mercoledì 8 marzo 2023

In effetti

 


Robecchi

 

Migranti e poveri In Italia è sempre “colpa loro”: i più deboli e indifesi
di Alessandro Robecchi
Un fantasma si aggira per l’Italia, ed è il fantasma della colpa. Concetto antichissimo, praticamente un pilastro, molto gettonato dalle religioni (quasi tutte), dalle assicurazioni auto (tutte), e da chi governa il Paese, impegnatissimo a dar la colpa alle vittime anziché a chi le ha fatte diventare tali.
Caso di scuola, il naufragio di Cutro. Passate per infami e disumane le parole del ministro Piantedosi sui profughi che se la sono cercata, non hanno destato lo stesso scalpore quelle della premier Meloni: “Quelle persone non erano in condizione di essere salvate”. Cioè, tradotto in italiano, il soggetto sono “loro”: loro non erano in condizione di essere salvati, maledetti, e non noi, che non li abbiamo salvati a cento metri dalla riva. Un modo un po’ più arabescato e furbetto di dire la stessa cosa: colpa loro.
Che oltre cinquanta di quei naufraghi venissero dall’Afghanistan non è passato inosservato, ma è stato per così dire notato a metà, la sola metà del discorso che consentisse di dare la colpa a loro e non a noi. Ancora il ministro Piantedosi, ineffabile, ha fatto notare che lui è stato educato alla responsabilità, cioè a chiedersi cosa può fare lui per il suo Paese (lo stiamo vedendo, ndr), e non cosa deve fare il suo Paese per lui. Un ragionamento che finisce per battere lì: come sono irresponsabili questi afghani, che invece di fare qualcosa per il loro Paese – che so, combattere a mani nude i talebani a cui abbiamo lasciato un patrimonio di armamenti da far spavento – decidono di partire in condizioni precarie e pericolose. Che stronzi, eh?
Faceva notizia, sui giornali di ieri, la storia della giornalista afghana Torpekai Amarkhel, quarantadue anni, morta nel naufragio insieme al marito e tre nipoti. Nelle redazioni hanno messo insieme in fretta e furia la sua storia, dimenticandosi, ahimè, la Storia, con la s maiuscola, del posto da cui veniva. In quarantadue anni di vita, un afghano (qualunque afghano, uomo, donna, giornalista e non) ha visto solo guerra: prima i russi, poi gli americani che hanno armato i mujaheddin, poi i talebani ingrassati e foraggiati in chiave anti-russi, poi la “guerra giusta” che ammazzava civili a grappoli, poi la fuga senza dignità su cui campeggiava un cartello a caratteri cubitali: “Ciao, afghani, cazzi vostri”.
Certo non sempre è facile districare le storie personali dalla Storia collettiva, ma direi che in questo caso il compito non è difficilissimo: il famoso Occidente – noi compresi – una come Torpekai Amarkhel, suo marito e i suoi nipoti, avrebbe dovuto andare a prenderla con un volo di prima classe, portarla qui servita e riverita (forse voleva andare in Olanda, dalla sorella). Invece no. Invece le ha invaso il Paese, l’ha bombardato e riempito di armi per vent’anni, dicendo che lo faceva per il suo bene, ha finito per rafforzare un regime delirante e oppressivo e poi – quando lei è venuta qui – non l’ha aiutata nemmeno a non affogare, e come ultimo atto le ha detto che è stata colpa sua, che non doveva partire.
Come si vede, la questione della colpa, apparentemente complicata, è molto semplice: la colpa è dei poveracci. Che si parli di immigrati che attraversano i mari (e allora si complicano e si ostacolano i salvataggi, vedi le recenti norme sulle navi delle Ong) o di poveri italiani che “non hanno voglia di lavorare” (e allora gli si tagliano i sussidi per costringerli ad accettare offerte al ribasso), la colpa è sempre dei più deboli, che è il trucco migliore – e infallibile – per assolvere i più forti.

L'Amaca

 

Poveri ma molto attivi
DI MICHELE SERRA
Siccome il partito della premier Meloni si autodefinisce “destra sociale” (forse per distinguersi dalla destra asociale, rappresentata dal Salvini) sarebbe sembrato brutto cancellare il reddito di cittadinanza, che è, appunto, una misura di sostegno sociale. Ma sarebbe stato brutto anche mantenerlo così com’era, con quella parola, cittadinanza, che puzza lontano un miglio di Rivoluzione Francese.
Lo si è dunque sfrondato un pochetto, limando la quantità degli aventi diritto e il gruzzolo pro-capite, e soprattutto gli si è cambiato il nome, così da mettere bene in chiaro che anche se quasi tutto, in Italia, è uguale a prima, si deve dare l’impressione che tutto sia cambiato.
Dalle prime indiscrezioni pare che il reddito di cittadinanza decurtato si chiamerà Mia. L’acronimo è rimasto misterioso per parecchie ore, nel corso delle quali, cercando in rete che cosa potesse voler dire, ho scoperto che Mia è una sigla molto diffusa, e multiuso. Sta per Miami International Airport, Minneapolis Institute of Arts, Museo di Arte Islamica, Missing in Action, Alleanza Messianica di Israele, Idroacetato monosodico. Per deduzione li ho esclusi tutti, soprattutto il Museo di Arte Islamica e l’idroacetato monosodico. Scritto minuscolo, mia è anche un mollusco bivalve dei lamellibranchi: mia arenaria. Ho escluso anche quello.
Fino a che – e non è stato facile – ho scoperto che Mia starebbe per Misura di Inclusione Attiva. Credo voglia dire che mentre prima il beneficiario attendeva passivamente il sussidio, ora deve attivamente meritarselo, forse cantando l’Inno nazionale, e comunque nei modi che saranno specificati nel prossimo decreto Milleproroghe.

martedì 7 marzo 2023

Ci vuol poco!

 

Tua? No, mia! Mia: la nuova elemosina di stato, un'irriguardosa paghetta destinata a chi è in difficoltà. Ben 375 euro al mese per un anno. Trecentosettantacinque euro sono una miseria, una freccia che accompagnerà i malcapitati, indicandoli come poveri. 

Mentre molti paesi europei la stanno alzando, da noi la si diminuisce. Il perché è presto detto: come farebbero infatti lor signori ad elargire stipendi da poco più di 500 euro se Mia fosse più alta? 

Ecco dunque che si prefigura la più pacchiana delle manovre divisive al color nero. Ti elargisco 375 euro per un anno durante il quale tu dovrai necessariamente trovarti un lavoro, mediamente da 500/600 euro. Diventerai quindi schiavo 2.0 e tutti noi saremo felici e contenti. 

Che bel paese il nostro, non trovate? 

Così dicevano

 


Sempre lui!

 


Scusanti