lunedì 27 febbraio 2023

Un ricordo non mieloso

 

La frusta morbida di un qualunquista

PICCOLO SCHERMO - Sul palco era spietato con i deboli e ossequioso con i forti. Mai di sinistra – era una leggenda –, credeva un po’ comicamente nel potere taumaturgico della parola. “Se non lavoro mi annoio a morte”

di Massimo Fini 

Ho conosciuto Maurizio Costanzo nel suo momento più buio, quando si era bruciato sul braciere della P2 e tutti, anche coloro che gli avevano fin lì leccato i piedi, anzi soprattutto costoro come vuole la consuetudine flaianesca italiana (salire sul carro del vincitore, picchiare sul perdente) lo schienavano.

Il suo isolamento era impressionante, quasi un quadro di De Chirico, i personaggi si rifiutavano di andare al suo show – aveva penosamente ricominciato da Rete4 – e lui stesso si vergognava persino a uscir di casa.

La nostra conoscenza e anche un briciolo di amicizia risale a quel periodo (naturalmente ero stato molte volte al suo show, ma in quei casi i rapporti erano del tutto superficiali, Maurizio si limitava a chiedermi che cosa pensavo di dire, per appropriarsene o per tapparmi la bocca al momento opportuno a seconda che gli facesse più comodo). Gli feci quindi un’intervista post P2 per Amica in cui non gli scontavo nulla, ma davo atto a quest’uomo, precipitato da un giorno all’altro dalle vette del successo alla polvere, del lavoro, della fatica, della grandissima forza di volontà con cui stava cercando di rialzarsi. Fra i più accaniti e feroci con Costanzo c’erano i giornalisti della Rizzoli-Corriere per la quale Costanzo era stato adulato direttore dell’Occhio e della Domenica del Corriere (due fallimenti). Per questo era importante per lui ritornare, sia pur come intervistato, su un giornale del Gruppo come era Amica. E infatti Pietroni, il direttore di Amica, ebbe delle grane con i sindacalisti della Rizzoli molto predisposti al linciaggio (in questo come in altri casi, Tobagi docet). Costanzo mi è sempre stato grato per quell’articolo e, interpretando la cosa a modo suo, un po’ “mafiosetto”, come un favore mentre per me era solo un articolo scritto nei termini che mi parevano più giusti. Quando fu tornato in auge mi invitò ripetutamente al suo show per sdebitarsi di un debito che non aveva.

Nell’intimo Maurizio non era un uomo cattivo, solo un po’ vile. Non cercava mai lo scontro diretto, frontale di cui aveva orrore e un timore quasi fisico, la sua tattica era avvolgente e aveva trasmesso questo metodo anche alla moglie, Maria De Filippi (naturalmente parliamo di allora – siamo nei primi anni 90 – in seguito i rapporti di forza fra i due sarebbero cambiati, anzi si sarebbero ribaltati). Una volta che vidi la De Filippi in quel suo infame programma, Padri e Figli, le tolsi i panni di dosso sul Tempo di Roma. Lei, che non mi conosceva, mi telefonò la sera stessa, a casa, dimostrandosi dispiaciuta e attenta alle critiche che le avevo mosso. Un modo di fare democristiano, tutto sommato, visto che cosa è venuto dopo la Dc, meno sgradevole di altri.

È una comica leggenda metropolitana che Costanzo fosse un uomo di sinistra, utile a Berlusconi per dire che sulle sue Tv c’erano anche degli oppositori. Pupi Avati, che fu uno dei pochissimi amici, tre in tutto, a rimanergli vicino all’epoca dello scandalo P2, ed è quindi una fonte non sospettabile di astio, mi ha detto una volta: “Maurizio è antropologicamente fascista”. Io non mi spingo così lontano, dico che era un qualunquista della più bell’acqua. Inoltre, cosa rara per chi aveva milioni di fan adoranti, era uno che non se la dava.

Costanzo aveva il mito del lavoro, cosa singolare per un romano de Roma, si realizzava nel lavoro, fuori non esisteva. Mi capitò una volta di andarci a cena, con Nantas Salvalaggio e un altro giornalista che non ricordo, e lui fece praticamente scena muta. Del resto il suo orizzonte culturale non andava e non è mai andato oltre la Garbatella. Diventava protagonista e domatore solo sul palcoscenico, dove usava una frusta morbida, vellutata, insidiosa e spietata con i deboli, e pronto ad aprire il ventaglio dell’adulazione e dell’ossequio con i forti.

Il primo Costanzo, quello, se non ricordo male, di Bontà loro, faceva simpatia perché, con un fisico così insignificante, impersonava l’uomo della strada che punzecchiava, sia pur con prudenza, i potenti, e il pubblico si immedesimava.

Qualche anno dopo la vicenda P2, quando lui era tornato in grande spolvero, poiché passavo le vacanze nella vicina Talamone, era agosto, andai a trovarlo nella sua villa di Ansedonia, che affittava come ci tenne a precisare perché non aveva i soldi per comprarsela. Dopo aver attraversato un immenso parco, scortato dalle sue guardie del corpo e da numerosi famuli, entrai nella villa e lo vidi al centro di un grande salone, in piedi, con indosso una larghissima camicia (era già dimagrito) lunga fin quasi alle ginocchia, che gli dava un’aria da satrapo orientale, un po’ lascivo, con un telefonino in mano che non abbandonò un istante, facendo mille chiamate o ricevendone, nelle due ore che stetti lì. “Cosa vuoi, se non lavoro mi annoio a morte”, mi disse vedendo il mio sguardo perplesso e interrogativo. Durante il mese di agosto, che dovrebbe essere di riposo, organizzava il lavoro dell’annata. Sotto le sue finestre aveva uno degli angoli di mare più incantevoli d’Italia, fra l’incontaminata Feniglia e il litorale esclusivo di Ansedonia, ma non andava mai a fare il bagno. Praticamente non usciva mai, o quasi, stava lì rintanato nella sua villa o, al massimo sulla terrazza con una piscina che non usava, come un grosso ragno al centro della sua tela, e lavorava. Lei, Maria De Filippi, invece no, lei usciva, andava a cavallo, si divertiva. Quel pomeriggio la incrociai per un attimo, vestita appunto da cavallerizza, e mi parve più bella e affascinante di com’è in televisione. C’era un forte contrasto fra i tratti androgini, duri nella loro regolarità, di lei e la cedevolezza e la mollezza che era di lui. Mi parvero una buona coppia, affiatata, complice.

Avendo avuto successo con un talk show, Costanzo aveva una fiducia illimitata, infantile e un po’ comica nel potere taumaturgico della parola. Qualsiasi situazione si presentasse, la sua reazione era: “Parliamone”. Uno si è rotto la gamba? “Parliamone”.

Durante il lockdown, non avendo di meglio da fare, ho rivisto programmi del passato fra cui molti Costanzo Show. Devo dire che rivisti oggi sono, a parte l’insopportabile ‘Tv del dolore’, molto meno banali di quanto mi apparivano un tempo: persone che raccontano le loro storie, i loro drammi, il loro vissuto, artisti, politici, il tutto tenuto insieme da un filo psicanalitico o sociologico, comunque da un tema di fondo anche se non particolarmente profondo.

Non pensi il lettore che questa mia sia la solita sviolinata a un uomo che è morto. Anche questa volta non ho scontato nulla a Maurizio, come in quell’intervista su Amica in un lontano giorno di ottobre.

Mi fate commuovere!




Super Slurp!

 


E per non farci mancare nulla, questa sera sulla rete ammiraglia, il cui Tg è diventato, come consuetudine italica, e per volere della restia Maggioni a lasciare la poltrona, l'Eco del Nero camuffato da democrazia, questa sera l'eterno slinguatore folle, il simbolo della Modifica di Pensiero per i Lor Signori al Potere, lo scrittore annuale di libri nemmeno buoni, a mio parere, per concludere una seduta, lo Slurp fattosi persona per ossequiare i potentati del momento, l'antitesi del giornalismo, il fulcro delle oramai imbolsite fregnacce pro loro, il Neo immarcescibile, al secolo Bruno Vespa, appiopperà a noi comuni pagatori seriali di canone una striscia di cinque minuti post TG1 Nero, ove si esibirà nella sublime arte della riverenza e, per incensare alla grande, intervisterà il/la/lo Premier Caciotta, al fine di confermare nei secoli futuri la sua duttilità di pensiero che gli ha permesso di restare in tolda per oltre quarant'anni. 

Quale becera sceneggiata potrebbe arrecare più danno all'informazione libera se non questa? 

E quindi v'invito di cuore a scanalare alla grande, evitando il tribale contatto mediatico! 

W la Libertà, W il Giornalismo vero!   


Aria nuova!

 


Sfottò

 


Tomaso

 

La scuola può ancora salvarci dai fascismi (e dai Valditara)
DOPO IL PESTAGGIO DI FIRENZE - Argine. La distruzione del progetto politico della Costituzione, avviata alla fine degli anni 70 e culminata con un centrosinistra di destra, ha prodotto un deserto culturale
DI TOMASO MONTANARI
La prima cosa che mi sono domandato di fronte al pestaggio fascista al Liceo Michelangiolo, è se uno dei picchiatori fosse il ragazzino che, sei o sette anni fa, durante un incontro in una scuola media di Firenze mi chiese perché dicessi che il fascismo era “sbagliato”, visto che quelli di Casa Pound portavano alla sua famiglia pacchi di pasta. Due episodi che ci mettono di fronte a un fallimento politico, sociale ed educativo che non si risolve certo con le proclamazioni di antifascismo (comunque sempre benvenute, specie in queste ore): che Italia abbiamo consegnato a questa nuova generazione?
La distruzione del progetto politico della Costituzione, avviata alla fine degli anni Settanta e culminata nelle politiche di un centrosinistra sempre più di destra negli ultimi decenni (dalla precarizzazione del lavoro alla sperequazione dei diritti indotta dalla riforma del titolo V; dalla privatizzazione della sanità all’aziendalizzazione della scuola; dalla distruzione della progressività fiscale ad una sempre più marcata sudditanza anche bellica agli Stati Uniti; dalla politica securitaria contro i migranti alla “riabilitazione” del fascismo) ha prodotto un deserto di deprivazione sociale e culturale che oggi sfocia nell’astensionismo di massa e nel ritorno al potere (per abbandono di tutti gli altri) di una destra di matrice fascista. Fin dal 1970 Sandro Pertini aveva ammonito che solo tenendo insieme libertà e giustizia sociale non avremmo perso la prima: ora il corto circuito rischia di compiersi. Abbiamo scelto di essere così ingiusti e diseguali da creare consenso per i fascisti che portano pacchi di pasta a chi è scartato da una società bestiale.
Quando alla bellissima manifestazione fiorentina convocata dagli studenti per reagire al pestaggio, li ho sentiti scandire lo slogan “Ma quale pacifismo, ma quale nonviolenza / Ora e sempre resistenza”, un brivido mi è corso lungo la schiena. E mi sono sentito subito paternalista: come giudicare le parole di ragazzi di sedici anni che hanno subìto quel che hanno subìto (non solo le botte, ma la colpevolizzazione delle vittime orchestrata dal governo e dai suoi scherani mediatici)? Il punto non è giudicarli, ma star loro vicini, offrendo loro gli strumenti culturali per scoprire che la resistenza fu fatta perché noi potessimo abbracciare il pacifismo e la nonviolenza (verso tutti: anche verso i fascisti) come valori essenziali. Non farli sentire soli: dimostrare (se ne siamo capaci) che lo Stato è dalla loro parte, perché, nonostante tutti i tradimenti, la “rivoluzione promessa” (Calamandrei) chiusa nella Costituzione ha ancora la forza di cambiare la realtà, facendola assomigliare alle loro aspirazioni di giustizia e libertà.
Per farlo, il primo passo è che la scuola torni a essere scuola. Mi ha colpito che nell’alluvione di solidarietà arrivata al Michelangiolo (simboleggiata dalla lettera della preside perciò minacciata dall’indegno ministro Valditara) la voce degli altri licei classici fiorentini sia o non pervenuta, o singolarmente reticente: la parola d’ordine di professori, genitori e dirigenti è “non facciamo politica, non parliamo di fascismo e antifascismo”. Un errore capitale, quanto rivelatore. La scuola che si vede come fucina della classe dirigente si è messa al servizio dello stato delle cose, non del suo scardinamento. E si è dimenticata delle angoscianti domande sulle complicità della scuola nell’ascesa dei fascismi. In Costituente, il relatore dell’articolo 9 Concetto Marchesi disse amaramente che “il mondo della scuola ha dato ai giovani un senso di soffocazione: è apparso come chiuso a tutte le esigenze del mondo morale; e più la cultura si elevava e affinava nelle sue particolari ricerche e applicazioni, più appariva il suo distacco dai principî di dignità e utilità sociale e da quell’aspirazione all’universale che è nello spirito dell’uomo. Così veniva formandosi il tecnico, il giurista, il letterato, lo storico, dentro un’orgogliosa clausura che badava a dar pregio … all’utilità personale che ne veniva, anziché al fine superiore cui lo studio è diretto, cioè alla scienza intesa come perpetua ricerca di un bene comune. E quando l’enorme crisi del mondo scoppiò e avvenne l’urto immane delle forze in conflitto, quei maestri … non ebbero più una parola da dire ai discepoli che si avviavano da soli verso la salvazione o la morte. Perché è avvenuto tutto questo? Per mancanza di capacità e di cultura? No: per mancanza di coscienza civile”. Oggi i ragazzi ci chiedono non la professionalizzazione che li rende capitale umano o merce nel mercato del lavoro, non la selezione per ‘merito’ o l’avvio al massacro sociale della competizione. No: ci chiedono una scuola e un’università che abbiano una coscienza civile. Capaci non solo di educare all’antifascismo, ma perfino di recuperare quei ragazzi lasciati soli a credere al fascismo. Perché è solo la scuola l’unica cura efficace per un’Italia che è tornata a produrre picchiatori (e ministri) fascisti.

domenica 26 febbraio 2023

Scoop - dal futuro



“Negli ultimi tempi la nostra condizione psichica subì un subitaneo ammaloramento, dovuto all’aggressione dei supporti tecnologici che ridussero in poltiglia molte labili menti alla mercé servile della dea Visibilia, la cui fede era incentrata esclusivamente sull’apparire, in qualunque situazione anche estrema, come la foto dell’anno 2023 testimonia, scattata durante la veglia funebre di un noto showman dell’epoca. Questa dinamica esistenziale ci travolse in psiche, dilaniando i nostri principi, agevolando l‘estinzione della nostra specie.”

(Messaggio inserito in una capsula lanciata nello spazio nel 2068)