domenica 23 aprile 2023

L'Amaca

 

Come la pizza senza farina
DI MICHELE SERRA
Festeggiare il 25 aprile senza partigiani e senza Bella Ciao è ridicolo: come andare a cavallo senza cavallo, o fare la pizza senza farina. Ridicola, dunque, è l’aggettivo che meglio si attaglia alla decisione del sindaco leghista di Seriate, Cristian Vezzoli, di celebrare il 25 aprile praticamente da solo, lui e la sua fascia tricolore. E alle tante scelte consimili, che definirei di svuotamento del 25 aprile per poterlo poi riempire di una molto generica fuffa “democratica” buona per tutte le stagioni, per tutte le storie, per tutti i Paesi.
Due osservazioni. Una futile, una di sostanza. Quella futile: ma perché i leghisti si chiamano tutti Cristian, Albert, Manuel, presto anche Giacom e Lucian?
Esiste una selezione del personale fondata sull’elisione della vocale finale?
Quella di sostanza: ma non sarebbe meglio, per leghisti e neofascisti (per primo La Russa) dire con franchezza che sono contro il 25 aprile? Che non è la loro festa, che non li rappresenta? Non è penoso, e anche parecchio ipocrita, questo sforzo di sembrare partecipi, però a modo loro, di qualcosa che odiano (l’antifascismo, la Resistenza, i partigiani)? Il moltiplicarsi, in tutta Italia, di indicibili fatiche, e contorsioni dialettiche, e simulazioni di appartenenza a una medesima comunità, testimonia una cosa soltanto: che la comunità è divisa nonostante quasi ottant’anni di volonterosa simulazione. Prenderne atto è più salubre (per tutti) che simulare una concordia nella quale crede, eroicamente, ormai solo il Quirinale, che ha il dovere istituzionale di farlo e lo fa con altissimo profilo: un grattacielo che parla agli gnomi.

Meno male che c'è lui!

 

2 assessori 2 misure
di Marco Travaglio
Monica Lucarelli, assessore a Roma, è indagata per corruzione (favori al clan Tredicine in cambio di doni) e turbativa d’asta (mercato dei fiori). Ma dice che i regali erano vini poco pregiati e il sindaco Gualtieri (Pd) se la tiene. Tanto la notizia non la conosce quasi nessuno: i giornaloni la confinano nelle cronache locali. E sarebbe tutto giusto così se sette anni fa un caso simile, ma molto meno grave, non avesse intasato per mesi le prime pagine: quello di Paola Muraro, fra i massimi esperti europei di rifiuti, consulente Ama dal 2004 (sotto Veltroni, Alemanno e Marino), nominata all’Ambiente da Raggi (M5S) il 7.7. 2016. Da quel preciso istante Muraro diventa una criminale matricolata sia per i media sia per la Procura, che apre un’inchiesta sui suoi 12 anni di consulenze, fino ad allora insospettate. Si scopre addirittura che per lavorare si faceva pagare: “Conflitto d’interessi”, strillano Messaggero, Repubblica e Corriere, come se la Muraro non avesse abbandonato tutte le consulenze, a Roma e altrove, rimettendoci un sacco di soldi.
Ai primi di agosto, giornaloni e social targati Pd iniziano a dire che è indagata: i pm “rivalutano” tre vecchie telefonate con Salvatore Buzzi, intercettate nell’inchiesta Mondo di Mezzo e ritenute irrilevanti. I pm precisano che con Mafia Capitale non c’entra nulla, ma per tutta l’estate i giornaloni le dedicano più pagine che al duello Trump-Clinton per la Casa Bianca. Messaggero: “4 inchieste sui rifiuti: si accelera su Muraro”. Corriere, più modesto: “3 filoni d’indagine e la sensazione che la sua posizione potrebbe cambiare” (giornalismo sensitivo, medianico). Rep: “L’asse Muraro-Panzironi (ex ad di Ama, ndr)… Uno stillicidio di episodi non penalmente rilevanti”, su cui dunque indagano i pm. Tipo quando “Muraro e Panzironi parlano dell’impianto di trattamento rifiuti”. Una consulente sui rifiuti consultata sui rifiuti: roba da ergastolo. Siccome Rep è contro il sessismo, le affibbia pure una liaison con un dirigente. Renzi, noto garantista, dice che “la Raggi ha consegnato i rifiuti a Mafia Capitale”. Il 5.9 la Muraro annuncia di esser indagata per infrazione al testo Unico Ambientale (multa fino a 250 euro) sui quantitativi di rifiuti smaltiti a Rocca Cencia e di aver informato Raggi, Taverna e, via mail, Di Maio. Il quale dice di non aver letto la mail. Tg e giornali bombardano per giorni: “Di Maio sapeva, mente, si dimetta”, “Raggi sapeva, mente, si dimetta”. Il 13.12 la Muraro riceve l’avviso di garanzia e si dimette. Come per incanto i suoi reati spariscono, l’indagine (una, non quattro) viene archiviata e i giornaloni iniziano a intervistarla sugli errori della Raggi in tema di rifiuti. Poi arriva Gualtieri e non si dimette più nessuno. Tranne i giornalisti.

sabato 22 aprile 2023

Dialoghi

 


Sminuiscono

 


Commenti alla prima di Elly!

 


Sulla Satira

 

Tengo famiglia
di Marco Travaglio
Quante cose ha svelato Natangelo in 6×5,5 cm di vignetta: lo stato comatoso del governo, della maggioranza, della cosiddetta opposizione di centro e presunta sinistra, ma soprattutto della fu informazione.
Giorgia Meloni scambia la sorella per il bersaglio della vignetta e per una piccola fiammiferaia senza rilievo pubblico, mentre da mesi l’Arianna troneggia sui media in quanto prima consigliera della premier e moglie del ministro-cognato Lollobrigida. Denuncia il “silenzio assordante” assordata dalla canea che si leva tutt’intorno contro il vignettista e il Fatto. Dimentica i suoi tweet per la libertà di satira: “Ezio Greggio… smonta la deriva politicamente corretta che vorrebbe mettere il bavaglio sulla comicità. Viva la libertà di satira” (29.5.2021). “I fanatici del politicamente corretto come al solito non gradiscono la comicità libera e partono all’attacco di Checco Zalone, con esponenti politici che chiedono le scuse o che venga ‘corretto il tiro’ della sua satira. Che tristezza. Viva Zalone e la comicità libera e pungente (23.2.2022). E proclama, pancia indentro e petto infuori, che “se qualcuno pensa di fermarci così, sbaglia di grosso”, come se qualcuno avesse mai pensato di fermare chicchessia con una vignetta. Come può uno scoglio arginare il Lollo.
Calderoli, il lord Brummel di Bergamo Bassa, mi dà un consiglio: “Prima di pubblicare una vignetta, guardala e chiediti perché dovrebbe essere pubblicata. Se la condividi, poi ne diventi responsabile. Io forse non capisco le battute, come dice lui, ma lui sicuramente non capisce la volgarità né il suo limite”. In effetti il ministro che diede dell’“orango” a Cécile Kyenge ed esibì al Tg1 una t-shirt con stampata una vignetta contro Maometto scatenando una rivolta islamica al consolato italiano di Bengasi con 11 morti e 25 feriti e dovendosi poi dimettere, ero io. Ma giuro che non lo faccio più.
Renzi, parlandone da vivo, commenta nel suo italiano malfermo (è madrelingua saudita): “Non è solo una vignetta ma un clima per cui se fai politica puoi essere mostrificato anche nella tua sfera privata, per cui la cultura del sospetto è il filo conduttore di presunti opinionisti televisivi, per cui si scambia la satira con l’odio”. Per cui se fai ammazzare e dissecare con la sega circolare un giornalista dissidente sei un principe del Rinascimento e un impareggiabile finanziatore, se invece fai una vignetta è “odio”.
Per cui la Boschi dice al Giornale: “Non mi rassegno allo stile Travaglio”, da sempre “misogino”. Ma questa è satira, come la frase di Osho: “La satira dev’essere libera, senza paletti, ma in questo caso si è esagerato”. Ergo i paletti esistono. Li decide lui, previo consulto con la famiglia Meloni.
Peggio dei politici sono solo i giornalisti. Il presidente dell’Ordine Carlo Bertoli deplora la “pessima giornata per l’informazione” per “una vignetta del Fatto in cui il diritto di satira cede il posto a un contenuto sessista e disgustoso”. Il presidente dell’Ordine dei Censori non avrebbe detto meglio.
Sulla Stampa, il satirista per mancanza di prove Luca Bottura sostiene Natangelo come la corda sostiene l’impiccato: la vignetta è “disgustosa”, “può legittimamente apparire greve, irricevibile, sessista, ecc.”, però è “permessa”. Com’è umano, lui.
Sansonetti, sul Riformatorio, dà “piena solidarietà alla signora Arianna Meloni” contro la vignetta che “pare fascista”, nello “stile di Farinacci”, che però non faceva vignette. Un caso umano.
Sul Corriere, Monica Guerzoni è sconvolta: la vignetta “entra nella casa e nella vita privata di Lollobrigida e di sua moglie” perché Natangelo ci ha messo “tanto di nome”: e figurarsi se non ce l’avesse messo, visto che questi non capiscono le battute neppure se ce lo metti. Segue la lezione di “deontologia professionale” e la richiesta di “scuse” da una che pubblicò la falsa lista dei “putiniani d’Italia” con tanto di nomi e foto segnaletiche, inventandosene 6 su 11 e senza rettificare né scusarsi.
Sul Messaggero, il caltagirino Mario Ajello è tutto accaldato: “Non è satira, è barbarie, brutalità ideologica”. Povero papà Nello, quanti libri di storia del giornalismo e della satira scritti invano.
Su La7, Mentana fa il Mentana: “Dovremmo anche parlare di quello che ha monopolizzato di più, nei corridoi dei palazzi della politica, l’attenzione di maggioranza e opposizione: una vignetta pubblicata dal Fatto sulla vicenda Lollobrigida e la sostituzione etnica, con implicazioni che riguardano la vita privata di persone non politiche. Non vogliamo mostrarla… per non scendere al livello molto basso sia della vignetta sia dei commenti e proteste che poco hanno a che fare con la politica nel senso più alto. Scusate se sembra uno slalom rispetto al problema: è una brutta vignetta, è giusto non farla vedere”. Siccome non vale la pena di parlarne, ne parla. E siccome non gli piace, non la mostra così nessuno capisce se è bella o brutta. Però sono brutte anche le reazioni. Brutti i censori e brutto il censurato. Come chi assiste a un linciaggio e rimane neutrale perché il linciato porta una brutta cravatta.
Marco Damilano, il vispo ex direttore dell’Espresso che sbatté in copertina la foto ritoccata della Raggi per imbruttirla e invecchiarla, ora è su Rai3 e solidarizza con la povera Arianna vittima di una “logica tribale”. Qualunque cosa significhi, una leccatina ai nuovi padroni della Rai può sempre servire. Il sederino è salvo, la dignità uno non se la può dare.


L'Amaca

 

Uomini e petardi
DI MICHELE SERRA
Una buona domanda da fare ai vostri amici: se tu fossi Elon Musk, spenderesti quella montagna di quattrini per andare su Marte oppure per bonificare i deserti?
L’ennesimo razzo esploso dopo il lancio viene definito «un passo avanti» dallo stesso Musk (anche Willy il Coyote, quando mette un piede oltre il baratro, è convinto di avere fatto un passo avanti).
Ma a noi con i piedi sulla terra (pedoni? pedestri? terra-terra?) l’idea che un’astronave alta cinquanta metri sia andata in fumo, raggiungendo diversi suoi predecessori nel Cimitero degli Ordigni aperto e gestito da Musk, fa molta impressione. Non perché siamo contro la tecnologia — ne siamo dipendenti, e devoti ammiratori — ma perché ci piacerebbe che anche la tecnologia fosse dipendente da noi, e nostra ammiratrice.
Stiamo parlando di miliardi andati in fumo, e sebbene siano miliardi privati, anche grazie a un sistema fiscale molto benevolo con i ricchi, è inevitabile pensare a quante maniere più logiche e urgenti ci sarebbero per spenderli. Bonificare i deserti è solo un modo di dire, anche se esplicito ed efficace.
Significa riparare la terra, pulire l’aria, deplastificare gli oceani, dissalare l’acqua marina, sfamare gli affamati, e la lista è continuamente aggiornabile.
Credo di avere scritto questa stessa Amaca già per le precedenti esplosioni degli enormi petardi di Musk. Prometto di riscriverla identica anche in occasione dei futuri “passi in avanti” dell’amico Elon (basi spaziali alla deriva? Cavi divorati da topi astronauti?) perché da questa domanda non si scappa: disponendo di una vagonata di miliardi, li spenderesti per andare (in cento, e tra cento anni) su Marte o per bonificare i deserti e stare meglio in tantissimi, qui e adesso?