venerdì 28 aprile 2023

Sempre a scherzar!




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Assenze


 

Daniela e la figuraccia

 

La peste della pubblicità da Santanché a Schlein
DI DANIELA RANIERI
La vera peste, nella politica e nella cultura, è la comunicazione. Succede che la Armando Testa, agenzia pubblicitaria fondata dall’omonimo disegnatore opportunamente deceduto nel 1992, ha comprato una pagina del Corriere per ringraziare, ma in realtà insolentire, chi aveva criticato la campagna “Open to meraviglia” realizzata per conto del ministero del Turismo e Enit (Ente per il turismo guidato da una proprietaria di un’agenzia di viaggi amica della Santanchè) al costo di soli 138 mila euro nell’ambito di un investimento di 9 milioni. “Quando una campagna per la promozione turistica rompe il muro dell’indifferenza”, esordisce il Gruppo Testa, manco avesse realizzato una pubblicità progresso sul racket e i morti di mafia – “e riesce a dar vita ad un dibattito culturale così vivace, rappresenta sempre qualcosa di positivo”. Quello che l’agenzia chiama “dibattito culturale” è stato in realtà un pernacchione unisono emesso in tutta la websfera tipo preghiera del muezzin da decine di migliaia di utenti, indignati proprio contro l’incultura trasudata da ogni singolo pixel della campagna diffusa. La Venere di Botticelli ferragnizzata, grafiche pedestri, immagini comprate a stock su siti stranieri, cantine vinicole slovene spacciate per italiane, stereotipi à gogo e l’uso di un italiano maccheronico come si suppone lo parlino i ricconi del Texas in procinto di firmare il rogito per una villa nel Chianti: tutto era così kitsch e provinciale che sembrava incredibile servisse ad attirare turisti anziché a farci mettere al bando dalla comunità internazionale per manifesta condizione di sottosviluppo.
Qui la Armando Testa, che si definisce “il più grande gruppo di comunicazione italiano nel mondo”, fa una marcia indietro passivo-aggressiva: precisa che si trattava di “una campagna solo presentata ma non ancora uscita” e ringrazia chi aveva pensato che il video fosse “lo spot ufficiale della campagna”. Ma tu pensa. I grandi comunicatori hanno dimenticato di comunicarlo alla committente Santanchè, che ha tenuto una conferenza stampa in pompa magna alla presenza del ministro degli Esteri Tajani, del ministro dello Sport Abodi e dell’ad dell’Enit sua amica, per lanciare un video di prova; e poi, sempre ignorando che fosse solo una bozza, ha difeso la campagna millantando di aver “utilizzato linguaggi vicini ai giovani”, che notoriamente parlano mezzo italiano e mezzo inglese, e per dire “andiamo al mare”, ad esempio, dicono “andiamo to the sea”, certissimamente. La lettera fa riferimento ai soldi pubblici sperperati in questo incarico, ma nell’italiano incerto dei comunicatori suona meno chiaro che nelle parole di Santanchè: “Nove milioni è il costo della campagna che faremo in tutto il mondo, ossia gli acquisti degli spazi negli aeroporti, nelle stazioni, nelle città, dagli Stati Uniti d’America all’India, fino a toccare tutti i Paesi e i continenti”. Ah, ma allora è tutto a posto: 9 milioni per rendere lo spot fisicamente virale, casomai a qualche tribù nativa del Borneo sfuggisse la faccia della Venere incollata sul corpo di una ragazza che mangia la pizza sul lago di Como. Del resto Santanchè, maestra di eleganza, aveva lamentato che “come Italia non siamo bravi a venderci”. In ciò è tutta la concezione del turismo culturale del governo, una vita Smeralda in cui i nostri monumenti e capolavori sono prodotti da rifilare al turista di bocca buona per via di uno spot che sarebbe apparso scarso anche per la Pro loco di Orte. Per somma irrisione, il gruppo Testa ringrazia anche a nome della Venere di Botticelli: “Erano più di 500 anni che non si parlava di lei così tanto”. In effetti La nascita di Venere era un capolavoro semi-sconosciuto, che dal 1485 i vari direttori degli Uffizi non sanno dove piazzare e qualcuno aveva relegato infine vicino al distributore del caffè, finché un creativo della Armando Testa l’ha scoperta per caso mentre cercava i cessi e gli si è accesa la lampadina.
Scriveva Mario Perniola in Contro la comunicazione: La comunicazione “è la bacchetta magica che sembra trasformare l’inconcludenza, la ritrattazione e la confusione da fattori di debolezza in prove di forza e che sostituisce l’educazione e l’istruzione con l’edutainment, la politica e l’informazione con l’infotainment, l’arte e la cultura con l’entertainment”. Non è solo una peste di destra: di tutte le mistificazioni della comunicazione, la più grande è stata quella di “presentarsi sotto le insegne del progressismo democratico”. Vogue riferisce che la fresca Elly Schlein si avvale dei consigli di un’armocromista, una consulente d’immagine a 300 euro l’ora che le spiega come abbinare i colori. Il problema è questo: i pubblicitari, i ricchi e i politici vivono nel mondo in cui qualunque cosa pagata tantissimo è un successo in virtù delle qualità alchemiche del denaro che ne trasformano la sostanza, mentre nel mondo reale una porcata rimane tale.

Daje!

 

Tomo tomo Chicchio chicchio
di Marco Travaglio
Ai mille misteri dell’universo se ne aggiungono due: perché mai Elly Schlein paghi qualcuno per consigliarla di vestirsi così; e con quale microscopio i Fioroni, Marcucci e Borghi appena fuggiti dal “nuovo” Pd vi abbiano intravisto tracce di “massimalismo”. La nuova Anna Kuliscioff s’è finora concessa in tre interviste: non a Terza Internazionale o Lotta comunista, ma a Stasera c’è Cattelan, Che tempo che fa e Vogue Italia. Il che, oltre agli operai delle catene di montaggio, ha elettrizzato le più note testate indie: Rep e Corriere. Rep esalta le “scelte non casuali per la casual chic Elly”, “le pose in trench… lo stesso indossato tra i partigiani come punto di congiunzione tra i due mondi”, ma soprattutto “la novità estetica e (quindi) politica: ‘In generale dico sì ai colori e ai consigli di un’armocromista, Enrica Chicchio’. Una personal shopper che le ha consigliato tonalità e l’addio all’eskimo”. Quindi non indossa la prima cosa che capita: c’è tutto uno studio, dietro. E l’armocromista-personal shopper, tomo tomo Chicchio Chicchio, si fa pure pagare: “140 euro l’ora più Iva per il lavoro sui colori; sullo shopping saliamo a 300; per il guardaroba dipende. Con Elly ho un forfait”. Il Corriere nota il “tono estremamente informale”. Tipo “evitare il rischio burnout”, l’“outing” come “forma di violenza” (la fidanzata fotografata da un paparazzo), lo slogan “Love is love” (“Life is life” e “Sanremo è Sanremo” erano già presi). Il segreto è “entrare in connessione con le persone che vogliamo rappresentare con un linguaggio inclusivo che si rivolga a tutti e a tutte”. Una nettezza già mostrata sull’inceneritore: “Non è sul terreno delle scelte già fatte che si misura quello che noi proviamo a costruire a partire dalla piattaforma congressuale che vuole fortemente mettere al centro i temi della diciamo emergenza climatica, di come ci liberiamo dalla dipendenza delle fonti fossili, di come investire maggiormente sull’ economia circolare e sull’efficientamento energetico sulle rinnovabili per una strategia complessiva, una visione complessiva”.
Chissà quando Borghi e gli altri buontemponi che si fanno chiamare “cattolici” e “riformisti” l’hanno vista mangiare preti o incendiare chiese; e dove han colto nel Pd la “mutazione genetica massimalista, figlia della cancel culture”. Qui l’unica cancellazione è quella dell’eskimo a favore – Chicchio dixit – del “trench di taglio sartoriale”. Ma a ben vedere il massimalismo affiora in questo passaggio: “Io provo a rimanere sempre in contatto con me stessa, ad ascoltarmi, a capire quando sto tirando troppo, a difendere alcuni spazi”. Esplicita citazione della tipa di Moretti in Ecce Bombo: “Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose…”. Poi dice che uno si butta a destra.

L'Amaca


Un complotto contro Varese
DI MICHELE SERRA
Ognuno ha le sue piccole fissazioni, una delle mie sono i nazisti di Varese: da anni non mi perdo una sola riga, sui giornali, a proposito dei nazisti di Varese. Mi ha sempre colpito leggere che in quella provincia lombarda ricca di luoghi ameni, e di laboriose virtù, il neonazismo ha radici robuste: c’è una birreria nella quale (con ospiti da tutta Europa) si festeggia ogni anno il compleanno di Hitler. Ci sono circoli e associazioni devotissimi alla supremazia ariana. E omoni barbuti e tatuati che il 25 aprile sono andati a rompere le balle a chi lo festeggia, inneggiando ai caduti di Salò. Un poco come se alla messa di mezzanotte, a Natale, uno facesse irruzione in Chiesa pretendendo che il prete rivolgesse una preghiera a Odino.
Nessuno sa spiegare perché proprio a Varese (che ha un sindaco di centrosinistra, tra l’altro) ci siano tanti nazisti. È capitato così. Potremmo avere i nazisti di Viggiù, o di Pordenone, abbiamo invece i nazisti di Varese.
Bisognerebbe chiedere a John Belushi, meglio ancora agli sceneggiatori dei Blues Brothers, perché, con tutti gli Stati che ci sono in America, abbiano scelto, come nemico per antonomasia, proprio i nazisti dell’Illinois. Magari in Illinois, per davvero, ci sono un sacco di nazisti.
Magari no, era solo la battuta di uno sceneggiatore del Nebraska che, detestando l’Illinois, voleva sputtanarlo: perché niente è sputtanante — lo sanno tutti — come essere nazista.

Allo stesso modo, ogni volta che leggo sui giornali (e capita spesso) dei nazisti di Varese, sospetto che sia qualcuno di Bergamo, o di Alessandria, che ha i suoi buoni motivi per screditare Varese, fingendosi un nazista di Varese.