venerdì 2 giugno 2023

Lucia travagliata

 

Lucia Ti Caranzìa
di Marco Travaglio
L’altra sera, a Dimartedì, Michele Santoro ha avuto il grave torto di rinfrescarci la memoria sui non-epurati Fazio e Annunziata e sulla ridicolaggine dei paragoni con l’editto bulgaro. Siccome dire la verità è peggio che schierarsi per la pace, Santoro è stato malmenato dal servizio d’ordine del Corriere, cioè da Aldo Grasso (“livore, rabbia, violenza verbale”) e Massimo Gramellini (“livore, massimalismo, cuccagna della destra”). Su Fazio non c’è nulla da aggiungere ai ricordi di Santoro e a quelli di Luttazzi sul Fatto. Sull’Annunziata qualcosa c’è. Nel 1996 Prodi vince le elezioni e lei, da un anno conduttrice di Linea3 su Raitre, sale sul palco di piazza Santi Apostoli per festeggiare coi leader dell’Ulivo: tre mesi dopo è direttrice del Tg3 con la benedizione degli amici Prodi e Fini. Nel ’98 se ne va sbattendo la porta: “Il Tg3 è l’unica isola di socialismo reale”. Nel 2001 B. torna al potere e nel ’02 si prende la Rai, facendone cacciare Biagi, Luttazzi e Santoro. Il 7 marzo ’03 i presidenti delle Camere, Casini e Pera, nominano presidente “di garanzia” della Rai Paolo Mieli, scelto in una rosa di nomi avanzata dall’Ulivo: il resto del Cda va alla destra (Alberoni, Petroni, Rumi e Veneziani). Mieli pone alcune condizioni, soprattutto una: riportare in video Biagi e Santoro (Luttazzi è già archiviato). La Casa delle Libertà risponde con una raffica di attacchi e insulti (in prima fila Calderoli e Butti, futuri membri del governo Meloni), conditi da leggiadre allusioni allo stipendio e alle origini ebraiche.
Il 12 marzo Mieli rinuncia. Ufficialmente il centrosinistra si chiama fuori. Ma poi, in segreto, Fassino vede Casini e gli fa il nome dell’Annunziata che, dopo una variopinta carriera dal manifesto a Repubblica al Foglio, è editorialista e “garante” del Riformista di Polito, giornale di area Ds che piace a destra. B. approva, FI e An plaudono. Il 13 marzo, appena Fassino, Casini e Pera la chiamano, Annunziata accetta senza neppure le minime pregiudiziali poste da Mieli (il rientro di almeno due epurati). “Ci ho pensato un attimo – racconterà – forse meno di un attimo. Poi ho risposto: perché no?”. Dura meno di 14 mesi, la “bresitende ti caranzìa”, senza riuscire a garantire alcunché, a parte le epurazioni permanenti (Biagi, Luttazzi e Santoro) e quelle nuove (Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Massimo Fini): una contro quattro quando vota contro, quinta dei cinque quando si associa a decisioni sconcertanti delle destre, come la “sospensione” (così chiama la chiusura definitiva) di RaiOt della Guzzanti e l’ispezione contro il Tg3 che ha osato riprendere e trasmettere la contestazione di Piero Ricca a B. in tribunale. Se Grasso e Gramellini hanno qualcosa da smentire, si facciano avanti. Altrimenti abbiano il buon gusto di tacere.

Repubblica par cambiata!

 

L’analisi
Bankitalia, Rai, Quirinale quell’allergia alle regole che distingue il governo Meloni
DI FRANCESCO BEI - La Repubblica
La cronaca degli ultimi giorni è impressionante, perché dà l’idea di una progressione. E di un’allergia crescente ai controlli, ai poteri terzi e neutrali, al sistema di checks & balances che fanno la differenza fra una democrazia liberale e una illiberale (secondo la celebre auto-definizione di Orbán). L’insofferenza e la scure della maggioranza prima o poi tocca a tutti: la Banca d’Italia, la Corte dei conti, la magistratura, la Rai, la commissione europea. E naturalmente la stampa, che può solo applaudire, altrimenti sono i soliti “giornaloni” con i quali non vale la pena parlare o confrontarsi.
È una postura che, in teoria, contraddice l’immagine che Giorgia Meloni vuol dare di sé in Italia e all’estero. La premier ama rappresentarsi e aspira a essere considerata come una leader liberal-conservatrice, capace di guidare un capovolgimento degli equilibri europei post-2024. Eppure, giorno dopo giorno, membri del suo governo e, in particolare, gli esponenti di FdI a lei più vicini, fanno di tutto per smentire questa narrazione rassicurante e intensificano gli attacchi e le minacce alle Istituzioni di garanzia.
La prova la si è avuta ieri. Mentre Meloni riceveva a palazzo Chigi i vertici della Corte dei conti, rilasciando comunicati pieni di dolci parole sulle “collaborazione” fra istituzioni, in Parlamento la sua maggioranza approvava l’emendamento killer che abolisce il controllo preventivo dei giudici contabili sull’attuazione del Pnrr. Un’evidente rappresaglia politica di Raffaele Fitto per il rapporto sui ritardi del piano, appena pubblicato e oggetto degli strali del ministro. Ma non è un fulmine a ciel sereno, c’è del metodo. Stupirono tutti le parole sguaiate del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari contro la Banca d’Italia quando si parlava di far saltare il tetto al contante. Poi effettivamente il tetto venne alzato. A dimostrazione che il braccio destro di Meloni a palazzo Chigi non aveva parlato invano. Era quella la linea politica e la poca tolleranza nei confronti del governatore Ignazio Visco la si è potuta misurare ieri, quando le considerazioni finali del numero uno di Banca d’Italia, misurate anche se piene di dubbi sulle scelte economiche di palazzo Chigi, sono state accolte da un gelido silenzio da parte del governo.
Questa linea-caterpillar, di scontro quotidiano con i poteri super-partes e di occupazione di tutte le caselle di potere, si è dispiegata in tutta la sua geometrica potenza sulle nomine degli apparati e delle aziende pubbliche. Cacciato senza troppi complimenti il capo della polizia, lottizzata senza riguardi la Rai, fino all’esplicito desiderio di sottrarre al governatore Bonaccini la ricostruzione post-alluvione per affidarla a qualche amico. Una macchina da guerra che impressiona perché non lascia spazi. Qualche voce critica rimane, ma viene sommersa dal monopolio del colosso informativo Rai-Mediaset, ormai di un colore unico nero-azzurro, e dal coro dei manganellatori dei quotidiani di destra, quasi tutti in mano a un parlamentare di maggioranza. Tanto che un uomo di Stato solitamente prudente come Romano Prodi, alla Stampa ha confidato il suo malessere per questa deriva ungherese: «Siamo davanti ad un governo che punta a prendersi tutto. C’è una parola semplice che riassume tutto questo: autoritarismo. Così si sta cambiando la natura del Paese».
Naturalmente, a dispetto delle buone relazioni personali tra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, il terminale ultimo di questa tensione è il primo magistrato d’Italia. È infatti sul Quirinale, finora sottratto alle polemiche più becere (con l’inquietante l’eccezione di un quotidiano d’area che ha recentemente definito Mattarella “il capo dell’opposizione”) che si stanno addensando nere nubi che preannunciano pioggia. Nelle ovattate stanze della reggia dei Papi ha provocato vero sconcerto l’uscita improvvida di un ministro del governo Meloni, Nello Musumeci, conosciuto un tempo per il suo rispetto delle Istituzioni. Una polemica diretta e violenta contro il capo dello Stato da parte di un ministro in carica, per di più del partito di maggioranza relativa, non si era infatti mai vista. «Io sono contento che anche il Presidente della Repubblica oggi sia sui luoghi alluvionati, come abbiamo fatto tutti noi ministri, come per due volte ha fatto il capo del governo. Peccato che oggi del governo non ci sia nessuno a illustrare al Presidente della Repubblica alcune particolari situazioni del luogo. Fa niente». Ma a far sobbalzare ancora di più gli uomini del Colle è stata la mancata censura alle parole del ministro, che suonava di fatto come un implicito avallo del governo all’attacco.
Anche l’ultimo strappo parlamentare, in fondo, quello dell’emendamento sulla Difesa presentato e poi ritirato è uno schiaffo al Quirinale. Il capo dello Stato aveva infatti appena richiamato il governo, nella solennità di un’udienza al Colle con i presidenti di Camera e Senato, a non inserire nei decreti-legge questioni estranee alla materia del provvedimento, per tutelare la chiarezza della legislazione e lo Stato di diritto. Detto fatto, nottetempo il governo ha provato a riscrivere l’ordinamento della Difesa con un blitz su un decreto che parlava di pubblica amministrazione, salvo poi fare marcia indietro per l’intensità delle polemiche e il timore di una solenne bocciatura del Colle.
È un crescendo che dovrebbe preoccupare in primo luogo Meloni, perché contraddice quell’idea di forza tranquilla con cui vuole dipingersi. E proietta all’estero un volto sinistro del Paese, in lento scivolamento verso Est. «Io considero empia e detestabile questa massima: che in materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto di far tutto». Era Alexis de Tocqueville, nel 1835, sulla tirannide della maggioranza. Forse la premier dovrebbe riporre sullo scaffale Roger Scruton e Alain de Benoist e ripartire dai classici.

giovedì 1 giugno 2023

Livore

 


Tempo di sacrifici

 


Ma Elly!!!

 


Lecca lecca

 

Lingue retrattili
di Marco Travaglio
Abbiamo sempre tifato per Schlein, da ben prima che diventasse segretaria Pd. Ma un vero amico quando l’altro sbaglia glielo dice: infatti l’avevamo avvisata che, a fingersi morto per sopravvivere, bastava Letta. Ora che ha perso le Comunali, cioè le elezioni più propizie al Pd, ci sta ancora più simpatica. Anche perché i giornaloni che per tre mesi l’avevano pompata come un incrocio fra Dolores Ibarruri, Indira Gandhi e Golda Meir, ora che ha seguito tutti i loro consigli gridando al fascismo, difendendo il fazismo, sposando il bellicismo e nascondendo il tutto con supercazzole da assemblea studentesca, già la scaricano col classico calcio dell’asino. Il Corriere celebrava “I magnifici 5 della squadra Schlein” e “Le strade nuove di Elly. Con l’Ucraina ma da ‘pacifista’”. Rep strombazzava “Schlein e la community: il manifesto del nuovo Pd”, “Schlein conquista il congresso Cgil”, “Effetto Schlein: 4mila iscritti in un giorno”. Si spellava le mani per la mirabolante “Squadra dei millennial: da Furfaro e Braga a Di Biase” e per Elly che “tesse la rete europea: Sánchez, Costa, Marin e gli altri” (il primo e il terzo poi prematuramente scomparsi). Si sbucciava le ginocchia anche quando sbagliava: “Schlein, Vogue e la loook-strategia”, “Schlein col fazzoletto rosso supera la prova della piazza”, “Schlein indossa il look da comizio”. Concita passava dall’“avercene di Meloni” all’avercene di Elly: “La donna nuova che spinge Giorgia nel secolo scorso”. Cappellini in piena estasi vedeva “Millennials alla riscossa. Sfida coi boomers dem per cambiare il partito” e riusciva a esaltare anche la sua inesistenza: “L’assenza è presenza: le pause di Schlein”.
La Stampa era tutta un’“Offensiva Schlein”, “Schlein a valanga”, “Il Manifesto Schlein”, “La Pax di Elly”, persino la “Primavera Schlein”. Per Domani dello sponsor-portafortuna De Benedetti, “Il cambiamento di Schlein fa paura”, “Schlein si prende l’opposizione”, “Schlein porta in Europa l’altra Italia”. Lì Damilano celebrava sobriamente l’“Effetto Schlein. Il nostro tempo. La nostra parte. Domenica 26 febbraio, una data che segnerà la nostra storia”. Il nuovo bipolarismo Giorgia-Elly spazzava via tutti gli altri. Corriere: “Giorgia ed Elly si parlano”, “Leader (e vite) parallele”. Stampa: “Meloni-Schlein: le due Europe”. Ora le lingue retrattili dei maestri cantori la degradano a pippa lessa. Corriere: “Stavolta la sfida non si è nemmeno giocata”, “Schlein, alibi in stile Belushi per spiegare lo stop”. Rep: “Una leadership che non incide e non comunica alla maggioranza degli italiani, ma solo all’arcipelago delle minoranze”. Stampa: “Serviva un progetto e quel progetto non c’è”, solo “un’illusione artificiosa”. Dai servi encomi ai codardi oltraggi. Fino al prossimo carro del vincitore (si fa per dire).

L'Amaca

 

Un red carpet per tutti?
DI MICHELE SERRA
I morti di cronaca nera, un tempo, finivano sulle pagine dei giornali con le meste fotine della carta d’identità o della patente.
Che potevano così esplicitare appieno la loro natura funerea, già evidente a scatto appena effettuato.
Oggi, specie se il protagonista ha meno di quarant’anni, qualunque sia l’accidente o il crimine che l’ha visto autore oppure vittima, finisce sui giornali on line nelle splendide configurazioni preparate per i social: tutti bellissimi, curatissimi, pettinatissimi, vitalissimi, sorridenti, sullo sfondo il mare dei Tropici o il Mediterraneo (più rara la montagna, da sempre palcoscenico di minoranza). Per distinguere la studentessa scomparsa per un tragico destino dall’attrice, l’elettrauto omicida dal consumato influencer, è necessario leggere l’articolo, perché altrimenti l’apparenza inganna: il mondo sembra un solo immenso portfolio da presentare a un casting che non avverrà mai.
Non ci sarebbe niente di male, e anzi ci si potrebbe rallegrare del significativo passo avanti estetico. Alla sfilata pallida e austera di morticini della vecchia “nera” è subentrata una folla colorata e decisamente “in tiro”, come se nel regno di Thanatos trionfasse finalmente Eros.
Non fosse per quella sensazione non consolante e nemmeno piacevole (almeno per me) di travestimento collettivo, tutti star, tutti sempre in posa, tutti da ammirare e se possibile da invidiare, come se la vita fosse un interminabile red carpet senza transenne, aperto a tutti. Purtroppo non lo è. Ma di qui in poi sarà sempre più difficile dirlo a chi ne è disperatamente convinto.