell’”unzione del Signore” che saldava il principe e il suo popolo in un’alleanza refrattaria ad ogni controllo: di legittimità da parte della Consulta, di legalità da parte della magistratura, politico da parte del parlamento, sociale da parte della libera informazione.
Davanti alle difficoltà il potere si sfogava nella dismisura, nell’ostentazione dell’eccesso, come se al Cavaliere non bastasse il potere legittimo che si era conquistato, ma volesse impadronirsi costantemente anche di una quota supplementare di potere anomalo, perchè illegittimo. Anche la distruzione del confine tra il privato e il pubblico, che portava Berlusconi a maneggiare per la sua comunicazione più “Chi” della Gazzetta ufficiale, ha finito per imprigionarlo nell’incoscienza del limite, fino alla denuncia della moglie Veronica Lario a “Repubblica” sul mercato di cariche pubbliche in cambio di favori di giovani donne: “ciarpame politico”. Quindi il precipizio dei processi, la lotta furibonda con la magistratura, e il potere esecutivo che usava il legislativo per imbrigliare il giudiziario, con tanti saluti a Montesquieu.

Tutto questo si sfarina e si disperde con lo smarrimento del potere, rivelando l’ultima tragica verità: il berlusconismo è una pratica, ma non è una cultura, capace di sopravvivere alla contingenza. Un’avventura che tuttavia ha segnato il ventennio e ha terremotato la politica sdoganando l’alternanza, creando non soltanto un campo di destra, come comunemente si dice, ma anche un campo opposto, quel rassemblement che univa tutti gli antagonisti ad una pratica politica legittima, ma disinvolta e fuori dalla regola europea e dal canone occidentale. Un’anomalia tanto grande che nelle leggi ad personam il Cavaliere sembrava dire al Paese: non puoi venirne a capo perché è irrisolvibile, dunque introiettala. Ne uscirai sfigurato ma pacificato, e tutto troverà infine una sua nuova, deforme coerenza.
Quel pericolo è diventato programma di governo, ma è stato infine evitato, anche se in questa pratica suicida Forza Italia si è giocata il futuro. Ma il presente, con l’esorcismo che lo scambiava con l’eternità, era il vero tempo in cui voleva vivere costantemente il Cavaliere, ritornando ogni volta al punto da cui tutto era incominciato: se stesso. Tanto che l’unica ipotesi autentica di successione è stata quella impossibile della figlia Marina, per trasmettere anche in politica l’eredità del sortilegio. Un’ipotesi dinastica che avrebbe consegnato integrale il conflitto d’interessi con la fortuna e il dna familiare, perpetuando l’anomalia nella contemplazione perpetua del peccato originale.
Qualcosa di faustiano e di pagano, nella ricerca idolatrica di quell’immortalità impossibile che ieri si è arresa davanti all’ultima lotta di Silvio Berlusconi: ritornato uomo dopo le sue reincarnazioni nel potere, l’invenzione della neodestra e l’ambizione metapolitica di costruire nella realtà quotidiana il palinsesto reale della vita degli italiani, in quegli anni stupefacenti e travagliati a cavallo tra i due secoli.

Domandina

 


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