sabato 4 febbraio 2023

Mumble Mumble

 


Daje!

 


L'Amaca

 

L’uomo che non sa che lavoro fa
DI MICHELE SERRA
Come si fa a spiegare a uno come Andrea Delmastro concetti come “diritti dei detenuti”, “doveri dello Stato” e – addirittura – “Costituzione”? E come è possibile fargli capire che se un parlamentare, in carcere, incontra un mafioso al 41 bis, non si tratta di un “inchino alla mafia”, ma dell’accertamento delle condizioni di una persona detenuta, prerogativa concessa a tutti i parlamentari (ne fece ampio uso il Salvini per portare solidarietà, in carcere, a svariati sparatori di ladri?)
La risposta è semplice: non è possibile spiegargli niente di tutto questo. Non gli interessa capirlo, non vuole capirlo, gli costerebbe troppo capirlo. Decidete voi quale di queste ipotesi è la più probabile. Io propendo per la terza: ci sono persone che non possono permettersi il lusso di capire quello che stanno dicendo, quello che stanno facendo. Ne sarebbero sopraffatte.
Il problema è che questo signore è viceministro della Giustizia, ma l’importanza e le responsabilità del suo incarico sembrano sfuggirli.
Benevolmente, possiamo supporre che intenda servirsi della sua carica per avvantaggiare la sua fazione e danneggiare l’opposizione – non sarebbe il primo. Ma è un’ipotesi fausta.
Quella infausta è che Delmastro sia un uomo che non sa che lavoro fa. Crede di essere ancora il giovane e animoso fascista di Gattinara (Vercelli) che fu in gioventù. Qualcuno gli spieghi che, entrando nel governo di Roma, ha giurato fedeltà alla Costituzione, e soprattutto gli spieghi che cos’è. I suoi amici – ne avrà pure – capiscano che è una persona bisognosa di soccorso e di buoni consigli. Di qui in poi può solo peggiorare la sua posizione.

Giornalismo e giornalettismo

 

Sul carro di Carra
di Marco Travaglio
La scomparsa di Enzo Carra a 79 anni e i coccodrilli della stampa italiana che lo dipinge come un martire della malagiustizia, addirittura un “assolto”, sono un’ottima cartina al tornasole del “Paese di Sottosopra” (Giorgio Bocca). Nel 1993 Graziano Moro, manager dc dell’Eni, racconta a Di Pietro che il suo amico Carra, portavoce del segretario Forlani, gli ha raccontato una stecca di 5 miliardi della maxitangente Enimont alla Dc. Di Pietro lo sente come teste. Lui nega sotto giuramento. Di Pietro lo mette a confronto con Moro, che arricchisce il racconto con altri dettagli. Carra nega ancora. Davigo gli ricorda l’obbligo di dire la verità. Carra si contraddice, cambiando due o tre versioni. L’articolo 371 bis del Codice penale, voluto da Falcone e approvato nel 1992 solo dopo la sua morte, prevede l’arresto in flagranza dei falsi testimoni. Carra viene arrestato e processato per direttissima.
Il mattino dell’udienza viene tradotto dal carcere al tribunale in fila con altri 50 detenuti, tutti ammanettati e legati a una catena: i famosi “schiavettoni”, previsti dalla legge (voluta tre mesi prima dai socialisti) per evitare evasioni. L’aula è gremita e i carabinieri lo sistemano nella gabbia degli imputati. Di Pietro e Davigo lo fanno uscire e sedere accanto agli avvocati. Carra stringe la mano a Di Pietro e a Moro. Ma la sua foto in manette scatena la bagarre in Parlamento con urla e strepiti contro gli aguzzini di Mani Pulite: le manette si addicono agli imputati comuni, non ai signori. L’indomani alcuni detenuti del carcere di Asti scrivono alla Stampa: “Siamo tutti ladri di galline, eppure in tutti i trasferimenti veniamo incatenati ben stretti, per farci male, e restiamo incatenati in treno, in ospedale, al gabinetto, sempre. Anche noi appariamo in catene sui giornali prima di essere processati, ma nessuno ha mai aperto un dibattito su di noi. Oggi ci siamo domandati quali differenze esistano fra noi e il signor Carra. Al quale, in ogni caso, esprimiamo solidarietà”. Carra viene condannato a 2 anni per false dichiarazioni al pm, poi ridotti in appello a 1 anno e 4 mesi per lo sconto del rito abbreviato e confermati in Cassazione. Il Tribunale ritiene che, avendo depistato le indagini sulla più grande tangente mai vista in Europa, “furono quantomai opportuni il suo arresto, la direttissima e la pena non confinata ai minimi di legge”. I giudici d’appello censurano il suo “poco apprezzabile sentimento di omertà”. Nel 1995 destra, centro e sinistra cancellano la legge Falcone sull’arresto dei falsi testimoni. Carra, che da incensurato non era deputato, lo diventa da pregiudicato nel 2001 con la Margherita. E, oggi come trent’anni fa, la legge uguale per tutti fa scandalo: meglio la vecchia, lurida giustizia di classe.

venerdì 3 febbraio 2023

A giusto tiro di meteorite

 


Se vai a Firenze e trovi una mastodontica fila davanti ad un negozio, se non sei informato, ti viene da pensare che vi abbiano portato dagli Uffizi il Tondo Doni michelangiolesco. Ma non è così! Grazie all'abilità di Tommaso Mazzanti, il suo locale All'Antico Vinaio e altri sparsi tra Roma, Milano e New York, riesce a vendere seimila schiacciate al giorno, creando appunto file d'attesa pazzesche per degustarle. 

E questo è un lampante esempio di abilità manageriale unita alla saggia norma che porta a servire prodotti di qualità a prezzi tutto sommato contenuti. 

Ma purtroppo c'è dell'altro, tanto pregno d'idiozia da far presagire che prima o poi un meteorite ci visiterà per punirci della nostra e oramai preponderante, stupidità. 

Leggete il brano svelatore dell'abisso in cui siamo caduti: 


  Quindi esistono sacchi di carne con pochissimi ed oramai esausti neuroni che si mettono in coda per almeno un'ora, acquistano la schiacciata, si fanno un selfie e la buttano via. 

Rimango allibito ed affranto davanti a cotanta imbecillità, sperando che i normodotati riuniti riescano a scovare questi pusillanimi per avviarli ad una rieducazione mentale e sociale atta a preservare la specie. 

E naturalmente a questi stronzi vada il mio più sincero vaffanculo! 

Gran giramento

 

Da tifoso quest'articolo di oggi su Repubblica mi centrifuga i testicoli all'inverosimile, pensando ai magnaccioni che sfanculando la ragione, han preferito cedere la squadra rossonera a Jerry che l'ha acquistata con i soldi imprestati dal venditore con interessi sfioranti il cravatterismo, invece di cedere il pacchetto al fondo arabo pregno di dollaroni che, in caso di acquisizione, avrebbe garantito investimenti per 400 milioni. Jerry invece non ha speso un cazzo a gennaio, agevolando l'inamovibilità di Salamella, Tatanasega e De Kagheler. Mi roteano tanto che ho dovuto indossare una giacca a vento! 

Il retroscena
Milan ancora a dieta con RedBird-Elliott e il treno arabo perso

DI ENRICO CURRÒ

MILANO — Il Milan in crisi ha chiuso il mercato invernale con un solo ritocco marginale, il portiere colombiano Vasquez: il budget non consentiva altro. Ma ora che il passaggio di proprietà del club dal fondo angloamericano Elliott della famiglia Singer alla società statunitense RedBird Capital di Gerry Cardinale è finito sotto la lente della Procura di Milano, un ulteriore passo indietro nel tempo riaccende la perplessità dei tifosi alla vigilia del derby: la ricostruzione della trattativa serrata tra Elliott da una parte e dall’altra il ticket formato dal fondo arabo Investcorp (sede in Bahrain) e la piattaforma di investimento MFO Multi Family Office Equity Partners (base a New York e presenza tra gli investitori della famiglia reale saudita, con Saudi Crown MFO).
La trattativa iniziò nel novembre 2021 e saltò nel maggio 2022, in dirittura d’arrivo, per l’inserimento di Cardinale, affermato manager dello sport professionistico americano. Il rapido closing di fine agosto fu un esito sorprendente: le due offerteerano infatti più o meno della stessa entità — 1,2 miliardi di euro — ma quella di Investcorp-MFO era cash, mentre l’accordo con Cardinale è stato raggiunto attraverso la modalità di un vendor loan. Il venditore Elliott avrebbe in sostanza preferito un acquirente cui prestare soldi a un altro che non ne chiedeva. Elliott ha garantito al compratore RedBird un prestito consistente (mai smentita la cifra di circa 600 milioni, per un interesse annuo di 42 milioni). E RedBird ha lasciato al fondo dei Singer corposa voce in capitolo nelle scelte societarie, a cominciare dall’austerity sul mercato.
Repubblica ha interpellato Carmine Villani, finanziere italo-americano, ad di MFO: «Non posso entrare nei dettagli, ma posso confermareche la nostra cordata si era impegnata sia ad acquisire tutte le quote di maggioranza del Milan sia a garantire il successivo investimento sul mercato di 300-400 milioni, per riportare subito la squadra al livello più alto d’Europa, come la sua storia merita. Era tutto “equity”. Se Elliott avesse voluto, gli avremmo lasciato quote di minoranza». In sostanza si trattava di un investimento diretto, senza bisogno di prestiti. Particolari e clausole del successivo closing con RedBird e l’esatta ripartizione delle quote azionarie sono ancora segreti. L’indagine dei pm Giovanni Polizzi e Maurizio Romanelli mira a fare luce sulle zone d’ombra. L’intervento della Guardia di Finanza e l’ipotesi di reato contro ignoti — appropriazione indebita per 100 milionidi euro, nell’inchiesta nata dall’esposto dell’ex azionista di minoranza BlueSkye di Salvatore Cerchione e Gianluca D’Avanzo, che lamentavano di non essere stati avvisati della vendita — non preoccupa il fondo dei Singer, che definì “azioni frivole e vessatorie” i contenziosi giudiziari a Milano, Lussemburgo e New York.
La posizione rimane tale anche dopo l’acquisizione, da parte della Gdf, dei documenti sull’affare Elliott- RedBird negli studi dei professionisti incaricati della transazione.
La prima riunione del ticket Investcorp- MFO con Gordon Singer a Londra risalirebbe a novembre 2021. A febbraio 2022 il ticket scelse come capofila Investcorp, il cui ad Hazem Ben-Gacem presentò le credenziali: 40 miliardi di dollari da family officers del Golfo Persico, famiglie e fondi sovrani. Investcorp, già impegnato in Italia nella moda e nel lusso con Gucci e nello sport con Dainese (oltre a essersi interessato all’Inter gravata però da debiti eccessivi), strinse il patto con MFO, tra i cui soci figura Marc Lasry, proprietario di Avenue Capital Group, che detiene nel basket i Milwaukee Bucks, franchigia della Nba. Per il potenziale affare Milan, dove la gestione Elliott aveva più che dimezzato i debiti, l’offerta iniziale fu tra gli 800 milioni e il miliardo. Poi si arrivò, debiti compresi, a quota 1 miliardo e 180 milioni, con la suddetta promessa di investire altri 300-400 milioni sul mercato. Ad aprile era già stato superato anche lo scoglio due diligence, il controllo dei conti. Ma tutto naufragò a maggio. Durante la volata scudetto entrò in scena Red-Bird Capital, che accettò la condizione del prestito da Elliott. Così, saltata la pista arabo-americana, andò in porto con un’accelerazione velocissima l’affare con Cardinale. Che dallo scorso 31 agosto è il proprietario del Milan. Quattro mesi e mezzo dopo, la Procura di Milano vuole vederci chiaro.

L'Amaca

 

L’amaca
Quelli che devono scaricare il furgone

DI MICHELE SERRA

Il luogo comune è un delitto.
Ma a volte è una tentazione irresistibile. Per esempio quando il presidente uscente (e purtroppo, secondo i sondaggi, rientrante) della Lombardia, Fontana, inorridito dalla proposta del limite dei 30 all’ora nelle città, dice che “le auto devono poter andare forte altrimenti si ferma il lavoro”, si materializza un’idea del lombardo che pare uscita direttamente dal repertorio dei luoghi comuni. Uno disposto anche a investire una scolaresca perché deve scaricare il furgone.
Naturalmente sappiamo bene che, siccome i lombardi hanno anche buon cuore, Fontana non intende sacrificare le scolaresche al fatturato. Ho fatto ricorso a un’iperbole, categoria che a Fontana non è familiare, dunque traduco: un’esagerazione. Però, almeno un poco, la frase “le auto devono poter andare forte altrimenti si ferma il lavoro”, a quell’iperbole fa capo. Così come, nelle macchiette regionali, il napoletano è superstizioso, la bolognese disponibile, il genovese tirchio, il romano sboccato, ecco il lombardo che inveisce contro chiunque gli impedisce di immolarsi per il “laurà” (il lavorare), e figuratevi dunque come può sopportare la sola ipotesi che rallentare faccia bene alla salute: perfino alla sua.
Quelli che devono scaricare il furgone sono — intendiamoci — il sale della terra. Io ho alle spalle una intera vita milanese, e dunque li amo anche quando scendono dal furgone, incazzati neri, giustificando il parcheggio in terza fila perché “io devo lavorare”. Mi piacerebbe riuscire a spiegargli che sto lavorando pure io. Ma è difficile. Per questo la Lombardia è governata, dai tempi di don Rodrigo, dalla destra: perché non sono mai riuscito a spiegargli che sto lavorando anche io, anche senza furgone.