martedì 7 febbraio 2023

Imperdibile!




Presta che evento!

 

E così la scuderia Presta aggiunge un enorme cammeo alla propria attività, portando sul palco sanremese nientepopodimeno che il Presidente della Repubblica, che non c'entra chiaramente, ma che agevolerà l'arrivo del fratello buono, anzi buonissimo, di Roberto Benigni che leggerà una parte della nostra Costituzione, che festeggia quest'anno i 75 anni di vita. 

La scuderia di Lucio Presta, marito di Paola Perego, è stracolma di star ad iniziare dallo stesso Amadeus per arrivare a Gianni Morandi e appunto al Benigni bontà assoluta. Dopo aver letto Divina Commedia, la vita di S. Francesco, l'ex toscanaccio si cimenterà nella lettura della carta costituzionale. 

Il Festival quindi assume un'immagine stellare, quasi istituzionale. E c'accompagnerà con dirette eterne sino a sabato prossimo. Per chi resisterà è previsto una nomina a cavaliere della Repubblica. 

Ma io, come detto, ho tutti i film dei fratelli Coen. Divertitevi!  

Con l’elmetto


Ma 


Ottimo spunto

 

I francesi scioperano e noi italiani poltriamo
DI MASSIMO FINI
Gli italiani hanno perso ogni vitalità. Sono stati superati non solo dai francesi ma addirittura dai parigini che, catafratti nella loro boria, sono simili a quegli aristocratici con una perenne scopa nel culo che per non perdere la loro dignitas e sgualcirsi la giacca, come nella canzone di Max Pezzali Sei uno sfigato, si immobilizzano e sembrano incapaci di qualsiasi slancio.
Nel 2018 in Francia c’è stato il movimento spontaneo dei Gilets jaunes che protestavano per l’aumento del costo della vita e il rincaro dei prezzi del carburante; in Italia, nonostante questi problemi siano gli stessi, non abbiamo mosso orecchia. L’allora ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, fu duramente cazziato per essere andato in Francia e aver aderito, almeno simbolicamente, a quel movimento. Adesso i francesi sono scesi in piazza, un milione e 200 mila in tutto il Paese, e 500 mila solo a Parigi, per protestare contro il progetto di Macron di aumentare l’età pensionabile da 62 a 64 anni, al grido di “la pensione prima dell’artrite”. Insomma la pensione quando sei già dre’ a murì. In Italia l’età della pensione è arrivata a 66 anni e sette mesi per gli uomini, meno le donne, odierne vere privilegiate, pur morendo dopo vanno in pensione prima. E la protesta dei sindacati si è limitata a qualche flatus voci.
Ma in Francia, come del resto anche in Italia, c’è un movimento carsico di giovani che reclama il “diritto all’ozio”. Cioè questi ragazzi si sono resi conto che è assurdo entrare nel tritacarne “produci, consuma, crepa” (Cccp) per finire a fare gli “schiavi salariati” (“Una società che ha postulato l’uguaglianza e ha bisogno di ‘schiavi salariati’, è una società che ha perso la testa”, Nietzsche). Un “diritto all’ozio”, o almeno a qualcosa che gli somigli, va dritto in senso contrario all’odierna società dello sviluppo e della crescita. Dice la Treccani, moderna Bibbia insieme a Wikipedia: “Astensione dall’attività, dalle occupazioni utili, per un periodo più o meno lungo o anche abitualmente, per indole pigra o indolente: stare in ozio, non far niente, trascorrere le ore nell’ozio, poltrire, languire nell’ozio, consumare la vita nell’ozio”. Insomma è il vecchio “ozio, il padre di tutti i vizi” (magari averne). Per i Latini ozio (otium) vuol dire vita contemplativa, dedicata alla riflessione in contrasto col negotium che è l’esistenza rivolta agli affari. Nel Medioevo europeo l’attività rivolta agli affari è spregevole tanto che il nobile perde questa qualifica se si dedica al negotium. E lo stesso vale nella cultura orientale cinese e giapponese, prima che fosse stravolta dal modello di sviluppo occidentale. Nell’antico Giappone il samurai non solo non può avere denaro ma nemmeno pensare in termini di denaro, il pensiero di Lao Tse (Il libro della norma) è per la “non azione”. In Europa, ma in seguito nell’universo mondo, il lavoro diventa un valore qualche decennio dopo l’arrivo del take off cioè della Rivoluzione industriale. E in Italia il primo maggio è la Festa del Lavoro, cioè della nostra schiavitù.
Il dilemma lavoro/ozio si lega al Tempo, il padrone inesorabile delle nostre vite. Ci sono tre Tempi. C’è il Tempo cosmico legato allo spazio sul quale si sono affannati filosofi e fisici, a cominciare da Einstein, senza cavare un ragno dal buco. Il fisico Carlo Rovelli ha dedicato tutta la sua vita al concetto di Tempo ma in uno dei suoi libri più recenti, L’ordine del Tempo, nell’ultimo capitolo ammette che non si può arrivare a una definizione esatta del Tempo. Ma a noi viandanti della Terra in fondo questa concezione quasi metafisica del Tempo interessa poco, vale solo come curiosità intellettuale. C’è il Tempo fisico quello che gradualmente degrada, smonta il nostro fisico, delude le nostre fuggevoli illusioni portando il tutto alla sua inevitabile conclusione. Infine c’è il Tempo psicologico che ha una natura diversa da quello fisico. Quanto tempo, quanti secoli, ci abbiamo messo per uscire dall’infanzia? La giovinezza che pur è statisticamente più lunga, diciamo dai venti ai sessanta anni, è andata via molto più velocemente. Nella vecchiaia è il disastro: gli anni volano (“ma come è già Natale, non era ieri?”), i giorni sono invece lunghissimi perché siamo meno impegnati. Prendiamo un mese di vacanza: la prima settimana si dipana lentamente, la seconda va in modo un po’ più veloce, la terza aumenta ancora la sua velocità, la quarta è appena cominciata che è già finita. Questo è il Tempo della vita dell’uomo. Un Tempo estremamente risicato, un fuggevole attimo nei confronti dell’infinito Tempo cosmico. Bisogna suggerlo nel modo più intenso possibile. Non si deve dilapidarlo come se fosse infinito, perché infinito non è. Una volta un intervistatore mi ha chiesto: “Qual è secondo lei il peccato capitale?” ho risposto: “Sprecare il proprio tempo”. Proprio quello che state facendo voi che mi leggete.

Orsini

 

Calenda&C. “Armi sì, ma soldati no” Il finto aiuto all’Ucraina ricorda Sordi
di Alessandro Orsini
Chiara Appendino e Carlo Calenda si sono confrontati a Piazza Pulita giovedì scorso. Il confronto è stato utile perché ha messo in luce tutta la pochezza e l’inconsistenza del fronte bellicista italiano. Prima di entrare nel vivo del discorso, anzi del disastro, riassumo la tesi di Calenda: “La Russia dev’essere sconfitta sul campo con l’invio di armi pesanti e il rifiuto della diplomazia”. Appendino ha chiesto a Calenda che cosa farebbe se Zelensky, schiacciato dalla Russia nonostante le armi della Nato, chiedesse all’Italia di inviare i propri soldati a sparare contro i russi: “Tu, Calenda, entreresti in guerra con la Russia?”. Calenda ha risposto con un secco no. Che cosa significhi un simile rifiuto preventivo è presto detto. Secondo il fronte bellicista italiano, che include anche Corriere della Sera e Repubblica, l’Italia deve aiutare l’Ucraina fino a un certo punto, superato il quale, Zelensky può morire. Siamo finalmente in possesso degli elementi logici per immaginare la telefonata tra Zelensky e Calenda nel caso in cui Putin prevalesse: “Caro Calenda, sto per morire. Se il governo Meloni non mi dà diecimila soldati, sono spacciato”. Ecco la risposta di Calenda: “Caro Zelensky, come ho già detto a Chiara Appendino, sono disposto a inviare i Samp-T, ma non i soldati poiché non voglio entrare in guerra con Putin, da cui sono atterrito. Muori tranquillamente”.
Ai bellicisti italiani manca ciò che gli esperti di sicurezza internazionale (e i politici seri) chiamano worst-case scenario, vale a dire la capacità di immaginare lo scenario peggiore possibile. Quando un politico è in procinto di prendere una decisione molto grave ha il dovere di immaginare il peggiore possibile degli scenari. Deve domandarsi: “Che cosa accadrebbe se tutto andasse male in Ucraina?”. Appendino, nel chiedere a Calenda che cosa farebbe se Zelensky invocasse i soldati, pone una domanda costruita sullo scenario peggiore possibile per l’Italia. La risposta di Calenda, invece, è la tipica risposta del politico privo di capacità prospettica. È la risposta del politico superficiale del tipo: “Gli ucraini sono i buoni quindi vinceranno”. Nella puntata di Piazza Pulita, Calenda ha dato per scontato che, una volta ricevute le armi necessarie, gli ucraini scacceranno i russi. Orbene, se il lettore vuole capire che cosa sia il fenomeno italiano del “Calenda va alla guerra”, un fenomeno culturale molto serio, deve cercare un video su Youtube intitolato: “Alberto Sordi: La mia Guerra 2”, in cui il grande attore romano analizza la psicologia collettiva degli italiani nel giorno dell’ingresso nella Seconda guerra mondiale. Sordi racconta ciò che vide a Piazza Venezia dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini. Vide migliaia di italiani festanti certi di un successo sfolgorante: “L’annuncio della dichiarazione di guerra sembrava l’annuncio del programma della festa de’ Noantri”. Poi aggiunge che quella ingenuità era figlia dell’ignoranza dovuta alla propaganda: “Gli italiani erano ignoranti, nessuno aveva detto loro come stavano le cose”.
Oggi le cose stanno così: la Russia sta sventrando l’Ucraina e possiede pure seimila testate nucleari e risorse immense. Finora, la Russia ha combattuto con le mani dietro la schiena. La sconfitta della Russia in Ucraina è possibile soltanto per la compagnia de’ Noantri ovvero per il fronte bellicista italiano. Ammesso che la Russia venga sconfitta sul campo, che cosa accadrebbe dopo? Certamente non la pace. Gli scenari peggiori per l’Italia sono due: la sconfitta dell’Ucraina e la sconfitta della Russia. Meglio mediare.

L'Amaca

 

La solitudine del centravanti
DI MICHELE SERRA
Circola molto il breve video del centravanti nigeriano del Napoli, Osimhen, che nel riscaldamento pre-partita scavalca le transenne e si arrampica nella curva avversaria (quella dei tifosi dello Spezia) per andare a scusarsi con una signora colpita da una sua pallonata, abbracciandola. Il gesto si presta a letture edificanti così scontate che è meglio soprassedere.
Ma c’è un aspetto che va al di là della retorica del bel gesto. Osimhen, dal momento in cui si avvicina alla tifoseria avversaria (che è ancora all’oscuro delle sue intenzioni) e dribbla gli addetti alla sicurezza, è solo. Lo è fisicamente. Lo è anche mentre risale i pochi gradoni dello stadio, facendosi largo in mezzo al pubblico stipato. Probabile che l’aura del campione lo protegga, possibile anche che ci sia, in lui, un breve istante di “calcolo”: non corro rischi, sono la star che dà confidenza al pubblico, qui è pieno di telecamere, andrà tutto bene.
Sta di fatto che la curva “nemica” coglie l’intenzione, si apre, lo accoglie, lo applaude, qualche selfie fugace è l’unico impedimento che ostacola il campione mentre ritorna in campo. Un gesto individuale – se è giusto e chiaro – può stravincere su ogni possibile equivoco “di massa”, a patto che si abbiano il coraggio e la prontezza di metterlo in atto. Si noti: la curva dello Spezia, passato il momento, è poi tornata ai disgustosi cori tipici di ogni curva, insomma è tornata “folla”, dopo che il gesto di un singolo l’aveva trasformata, per un breve istante, in un insieme di persone.
Ovvio che per un centravanti ventiquattrenne, alto un metro e 86, è più facile confidare nelle proprie forze.
Ma se ognuno di noi avesse meno timore “degli altri”, e più fiducia nelle proprie intenzioni, quanto migliore sarebbe il mondo?

Pena e solidarietà

 

Il terrificante terremoto turco-siriano deturpa ulteriormente quelle terre già crudelmente violentate da guerre infami e decennali. Sembra quasi che l'accanimento della natura voglia spingere ad interrogarci su cosa cazzo si stia facendo di così malsano, insalubre, ogniqualvolta come umanità mettiamo mano alla guerra, pazzia senza ritorno, come quella siriana condotta da un bastardo senza alcuna dignità, che dio lo strafulmini, lunga dieci anni e coadiuvata da quell'altro pazzo assassino impegnato altresì nelle terre ucraine.
Popoli curdi, siriani già sfiancati dal bellicismo arricchente una sparuta schiera di orchi famelici nascosti dietro a multinazionali vergognose, trovano oggi altra morte e disastrosi crolli, immersi nel gelo invernale, quasi a rammentarci che la sfortuna s'accanisce sempre e solo sugli ultimi.
La solidarietà apparentemente scattata in molte nazioni verrà piano piano a svilire per quegli intrecci politici al sapor di sciacallaggio che permeano le obbrobriose politiche nefaste di questo periodo storico, che storici del futuro secolo non faticheranno a definire merdoso. Sempre che vivano ancora su questo sasso blu martoriato e in perenne movimento in crosta.