venerdì 10 marzo 2023

L'Amaca

 

Il mistero del tassinaro
DI MICHELE SERRA
Se fossi un tassista romano deciderei che è ora di agire.
Un mestiere onesto, impegnativo, importante, al servizio del pubblico, minaccia di diventare sinonimo delle peggiori cose.Prendete (notizia di poche ore fa) il tassinaro energumeno che ha picchiato una guardia giurata, a Fiumicino, perché gli ricordava le regole del mestiere, ovvero che deve andare dove il cliente gli chiede, non dove vuole lui. Ennesimo episodio di una ostinata, annosa sedizione corporativa ai danni dei turisti e del buon nome di quella che, dopotutto, è la capitale del Paese.
Sui taxi di Roma può capitare di tutto.
Perfino di essere accolti con gentilezza, e accompagnati dove richiesto. Ma anche di sentirsi dire “vado da un’altra parte, si rivolga a un collega”, o “il Pos non funziona” (atteggiamento molto governativo), o un incredibile “e ‘ndo sta?” dopo avere indicato un indirizzo. Risposta inevitabile: se non lo sa lei che fa il tassista, ‘ndo sta, come faccio a saperlo io, che sono il cliente?
Insomma, c’è un mistero da chiarire: come è stato possibile che una categoria di professionisti come tanti sia diventata una specie di caso sociale. Si va da agitatori di estrema destra, in grado di marciare su Roma in taxi, a rivolte più generiche. Da un diffuso malumore (decisamente inadatto al contatto con il pubblico) alla privatizzazione di una trattativa teoricamente soggetta a regole pubbliche: di tariffa, di destinazione, di rispetto.
I tassinari normali, che sono sicuramente la maggioranza, si mobilitino, e neutralizzino i loro colleghi borderline, prima che sia troppo tardi e “tassinaro” diventi sinonimo di “meglio prendere l’autobus”. Che a Roma è tutto dire.

Travaglio

 

Quando la piantate?
di Marco Travaglio
In principio era il nuovo Hitler pazzo che voleva invadere l’intera Europa, dagli Urali a Lisbona, con la sua invincibile armata. Bisognava armare l’Ucraina per salvare Kiev, ma soprattutto Varsavia, Helsinki, Vienna, Parigi, Roma e Madrid. Poi, nel giro di due giorni, Putin divenne una pippa lessa incapace di prendersi pure il Donbass. Dunque bisognava armare Kiev per ricacciarlo oltre confine: impresa facilissima anche grazie alle sanzioni, con imminente default russo e destituzione di Putin, sempreché non fosse morto prima di una a caso fra decine di patologie. Intanto i russi prendevano il Donbass e le regioni a Sud (Kherson e Zhaporizhzhia) fino alla Crimea. Ma i nostri si consolavano perché lasciavano Kiev e Kharkiv, dove peraltro non erano mai entrati. Era la famosa “controffensiva ucraina” di settembre contro l’“armata rotta”: la “ritirata di Russia”. Quando poi i russi lasciarono Kherson tutti gridarono alla “liberazione”, tipo 25 Aprile, e chiesero altre armi per la vittoria finale. Questione di giorni: fuggiti i 300mila russi della nuova leva, finiti missili e munizioni. Nell’apprendere che i russi finalmente le buscavano, qualcuno restò spiazzato: ma come, non le buscavano anche prima? Intanto i russi avevano iniziato a radere al suolo Kherson e Nato&Kiev avvertivano: occhio che Putin ha pronti altri 500mila uomini per la contro-controffensiva, dunque servono altre armi perché c’è stato un piccolo errore: è l’Ucraina che ha finito i proiettili, non la Russia, che ora sgancia super bombe da 1,5 tonnellate e missili ipersonici; e il default da sanzioni lo rischiamo noi, mentre Mosca è in ripresa. Infatti i russi continuano a devastare e a sterminare e stanno per prendersi pure Bakhmut che – assicura Zelensky – “gli aprirà le porte di Kramatorsk e Sloviansk”.
Ogni tanto qualcuno fa notare che Putin ha 6mila testate atomiche e Zelensky nessuna, ma viene zittito da chi ha saputo da un amico di suo cugino che quel pazzo del nuovo Hitler è una personcina saggia: non oserà (mica è Truman). O forse è già morto e quello che vediamo è un sosia: l’ha detto Zelensky, che è sempre attendibilissimo. Infatti negò di saper nulla dell’attentato alla Dugina (opera dei suoi), disse che il missile ucraino caduto in Polonia era russo e ora fa sapere che non c’entra col commando filo-Usa&Kiev che ha distrutto Nord Stream 1 e 2. Quindi i veri presidenti americano e ucraino non sono Biden e Zelensky: quelli che vediamo sono sosia. Infatti ripetono che i missili sulla centrale di Zhaporizhzhia in mano russa da un anno li sganciano i russi bombardandosi da soli. L’unica opzione esclusa a priori è il negoziato, perché la vittoria è dietro l’angolo: anche se nessuno dice di chi.

giovedì 9 marzo 2023

Allora non sono solo!

 

Clara Mattei: “L’austerità serve a rendere i lavoratori docili e ricattabili”

L'ECONOMISTA - “Non ha a che fare coi conti in ordine, è una scelta politica: dare ai pochi, togliere a molti”

di Marco Palombi 

La sanità collassa, salari e pensioni non si sentono tanto bene e l’intero sistema, per la verità, pare incapace di tener fede al patto sociale. Secondo Clara Mattei, economista italiana della New School for Social Research di New York (e collaboratrice del Fatto), non è un caso, ma l’esito voluto di quelle precise scelte politiche che vanno sotto il nome di “austerità” (Operazione austerità, Einaudi, è un suo bel libro del 2022): “I tagli alla sanità, che sono iniziati molti anni fa, vanno insieme a quelli sulla scuola, ai tagli alla spesa sociale come quello al Reddito di cittadinanza in Italia: l’austerità è una piattaforma politica e la sua logica non è tanto, o solo, tagliare la spesa, quanto spostarla da beni che interessano la maggior parte dei cittadini, specie i più poveri, ai settori in cui possono trasformarsi in guadagno per pochi, Ad esempio, per restare all’oggi, finanziando la difesa o la guerra”.

Eppure col Covid pareva che tutti avessero capito l’importanza di un servizio sanitario efficiente e radicato nel territorio.

Infatti o siamo tutti scemi o c’è una logica superiore di funzionamento del sistema: meno sanità pubblica significa più sanità privata, significa maggiore dipendenza dal mercato e dunque minore capacità di leva dei lavoratori rispetto alle imprese. L’austerità serve a silenziare le persone: a impoverirle e renderle docili.

Altro tema d’elezione degli “austeriani” sono le pensioni: la Francia, però, scende in piazza da settimane contro l’aumento dell’età pensionabile.

Ecco, l’ossessione per le pensioni dimostra ancora una volta quanto l’austerità sia strettamente collegata ai rapporti di forza nel mondo del lavoro. Certo, ogni tanto ci sono proteste come in Francia, però sono sempre azioni di difesa, per non farsi togliere qualcosa che si era conquistato anni fa, mai per chiedere qualcosa in più. E non è che manchino le cose da chiedere…

Anche in Inghilterra ci sono stati molti scioperi contro il caro-vita: se non altro il sistema è in crisi di consenso.

Un’inflazione così alta è destabilizzante, anche perché le persone s’arrabbiano. La priorità allora diventa imbavagliare il dissenso: in questa fase a disciplinare i lavoratori ci stanno pensando le Banche centrali con gli aumenti dei tassi che – negli Usa lo dicono esplicitamente – servono ad aumentare la disoccupazione. Ma attenzione, austerità monetaria, fiscale e nelle politiche industriali e del lavoro sono un pacchetto unico, vanno sempre di pari passo.

Ma l’inflazione, direbbe il banchiere centrale, è un problema per tutti.

Intanto va capita una cosa. Non ci sono problemi economici che non siano problemi politici. L’inflazione, secondo i modelli teorici degli economisti delle banche centrali, si abbassa solo impedendo alla gran parte della popolazione (quella meno abbiente o povera) di consumare, mai intaccando i profitti: come si vede, una politica esplicitamente classista mascherata da soluzione tecnica super partes.

C’è un fatto strano: l’austerità dovrebbe migliorare i bilanci pubblici, ma finisce sempre per peggiorarli.

Perché non serve a quello, ma a spostare risorse dai molti ai pochi, lasciando che i primi siano sempre più dipendenti dal mercato.

Com’è possibile, allora, che giri da cent’anni?

La retorica dell’austerità funziona perché è simile al senso comune: risparmiare, non vivere al di sopra dei propri mezzi… In realtà, come qualcuno avrà capito negli anni del Covid, il vero problema non è se i soldi ci siano o no: ci sono sempre quando servono per alimentare i profitti di pochi, mai quando servono per tutti gli altri perché il punto è non emancipare le persone, non metterle nella condizione di non farsi sfruttare o di pensare che le cose possano andare in un’altra maniera. Non si può lasciare che i lavoratori mettano in discussione l’economia di mercato.

Sommo Sommi

 


Dai migranti al Reddito di cittadinanza: i nuovi indifferenti

PIAGA SENZA TEMPO - Sia Dante sia il filosofo politico criticano coloro che non si schierano: lezione valida anche oggi su questioni che interessano tutta la società come migranti, guerra, giustizia e vengono lasciate in mano a pochi

di Luca Sommi 

“Odio gli indifferenti!”, scriveva Antonio Gramsci, “vivere vuol dire essere partigiani”. E ancora: “Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.

Sono parole del 1917 ma che, rileggendole, vanno bene anche oggi. Ma chi sono, oggi, questi indifferenti? Forse coloro che non votano “perché tanto non cambia niente”; forse coloro che non partecipano alla vita sociale e politica “perché tanto non cambia niente”; forse sono coloro che non si indignano – sì, proprio così, indignano – quando affonda una barca carica di anime disperate “perché se non fossero partiti…”; forse sono coloro che se tolgono un reddito a chi non ha niente sorridono “perché stavano tutto il giorno sul divano”; ma forse sono anche coloro che se incontrano un uomo o una donna riversi al suolo non si fermano “perché chissà chi è”; o coloro che non ripudiano (versione rafforzata di “rifiutare”, presente nella nostra Costituzione) la guerra in ogni sua forma e, anzi, la dichiarano dal loro divano “perché esistono guerre giuste”; forse sono coloro che di fronte a parole come “etica”, “morale”, “libero arbitrio”, “coscienza critica” fanno spallucce “perché non so neanche cosa significhino”; forse sono coloro che di fronte a uno schifo di riforma della giustizia, che punisce i deboli e aiuta i potenti, non reagiscono “perché non è vero”. E potremmo andare avanti all’infinito. Per questo è importante rileggere le parole di Antonio Gramsci, un uomo che ha dato la vita per la libertà, libertà “da” e libertà “per”. Sentite: “L’indifferenza è il peso morto della Storia. L’indifferenza opera potentemente nella Storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti. È la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza”. Gramsci parla di assenteismo come forma di indifferenza e dei tanti “fatti della vita sociale che maturano nell’ombra”, in poche mani, non sorvegliate da nessun controllo. Mani che tessono – diceva lui – la tela della vita collettiva e che “la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. E quindi sembra che sia la fatalità a travolgere tutto, sembra che la Storia sia alla stregua di un fenomeno naturale – sarebbe accaduto ugualmente… – come un’eruzione, un terremoto. “E alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza”. Parole giuste, parole attualissime, che mettono in risalto coloro che non hanno dato braccia a quegli altri che, per evitare un disastro, “combattevano”. Perché se è vero (come è vero) che un politico è grande in misura della sua forza di previsione, allora possiamo dire ce ne sono pochi, pochissimi, di politici come li intendeva lui. Però questo non deve essere una scusa. Come non deve esserla quella di non andare a votare o evadere le tasse perché le cose non vanno come vorremmo. È vero che, come diceva un grande economista inglese come William Beveridge, il patto sociale tra cittadino e istituzioni si rompe qualora a fronte del pagamento delle tasse lo Stato non riesce a sollevare i cittadini dalle paure. Che tradotto significa: un letto d’ospedale se sto male, l’istruzione a mio figlio, la sicurezza quando cammino per strada, un ammortizzatore sociale se perdo il lavoro, e via dicendo. Come dire: se accade questo mi sento in diritto di non pagare le tasse. No, non funziona così. Questo, anzi, è l’inizio dell’indifferenza, l’inizio delle fine. E non è una giustificazione neanche la demagogia imperante, molto praticata dalla politica, “sgambetti logici – li descriveva Gramsci – per apparire nel vero, che falsano scientemente i fatti per apparire i trionfatori, che per ubriacarsi della vittoria di un istante sono insinceri o affrettati”. Lo abbiamo visto durante il Covid, politici pronti a tutto per una manciata di consensi, come condannare chi seguiva le regole, chi ascoltava la comunità scientifica – e chi altri avremmo dovuto ascoltare? Ecco ancora Gramsci: “Gli ospedali, che dovrebbero essere il concretarsi organico della piena collettività, sono lasciati in balìa di gente irresponsabile” e l’assistenza “che è un diritto, diventa un regalo, una umiliante carità che si può fare e non si può fare. E nessuno controlla”. Gli indifferenti, appunto, che esistono da sempre. Sentite come li descrive Dante nella Commedia: non li mette neanche all’Inferno, perché non sono degni neanche di quello. Gli ignavi, coloro / che vissero senza n’nfamia e senza lodo, dice Virgilio al poeta. Quelli che in vita non hanno mai preso posizione, che non furono né ribelli né fedeli a Dio. E perché non lo meritano? Per non dare gloria, dice Virgilio, agli altri dannati che al confronto con loro, di qualsiasi malefatta si siano macchiati, sentirebbero la loro superiorità per il solo fatto di aver compiuto scelte, anche se sbagliate: Caccianli i ciel per non esser men belli, / né lo profondo inferno li riceve, / ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli. Traduciamo: i cieli li cacciarono per non perdere bellezza, né l’Inferno li accoglie nelle sue profondità, poiché i dannati potrebbero ricevere gloria dalla loro presenza.

Insomma, gli indifferenti di cui parla Gramsci. Tanto che la guida latina usa parole sprezzanti ormai celebri: non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Non sono degni di nessuna nota. E sentite la pena che devono scontare per il fatto di non aver mai preso posizione, tanto da spiacere a Dio quanto al Diavolo: sono tormentati da continue punture di vespe e mosconi, che rendono il loro viso una maschera di sangue. Sangue che quando cade a terra è mischiato alle loro lacrime e viene raccolto da vermi ripugnanti. Era il Quattordicesimo secolo. Evidentemente gli indifferenti erano una piaga anche allora.

Si esulta!

 


Focalizzazione

 


Minoli travagliato

 

Meloni, Milioni, Minoli
di Marco Travaglio
Come a ogni cambio di stagione, ci tocca l’inevitabile “candidatura Minoli alla Rai”. “Spunta”, “avanza”, “se ne parla” sulle migliori gazzette: tutti eufemismi per non dire che è lui a candidarsi da solo. Ieri s’è pure fatto intervistare da Senaldi su Libero per dire che questa Meloni è un portento, “si muove per fare un grande partito conservatore” e “può essere davvero un leader di rottura” grazie al suo non meglio precisato “piano industriale e culturale” e alle sue nomine improntate all’“unico criterio della qualità, premiando chi ha dimostrato di saper fare bene anche al di fuori dal suo stretto giro di rapporti” e non farà certo “un mercato delle vacche”. Soprattutto se nominerà lui presidente della Rai. Purtroppo è vittima di “attacchi strumentali” da una “stampa in crisi” e ormai “senza credibilità”. Fortuna che c’è lui, credibilissimo da quando nel 1987 “intervistò” Craxi per uno spot elettorale al supermarket col garofano rosso all’occhiello. E nell’89 intinse la penna nella saliva per scrivere a Craxi: “Caro Bettino… in 10 anni ho prodotto molti dei programmi di Rai2 che hanno avuto più successo… Avrei potuto essere considerato un interlocutore nel momento dell’ennesima difficilissima scelta circa il destino della Rete 2… Non sono mai stato capace di spendere tempo nelle manovre di corridoio (sic, ndr)… Capirai lo sfogo ma anche l’amarezza di chi si sente a posto con la coscienza professionale e la lealtà politica, ma sempre scavalcato dai pregiudizi, dalle informazioni incomplete, tendenziose e forse cattive… Se servo, ci sono…”.
Poi da craxiano divenne, nell’ordine: martelliano, berlusconiano, veltroniano, prodiano, montiano e renziano. Nel 2018, coi gialloverdi, si scoprì sovranista (“se sovranismo significa tornare a produrre programmi in azienda, non mi dispiace”). E siccome il M5S aveva nominato dg Salini, flautò: “Sono contento, è competente e perbene. Ma la Rai è una balena spiaggiata, può salvarsi solo se trova un potentissimo rimorchiatore”. Tipo lui. Purtroppo non fu rimorchiato, anche perché è in pensione da 13 anni e ha un contenzioso con la Rai. Di recente era riuscito a convincerla che la gente non vede l’ora di riciucciarsi Mixer. Risultato: dal 3 al 2,5 al 2% di share. Ma il bello è che trova sempre qualcuno che ci casca. Tipo Cairo, che gli affidò un Faccia a faccia su La7, dove lui lanciò un’intervista a Matilde Bernabei: “Continuiamo il viaggio tra le donne top manager d’Italia. Siamo andati a incontrare la presidente della Lux Vide, che da 25 anni sforna in continuazione successi d’ascolti per la tv. Lei è Matilde Bernabei!”. Purtroppo si scordò di precisare che quel prodigio di donna era la moglie dell’ultimo giornalista credibile rimasto su piazza: lui.