giovedì 27 aprile 2023

L'Amaca

 

I moderati moderino le parole
DI MICHELE SERRA
Il senatore Borghi lascia il Pd e va a rinforzare il drappello dei renziani. Che grazie al suo arrivo potrà formare il gruppo parlamentare in Senato. Secondo le vigenti regole ne ha tutto il diritto — anche se non è mai elegante farsi eleggere con i voti di un partito e poi andarsene in un altro. Ma quando, in un’intervista aRepubblica, spiega di andarsene perché il Pd a guida Schlein è un partito massimalista, «figlio della cancel cultureamericana», ha il dovere di indicare ai lettori, e agli elettori, quali prese di posizione, o progetti di legge, o punti programmatici giustifichino un’accusa così grave, essendo lacancel culture americana una manifestazione di intolleranza bigotta della quale, fin qui, in Europa e in particolare in Italia, non si è vista traccia significativa.
Al suo intervistatore Antonio Fraschilla, che giustamente gli chiede: ci fa degli esempi?, Borghi non può che rispondere, evasivamente, «io noto soprattutto i silenzi». Che, con rispetto parlando, non vuol dire un tubo: né in politica né in qualunque ambito dove sia richiesto di motivare le proprie opinioni sulla base dei fatti.
La politica fatta a spanne non è da persone serie, e poiché Borghi ne ha fama, e per giunta alla politica dei diritti affianca (e fa benissimo) quella dei doveri, beh il primo dovere di un politico è non incrementare il numero già altissimo di parole a vanvera che istupidiscono la vita pubblica. Che i renziani vadano con Renzi è comprensibile, ed è perfino un elemento di chiarezza. Che lo facciano perché Schlein è «figlia dellacancel culture », beh, francamente, è un pretesto ridicolo. Trovino altre formule, più consone ai moderati, dunque meno fanatiche.

mercoledì 26 aprile 2023

Sfottò




Incaffatura

 


Ragogna

 


Studio profondo

 

La tragedia e la farsa
di Marco Travaglio
Che belle le piazze piene di cittadini, sinceramente grati ai partigiani che donarono la vita per liberarci dal nazifascismo. Ma che noia la retorica ipocrita, stantia e vuota nel Palazzo e sui media, dove ciascuno usa il 25 Aprile per i suoi interessi di bottega. La palma d’oro va al camerata La Russa che, nel giorno dell’antifascismo, ricorda un martire dell’anticomunismo, come se il nazifascismo non l’avesse sconfitto anche l’Urss con 28 milioni di morti; e ai maestrini della penna rossa che danno dei fascisti ai Fratelli d’Italia e pretendono che si dichiarino antifascisti per potersi indignare se non lo fanno o non lo fanno abbastanza (e non è mai abbastanza). Delle due l’una: o credono davvero che Meloni &C. siano le reincarnazioni di Mussolini&C., e allora sono ipocriti, perché sanno benissimo che antifascisti non si diranno mai, a meno di mentire; oppure non lo credono, e allora non si capisce perché pretendano l’abiura, cioè sono due volte ipocriti. Diceva Marx che la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Il fascismo fu una cosa terribilmente seria, il che lo rende incompatibile con la destra attuale, che al massimo ne è la parodia. Lo pensavamo quando al Duce veniva paragonato B. (che pure aveva instaurato un regime mediatico-plutocratico) e poi Salvini (più che il nuovo Mussolini, il nuovo Ridolini). E continuiamo a pensarlo anche oggi.
Non che manchino i fascisti o gli aspiranti tali (La Russa non querela chi gli dà del fascista, ma chi non gliene dà). Né le pulsioni autoritarie, peraltro preesistenti: pensiamo al “populismo delle élite” di Draghi fra obblighi vaccinali, discriminazioni sul lavoro e a scuola, insofferenza per i partiti votati dal popolo che disturbavano il “migliore”, autocandidatura al Quirinale per “guidare il convoglio di lì” (Giorgetti dixit), fino all’addio in Senato: “Sono qui oggi in quest’Aula solo perché l’hanno chiesto gli italiani”. Anche negli attacchi alla Costituzione i Fratelli d’Italia arrivano ultimi, dopo B., la Lega e il Pd. Ma oggi, per fortuna, manca il fascismo come ideologia e progetto di società, e manca una maggioranza d’italiani disposta a sottomettersi. Perciò la riesumazione manierista della guerra civile di 80 anni fa suona vuota, finta. Come quando il B. del “Mussolini più grande statista del secolo” che “mandava gli oppositori in vacanza nelle isole”, dopo aver disertato tutti i 25 Aprile della sua vita, si travestì da partigiano a Onna nel 2009 perchè gli era comodo. Una sceneggiata come quelle, opposte ma speculari, del compagno Violante. O della Meloni e dei gemelli atlantisti del Pd e del Centro, che si rivendono i partigiani ai mercanti d’armi per l’escalation in Ucraina e la terza guerra mondiale. Cioè per completare l’opera dei nazifascisti.

L'Amaca

 

Perché si chiama Liberazione
DI MICHELE SERRA
Il bel discorso di Mattarella a Cuneo potrebbe sembrare scritto con una certa malizia politica: diversi passaggi (per esempio la menzione delle “avventure imperiali nel Corno d’Africa”) sembrano concepiti come precise repliche a manipolazioni e omissioni dell’attuale personale di governo. Nel caso in questione, al silenzio della premier Meloni, in occasione del recente viaggio in Etiopia, sull’occupazione italiana e i conseguenti misfatti contro le popolazioni indigene – vedi i crimini di guerra di Rodolfo Graziani: bel farabutto al quale alcuni nostri contemporanei hanno pensato di dedicare un sacrario.
In realtà Mattarella ha semplicemente rimesso in ordine, con l’autorità che gli compete, i fondamenti della Repubblica e quelli – coincidenti – dell’antifascismo.
Accompagnandoli con una ricostruzione storica - a partire dal numero dei partigiani caduti, ovvero dalla consistenza popolare e patriottica della Resistenza – che impedisce qualunque tentativo di rimozione o ridimensionamento della vittoria degli antifascisti sui fascisti: fu una guerra di Liberazione, non altro, e il 25 aprile è la data simbolica nella quale ci ricordiamo che fummo sotto una dittatura che aveva “il mito della violenza e della guerra” (Mattarella), e ce ne siamo liberati.
Non è dunque il Quirinale che ha “risposto” agli italiani eredi della memoria fascista (hanno la fiamma nel simbolo). Sono loro che manifestano, per logico sbocco del loro sentire, la loro estraneità all’architettura del Palazzo del quale oggi reggono le sorti. Come ne usciremo non si sa, ma la riduzione a unità di una così clamorosa frattura sembra difficile e distante.

martedì 25 aprile 2023

No? Ah allora…



Non incita all’odio? Beh allora caro tribunale di Forli anche “andate a cagare imbecilli di bassissimo rango, testine di kazzo oversize” prendetela come un jingle per il prossimo Natale!