domenica 23 aprile 2023

Selvaggiamente


di Selvaggia Lucarelli 

Sono davvero rammaricata per le conseguenze emotive della vignetta di Natangelo su Giorgia Meloni. Mi rendo conto che per la nostra presidente una battuta sulla sua famiglia, famiglia da lei tenuta sempre prudentemente a distanza dalla politica, debba essere un fatto traumatico. 
Proprio per questa sua riconosciuta intenzione di non mescolare politica e parenti- ha ragione- bisognerebbe non occuparsi mai dei suoi affetti. 

E anche per una ragione di reciprocità e riconoscenza, visto che lei, è risaputo, delle famiglie altrui non si interessa mai.

 A parte dirci chi e se può adottare, chi e se può ricorrere alla gestazione per altri, a parte dirci chi può registrare i figli, cosa va insegnato ai nostri figli, cosa devono mangiare in mensa i nostri figli (vi ricordate il cous cous?) e se noi madri dovremmo lavorare o no, in effetti Giorgia Meloni della nostra famiglia non si è mai interessata. Questa cosa di dedicare una vignetta alla sua è davvero volgare. Anche l’ ultima storia del governo che vorrebbe non far pagare le tasse ai nuclei familiari composti da almeno due figli è chiaramente lampante segno di disinteresse per le famiglie degli altri. Personalmente, ho appena litigato col mio compagno che non ha voluto figli e abbiamo fatto pace solo dopo aver stabilito che la mia iva da ora in avanti la paga lui. 

E aggiungo: se si va avanti con questo disinteresse di Giorgia Meloni per le famiglie altrui, io vedo un futuro in cui la trama del film candidato all’oscar nel 2015 “The Lobster” diventa realtà. Per chi non la avesse vista, la pellicola racconta un mondo distopico in cui le persone single sono costrette a trovare, entro quarantacinque giorni, un partner. Se restano sole vengono trasformate in un animale a loro scelta. Ecco, io vedo il mio compagno che mi molla. Poi l’ultimatum di Giorgia Meloni. I 45 giorni che passano senza accoppiarmi. Francesca Fagnani che appare da dietro una tenda e mi chiede “che belva vuoi diventare?”. Io che dico la vitellina Mary, perché Lollobrigida ha detto che la trattano con tanta cura. Dopo sei mesi sono un ossobuco. Brutale, sì, ma sempre meno di una vignetta, me ne rendo conto.

Da Il Fatto




Pazzesco!

 


Sorridete!

 


Ragogna



 

Meditativo

 

Trucchi mediatici e slogan ripetuti così il centrodestra mina l’antifascismo
DI STEFANO MASSINI
Lo confesso, sono fra i tanti che in questi mesi hanno pensato che dietro i continui attacchi all’antifascismo non ci fosse un preciso costrutto, ma solo sguaiatorevanscismo cameratesco, legittimato dall’opinabile teoria che l’esito elettorale del 2022 sdoganasse full optional l’armamentario dottrinale di Salò, Predappio e mete affini del black tour. Poi ho mutato opinione.
Adesso, man mano che il mosaico accoglie nuove tessere, mi convinco sempre più che una strategia presieda a questi apparentemente bradi colpi di mortaio.
Quasi cinque secoli sono passati dall’illuminante “Discorso sulla servitù volontaria” di Étienne de La Boétie, in cui di fatto si stigmatizzava la pigrizia dei sudditi come anticamera del dispotismo: la libertà è bellissima a parole, ma al di là della collosaretorica, richiede fatica, sforzo, cura, senso critico, ovvero una forma concreta di manutenzione da cui puoi esimerti delegando il potere a un capo carismatico che deciderà per te, tramutando la proposta in diktat, azzerando il dibattito sulle ipotesi a favore di un ordine tassativo. La lezione di La Boétie ha trovato da allora applicazione in ogni contesto, trionfando nei regimi totalitari dell’ultimo secolo che certo nacquero dal coacervo di paure e rabbie collettive, ma trovarono il proprio combustibile anche nel torpore, nell’abulia, nella facile fiacchezza che azzera l’essere pensante e di un libero cittadino fa una pedina catechizzata, inquadrata e asservita.
Di questa tendenza fu notoriamente corresponsabile l’ascesa dei mezzi di comunicazione, determinanti nel convertire la politica nella propria narrazione, articolata in una vera drammaturgia di cui, col tempo, la stanza dei bottoni ha affinato tecniche e trucchi.
Ecco, ciò a cui stiamo assistendo può essere ricondotto a questa matrice, e non solo perché usa il metodo (descritto alla perfezione da Harold Lasswell) dello slogan che entra sottopelle del ricevente non come parere vagliabile ma come un dato incontrovertibile (e dunque non “io dissento dall’antifascismo”, bensì nettamente e inmodo assertivo “l’antifascismo non è nella Costituzione”). A blindare l’effetto, c’è un furbissimo uso del meccanismo mediatico dell’inflazionamento: ad ogni bordata di La Russa e sodali contro i pilastri fondativi della nostra Repubblica, è come se lo scandalo diminuisse, perché l’eversione stessa si trasmuta in ordinaria amministrazione se assume la forma di un copione sempre uguale, e come tale prevedibile. Dunque l’attacco frontale e puntuale degli ex-post-neo-fascisti contro l’antifascismo innesca la conseguenza primaria di rendere la contrapposizione tediosa, ripetitiva e inevitabilmente banale, svuotandola di significato.
Oggi per esempio è il 23 aprile, 48 ore ci separano dalla Festa della Liberazione, ed è per tutti scontato che le agenzie ribatteranno a breve affermazioni variopinte e frasi in libertà carpite dalle labbra di un ministro o di colui che pur ostentando fascist-pride è kafkianamente Capo supplente di uno Stato nato dall’antifascismo. Lo sappiamo già, ce lo aspettiamo, potremmo perfino scrivere preventivamente parole di reazione accorata, celando il punto nodale che un sassolino che ti cade in testa dal cielo ti fa alzare gli occhi a cercarne la provenienza, ma se lo stesso ti colpisce durante una grandinata, passa del tutto inosservato.
E allora, per paradosso, qualcuno ormai potrebbe perfino dichiarare di festeggiare la fondazione della Gestapo (per ironia della sorte creata da Göring il 26 aprile 1933), e la notizia susciterebbe più ilarità che indignazione, più sconforto che pubblica condanna, cosicchè la missione può dirsi in un certo senso compiuta, perché centra il bersaglio di desacralizzare la memoria, riducendola a un flipper in cui la pallina rimbalza fra le sponde fra lampadine e campanelli, ma è comunque destinata a finir presto in un game over.
In fondo l’antifascismo si regge completamente sullo scandalo percepito del fascismo, ed è una contrapposizione che non può sbiadirsi né tantomeno ridursi a un cartoon in cui ci si prende a pugni rimbalzando come gomma. E la riprova sta nella storia stessa, se si pensa che il 4 ottobre 1936, nell’East End, la “marcia su Londra” di migliaia di camicie nere inglesi guidate da Oswald Mosley fu respinta a Cable Street dall’insurrezione popolare di 20.000 democratici che le sbarrarono la strada, prendendo molto sul serio la sua minaccia.
Se quei londinesi si fossero viceversa stretti nelle spalle, riservando all’Unione Fascista Britannica il sorriso bonario che sempre più spesso offriamo al caravanserraglio di questi nostalgici, chissà come poteva evolvere la vicenda, e forse studieremmo Mosley al pari di Churchill. È chiaro che è utopia, ma fino a un certo punto, dal momento che l’assuefazione è sempre prologo dell’avallo.
E su questo ci sono pochi dubbi.

L'Amaca

 

Come la pizza senza farina
DI MICHELE SERRA
Festeggiare il 25 aprile senza partigiani e senza Bella Ciao è ridicolo: come andare a cavallo senza cavallo, o fare la pizza senza farina. Ridicola, dunque, è l’aggettivo che meglio si attaglia alla decisione del sindaco leghista di Seriate, Cristian Vezzoli, di celebrare il 25 aprile praticamente da solo, lui e la sua fascia tricolore. E alle tante scelte consimili, che definirei di svuotamento del 25 aprile per poterlo poi riempire di una molto generica fuffa “democratica” buona per tutte le stagioni, per tutte le storie, per tutti i Paesi.
Due osservazioni. Una futile, una di sostanza. Quella futile: ma perché i leghisti si chiamano tutti Cristian, Albert, Manuel, presto anche Giacom e Lucian?
Esiste una selezione del personale fondata sull’elisione della vocale finale?
Quella di sostanza: ma non sarebbe meglio, per leghisti e neofascisti (per primo La Russa) dire con franchezza che sono contro il 25 aprile? Che non è la loro festa, che non li rappresenta? Non è penoso, e anche parecchio ipocrita, questo sforzo di sembrare partecipi, però a modo loro, di qualcosa che odiano (l’antifascismo, la Resistenza, i partigiani)? Il moltiplicarsi, in tutta Italia, di indicibili fatiche, e contorsioni dialettiche, e simulazioni di appartenenza a una medesima comunità, testimonia una cosa soltanto: che la comunità è divisa nonostante quasi ottant’anni di volonterosa simulazione. Prenderne atto è più salubre (per tutti) che simulare una concordia nella quale crede, eroicamente, ormai solo il Quirinale, che ha il dovere istituzionale di farlo e lo fa con altissimo profilo: un grattacielo che parla agli gnomi.

Meno male che c'è lui!

 

2 assessori 2 misure
di Marco Travaglio
Monica Lucarelli, assessore a Roma, è indagata per corruzione (favori al clan Tredicine in cambio di doni) e turbativa d’asta (mercato dei fiori). Ma dice che i regali erano vini poco pregiati e il sindaco Gualtieri (Pd) se la tiene. Tanto la notizia non la conosce quasi nessuno: i giornaloni la confinano nelle cronache locali. E sarebbe tutto giusto così se sette anni fa un caso simile, ma molto meno grave, non avesse intasato per mesi le prime pagine: quello di Paola Muraro, fra i massimi esperti europei di rifiuti, consulente Ama dal 2004 (sotto Veltroni, Alemanno e Marino), nominata all’Ambiente da Raggi (M5S) il 7.7. 2016. Da quel preciso istante Muraro diventa una criminale matricolata sia per i media sia per la Procura, che apre un’inchiesta sui suoi 12 anni di consulenze, fino ad allora insospettate. Si scopre addirittura che per lavorare si faceva pagare: “Conflitto d’interessi”, strillano Messaggero, Repubblica e Corriere, come se la Muraro non avesse abbandonato tutte le consulenze, a Roma e altrove, rimettendoci un sacco di soldi.
Ai primi di agosto, giornaloni e social targati Pd iniziano a dire che è indagata: i pm “rivalutano” tre vecchie telefonate con Salvatore Buzzi, intercettate nell’inchiesta Mondo di Mezzo e ritenute irrilevanti. I pm precisano che con Mafia Capitale non c’entra nulla, ma per tutta l’estate i giornaloni le dedicano più pagine che al duello Trump-Clinton per la Casa Bianca. Messaggero: “4 inchieste sui rifiuti: si accelera su Muraro”. Corriere, più modesto: “3 filoni d’indagine e la sensazione che la sua posizione potrebbe cambiare” (giornalismo sensitivo, medianico). Rep: “L’asse Muraro-Panzironi (ex ad di Ama, ndr)… Uno stillicidio di episodi non penalmente rilevanti”, su cui dunque indagano i pm. Tipo quando “Muraro e Panzironi parlano dell’impianto di trattamento rifiuti”. Una consulente sui rifiuti consultata sui rifiuti: roba da ergastolo. Siccome Rep è contro il sessismo, le affibbia pure una liaison con un dirigente. Renzi, noto garantista, dice che “la Raggi ha consegnato i rifiuti a Mafia Capitale”. Il 5.9 la Muraro annuncia di esser indagata per infrazione al testo Unico Ambientale (multa fino a 250 euro) sui quantitativi di rifiuti smaltiti a Rocca Cencia e di aver informato Raggi, Taverna e, via mail, Di Maio. Il quale dice di non aver letto la mail. Tg e giornali bombardano per giorni: “Di Maio sapeva, mente, si dimetta”, “Raggi sapeva, mente, si dimetta”. Il 13.12 la Muraro riceve l’avviso di garanzia e si dimette. Come per incanto i suoi reati spariscono, l’indagine (una, non quattro) viene archiviata e i giornaloni iniziano a intervistarla sugli errori della Raggi in tema di rifiuti. Poi arriva Gualtieri e non si dimette più nessuno. Tranne i giornalisti.