martedì 30 maggio 2023

Focus elezioni


Ehi, c’è nessuno?

di Marco Travaglio

Non c’è bisogno dell’armocromista per intonare i colori vincenti nei ballottaggi: il nero di FdI, il verde della Lega e l’azzurro di quel che resta di FI. Chi vaneggiava di un pareggio o di uno stop all’onda destroide delle Politiche o assume sostanze psicotrope o confonde i desideri con la realtà. FdI ha smesso di crescere. Ma s’è assestato poco sotto il 30%, 4 punti sopra le Politiche, con Lega e FI stabili. Chi dovrebbe interrogarsi con angoscia, a parte il fu Sesto Polo, sono Pd e M5S, sconfitti anche alle Comunali e senza neppure l’alibi delle mancate alleanze: anche là dov’erano divisi al primo turno si sono uniti al secondo. Ma l’effetto ballottaggio non è scattato, salvo Vicenza. O non è bastato. Nei migliori dei casi, Pd e M5S han perso per 2 punti (gliene sarebbe bastato uno in più), nei peggiori per 8-10 (ne sarebbero bastati 4-5). Questo vuol dire che la partita non è disperata: nell’Italia divisa in due basta poco per ribaltare l’equilibrio. Purché si capisca dov’è il problema e si inizi a risolverlo.

Le Comunali dimostrano che la soluzione non è partire da alleanze stabili o unioni più strette, ma lasciar liberi Schlein e Conte di marcare le proprie identità per recuperare astenuti e delusi (da loro e dalle destre). Tantopiù che il prossimo appuntamento elettorale, le Europee del 2024 col proporzionale, impone corse solitarie, non coalizioni. Ma i due leader devono domandarsi come mai, con tutte le porcate e i flop collezionati dal governo nei primi 8 mesi, i loro partiti siano inchiodati ai numeri del 25 settembre. Le risposte sono diverse, anzi opposte, per Pd e M5S. Conte ha dato al M5S un’identità forte – pacifismo, diritti sociali, ambientalismo e legalitarismo radicali – e gode di un robusto consenso personale per il buon ricordo lasciato da premier, ma non ha classe dirigente sui territori ed è troppo lento nel costruirla. Schlein di classe dirigente ne ha fin troppa, ma non è la sua (gli iscritti volevano Bonaccini); ha un gran consenso solo sui media, che la pompano da tre mesi, ma non fra i cittadini, che non hanno ancora capito cosa dice né cosa vuole, persa com’è nell’eterna mediazione fra le correnti e costretta a supercazzole incomprensibili, astruse, elitarie, lontanissime dalla vita della gente. In cima ai pensieri degli italiani ci sono welfare e guerra. Sulla guerra il Pd ha la stessa posizione della Meloni; quanto al welfare, i suoi pigolii su precariato, salario minimo, Rdc, extraprofitti, Pnrr e Superbonus non si sentono, coperti dagli strilli su questioni di cui non frega niente a nessuno: dalle pippe sull’Agenda Draghi il Pd è passato all’Aventino sul caso Cospito-Donzelli- Delmastro e alle barricate per gli auto-martiri Fazio e Annunziata. Dal “non ci hanno visti arrivare” al “perché, è arrivato qualcuno?”.

L'Amaca

 

Diteci tutto di zio Hohenzollern
DI MICHELE SERRA
Faccio i più affettuosi auguri al nuovo tag REALI, che si aggiunge ai tantissimi contenuti offerti dal sito di Repubblica. Conto di essere assente giustificato qualora mancassi, da lettore nonché da anziano collaboratore, a ogni singolo appuntamento della festosa rassegna di matrimoni e fidanzamenti di principi regnanti dell’intero pianeta, con ricca descrizione dei cerimoniali, dei vestiti, dei menù, delle acconciature, degli strascichi, degli anelli, dei diademi, delle corone; e della appassionante trama di parentele tra royal families di ogni latitudine; e come erano vestiti la cugina Wilma, il cognato Cirillo, lo zio Hohenzollern.
Il problema (mio eh, per carità, non voglio generalizzare) è che a un’antica indifferenza si è sommata, lungo gli anni, una nuova insofferenza ai troppi ghingheri, troppi privilegi, troppi inchini. Per quanto la mitezza mi pervada, inesorabile, fin dall’infanzia, al decimo resoconto di come si è inchinata la valletta, e quali fiorellini reggeva tra le candide dita, mi viene voglia di leggere una biografia di Gaetano Bresci, ammesso che ancora si sappia, nel terzo millennio, chi fu costui.
Anzi no, ripensandoci, scusate: facciamo conto che Bresci non sia mai esistito, altrimenti il rischio è che su qualche giornale ci si domandi come era vestito, l’anarchico regicida, quando sparò al Savoia. Potrebbe nascerne una “tendenza Bresci”, con influencer devoti e relativo dibattito social, con moltitudini che si scannano sul quesito: era più elegante Bresci con la pistola o la sua vittima con la sciabola? Poi ci sarebbe la politica: ma chi se ne frega, suvvia, della politica. Diteci come si pettinano le principesse, il resto è appena una parentesi.

lunedì 29 maggio 2023

Perché, perché?

 

Capita di rado, ed è successo oggi, che la compagine governativa al potere stracci nelle elezioni comunali l'opposizione; normalmente infatti si assiste ad una ripresa dei partiti che non stanno in tolda, e questo avviene generalmente perché alle promesse non si riscontrano effettive azioni. 

Non in questo frangente politico. Il centrodestra infatti ha vinto alla grande i ballottaggi, lasciando all'opposizione solo Vicenza. 

Perché? 

La risposta viene da lontano, da molto lontano: il rimescolamento improvvido, il torbido fasciante ogni angolo del potere e dell'opposizione hanno generato miasmi e scioccheria in grandi quantità; la perdita di identità del maggiore partito di sinistra ha provocato una specie di rimbambimento globale, sfociante nel "tanto sono tutti uguali!"

Le cause sono dettate da pressapochismo, inefficienza, clientelismo, inchino a chicchessia per ottenere le ambite poltrone, la trasformazione della politica in lavoro remunerato principescamente. Il politico di mestiere è l'oppio degli arzigogolanti, le partecipate il salvagente per tutti coloro che usciti dal cerchio magico continuano a tettare soldi pubblici per il mantenimento di privilegi insalubri voluti da tutti lor signori. 

Manca totalmente la serietà che l'incarico pretenderebbe, sono scomparse le lotte a difesa dei deboli, il connubio con il mondo imprenditoriale è in ogni dove granitico. 

Come poter vedere nel partito democratico uno spiraglio di giustizia e di lotta contro le eclatanti disparità sociali? 

Chi ancora crede alle parole oramai abusate che questi signori ancor oggi spargono nell'aere a titolo quasi commediografo? 

E il Movimento 5 Stelle sta intorbidendosi anch'esso, andandogli a ruota, lontano mille miglia da una seria opposizione. 

E i giornali, vedasi in primis Repubblica, che gracchiano alla luna contro il melonismo, con quale grado di serietà vengono accolti dagli impavidi lettori se risultano di proprietà di un famiglia che ha pensato bene di portare i propri tesori in Olanda per non pagar le tasse? 

Il partito democratico deve ripulirsi al suo interno, completamente. Deve presentare nuovi e giovani politici, deve tranciare di netto i suoi interessi nell'imprenditorialità, nella finanza, nel commercio. Per tornare ad essere faro la strada è solo questa. I chiacchiericci oramai lasciano il tempo che trovano. Occorre schierarsi nettamente contro l'invio di armi da attacco in Ucraina, cercare la pace nel dialogo, non solo a parole ma nei fatti, combattere le ingiustizie seriamente e non recitando, fare opposizione seria, dura, intransigente, dando pure visibilità a rinunce a stipendi e privilegi di casta; occorre che le forze d'opposizione s'uniscano seriamente senza se e senza ma, dando evidenza che quando scade un mandato non si rientra dalla finestra in qualche municipalizzata ad infiascare aria fritta con lauta ricompensa. 

Occorrono segnali, seri e forti. Precisi ed indefessi. Altrimenti il nero perdi sempre modificherà la Costituzione, rimpiombando nella malefica dottrina dell'uomo forte. 

Date segnali di cambiamento, concreti e precisi, lasciando stare banche e tristi realtà affondanti il senso comune della solidarietà. 

Solo così si potrà sperare in un cambiamento, in una conversione di ideali spazzanti questa forma di malcelato fascismo, che molti gonzi scambiano per democrazia.     

Quisigode!

 


Tomaso e il Don!

 

Don Milani, gigante eretico annacquato nella retorica
IL CENTENARIO DELLA NASCITA - Straniero. Oggi lo sarebbe come allora. Chiamava i ricchi “padroni” e sosteneva che non esistesse “un guerra giusta né per la Chiesa né per la Costituzione”
DI TOMASO MONTANARI
In una pagina mirabile, il gesuita Michel de Certeau ha ricordato che “la Chiesa è sempre tentata di contraddire ciò che afferma, di difendersi, di obbedire alla legge che esclude, di identificare la verità con ciò che essa ne dice, di censire i ‘buoni’ in base ai suoi membri visibili … La storia dimostra che la tentazione è reale … ma l’esperienza cristiana rifiuta radicalmente la riduzione alla legge del gruppo. Ciò si traduce in un movimento di superamento incessante. Potremmo dire che la Chiesa è una setta che non accetta mai di esserlo. È costantemente attratta fuori di sé da quegli ‘stranieri’ che le sottraggono i suoi beni, che prendono sempre di sorpresa le elaborazioni e le istituzioni faticosamente acquisite, e nei quali la fede vivente riconosce, poco a poco, il Ladro – colui che viene”. Una Chiesa, insomma, sempre tentata di lasciare la profezia per essere una società chiusa di ortodossi: e però sempre provvidenzialmente “sconquassata” da “stranieri” (cioè non allineati, non omologati, non conformisti) che in un primo tempo avversa, per poi riconoscere in essi Dio stesso, che disse di sé: “Ecco, io vengo come un ladro” (Ap. 16, 15).
Don Lorenzo Milani, che sabato scorso avrebbe compiuto cento anni, è stato uno di quegli stranieri, di quei ladri: uno dei più grandi, dei più duri, dei più teneri. La sua storia è stata scritta una volta per tutte da Dostoevskij, alla fine dei Karamazov: quando Gesù torna sulla terra il Grande Inquisitore, cioè la Chiesa del potere, gli rimprovera di aver voluto lasciare gli uomini liberi, di averli amati quando avrebbe dovuto dominarli. È quello che la Chiesa rimprovera ad ogni profeta: troppo amore! Trattato in vita dalla gerarchia ecclesiastica come un eretico (lui che era invece scrupolosamente ortodosso da un punto di vista dogmatico, e attratto dai sacramenti in modo quasi mistico), Milani oggi viene celebrato con fiumi di retorica: e il rischio è che non si rammenti più che era uno straniero e un ladro, cioè un profeta incendiario. Nato ricco e colto, Lorenzo Milani segue nudo il Cristo nudo, nei suoi poveri, con due stelle polari: il Vangelo per primo, e la Costituzione per seconda. Egli consuma la sua vita per dare ai poveri quella parola, quella lingua, quella dignità che possano permettere loro di non essere più schiavi dei “padroni”: come chiamava, senza reticenze, i ricchi e gli imprenditori. “Ci ho messo venticinque anni a sortire dalla classe sociale che scrive e legge l’Espresso e Il Mondo – scrive – Non mi devo far ricattare nemmeno per un solo giorno. Mi devono snobbare, dire che sono un ingenuo e un demagogo, non mi devono onorare come uno di loro, perché non sono di loro”. Ascoltiamo lui, allora, quest’anno: rileggiamo i libri suoi (in realtà sempre libri collettivi, scritti con il suo popolo, con i suoi ragazzi) e quelli dei testimoni più stretti e fedeli (Michele Gesualdi, Adele Corradi). Capiremo che don Milani è solo dei suoi poveri, non dei potenti che sabato hanno invaso Barbiana: “Reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri”.
La statura politica del Priore di Barbiana è assodata da tempo. Diceva Tullio De Mauro: “Capiamo meglio oggi Gramsci grazie alla grande luce, alla grande protesta, alla forza intellettuale di penetrazione nelle cose sprigionata da don Milani”. E la sua più ardente eredità politica è racchiusa proprio nelle ultime parole che dice al suo Michele: la scuola non serve a “produrre una nuova classe dirigente, ma una massa cosciente”. Oggi, al tempo del ministero dell’Istruzione e del merito, la situazione è anche peggiore di quella che Milani combatteva. La scuola è stata messa al servizio dello stato delle cose, non del suo scardinamento. Serve a trasformare i ragazzi in capitale umano, in merce nel mercato del lavoro, in pezzi di ricambio per il mondo così com’è. Fa ancora parti eguali fra diseguali: e lo chiama ‘merito’. Manda ancora via i malati, e cura i sani: e la chiama “selezione”. E la stessa democrazia è ormai a gravissimo rischio, tra astensionismo e ritorno del fascismo: Milani scrive che, in una classe, “ventotto apolitici più 3 fascisti eguale 31 fascisti”.
Non fosse morto prima, sarebbe stato condannato per apologia di reato: l’obiezione di coscienza, che difende con tutta la sua forza. Perché nell’età atomica, scrive, “non esiste più una ‘guerra giusta’ né per la Chiesa né per la Costituzione”. Insegnava ai suoi ragazzi che “se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura. … Poi forse qualche generale troverà̀ ugualmente il meschino che obbedisce, e così non riusciremo a salvare l’umanità. Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima”. Quanto ci manca, oggi: nell’Italia senz’anima che, celebrandolo, lo tradisce.

domenica 28 maggio 2023

adieu!

 


Ingratitudine



Ma guarda questi giovani che non vogliono accettare le proposte del nobilissimo mondo imprenditoriale! Come si fa a rinunciare a contratti stagionali dove devi impegnarti solo dodici ore al giorno, senza festività naturalmente perché nelle feste si lavora di più, magari con qualcosa in busta e il rimanente in nero - ah il nero che va così tanto di moda oggi - senza nessun progettualità nel futuro, senza possibilità d’impostarti la vita? Scansafatiche vengono etichettati dai nobili marchesi arruffoni impegnati a introitare il più possibile alla faccia loro! In questa forma deturpata di capitalismo i giovani pare non accettino lo sfruttamento, una subdola forma di schiavitù 2.0, abbellita, edulcorata da frasi ad minchiam tipo “alla vostra età io lavoravo ventisette ore al giorno!”, frase fuori dal tempo, da questo tempo dove rapidità, istantaneità la fanno da padroni. Ci fosse qualcuno che sommessamente proponga eticamente di vietare che un cameriere possa non aver possibilità di vivere da libero almeno un weekend al mese, lavorando non più di nove al giorno! Certo una proposta del genere comporterebbe più spese per l’imprenditore e meno guadagno, cosa inaudita in questi tempi di tecno-rapto-pluto capitalismo. Tranquilli, non c’è nessuno in giro a difendervi cari giovani! Soprattutto nella zona politica che storicamente lo dovrebbe fare. Se non fosse uguale all’altra.