martedì 25 aprile 2023

Se voleste star male..



Fine poltrona mai: Tocci & C., gli inamovibili

La direttrice dello Iai viene “degradata” da Eni in Acea, ma resta in gioco e non è certo sola: dalle partecipate alle società di Benetton e B. trionfano i soliti noti

di Giulio Da Silva 

Passare dal cda dell’Eni a quello di una municipalizzata, sia pure di peso come l’Acea, non è una promozione. Soprattutto se nel curriculum si esibisce una laurea a Oxford con il massimo dei voti più un Master e un PhD alla London School of economics. Ma con Giorgia Meloni al governo, Nathalie Tocci, direttore dell’Istituto affari internazionali (Iai) sponsorizzata dal Pd, ha dovuto accettare il declassamento: dall’Eni nel 2022, Tocci ha ricevuto 215 mila euro lordi, all’Acea un consigliere parte da 45 mila euro annui, può arrivare con i gettoni a 100 mila.
La poltrona di scorta all’Acea le è stata offerta dal sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che da ministro dell’Economia nel secondo governo Conte, nel 2020 catapultò Tocci nel cda Eni. Il nuovo consiglio di Acea è stato nominato il 18 aprile. Per Tocci l’impegno principale rimane lo Iai: il 26 aprile l’assemblea dei soci del centro studi, che ha tra i principali finanziatori l’Eni e Leonardo, la confermerà direttore con voto bulgaro. Tocci è andata spesso in televisione a parlare di guerra tra Russia e Ucraina, finché il 3 maggio dell’anno scorso ha rifiutato l’invito di Giovanni Floris, a causa della presenza di ospiti da lei considerati “putiniani”.
Quello di Tocci è un caso vistoso di piroette da un cda a un altro, all’insegna del “posto sicuro”. Ma non l’unico. Nel nuovo cda di Acea c’è anche l’avvocato bolognese Angelo Piazza, già ministro della Funzione pubblica nel primo governo D’Alema. Piazza era già rientrato nel giro con la nomina nel cda di Ita Airways il 30 ottobre 2020, fino all’azzeramento del consiglio nel novembre scorso per silurare il presidente Alfredo Altavilla. Intanto, nel febbraio 2021, Piazza si era accomodato nel cda di Save, che gestisce l’aeroporto di Venezia.
Claudio De Vincenti, 74 anni, ex ministro Pd della Coesione territoriale nel governo di Paolo Gentiloni e già sottosegretario a Palazzo Chigi con Matteo Renzi, da aprile 2021 è nel gruppo Benetton, come presidente di Aeroporti di Roma. Pochi giorni fa AdR ha nominato nuovo presidente Vincenzo Nunziata, ex capo di gabinetto del ministro Mariastella Gelmini nel governo Draghi. De Vincenti è passato su un’altra poltrona dell’impero Benetton, presidente di Azzurra Aeroporti che gestisce gli scali di Nizza, Cannes e Saint Tropez.
Patrizia Grieco, approdata alla presidenza dell’Enel con Matteo Renzi nel 2014, nel maggio 2020 ha dovuto lasciare il seggio al candidato dei Cinque stelle, l’avvocato Michele Crisostomo. Così è stata dirottata alla presidenza di Banca Mps. Nello spoils system della destra la presidenza della banca il 20 aprile scorso è andata a un candidato della Lega, Nicola Maione. Grieco, però, il 21 marzo aveva già avuto un incarico di consolazione, la presidenza di Anima Holding, che ha accordi con Mps. Anche per Maione, già nel cda della banca dal dicembre 2017, un incarico tira l’altro: era entrato nel cda Enav nel 2014 e c’è rimasto per sei anni, facendo anche il presidente negli ultimi 18 mesi.
Stefania Bariatti, docente di Diritto internazionale all’Università di Milano, nel 2013 è entrata nei cda delle Autostrade del gruppo Gavio, Astm (fino al 2018) e Sias (fino al 2019, anche come presidente). È stata presidente di Banca Mps dal dicembre 2017 a maggio 2020, quando ha ceduto il testimone a Grieco e ha avuto subito un posto nei cda di A2A e Bnl. Il 23 giugno 2021 è stata nominata nel cda di Mediaset for Europe (Mfe) da Fininvest. Dal 4 ottobre 2022 è nel cda di Inwit. Lo stesso giorno anche Pietro Guindani, ex Ad di Vodafone Italia, è diventato consigliere di Inwit: così non resterà senza poltrona quando, il 10 maggio, terminerà il terzo mandato nel cda dell’Eni, nel quale siede da nove anni indicato dai fondi.
E ancora Giorgio Toschi, ex comandante generale della Guardia di Finanza nominato da Renzi, è stato indicato nel cda di Cdp il 27 maggio 2021. Adesso il Mef lo ha candidato al cda di Enav, per l’assemblea del 28 aprile, con un anno di anticipo sulla scadenza dell’incarico in Cdp. Wanda Ternau è stata nel cda di Fs da maggio 2014 a maggio 2021 in quota Lega. A ottobre 2021 è stata nominata presidente di Triestina Trasporti fino al maggio 2022, ora il Tesoro l’ha ripescata per il nuovo cda di Poste. È stata anche nel cda di Mediaset per tre anni, fino al giugno del 2018.
Silvia Merlo, figlia di un imprenditore metalmeccanico di Cuneo scomparso sei mesi fa, ha una carriera da “piccola Marcegaglia”. Oltre a essere Ad dell’azienda di famiglia, 1.400 dipendenti, è stata in una sfilza di cda: da aprile 2006 ad aprile 2012 nella Cassa di Risparmio di Savigliano, poi nove anni nel cda di Finmeccanica-Leonardo (2011-2020) e sette nel cda di Espresso-Gedi (2013-2020). Nell’aprile del 2021 il salto alla presidenza di Saipem.
Poco dopo la fine del mandato di Ad Enav, Roberta Neri nel maggio 2020 (nominata nel giugno 2015 da Renzi) è stata nominata presidente di Mps Leasing & Factoring nell’ottobre 2020. Alla scadenza del primo mandato in Enav, nell’aprile 2017 Francesco Gaetano Caltagirone l’aveva messa nel cda di Cementir, per tre anni e nel 2022 l’ha candidata al cda di Generali, ma non è entrata.
Marina Brogi, docente di Economia all’Università di Roma, nell’aprile 2012 è entrata nel cda del Banco di Desio, un anno dopo si è dimessa perché nominata nel consiglio di sorveglianza di Ubi, fino al 2 aprile 2016. Poi nel cda di Luxottica, candidata dai fondi, dal 24 aprile 2015. Scaduto l’incarico, nel giugno 2018 è entrata nel cda di Mediaset, nella lista Fininvest, che nel 2021 l’ha confermata in Mfe. È stata eletta nel cda di Generali il 29 aprile 2022 nella lista Caltagirone.
Giulio Gallazzi, nel cda Ansaldo Sts tra 2014 e 2016, alla scadenza è andato in Banca Carige (2016-2018), per alcuni mesi anche presidente traghettatore fino all’assemblea. Quindi è entrato nel cda di Mediaset nella lista dei fondi, confermato in Mfe nel 2021. Alessandra Piccinino, nel cda di Ansaldo Sts 2014-2016, è stata anche nel cda di Mediaset dal 2015 al 2018 e dal 2017 è nel cda di Italgas Reti, poi nel giugno 2021 è stata ripresa da Fininvest per il cda Mfe.
Infine i ripescati di lusso. Fabrizio Palermo, disoccupato dopo la scadenza del mandato di Ad di Cassa depositi e prestiti nel maggio 2021, è stato nominato alla guida di Acea il 26 settembre 2022, grazie ai buoni uffici di Massimo D’Alema. Roberto Cingolani, ex ministro della Transizione ecologica nel governo Draghi, è stato candidato da Meloni come Ad di Leonardo, di cui è dirigente. A Stefano Donnarumma, che era il candidato di Meloni all’Enel ma è stato respinto dall’asse Lega-Forza Italia ed è rimasto fuori anche da Terna, è stata promessa la carica di Ad di Cdp Venture capital. La sua nomina, però, tarda ancora ad arrivare: misteri del “fine poltrona mai”.

Ineccepibile!



Il caso Di Mario

di Marco Travaglio 

Il Partito Preso non riesce proprio a trattare il caso Di Maio per quello che è, avendo trascorso gli ultimi 14 anni a scomunicare i 5Stelle senza comprenderli, accecato dal pregiudizio universale. Chiunque ha visto all’opera Di Maio sa che è fin troppo sveglio, con una gran capacità di imparare e migliorare. È stato un buon leader M5S, un buon vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo nel Conte-1, un buon ministro degli Esteri nel Conte-2 e nel Draghi. Buono non vuol dire condivisibile: il suo atlantismo acritico, identico a quello di Draghi, Mattarella, Letta&C., non ci piace. Ma sulla professionalità niente da dire: altro che “bibitaro”, come lo chiamavano i classisti e i razzisti incapaci di riconoscere i meriti dei 5Stelle e convinti che la politica sia un’esclusiva per figli di papà e rampolli di una dozzina di dynasty.
Ora, qualunque cosa dovrà fare nel Golfo, Di Maio la farà con abilità. Ma nelle cancellerie e diplomazie europee ci sono centinaia di figure che potevano farlo. Perché hanno scelto proprio lui, dopo lo 0,6% dei voti al suo partitucolo? Perché il sistema mafioso chiamato “politica” doveva premiare la sua fedeltà canina ai padroni italiani ed esteri. Guai se chi si immola per l’establishment finisse sul lastrico: nessun altro sarebbe disposto all’estremo sacrificio. Un anno fa Di Maio fu incaricato di far fuori Conte, unico ostacolo superstite alla normalizzazione draghiana del sistema, già ottenuta con la Lega giorgettiana, FI brunettian-gelminiana, il Pd lettiano, i centrini renzian-calendiani, la finta opposizione meloniana: tanti partiti con nomi diversi e programmi uguali. Prima provò a scalzare Conte da leader del M5S impallinando – con Giorgetti, Guerini, Renzi e Letta – la Belloni sulla via del Colle (lì doveva salire Draghi o restare Mattarella: tertium non datur). Ma, malgrado gli amorevoli consigli di Draghi a Grillo, Conte restò leader. E costrinse il governo a rinviare al 2028 l’aumento della spesa militare al 2% del Pil, promesso alla Nato entro il ’24. Allora Di Maio, con l’avallo dei suoi spiriti guida al Quirinale, a Palazzo Chigi e al Nazareno, scatenò la scissione di 66 parlamentari dai 5Stelle. Si illudeva di rafforzare Draghi e se stesso e di indebolire Conte. Accadde l’opposto. Draghi optò per l’harakiri e incolpò il M5S, convinto – nella sua hybris – che gli elettori avrebbero punito Conte e premiato Di Maio, candidato dal Pd insieme ai suoi fedelissimi. Accadde l’opposto. Punito dal basso, Di Maio viene ora premiato dall’alto: si scrive Borrell, ma si legge Draghi, Quirinale, Nato e vecchio Pd. Ma adesso chi dovrebbe allarmarsi è il nuovo Pd: ove mai Elly Schlein si ricordi chi è e cambi musica, un Di Maio pidino da far esplodere e poi risarcire si trova sempre.

E che si festeggi!




lunedì 24 aprile 2023

Quark e i tuffi

 


Tomaso e la dilapidatrice

 

Venere social, pizza, banalità: un trash degno del Billionaire
LA CAMPAGNA CAFONA DI SANTANCHÉ - “Open to Meraviglia”. Il titolo “inglesato”, la grafica da fumetto porno, i monumenti ridotti a location: un’immagine che sta alla realtà come il parmesan al parmigiano
DI TOMASO MONTANARI
Nove milioni di euro. Quanti precari del patrimonio culturale ci si potrebbero assumere? Quanti documenti antichi dei nostri archivi di Stato restaurare? Quante chiese curare, e riaprire? Quanti piccoli musei riallestire? E invece no. La Repubblica butta nove milioni delle nostre sudatissime tasse in una oscena campagna pubblicitaria che dovrebbe vendere ciò che si vende fin troppo bene da sola: l’Italia come meta turistica!
La ministra Santanché annunzia gioconda alle tv che vorrebbe vedere il turismo ascendere al rango di prima industria italiana: senza nemmeno immaginare cosa questo significherebbe in termini di sostenibilità, e di declino di un Paese ridotto a grande villaggio turistico. Vorrebbe dire essere comprati a pezzi da fondi stranieri, perdere quel poco di influenza internazionale, assomigliare sempre di più all’immagine che dei romani aveva James Joyce: quella di un nipote neghittoso e inetto che campa facendo vedere ai turisti il cadavere imbalsamato della nonna.
In quanto a grottesco sciacallaggio del passato siamo già un pezzo avanti, del resto. E lo dimostra proprio la campagna pubblicitaria partorita da Santanchè, grottesca fino dal titolo: Open to Meraviglia. La linea è quella – altissima – del Verybello di Dario Franceschini (altra campagna mangiasoldi finita nel nulla e nel ridicolo): e del resto i grandi spiriti si incontrano. Ma qua si fa un ulteriore passo avanti: gli italiani ridotti a ciceroni per la mancia dei turisti si incarnano in una simpatica bionda trentenne, ora in minigonna, ora in canotta da gondoliera, ora in completo da hostess.
E la bionda altri non è che la povera Venere di Sandro Botticelli: ma liftata e pittata come una sciantosa. Nella testa dei ‘creativi’ pagati a caro prezzo con le nostre tasse, il celebre servizio fotografico di Chiara Ferragni agli Uffizi proprio di fronte a quel feticcio deve aver acceso una fantastica lampadina: è così Venere è diventata direttamente un’influencer, che vende al mondo… la propria Patria (direbbero i patriottici committenti)! Vista la fede nera più volte ostentata da Santanché, sarebbe tentante vedere in questa scelta una memoria dell’uso che della Venere fece Mussolini nel 1930, intorno a una grande mostra d’arte italiana a Londra che doveva esibire al mondo anglosassone “l’eterna vitalità della razza italica”. Il saggio che lo storico Francis Haskell dedica all’episodio verrebbe in effetti utile fin dal titolo: Botticelli al servizio del fascismo! Ma la triste verità è che rispetto al personale che muoveva, un secolo fa, la macchina da propaganda fascista, gli attuali nipotini sono di una ignoranza così crassa e barbarica che solo a suggerire il paragone l’animaccia nera di Giuseppe Bottai si rivolta nella tomba. No, qua il fascismo non c’entra nulla: c’entra la totale inconsapevolezza di cosa siano quella patria e quella nazione che questa destra cita a ripetizione senza saperne un accidenti di nulla. Il titolo inglesato (come la mettiamo col camerata Rampelli?), la grafica da fumetto porno, la banalità assoluta dei testi e delle immagini, i monumenti ridotti a location, i “borghi suggestivi” (letterale), la pizza e (manca poco) il mandolino: il vero paradigma culturale è Las Vegas. Un mostruoso centone dell’Italia, un luna park, un tarocco cinese per americani: un’immagine dell’Italia che sta a quella vera come il parmesan sta al parmigiano reggiano.
E qui il problema è serio: perché vuol dire che abbiamo a tal punto introiettato l’immagine dell’Italia venduta e comprata nel mercato globale, abbiamo a tal punto fatto nostra la retorica della pizza e del sole, ci siamo così adagiati nella celebrazione della nostra ‘grande bellezza’, che ormai ci guardiamo anche noi con gli occhi di chi non sa cosa sia davvero l’Italia. A vederla, mi è venuto in mente un certo ristorante italiano di Fort Worth, in Texas, nel quale, dopo una cena efferata, la vecchia madre del proprietario veniva in sala a cantare arie d’opera: per la gioia dei texani che, estasiati, pensavano di stare a Sorrento. La cifra complessiva che caratterizza questa campagna pubblicitaria è, insomma, la cafonaggine: un cattivo gusto travolgente. Ma non un trash felice, leggero e autoironico, no. Invece, una retorica greve e bolsa: da nuovo ricco ignorante, da milionario saudita o da oligarca russo. Da Billionaire, non per caso.
La classe dirigente che violenta in questo modo vergognoso la Venere di Sandro Botticelli è la stessa che ciancia a ripetizione di ‘nuovi Rinascimenti’, la stessa che si straccia le vesti di fronte ai ragazzi di Ultima generazione che usano le opere d’arte del passato come cose vive e provocanti, e non come Barbie animate: questa campagna è un monumentale danno erariale, ma almeno serve benissimo a farci capire chi ci governa. Ogni volta che ci toccherà vedere la Venere-influencer, ricordiamocene: chissà che alla fine non troviamo il coraggio di dire basta.

domenica 23 aprile 2023

Nulla è impossibile!



Nulla è precluso a nessuno! Vendi bibite allo stadio? Non demordere! Un giorno potresti parlare di strategie petrolifere con gli arabi! Non abbatterti e ascolta un consiglio: appassionati allo stile fantasy… con i Draghi infatti il tuo futuro germoglierà!!!
P.S. ma cosa k…zzo ci capirà Giggino del Golfo Persico???

Trasmettente



Il Pera con questa altisonante manifestazione ci vuole subliminalmente dire che la guerra è bella e gli americani sono bravi… i migliori…vamos!