Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 16 febbraio 2023
Ancora un pensiero!
Bugie e abuso di potere così si celavano i segreti di quelle notti oscene
DI PIERO COLAPRICO
In un mondo di (aggettivo benevolo) smemorati, non può che trionfare la coppia di fatto Silvio Berlusconi e Karima el Mahroug (differenza d’età, 56 anni). Era l’ormai lontanissimo 2010 quando l’allora presidente del Consiglio, per proteggere i segreti osceni di quelle che avrebbe definito “cene eleganti”, e che per la corte di Cassazione sono “atti prostitutivi”, chiamò l’ufficio di gabinetto della questura. Tono gentile e gigantesca bugia per ottenere la liberazione della “nipote di Mubarak”, inteso come Hosni, ex presidente egiziano. Purtroppo, le questioni di diritto internazionale non c’entravano nulla: Berlusconi temeva ben altro.
Karima allora si faceva chiamare Ruby Rubacuori, era scappata da varie comunità, i genitori erano disperati e, anche se non aveva compiuto 18 anni, frequentava villa Casati Stampa, ad Arcore. Era approdata a Milano e ne combinava di ogni. Gli smemorati non ricordano che fu proprio Ruby, sin dal primo incontro con una pattuglia della polizia, la Monforte-bis, a parlare di Silvio: “Mi sta mettendo i documenti in regola (…) Guarda che Lele Mora”, e cioè l’agente di spettacolo, “mi ha mandato ad Arcore. E mi ci hanno portato con un’auto con la scorta”. Sempre lei a spiegare poi ai magistrati che Berlusconi le aveva dato “187mila euro in tre mesi”, che nel locale sotterraneo della villa si teneva il “bunga bunga”, che alle feste a luci rosse c’erano Emilio Fede, direttore del Tg 4 ,Nicole Minetti, consigliere regionale di Forza Italia, e tantissime ragazze.
Le stesse che ieri, al cosiddetto processo Ruby-ter, come Ruby, come Berlusconi, sono state assolte dal reato di falsa testimonianza. Assolte, dunque insieme con Ruby eBerlusconi, a differenza di quanto capitato a Minetti, Fede e Mora: gli unici tre che hanno pagato per tutti, con sentenza passata in giudicato, e per gli stessi fatti e lo stesso contesto berlusconiano.
Nell’attesa delle motivazioni, si può ragionare su fatti concreti e incontrovertibili? E cioè, in questa ultima tornata, è stato detto che le ragazze non andavano sentite come testimoni, bensì con le garanzie dovute agli imputati. Di questa qualità giuridica sinora non s’erano accortii vari gip, gup e tutti gli altri giudici degli altri processi, che pure sinora sono stati celebrati. Esattamente quando le ragazze sarebbero dovute essere iscritte nel registro degli indagati per falsa testimonianza? Ora, al di là delle interpretazioni di legge e del libero convincimento del giudice, l’accusa del primo processo Ruby — che si concluse con la condanna per Silvio Berlusconi — viene retta da Ilda Boccassini e Antonio Sangermano. Nonostante i ritardi da legittimo impedimento e uveite del premier, nel corso delle udienze decine di ragazze e di ospiti, di investigatori e di assistenti sociali, vengono interrogati in aula. Ed è nelle fasi del processo che emerge una profonda differenza tra le dichiarazioni rese davanti ai giudici da molte delle ospiti e le loro frasi raccolte grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali anche nel condominio di via Olgettina, con affitti e bollette a spese di Berlusconi. In aula, specie da parte delle aspiranti soubrette, o conduttrici Mediaset , vengono descritte situazioni degne di una festa delle scuole medie. Dietro le quinte, intorno a “Papi” Berlusconi, invece le stesse raccontano, come diceva Minetti a un’amica, che “ne vedi di ogni. La disperation più totale”. Se l’amica definirà la villa “un puttanaio”; se alcune testimoni, da Ambra Battilana ad Imane Fadil, racconteranno scene hard; le altre continueranno a infierire sul “vecchio”, a cui “spillare quattrini”, aggiungendo dettagli scabrosi.
Alla fine del primo processo, gli atti (i verbali delle udienze) tornano dunque in procura, per verificare se queste ragazze siano imputabili di falsa testimonianza. La stessa cosa è accaduta centinaia di volte: spesso è alla fine dei processi che si discerne il (presunto) vero dal (presunto) falso testimone. Per Berlusconi è diverso?
Assolto, il fatto non sussiste; così come Ruby assolta, con autobiografia già pronta. E chissà se ha citato la sua intercettazione: “Mi paga per passare per pazza”?
Al di là di finte infermiere, autoreggenti, statue priapesche, soldi a iosa nelle buste preparate dal ragionier Spinelli, malesseri, la coppia Ruby- Silvio resta emblematica. Non come protagonista di una vicenda giudiziaria vista dal buco della serratura, come viene ripetuto. Ma del meccanismo perfetto che intreccia abuso di potere e menzogna. Il giorno dopo l’uscita “comandata” di Ruby dalla questura, dalla stessa via Fatenefratelli parte un’inequivocabile telefonata alla presidenza del Consiglio: «Questa Ruby non è nipote di Mubarak», fanno sapere a Palazzo Chigi. Eppure deputati e senatori in massa firmano un’interpellanza parlamentare pro-Ruby sull’asse Roma- Cairo. Insomma, ieri non si è assolto altri che un povero ingenuo miliardario e politico, una vittima di perenni errori giudiziari: ma come non crederci, in Italia?
Pensiero travagliato
di Marco Travaglio
Indignarsi perché un potente viene assolto per aver fatto cose che, anche divise per un milione, porterebbero chiunque altro all’ergastolo, ormai è inutile. Trent’anni e più di controriforme della giustizia hanno trasformato i Codici in un inesauribile catalogo di cavilli per avvocati azzeccagarbugli, ma anche per giudici del quieto vivere e delle carte a posto: quelli che prima decidono di assolvere il colpevole, poi si arrampicano sugli specchi per cercare uno straccio di motivazione. Un tempo non l’avrebbero trovata, ora hanno l’imbarazzo della scelta. La storia dei processi a B. è una collezione di perle: tutti pezzi unici. Previti, avvocato di B., compra con soldi di B. il giudice della sentenza su Mondadori, che passa da De Benedetti a B.: Previti e il giudice condannati, B. prescritto perché il suo è un reato minore (è solo il mandante). Fininvest di B. paga quattro mazzette alla Finanza perché non scopra le frodi di B.: condannati i finanzieri e il fratello Paolo, B. assolto. B. paga 600 mila dollari a Mills che deve testimoniare contro di lui in due processi, poi Mills scrive al suo commercialista il perché: “La mia testimonianza ha tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai in cui l’avrei gettato se avessi detto tutto quel che sapevo” sulle società estere usate per frodare il fisco: Mills condannato in primo e secondo grado e prescritto in Cassazione, B. prescritto subito da una giudice che scrive di non poterlo condannare comunque perché la lettera-confessione di Mills su B. vale per Mills, ma non per B.. Quindi Mills va condannato per essere stato corrotto da B., ma B. non va condannato per avere corrotto Mills.
Il tutto, al netto delle 7 prescrizioni perché B. ne ha dimezzato i termini e delle 3 assoluzioni per falso in bilancio perché lui l’ha depenalizzato. Ora la comica finale. Il Codice penale vieta all’imputato di pagare sia i testimoni sia i coimputati che possono inguaiarlo, ci sono montagne di prove che B. ha pagato 28 testimoni che potevano (e spesso minacciavano di) inguaiarlo dicendo la verità sul caso Ruby, e il Tribunale che fa? Lo assolve con tutte le testimoni prezzolate, perché queste non andavano sentite con l’obbligo di rispondere e dire la verità: bisognava indagarle come sue coimputate e interrogarle col diritto di tacere o mentire (in Italia mentire alla Giustizia è un diritto, nei Paesi civili è un crimine). E pazienza se è pure vietato pagare i coimputati perché mentano. E pazienza se 2 gup, 3 giudici d’appello e 9 giudici delle sezioni unite di Cassazione avevano stabilito il contrario. Perciò indignarsi è inutile. Meglio approfittarne: se delinquere e poi pagare testimoni e complici per fregare i giudici non è più reato, diamoci da fare. Poi, se ci beccano, diciamo che ci manda Silvio.
Il tutto, al netto delle 7 prescrizioni perché B. ne ha dimezzato i termini e delle 3 assoluzioni per falso in bilancio perché lui l’ha depenalizzato. Ora la comica finale. Il Codice penale vieta all’imputato di pagare sia i testimoni sia i coimputati che possono inguaiarlo, ci sono montagne di prove che B. ha pagato 28 testimoni che potevano (e spesso minacciavano di) inguaiarlo dicendo la verità sul caso Ruby, e il Tribunale che fa? Lo assolve con tutte le testimoni prezzolate, perché queste non andavano sentite con l’obbligo di rispondere e dire la verità: bisognava indagarle come sue coimputate e interrogarle col diritto di tacere o mentire (in Italia mentire alla Giustizia è un diritto, nei Paesi civili è un crimine). E pazienza se è pure vietato pagare i coimputati perché mentano. E pazienza se 2 gup, 3 giudici d’appello e 9 giudici delle sezioni unite di Cassazione avevano stabilito il contrario. Perciò indignarsi è inutile. Meglio approfittarne: se delinquere e poi pagare testimoni e complici per fregare i giudici non è più reato, diamoci da fare. Poi, se ci beccano, diciamo che ci manda Silvio.
L'Amaca
Una invidiabile serenità
DI MICHELE SERRA
Da quando andavo alle elementari (molto tempo fa), gli industriali lombardi commentano con favore l’esito delle elezioni. Una solida, antica tradizione che si rinnova, come le caldarroste a Natale, ormai vendute a carato a conferma che l’economia lombarda regge bene le sfide della modernità.
Gli industriali lombardi sono stati democristiani quando vinceva la Dc, berlusconiani quando c’era Berlusconi, molto devoti quando c’era Formigoni, federalisti ai tempi della Lega, nazionalisti sotto la Meloni. Furono bene impressionati da Teodorico dopo l’invasione ostrogota, sebbene si fossero trovati molto bene anche sotto l’Impero romano. Sono pronti, in caso di dominazione cinese, ad apprezzare l’oculatezza del nuovo piano settennale, e anche un governatorato alieno, imposto dalla galassia di Gnork, li vedrebbe disponibili a una proficua collaborazione, beninteso sotto il segno della tutela del tessuto produttivo.
Per altro, non si è mai visto un governo insediarsi minacciando, con un ghigno, la distruzione del tessuto produttivo e il ritorno all’uomo cacciatore e raccoglitore. Dunque costa pochissimo salutare cordialmente il nuovo potere politico e ribadire, sempre con le stesse parole, che bisogna “rimettere al centro l’impresa e lo sviluppo”, perché “questi sono i territori del fare”. Per non dire quanto siano apprezzati, in Lombardia, il pragmatismo e la concretezza, che fuori regione, come è noto, incontrano una incomprensibile ostilità.
In sostanza, gli industriali lombardi vivono in una condizione psicologica di invidiabile serenità. La politica passa, loro la lasciano passare. Panta rei, quello che conta è che nessuno cambi dall’oggi al domani il diametro dei tubi e la filettatura dei raccordi.
Pensierino
Il danno enorme al paese lo si scoprirà probabilmente tra una trentina d'anni, allorché degli storici, dei filosofi, contabilizzeranno, senza alcuna intromissione, i malefici culturali e sociali a questa nazione. Sarà troppo tardi per gli attuali abitanti ma, ed è questa la speranza, un monito, forse un impercettibile vagito, per chi in quel futuro crescerà, studierà per farsi un'opinione politica.
L'assoluzione di ieri è il gran finale, scontatissimo, di una delle più sciagurate e mefitiche commedie all'italiana che ahimè abbiamo vissuto sulla nostra pelle, stordendoci, ammansendoci, intorpidendoci in cervice, grazie alla celeberrima scaltrezza del sempre sorridente boss meneghino e alla sua innata abilità ad abbattere ostacoli e frammezzi grazie al dinè di cui è portatore insano.
Abbiamo ruminato ed introitato totem giganteschi che in quasi tutti gli altri paesi definiti civili, lo avrebbero portato in gabbia, come si fa normalmente con i grandi criminali.
E' riuscito assieme alla sua ciurma a farci soprassedere all'acclarato delitto trasmessoci da una sentenza definitiva, di aver pagato almeno fino al 1994 tangenti alla mafia di Riina, attraverso l'operato mafioso del suo fratello di latte Marcello Dell'Utri, condannato Il 1° luglio 2014, con il deposito delle motivazioni della sentenza n. 28225 in via definitiva alla pena di sette anni di reclusione per il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa.
Quale altra nazione avrebbe continuato a tenersi tra i coglioni un delinquente di questo stampo? Nessuna.
Invece in queste lande, grazie ad una sinistra flaccida, mielosa, affascinata, spaesata, timida, invaghita (basti pensare al proposito a Lucianino Violante) in tre decenni non si è riusciti a limitarne l'enorme conflitto d'interessi scatenato dal possedimento diretto ed indiretto di oltre la metà, da presidente del consiglio sfiorò addirittura il novantapercento, dei media nazionali, in special modo nel campo televisivo ottenuto e protetto da una mega tangente finita nelle mani senza fondo del Cinghialone che ancor oggi molti ci invitano a considerare esiliato, nella realtà un fuggiasco. E grazie all'abilità mediatica, al soporifero incunearsi di normalità in cuori e teste prima pensanti, l'appagamento di molti ha contribuito a normalizzare sconcezze altisonanti, come l'addomesticamento di regole e norme mediante leggi antidemocratiche avvallate dagli innumerevoli vassalli di cui fu pregno il parlamento di quelle torbide epoche. E poi uveiti, prostatiti, svenimenti, impegni palesemente ad minchiam, grazie ai quali i processi si sono dilungati sino a dissolversi alla faccia di tutti noi.
Senza contare i tesori messi al riparo in paradisi fiscali, restiamo col cerino in mano nell'apprendere che Ruby e le varie peripatetiche non sono mai esistite, che al solito c'è puzza di persecuzione giudiziaria verso quell'ometto tanto buono, galoppante sulla costituzione grazie alle fregnacce divenute tradizione popolare tipo "ma lui è già ricco, se governasse non ruberebbe nulla, anzi!"
Il cerino si sta quindi spegnendo, come la speranza di vedere il ritorno alla normalità legale di questo stato tanto ammalorato dalle scorribande etiche dell'impomatato testé scagionato, ora simbolo e santo. Santo subito!
mercoledì 15 febbraio 2023
Adieu
Un caro saluto al motore scomparso ieri dopo un lungo servizio, introducente tanti di noi nel magico, a volte no, mondo della navigazione on line, portatore di emozioni nuove con quell’attesa del refresh delle pagine dinamiche che a quel tempo non pareva eterna, ma che con l’andare del tempo ne è diventata l’esecutrice della sua scomparsa, avvenuta proprio ieri, e riproponente il classico giro dei vecchi tempi, già saggiato dalle passate generazioni, con l’avvento della lampadina, dell’automobile, del cellulare. Explorer era la fiammella rischiarente, la carrozza, la cabina telefonica; Microsoft lo ha estinto indirizzandosi verso l’intelligenza artificiale, la probabile morte certa di quello che una volta noi anziani chiamavamo Fantasia. Ma erano altri tempi. Vuoi mettere ora?
Passa e va
Gino Paoli a Sanremo: La vita in una stanza
di Nanni Delbecchi
Una dice non sono nuda, ma mi penso libera, uno canta e intanto sfascia il palco, un altro strappa la foto di un costume di carnevale, un altro ancora si cala le braghe e rivendica le mutande; uno va in platea e bacia sulla bocca quello di prima, un’altra dice l’Italia è un paese razzista (applausi), però sta migliorando (applausi), un’altra ancora davanti a una carrozzina vuota dice che ogni donna senza figli ha il complesso di non averli avuti (non volerli, no?)… Numeri nemmeno da teatro, magari. Numeri da circo, nient’altro che numeri di un circo truccato da astronave, piccole pagliacciate truccate da eventi, il Bianco e l’Augusto con le barbe finte.
Ma adesso, direbbe Mina, arriva lui. Giacca crema da anziano gangster, baffo spiovente da bandolero stanco, passo incerto, occhiale azzurro fumé. Lui: Gino Paoli. “Gino, Gino, evviva, è arrivato il maestro di tutti noi! Ti ricordi quando eravamo dei ragazzini alle prime armi quante cose ci hai insegnato?”. Lui, per sicurezza, si appoggia al pianoforte. “Certo che mi ricordo. Ah ah ah! Mi ricordo soprattutto quella volta che Little Tony al ritorno da una tournée scoprì che la ragazza con cui stava si era fatta tutti i suoi amici. Allora venne da me disperato e mi chiese Gino, cosa bisogna fare quando scopri che la tua donna ti ha fatto fesso? Venne da me a chiedermelo, capito? Ah ah ah!”.
Silenzio. Gelo in sala. Sapore di sale. Occhi sbarrati. Sorrisi emiparetici. Cos’era successo? Era passata la vita. La bastarda, infame, meravigliosa vita vera. In quel lampo della memoria c’era una goccia di vera vita, solo una goccia, ma basta una goccia di vita vera per sciogliere tutta la cartapesta del mondo, figuriamoci di Sanremo. “Gino, Gino, lasciamo perdere i tempi andati!” “Ma non ero il vostro maestro?” “Sì, sì, ma ora cantaci Il cielo in una stanza”. E lui, sempre appoggiato al pianoforte, la canta. La canta di malavoglia, di straforo, mezzo brillo e mezzo stonato; ma la canta davvero. La vita in una stanza. Grandioso.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
