mercoledì 12 aprile 2023

L'Amaca

 

Taci, la Tesla ti ascolta!
DI MICHELE SERRA
Per centinaia di generazioni la grande maggioranza degli uomini ha avuto la certezza di vivere sotto lo sguardo di Dio, così che nessuna delle proprie azioni potesse sfuggire al suo vaglio. Il celebre “Dio ti guarda, Stalin no”, slogan della Dc nella sua vittoriosa campagna elettorale del 1948, è un’applicazione un po’ terra terra, e però efficace, della soggezione umana nei confronti di un superpotere divino che nemmeno il più intrusivo e dispotico dei poteri politici potrà mai illudersi di emulare.
Ma poi, a mettere in riga Dio e Stalin, occupando trionfalmente il primo gradino del podio, è arrivata la tecnologia, che di noi sa davvero tutto, in tempo reale, e non per giudicarci (l’etica è un’usanza desueta) ma per comprarci e venderci. I vari garanti della privacy sono nobili cavalieri di una causa persa. Li ammiro, ma credo non abbiano speranze.
Così capita che in America alcuni proprietari di Tesla (l’automobile) si siano accorti che Tesla (l’azienda) li spiava a bordo della propria macchina, mentre facevano le cose che ognuno di noi fa e dice quando è in macchina, sentendosi in un guscio protetto, in una nicchia privata. Questi automobilisti si sono molto arrabbiati a faranno causa a Tesla — in America ci sono più avvocati che americani. Ma la loro è, comunque vada, una rivolta inutile. La fitta rete di dispositivi che ci circonda di noi sa tutto.
Ci siamo consegnati a loro mani e piedi.
La via d’uscita è una sola: comportarci come se fossimo soli (per esempio, continuando a metterci le dita nel naso in macchina) e fare finta di niente. Nel 1948, del resto, avrei votato Fronte Popolare anche se Dio mi guardava.
Figurarsi quanto me ne può importare se mi guarda Elon Musk.

Robecchi e gli allocchi

 

La statua che piange. Siamo a Totò, Peppino e il medioevo dello scontento
di Alessandro Robecchi
C’è qualcosa di meravigliosamente stordente, a suo modo sublime, italianissimo e al tempo stesso satirico, però anche mistico e grandioso, nelle cronache che vengono da Trevignano Romano. La statua della Madonna che piange sangue, l’ex vescovo che la porta in chiesa, le trasmissioni televisive di gossip aumentato che danno corda alla storia, la santona che si rende irreperibile, i fedeli che ci ripensano. Un florilegio che incrocia anni Cinquanta, Totò e Peppino, speculazione edilizia, acquisto di terreni. E voi, allocchi, che credevate alle favole mistiche dell’intelligenza artificiale, ChatGPT, microchip ed elettronica ciberpunk, lo spazio, il futuro… bene, rieccovi nel Medioevo del nostro scontento.
Tutto fa ridere, tutto è amabilmente deprimente, a partire dal fatto che le statue piangenti sarebbero cinque o sei che si dividono i compiti: un paio lacrimano sangue (parrebbe di maiale, il che sarebbe ancor più miracoloso, in effetti), e le altre olio (parrebbe santo, ma vai a sapere); e dicono i testimoni che la veggente Maria Giuseppa Scarpulla, nome d’arte Gisella Cardia, prima di mostrarle si chiudeva un quarto d’ora nella stanza, da sola, lei e le statue. E intanto ampliava il terreno, raccoglieva offerte, mentre i non credenti del luogo, laicamente, deploravano la difficoltà di parcheggio causa assembramenti sacri, chissà se qualcuno pregava per trovare un posto auto libero, sarebbe consono allo spirito dei tempi. Tutto questo da anni e anni, sotto gli occhi di tutti, il 3 di ogni mese.
Quanto a miracoli, pare pochini: molte promesse ma zero risultati, non fosse per il dolore (vero) e la disperazione (vera) di alcuni che chiedevano guarigioni insperate, siamo in piena commedia all’italiana: la veggente assicurava la moltiplicazione delle focacce e degli gnocchi (giuro), che però un fedele e finanziatore della prima ora, Roberto Rossiello, dice di non aver mai visto. Dannazione.
Ma cosa veggeva la veggente? “Minacciava il Papa, parlava di braccia tagliate ai sacerdoti. Ci siamo messi paura”. E te credo, ci manca solo la Madonna hater!
Insomma, come nei veri film dell’orrore si fatica a staccarsi dai racconti e dalle testimonianze, c’è una repulsione che attrae, che solletica vecchi istinti, oltre al timore di constatare che siamo ancora un po’ questa cosa qua, che c’è una (piccola, si spera) frazione del Paese che puoi convincere di ogni cosa, se gliela vendi bene, ma anche se gliela vendi male. Un’ignoranza atavica impastata con uno sconforto che è parente della resa senza condizioni. Se c’è gente che crede alle statue che piangono, figurati cosa puoi fare con un buon apparato mediatico su cose un filino più serie, le crisi, le guerre, l’ottundimento del senso critico in ogni angolo di un Paese che si favoleggia laico e moderno. Il tutto mentre alla maestra di Oristano che nelle ore di lezione ungeva i bambini con l’olio santo di Medjugorje (lei dice che ha portato l’olio, poi si ungevano loro, da soli) vengono offerti ruoli di consulente (regione Sicilia) o invitata al ministero (Sgarbi) per essere “risarcita” dopo la sospensione di venti giorni dall’incarico.
Tutti santi, tutti devoti, tutti volti all’inginocchiatoio, tranne quando il Papa invita un ragazzo russo alla via Crucis, e allora apriti cielo: il mistico piace molto e non impegna, ma solo finché non dice la parola “pace”, allora si storce il naso e lo si confina nei trafiletti di dieci righe a pagina nove e nella coda dei telegiornali, ché suona fastidioso, e rovina la narrazione.

Portati nella realtà

 

Cappuccetto Rosso
di Marco Travaglio
Mentre leggete questo articolo, si combattono nel mondo oltre 40 guerre: lo dice l’ultimo rapporto di Amnesty International. Ma si parla soltanto di una: quella in Ucraina, perché l’ha deciso la Nato, che si crede il mondo intero e si finge un’“alleanza difensiva”. I direttori di alcuni quotidiani firmano un sacrosanto appello a Putin contro l’arresto del giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich, che rischia 20 anni di carcere in Russia per spionaggio per avere svelato i crimini di guerra del gruppo Wagner. Purtroppo si scordano di lanciare un appello a Biden e Sunak contro l’estradizione del giornalista Julian Assange, che rischia 175 anni di carcere negli Usa per spionaggio per aver svelato i crimini di guerra degli americani. E si dimenticano di chiedere a Zelensky di collaborare finalmente – dopo nove anni di depistaggi analoghi a quelli egiziani su Regeni – alle indagini della nostra magistratura sull’omicidio del giornalista italiano Andrea Rocchelli, assassinato nel 2014 dalle sue truppe in Donbass mentre documentava gli orrori della guerra civile.
Grande scandalo per un cablo rubato del Pentagono, svelato dal Washington Post, secondo cui “l’Egitto è pronto a produrre 40 mila razzi per la Russia”. Ma come: il feldmaresciallo al-Sisi, il golpista sostenuto da Usa e Ue per rovesciare nel 2013 il presidente Morsi dei Fratelli Musulmani (l’unico nella storia egiziana a vincere elezioni democratiche), che grazie a Draghi ha aumentato le forniture di gas all’Italia per ridurne la dipendenza dalla Russia, si dimentica degli amici? Stesso scalpore per la notizia che la Turchia dell’amico Erdogan, apprezzato membro Nato, dopo aver armato sia Mosca sia Kiev prima della guerra, è pronta a rifornire la Wagner in Mali e in Ucraina. Ma come: pure l’amico Sultano, mentre stermina i curdi che hanno sconfitto l’Isis per conto nostro e suo, fa il doppio gioco? Di questo passo, scopriremo presto che anche l’Algeria, altro Paese scelto da Draghi per ridurre la nostra dipendenza energetica da Mosca, non solo è retto da una feroce dittatura, ma è partner commerciale e militare della Russia, infatti un anno fa all’Onu s’è astenuto sulla condanna dell’attacco all’Ucraina. Manca solo un cablo top secret che sveli ciò che tutti sappiamo: tipo che, per non dipendere più dalle fonti fossili russe, ora dipendiamo da quelle di Angola, Mozambico, Congo, Emirati Arabi, Arabia Saudita e Qatar, i cui regimi fanno impallidire l’autocrazia putiniana. Così forse smetteremo di sorbirci la fiaba alla Cappuccetto Rosso (Papa dixit) sulla guerra dei buoni contro i cattivi. E prenderemo finalmente atto della regola numero 1 della geopolitica: “Il più pulito ha la rogna”.

martedì 11 aprile 2023

Creduloni


Che differenza c’è tra i creduloni della statua che piange sangue e coloro che credono che la guerra si risolverà con la sconfitta della Russia? Nessuna. Tutte e due gli eventi vengono supportati dalla spinta fetecchia, nel primo caso fomentata da chi necessita di questi eventi per convincersi dell’esistenza soprannaturale, nel secondo dai media di regime di proprietà dei potentati economici che dalla guerra, come da tradizione, imbottano guadagni favolosi. La creduloneria la fa da padrona: si crede a fenomeni che portano a vedere il meglio nell’aldilà, si crede che il conflitto come quello ucraino finirà con vincitori e vinti, dimenticando che la Russia possiede 6mila testate nucleari e che è condotta da un malato di mente. Per farsi un’idea lontana da commenti di parte, occorrerebbe informarsi sulla storia, su come il Donbass sia stato messo a ferro e fuoco in anni passati, rendersi conto della politica di Nato e Usa in quelle zone martoriate, su come sia utile a Biden questo conflitto lontano dai confini americani, su come l’appisolato Joe sogni di destabilizzare l’intera area per il suo predominio. L’Europa infine è completamente nelle mani del presidente americano, senza alcuna politica decente, seria, articolata. Macron per fortuna si sta svegliando, sta capendo l’indecente situazione che uniforma il vecchio continente a lacchè borotalcati. La speranza è che i creduloni rientrino in se stessi e che il dialogo vinca su questo bellicismo insulso che arricchisce pochi e rintrona molti, in modalità allocchi davanti ad una statua ingrassante conti bancari di scellerati. 

Smontare fregnacce

 

Dire straits
di Marco Travaglio
“Dire straits” non è solo un mitico gruppo rock. È anche la situazione delle truppe ucraine secondo uno dei cablo del Pentagono finiti online: letteralmente – scrive il NYT – “condizioni più disperate di quanto il governo ucraino riconosca pubblicamente”. Motivo: “Senza un afflusso di munizioni, il sistema di difesa aerea che ha tenuto a bada l’aviazione russa potrebbe presto crollare, consentendo a Putin di scatenare i suoi aerei da combattimento così da cambiare il corso della guerra”. Ma anche nuove munizioni potrebbero ben poco contro l’aviazione russa, tuttora intonsa. I leaks dal sen fuggiti confermano più crudamente ciò che il gen. Mark Milley, capo di Stato maggiore Usa, ripete da mesi inascoltato. Cioè che è impensabile la prospettiva su cui si basa tutta la strategia Usa-Nato-Kiev di respingere e sabotare ogni ipotesi di negoziato e financo di cessate il fuoco: una vittoria ucraina a breve o a medio termine, che liberi le quattro regioni occupate dai russi negli ultimi 13 mesi e persino la Crimea. Il giochino degli Usa che accusano Kiev di nascondere il reale andamento della guerra è finito: dai cablo risulta che centinaia di soldati Nato combattono in Ucraina e conoscono la situazione, casomai non bastassero i satelliti e lo spionaggio Usa sui governi sudditi (ucraino, sudcoreano e altri). Biden sa tutto, ma continua a fingere che Kiev stia per vincere e a illudere il popolo ucraino perché si faccia sterminare un altro po’ anziché spingere Zelensky a negoziare almeno un armistizio.
Questa politica criminale, che fa scopa con quella di Putin (il fattore tempo gioca per lui), non incontrava finora alcun ostacolo in Europa: cioè l’area che, insieme all’Ucraina, paga il prezzo più alto di questa guerra senza fine né sbocchi. Ma ieri ha parlato Macron: “La trappola, per noi europei, sarebbe quella di ritrovarci invischiati in crisi che non sono le nostre”, dall’Ucraina a Taiwan, “proprio mentre riusciamo a chiarire la nostra posizione strategica e siamo più autonomi di prima della pandemia. In un mondo segnato dal duopolio Usa-Cina, finiremmo per diventare vassalli anziché costituire un terzo polo”. Mosca ha risposto che la Francia non può mediare fra Russia e Ucraina perché è “implicata nella guerra”. Ma non lo sarebbe più se Parigi smettesse di armare un esercito in “condizioni disperate” e altri governi Ue, a cominciare dai cofondatori Germania e Italia, lo seguissero. Per noi era già chiaro un anno fa, ma ora che lo scrivono anche gli Usa dovrebbe esserlo per tutti: i veri amici degli ucraini sono quelli che vogliono il negoziato, anche a costo di compromessi, per salvare il salvabile in termini di territori e vite umane; non chi li arma per spingerli al suicidio assistito.

L'Amaca

 

Un problema di salute pubblica
DI MICHELE SERRA
Non è facile provare pena per i truffati dalla cosiddetta veggente di Trevignano, quella che fa piangere una Madonnina con sangue di maiale e predice orribili catastrofi, scongiurabili con il versamento di un obolo. Non è facile e forse non è nemmeno educativo: l’ignoranza non è una colpa, ma nemmeno un obbligo, e farlo presente è tra i doveri di chi ha a cuore la salute pubblica.
Il mito, anzi il culto della cosiddetta genuinità della fede popolare alimenta, da sempre, penose derive fatte di soggezione, debolezza e paura, e purtroppo alimenta anche fior di palinsesti televisivi, che sullavox populi fondano le loro fortune e non si sognerebbero mai di trattare da minchioni i minchioni (tale è chi regala quattrini a veggenti, fattucchiere e ciarlatani assortiti).
Ditemi se è più cinico manifestare fastidio e ostilità per queste assemblee di sciagurati o se è più cinico ingigantirle, amplificarle, alimentando il dubbio che si tratti per davvero di miracoli, o di rivelazioni sovraumane, come facevano al tempo delle nostre mamme i rotocalchi cosiddetti “popolari”, nei quali le visioni miracolose inframmezzavano gli amori e i divorzi delle principesse e delle attrici, e come fanno oggi “popolari” programmi di intrattenimento, specie mattutini e pomeridiani. Non c’è niente di più antipopolare che accreditare l’ignoranza. La presunta veggente è in fuga all’estero, i minchioni già in coda per la prossima truffa in favore di telecamera.

Intervista a Maggiani

 

Maggiani “Cinque Terre trattate come Disneyland Non vi stupite dell’assedio”
DI MARCO PREVE
«Visto che siamo a Pasqua e si dice che c’è redenzione solo dopo l’espiazione, penso che per le Cinque Terre questo dovrebbe significare la rinuncia ad una parte dell’arricchimento smodato accumulato in questi anni».
A Maurizio Maggiani, scrittore sensibile e appassionato, le Cinque Terre creano ogni volta che le si nomina uno sconvolgimento emotivo.
Perché il destino di questi borghi, oggi soffocati da un turismo sempre più invadente e bisognoso di cornici per selfie più che di “immersioni emozionali”, lui lo aveva previsto venti anni fa, quando i suoi allarmi sull’aggressione ambientale e sociale al territorio gli avevano inimicato le autorità regionali, quella dell’allora presidente del Parco Franco Bonanini poi finito condannato per una gestione di malaffare dell’ente, e addirittura di Legambiente, all’epoca schiacciata sulle posizioni di Bonanini.
Maggiani, dopo cinque anni di vita a Monterosso, nei primi anni duemila aveva deciso di abbandonare per sempre le Cinque Terre.
Dieci giorni fa con Repubblica , lo scrittore aveva ribadito le sue convinzioni, che poi riguardano tutte quelle località in cui, per dirla con il professor Corrado Del Bò docente di etica del turismo, «va in scena la turistificazione, ovvero la sostituzione di una comunità con una non comunità come quella turistica».
Buongiorno Maggiani, lei oggi se ne sta tranquillo in Emilia ma ha visto le foto delle masse turistiche di nuovo accalcate a Pasqua nelle stazioncine delle Cinque Terre?
«Credo fossero ampiamente attese e non vedo come potrebbe non essere diversamente visto che in passato, e per anni, non si è fatto che cercare di vendere le Cinque Terre in tutto il mondo, senza pensare alle conseguenze per un territorio dall’equilibrio ambientale e sociale così fragile. Hanno voluto farne una Disneyland ed è stata un’idea da criminali. Venti anni fa la Regione (il presidente era Claudio Burlando,ndr )e Bonanini fecero un gemellaggio con la Grande Muraglia cinese per attirare milioni di turisti da Pechino. Con quelle premesse oggi parlo di una giusta nemesi rispetto ad una scelta che fu coordinata dall’alto ma collettiva, appoggiata da buona parte della comunità con poche eccezioni».
Le Cinque Terre sono un
patrimonio dell’umanità, è un marchio che attrae.
«Appunto. Il grande boom, il salto c’è stato con il marchio Unesco. Patrimonio dell’Umanità, ma i dividendi sono andati all’Umanità o sono rimasti lì? Per questo oggi che siamo a Pasqua, e non possiamo non dirci cristiani, vorrei ricordare che il sacrificio di Cristo sulla croce ci insegna che possiamo essere redenti, ma prima bisogna espiare.
Magari iniziando a pagare tutte le tasse».
Alcuni sindaci come Fabrizia Pecunia ed Emanuele Moggia, di Riomaggiore e Monterosso, condividono la sua lettura e oggi chiedono una legge nazionale per frenare i flussi, ma c’è chi come Franco Villa primo cittadino di Vernazza trova offensive le accuse ai suoi concittadini, è contrario al numero chiuso ma vorrebbe limitare il numero di treni nella sua stazione: 95 al giorno in alta stagione.
«Sono felice che sia in atto un dibattito alle Cinque Terre: credo possa essere allargato anche ad altre realtà italiane che soffrono lo stesso problema. Però c’è un grosso ostacolo, e non è burocratico. Quando hai imparato a fare soldi in quel modo, affittando camere oppure con una ristorazione a ritmo frenetico che conta su un ricambio giornaliero della clientela, è molto difficile smettere. Insomma, ci sono anche piccoli episodi che raccontano bene un luogo».
Racconti.
«Due anni fa i carabinieri fermarono un ragazzo di Monterosso di 23 anni e gli sequestrarono una McLaren perché troppo potente per la sua patente appena presa. Una McLaren alle Cinque Terre.
Gliel’aveva regalata sua nonna. Il fatto è che in questi luoghi dalle origini povere ma dignitose, fatte di un durissimo lavoro per coltivare e mantenere il territorio, il denaro facile ha trasformato le persone».
E ora le sue estati dove le passa?
«Ho scoperto che esiste un modo di fare turismo senza sacrificare territorio e comunità. L’ho trovato a Bonassola, poco distante e molto simile alle Cinque Terre. Paese e mare bellissimi, una popolazione radicata, prezzi non alle stelle.
Il piacere di circolare nella piazzetta senza essere schiacciati dalla folla. E un segreto: non hanno allungato il moletto per evitare l’arrivo di traghetti pieni di turisti».