venerdì 24 marzo 2023

Già arrivederci!

 


Suppostine

 

Neuroni impoveriti
di Marco Travaglio
Secondo il Centro Osservatorio Militare, 7.600 militari italiani in missione dalla Bosnia alla Somalia all’Iraq si sono ammalati di cancro per l’esposizione all’uranio impoverito, rilasciato da proiettili Nato; e 400 sono morti di leucemia o altri tumori. L’esplosione sprigiona nell’aria polveri sottilissime che si depositano sul terreno e vengono inalate da uomini e animali, entrano nell’organismo per via respiratoria o tramite gli alimenti e viaggiano nel sangue da un organo all’altro: un veleno invisibile che uccide anche a distanza di decenni. Tutto accertato da indagini epidemiologiche, giudiziarie e parlamentari in vari Paesi. Infatti, quando s’è saputo che le truppe russe in Ucraina potenziano i proiettili con uranio impoverito, mettendo a ulteriore rischio i propri soldati, quelli ucraini e i civili, la condanna è stata unanime. Poi tre giorni fa il governo britannico annuncia l’invio di proiettili all’uranio impoverito a Kiev. E da quell’istante l’uranio impoverito si tramuta in Chanel n. 5, con un fans club di tutto rispetto. Antonio Caprarica, ex reginologo in astinenza da regine, spiega su La7 che i simpatici proiettili radioattivi – purché made in London – sono “correntemente usati su tutti i campi di battaglia, purtroppo con esiti assai preoccupanti per la salute dei soldati che, poveracci, come dire, hanno anche altre preoccupazioni: non solo le malattie da uranio impoverito, ma quel che gli succede sui campi di battaglia. Quindi nessun allarme escalation”. Se non muori ammazzato, come dire, vuoi mettere la soddisfazione di tornare a casa e beccarti correntemente una leucemia o un cancro a piacere targato Uk? La Nato, si sa, è come il Dash: lava più bianco.
Su RadioRai il noto esperto Federico Fubini dispensa altre perle di saggezza: “Il Fatto titola ‘Uranio impoverito, Ucraina nuovo Iraq’, ma ho cercato di approfondire e non mi sembra che la scienza sia univoca sulla pericolosità dell’uranio impoverito”. Anzi, i pediatri lo consigliano per l’aerosol ai bambini. E lui si vede che ha studiato: “Il tema è controverso. Secondo l’Oms, una dose di radiazione da uranio impoverito è circa il 60% facendo 100% quella da uranio puro. I pericoli radiologici sono più bassi perché l’organismo tende a liberarsi di questa sostanza attraverso le urine con molta più facilità”. Una passeggiata di salute, che agevola pure la diuresi. “In buona sostanza ci sono polemiche, discussioni… Però, al di là di quello che dice la scienza, per me ci sono temi un po’ culturali che riguardano come stiamo discutendo di questi argomenti”. Ma infatti: noi non vediamo l’ora di regalargli una suppostina di uranio impoverito e, dopo l’uso, affrontare quei temi un po’ culturali che riguardano come stiamo discutendo di questi argomenti.

giovedì 23 marzo 2023

L'Amaca

 

Un reato ambientale

DI MICHELE SERRA

Si immagina la sorpresa dei tre tifosi nazi della Lazio radiati a vita dallo stadio (decisione della società biancoceleste) e inquisiti per odio razziale dalla Procura di Roma. Ma perché proprio noi — penseranno i tre — visto e considerato che il saluto romano, i cori antisemiti, l’odio razziale sono una pratica di massa non solo in quella curva, ma in moltissime altre, in Italia e in Europa? Che c’è di così strano, visto che in mezzo a questi cori, a questo clima, a queste bardature e a questi striscioni noi ci siamo nati, e non è un modo di dire: proprio nati, e poi serenamente cresciuti?
Se fossi il loro avvocato invocherei l’attenuante ambientale. Da tempo immemorabile (trent’anni? quaranta?) le curve godono di una sostanziale extraterritorialità. Non vigono, in quei luoghi, le leggi in vigore altrove. La casistica di violenze e illegalità è chilometrica, impossibile da riassumere. Limitiamoci a ricordare che un derby romano fu interrotto su decisione dei capi ultras (che diedero direttive, per l’occasione, alle autorità della capitale) e che la curva dell’Inter fu sgomberata a forza, pochi mesi fa, da un gruppo ultras per onorare la morte del loro capo storico, un boss del crimine.
Uno dei tre nazisti laziali venne inquisito nel 2009 (quattordici anni fa!) per invasione di campo. L’impresa non gli costò, evidentemente, né il posto in curva né la solida convinzione che, in curva, la sola legge che vale è la legge del branco. E se il branco canta “finirete nei forni” lo si canta in felice sintonia. Sradicare una mala erba si può fare. Ma sradicare una foresta, cresciuta florida e indisturbata, con fior di onorati campioni che proprio sotto quella foresta, ad ogni gol, vanno a esultare? Troppo tardi, credetemi. È troppo tardi.

Solo 886?

 

Gli stipendifici di Stato quelle 886 scatole vuote che esistono solo per arricchire i cda

DI ANTONIO FRASCHILLA

ROMA — L’ultimo carrozzone lo ha appena rimesso in vita il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini: la società Stretto di Messina spa nata nel 1981 e che negli ultimi anni ha avuto zero dipendenti ma ha pagato un liquidatore e una manciata di consulenti e revisori dei conti vari. Adesso il leader della Lega l’ha rimessa in piena attività per realizzare, si fa per dire, il Ponte per unire Sicilia e Calabria. Ma difficilmente ci riuscirà, considerando che non c’è traccia dei dieci miliardi di euro per mettere in piedi la grande opera. Si crea la scatola vuota, intanto, che si va a sommare alle 886 società pubbliche controllate da ministeri, Regioni, Comuni ed enti vari che hanno più amministratori che dipendenti.
Anzi, alcune di queste non hanno nemmeno un addetto ma pagano una pletora di componenti di cda, revisori dei conti ed esperti. In alcuni casi per compiti che potrebbero essere svolti dagli enti proprietari stessi o che poco o nulla hanno a che fare con il servizio pubblico. Si va dalla società che gestisce un aeroporto turistico per pochi intimi all’ente che dal 1979 andrebbe chiuso e che invece continua a restare in piedi malconcio. E, ancora, ci sono consorzi di Comuni che servono ad organizzare qualche sagra, ma anche una miriade di sigle sconosciute ai più e di cui si sono dimenticati in alcuni casi anche gli enti controllanti: ma non la politica che poi puntuale piazza qualche amico nel sottobosco di governo.
I numeri delle scatole vuote di Stato li ha messi nero su bianco l’ultima relazione del Servizio di controllo parlamentare della Camera sulla galassia delle società pubbliche. Si legge nel dossier, che riprende anche alcuni studi del ministero dell’Economia: «Su un totale di 3.240 società partecipate, 886 società, pari al 27,35 per cento, risultano prive di dipendenti (559) o con un numero di dipendenti inferiore al numero degli amministratori (327)». La legge Madia del 2016 prevede la chiusura per le societàche non rispettano alcuni parametri, a partire dal rapporto tra dipendenti e amministratori. Ma nonostante i rilievi della Corte dei conti, in Italia esistono ancora quasi 900 carrozzoni che pagano altrettanti amministratori per una spesa difficile da stimare (considerando che in diversi casi non c’è traccia di bilanci recenti): il valore del patrimonio amministrato comunque si aggira intorno al miliardo di euro (ma non produce alcun valore aggiunto), i costi vari si stimano intorno ai100 milioni di euro e solo per gli emolumenti la spesa è di circa 9 milioni.
Alcune storie sono davvero singolari. Scorrendo l’elenco del ministero dell’Economia, in base al quale l’Ufficio parlamentare ha calcolato il numero dei carrozzoni, ci si imbatte in sigle sconosciute ai più: chi si ricorda, a esempio, del Consorzio aziende sanitarie siciliane? Nessuno, nemmeno nelle Asp dell’Isola. Certo difficile arrivare al record dell’Eipli, l’Ente nazionaleper l’irrigazione e la trasformazione fondiaria di Potenza ma con sedi anche in Campania e Puglia: messo in liquidazione nel lontano 1979 è stato salvato e prorogato grazie a 31 decreti ministeriali. E ancora ha in capo un amministratore con compenso da 50 mila euro all’anno. In alcuni casi si assiste al miracolo della rinascita, come per la Stretto di Messina spa: è accaduto a esempio all’Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica. E a proposito di Stretto di Messina: qui l’ultimo compenso per il liquidatore era di 160 mila euro all’anno e per il nuovo cda è stata prevista pure la deroga al tetto dei 240 mila euro.
Nella galassia delle controllate con più amministratori che dipendenti c’è poi l’aeroporto Duca d’Aosta di Gorizia: una striscia di terra dove atterrano solo aerei da turismo, ogni tanto, con un hangar che ospita 15 piccoli aerei privati. In compenso ci sono tre componenti di cda e sei componenti del collegio sindacale: «Speriamo in un rilancio della struttura, i soci stanno approvando un nuovo piano», dicono al telefono. I soci? Sono più degli aerei che vi atterrano giornalmente: i Comuni di Gorizia e di Savogna d’Isonzo, la Provincia di Gorizia e le Camere di commercio di Gorizia e Trieste. Nemmeno l’aeroporto di Fiumicino, 30 milioni di passeggeri, ha così tanti soci. Ma nell’elenco delle scatole con più amministratori che addetti compare anche il Consorzio turistico della via lattea: tra le news sul sito una notizia medica del novembre scorso e un’altra sui certificati online del 2021. Un’attività intensa insomma.
Poi ci sono il Gal i Luoghi del Mito o il Gal dell’Oltrepo Pavese, la Società consortile del Gran Sasso di Laga, il Consorzio nazionale per la ricerca per la gambericoltura, l’autodromo del Veneto, la società agricola di Cittadella. C’è di tutto tra le attività delle controllate pubbliche: pesce, grano, auto. Poco importa che di queste oltre 200 siano in perdita: tanto alla fine chi paga?

Fine pensiero

 

È come se la costituzione fosse già stata abrogata
DI DANIELA RANIERI
Qualche dubbio poteva già venire già 10 o 20 anni fa (condoni, leggi ad personam, Porcellum) e negli anni d’oro del renzismo, con la sua caterva di leggi respinte perché incostituzionali (legge Madia sulla Pa, Italicum, riforma delle banche popolari, mentre la sostituzione della Costituzione italiana con quella fiorentina è stata respinta direttamente da 20 milioni di italiani).
Ormai non c’è nemmeno più bisogno di modificarla, la Costituzione: basta ignorarla. Sotto il governo Meloni si sta per realizzare il sogno di tutti i governanti: il progressivo smantellamento dei suoi principi fondamentali nella sostanziale acquiescenza di cittadini e istituzioni.
Cominciamo dalla progressività fiscale, art. 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Chissà le risate che si fanno, a leggerlo, gli estensori della flat tax, il sistema fiscale non progressivo basato su un’aliquota fissa ideato dal premio Nobel ultraliberista Milton Friedman (buffo: i fautori della legge sono i leghisti, notoriamente gente senza decoro, spacciatisi per anni come forza politica di popolo, nemica delle élite, che avrebbe rovesciato i poteri forti e il dominio dell’economia neo-liberista). La legge-delega prevede 3 aliquote (chissà quanto sarà difficile ai ricconi nascondere parte dei loro profitti per rientrare nell’aliquota più bassa!), a scapito di chi guadagna meno. La asserita underdog Meloni rifila la mascalzonata ai suoi elettori chiamandola “fisco amico”; amico di chi, si capisce dal fatto che piace molto a Briatore, (im)prenditori, proprietari immobiliari e padroncini vari.
Passiamo alla cosiddetta Autonomia differenziata, richiesta dai presidenti di Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna nel 2017 e diventata dogma nazionale bipartisan. L’art. 5 della Costituzione dice: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, dove la seconda parte secondo i secessionisti giustifica la divisione dell’Italia e dunque contraddice la prima. La bozza della riforma elenca 23 materie nelle quali le regioni del Nord dovrebbero essere “autonome”, che significa poter disporre di più soldi; il problema è che tra queste materie non ci sono minuzie finanziarie, ma diritti fondamentali (salute, lavoro, istruzione, trasporti). I magliari di destra e pseudosinistra assicurano che saranno rispettati i Lea, livelli essenziali di assistenza, che la riforma Calderoli rinomina sbarazzinamente Lep, livelli essenziali di prestazioni; il problema è che questi Lep non sono mai stati stabiliti (ci prendono in giro: è chiaramente un favore alla Sanità privata). Così siamo davanti a una legge ordinaria che modifica una materia costituzionale e perdipiù smentisce l’art. 3 (pari dignità sociale e uguaglianza dei cittadini) e l’art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Anche questa riforma, stranamente, piace di più alle regioni ricche.
Veniamo all’anacronistico art. 11, che dice: “L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, a sua volta ripudiato dall’incessante invio di armi all’Ucraina (deciso dal governo con decreti senza passare dal Parlamento).
Siccome quel “ripudia” è un po’ forte, i sostenitori dell’invio di armi si appellano alla seconda parte, quella in cui si dice che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, che secondo loro legittima la guerra. In pratica i Costituenti avrebbero scritto due parti, una delle quali confuta l’altra. Se gli si fa notare che l’articolo parla di pace, non di guerra, citano l’art. 52, “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, sfuggendogli completamente che noi non siamo cittadini ucraini e non siamo tenuti a difendere la Patria altrui. Allora si appellano ai “trattati internazionali”, che avrebbero la preminenza sulla Costituzione; ma non c’è scritto in nessun trattato internazionale che dobbiamo difendere un Paese non Ue e non Nato. Allora, citando il presidente della Corte Costituzionale Amato, dicono che il vincolo Nato ce lo impone e basta; bene, ma se è così questa è l’ennesima conferma che la Costituzione non vale più o viene meticolosamente violata. Ci sono altri segnali inequivocabili; citiamo per manifesta sgangheratezza la proposta del ministro per così dire dell’Istruzione Valditara di pagare di più i professori del Nord e meno quelli del Sud (che viola gli artt. 3 e 35) e la sua ingerenza nella libertà di insegnamento (art. 33) con minaccia di “misure” contro una preside colpevole di aver ricordato che la nostra è una Costituzione antifascista. Pardon: era.

Baronessa!

 


Daje!

 

Gra-tui-ta-men-te
di Marco Travaglio
Dopo avere perculato Conte perché spiegava che, col Superbonus 110%, gli italiani potevano adeguare “gra-tui-ta-men-te” le proprie case all’efficientamento energetico e agli europarametri green, risparmiare sulle bollette e sulle emissioni e intanto creare un milione di posti di lavoro, far emergere il nero e rilanciare l’edilizia, come in ogni investimento pubblico che si rispetti, ora è la Meloni a sventolare in Parlamento il “gra-tui-ta-mente” a proposito delle armi. Solo che il gratuitamente di Conte era vero, quello della Meloni è una balla. Le armi che inviamo all’Ucraina, che acquistiamo per sostituirle e che aggiungiamo per raggiungere il traguardo (“da pazzi” secondo il Papa, urgente per Meloni&Crosetto) del 2% di Pil di spesa militare, non sono affatto gratis. O meglio, lo sono per gli ucraini, ma non per noi, che le paghiamo care e salate con le tasse e i tagli ai servizi pubblici (nella Finanziaria ci sono già meno scuole e meno fondi alla sanità). Solo che, diversamente dal Superbonus, non sono investimenti produttivi ed ecologici, ma costi improduttivi e inquinanti. E anche inutili, visto che il futuro esercito europeo dovrà unificare le tipologie di armamenti e, per l’economia di scala, ridurre l’attuale spesa dei 27 Stati membri. Per la premier, “raccontare che l’Italia spende soldi per mandare armi a Kiev è puerile propaganda: l’Italia invia all’Ucraina materiali e componenti già in suo possesso”. Che però non sono fondi di magazzino superflui (sennò perché acquistarli e rimpiazzarli?), ma servono alla nostra difesa.
In un anno l’Italia ha inviato a Kiev aiuti militari per “circa un miliardo”: l’ha detto il ministro Tajani a gennaio. E un miliardo sta spendendo in più fra ripristino delle scorte e contributi al settore. La sola batteria Samp/T (missili terra-aria franco-italiani) costa 800 milioni e va subito sostituita. L’ha detto Crosetto al Senato: “L’aiuto che abbiamo dato all’Ucraina ci impone di ripristinare le scorte che servono per la difesa nazionale”. Poi ci sono i fondi che ogni Stato Ue, tra cui l’Italia, invia all’European peace facility (Epf) creato nel 2021 per gestire le spese in armamenti: finora ha stanziato 3,6 miliardi e l’Italia ha contribuito con 450 milioni. E chi arma l’Ucraina può farsi rimborsare un 30-40% degli invii, ma non le spese per ripristinare le scorte di armamenti (che ora costano molto più di quelli acquistati anni fa e ceduti a Kiev). Così, secondo i calcoli di Milex, si arriva a un miliardo già speso. Che non è niente rispetto all’obiettivo – su cui la Meloni “mette la faccia” – di aumentare il bilancio militare al 2% del Pil: sono 13 miliardi in più all’anno (in aggiunta agli attuali 30). Ovviamente a carico nostro, perché qui nulla è gratis: neppure le balle che ci raccontano.