Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 11 maggio 2023
mercoledì 10 maggio 2023
L'Amaca
I buoni e i cattivi
DI MICHELE SERRA
Bisogna dirlo con cautela, e considerando tutte le sfumature del caso: i buoni e i cattivi esistono per davvero. Il tassista bolognese Red Sox (al secolo Roberto Mantovani), che ha deciso di rendere pubblici sui social i suoi conti quotidiani in polemica con i colleghi “nopos” che preferiscono lavorare nelle tenebre degli affaracci propri, è buono: nel senso che ci fa piacere l’idea di salire sul suo taxi. Chi gli ha tagliato le gomme per rappresaglia è cattivo: nel senso che ci farebbe piacere non salire mai sul suo taxi (nel caso sia un tassista) e ci fa dispiacere (soprattutto per loro) sapere che esistono persone così squallide e perdenti.
“Se l’altro alza le mani ho vinto io”, dice Red Sox, che ha il vantaggio di essere alto e grosso. Ma ha ragione: l’assalto imbufalito, l’odio social, la censura prepotente, la violenza spicciola, nascono, nel 99 per cento dei casi, dalla parte del torto. Niente fa perdere il lume della ragione quanto avere torto; e non avere argomenti — a parte la violenza — da far valere. È totalmente ovvio, con buona pace dei “nopos”, che l’economia nera è primitiva e losca, quella tracciata è civile e a viso aperto. Il buio e la luce.
Che possiamo fare, noi altri, per non restare spettatori impotenti? Ovvero: come far capire a tassisti ed esercenti “nopos” — per aiutarli a migliorare — che sono primitivi e loschi? Facile: ogni volta che saliamo su un taxi, non solo a Bologna, chiediamo se accetta pagamenti con carta di credito.
Se non li accetta, con un sorriso cordiale, salutiamo, scendiamo e cerchiamo un altro taxi. Vedrai che, dopo un po’, capiscono.
Robecchi
Pnrr e armi. Cari italiani, volevate soldi per gli asili e avrete i cannoni
di Alessandro Robecchi
Forse andrebbe studiata per bene – suggerisco corsi di psichiatria – la parabola ardita dell’informazione italiana su quella benedetta pioggia di manna dal cielo comunemente chiamata Pnrr. Se uno avesse la pazienza di andare un po’ indietro negli archivi, scoprirebbe che le speranze, le aspettative, le ambizioni che quella cornucopia di miliardi generò sulle prime pagine e negli osanna dei commentatori hanno oggi un sapore assai diverso. In poche parole: profumavano di progresso e ora puzzano di guerra. È sembrato, per un lungo momento magico, che saremmo stati sommersi di soldi. Soldi, finalmente! Era ora! Dopo gli anni dell’austerità e quelli della pandemia, ecco l’Enalotto europeo che ci avrebbe permesso, se non i rubinetti d’oro, almeno strutture e infrastrutture per una vita decente. Traduco in italiano: sanità, scuole, asili, riconversioni industriali in chiave ecologica e tanto altro ben di Dio per cui si aprì il libro dei sogni.
Oggi – passati pochissimi anni – la riconversione c’è stata, ma non quella che ci avevano fatto credere con il famoso gioco del portafoglio col filo attaccato, quello che tu allunghi la mano e lui scappa via. No, no. Oggi un po’ di fondi del Pnrr scappano verso un mercato particolarmente fiorente, che è quello delle armi, dell’apparato industrial-militare, il cui potenziamento serve a sostenere un’escalation militare alle porte dell’Europa. Insomma, si scommette su una guerra lunga anziché su una pace veloce. Conviene di più, soprattutto al di là dell’Oceano.
E, sempre a proposito di neolingua, è bene ricordare che molti soldi (un miliardo di euro, ma previsto in aumento) vengono da un portafoglio comunitario che si chiama Fondo Europeo per la Pace. Nemmeno Orwell sarebbe stato così vergognosamente orwelliano.
Sono passati appena un paio di mesi da quando il/la presidente del Consiglio Meloni andò in tivù, dal fido Vespa, a dire che “Noi non spendiamo soldi per mandare armi agli ucraini”. Testuale: “Noi abbiamo delle armi che riteniamo oggi fortunatamente di non dover utilizzare e quindi non c’è niente che stiamo togliendo agli italiani”. E sono passate soltanto un paio di settimane da quando il suo ministro Fitto ha candidamente dichiarato che i soldi del Pnrr per gli asili (“Fate più figli!”, ndr) non riusciremo a utilizzarli.
E così arriviamo a oggi: la Ue decide che parte dei famosi fondi, la manna di cui sopra, andranno a produrre munizioni, che ci servono – scusate la metafora – come il pane. Gli Stati potranno decidere il come e il quanto, e già sembra l’asso di briscola per un governo che non riesce a fare asili ma è perfettamente in grado di fare missili. Si aggiungono i tristi lamenti della nostra Difesa, per cui bisogna usare un po’ di Pnrr anche per l’esercito, sia per l’addestramento sia per i poligoni che sono “troppo piccoli” (sic). Il tutto sostenuto dalla nota richiesta Nato di arrivare al due per cento del Pil per la spesa militare. Il tutto chiosato amabilmente dall’affabile Guido Crosetto – ieri presidente della Federazione dei produttori di armi e oggi ministro della Difesa, a proposito di lobby – che dice che bisogna ripristinare le nostre scorte, sistemando con poche parole le menzogne della sua premier (“Non togliamo niente agi italiani”, buona, questa). Tecnicismi? Soldi che cambiano destinazione? Capitoli di spesa nuovi a causa della nuova emergenza? La vendono così, certo, ma il risultato non cambia: volevate asili e avrete cannoni, riempire gli arsenali e svuotare i granai: masters of war.
Ferrea
Pur essendo stata già strabattuta sette anni fa nel referendum simbolo della disfatta del Ballismo, la Mnemonica pervicacemente insiste nella boutade del Sindaco d’Italia, dimenticandosi la promessa fatta al tempo, dell’abbandono cioè della politica in caso di sconfitta, cosa che i suoi successivi viaggi elettorali in ogni dove italico per raggranellar ennesimi seggi, sfamanti il proprio ego appariscente, nulla al confronto dell’abnorme e fagocitante che possiede da sempre il suo sodale, il Bimbominkia, hanno clamorosamente smentito.
E così, sempre ad un passo dall’estinzione, la Bella Aretina s’accosta al mondo magico del potere attuale, da sempre vero ed unico lido delle politiche saltimbanchesche camuffate da vaga idea di riformismo che tanto hanno nuociuto alla nazione, distruggendo conquiste ottenute a caro prezzo: il mondo a loro consono, destrorso e del nero perdi sempre.
Lollo
Lesa lollobrigidità
di Marco Travaglio
Avvertenza per i lettori. Ciò che state per leggere non è il sequel di Fantozzi al Gran Consiglio dei Dieci Assenti: è tutto vero. Il Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio comunica: “Il Primo collegio riunito il giorno 4 maggio 2023 a Roma, presenti Roidi, Renzetti, Callini: in merito alla segnalazione giunta dal Presidente dell’Ordine del Lazio per le proteste legate alla pubblicazione sul Fatto Quotidiano di una vignetta a firma del disegnatore Mario Natangelo”. Punto: la frase finisce così, sospesa nel vuoto. La successiva descrive “il disegno satirico” che “appare riferito alla frase del ministro Lollobrigida” sulla sostituzione etnica “che molto clamore e dibattito ha provocato… Il disegno mostra una donna e un uomo di pelle nera in un letto”. E quindi? “Poiché la pubblicazione potrebbe comportare una violazione dell’articolo 2 del codice deontologico, il Collegio invita il giornalista Natangelo a presentarsi… il giorno 7 giugno”, con “facoltà di produrre memorie, indicare testimonianze e farsi assistere da un legale di fiducia”. Incuriositi dall’art. 2 del Codice deontologico che l’infame vignetta potrebbe aver infranto, siamo andati a leggerlo: s’intitola “Banche-dati di uso redazionale e tutela degli archivi personali dei giornalisti”. Quindi il sinedrio che convoca Nat per leso Codice deontologico non conosce il Codice deontologico (sennò sarebbe impegnatissimo a convocare i direttori di tg e giornali che danno più spazio alle creme del fidanzato della Boschi che alla staffetta per la pace e al rapporto della Dia sui legami fra B., Dell’Utri e Graviano). Oppure cita un articolo a caso pur di offrire alla famiglia allargata dei Lollobrigida lo scalpo del putribondo Natangelo, reo di ben altro crimine: la lesa lollobrigidità.
È andata peggio al dissidente bielorusso Mikalai Klimovich, condannato a 12 mesi per aver definito “divertente” sui social una vignetta su Lukashenko e morto lunedì nella colonia penale di Viciebsk. Ma almeno in Bielorussia il reato di vignetta è ritenuto normale. In Italia pensavamo fosse depenalizzato, almeno fino alla convocazione di Nat. Noi però lo invidiamo: oltre a divertirsi ogni giorno come un matto, il 7 giugno dinanzi al Gran Consiglio dei Dieci Ignari rischia di rotolarsi per terra. Perché disegnò quella vignetta? Chi sono la donna e l’uomo di pelle nera nel letto? È conscio della gravità della sua condotta? È pronto ad assumersi le sue responsabilità dinanzi al Codice deontologico e alla Nazione tutta? È pentito? Lo rifarebbe? E quante volte, figliuolo? Il clou sarà quando leggerà la sua memoria difensiva e soprattutto esibirà i suoi testimoni: i ragionieri Filini e Calboni e la signorina Silvani dovrebbero bastare.
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