mercoledì 11 gennaio 2023

L'Amaca

 

Che cosa Pompei ci racconta
DI MICHELE SERRA
Vedo e sento il ministro della Cultura, Sangiuliano, spendere a Pompei nobili parole su quella città dissepolta, simbolo, dice al Tg2 (ex suo), dell’identità nazionale. (Alle parole “Nazione” e “nazionale” azionate sempre le sirene di allarme: nove volte su dieci non sbaglierete).
Non voglio infierire rammentando il facile abuso che il fascismo fece della romanità e dell’Impero, realtà cosmopolite, interreligiose e multiculturali che la propaganda nazionalista trasformò in un mito provinciale, parodia cartapestacea di una monumentalità irripetibile.
Parlare, a Pompei, di “identità nazionale” è come ridurre, duemila anni dopo, i confini del mondo classico a una porzione davvero minima dell’Europa, l’Italia attuale, che tanto ci è cara quanto ci sono note la sua ridotta dimensione e la sua piccola influenza.
Più subdolamente, piace fare presente a Sangiuliano che Pompei, come raccontano i suoi affreschi licenziosi, il suo lusso ostentato e poi calcificato dal vulcano, era una tipica realtà radical chic. Ante litteram. Un conservatore dell’epoca avrebbe speso parole di condanna per quegli antichi gaudenti, avviati alla decadenza, avvinazzati ed erotomani, che l’eruzione punì severamente ben prima che i cristiani e i barbari (in ordine di apparizione) arrivassero a occupare Roma e a mutarne il destino, diventando Roma essi stessi.
Quello che sbalordisce, visitando Pompei, è la raffinatezza del mondo classico e al tempo stesso la sua fragilità.
Dobbiamo vivere felicemente e poi ci tocca morire — questo racconta Pompei — e non si capisce bene quanto di “italiano”, e non di mondiale e di umano, ci sia in questa piccola storia di splendore e di sgomento.

martedì 10 gennaio 2023

Memento

 

Tra smargiasso e faceto, sta avvenendo sotto i nostri occhi prosciuttati una delle più dolorose scomparse politiche degli ultimi decenni: la fine di quello che alloccamente definiamo un partito di sinistra, il Partito Democratico. 

Sventrato nei suoi dogmi sparigliati da decenni di insalubre politica, ridicolizzato da segretari inadeguati, in primis la macchietta vivente, colui che tra ridanciano e comportamento giullare ha divelto i principi morali ereditati dagli antichi padri, si proprio ello, l'amico del rinascimento arabo a pagamento, l'attuale rimasuglio diretto sino a poco tempo fa da un incapace appisolato, ondivaga senza alcuna meta nei meandri dell'opposizione, ululando alla luna per certe scelte dell'attuale compagine governativa di nero vestita, che nel recente passato erano via maestra per l'apparente compagine di sinistra, vedasi i latrati contro lo spoil system della Caciottara, in realtà una metodologia da lustri applicata in ogni dove dai soloni pidini. 

Sempre al governo con chicchessia senza aver avuto l'appoggio dell'elettorato, ruminando e digerendo leggi squallide rivoltanti nelle tombe i predecessori illustri, questa accozzaglia di mestieranti della politica estikazzistica, pretenderebbero che ancor oggi qualcuno appoggiasse le loro strambate logorroiche fini a se stesse, non avendo alcuna remora a continuare a proporsi per un'innovazione dal sapore disgustoso, visto che nell'establishment attuale, la stragrande maggioranza pervicacemente vorrebbe continuare a gozzovigliare proseguendo nella mastodontica presa per il culo verso il mondo dei lavoratori. Fassino che parla di nuovo corso, rimanendo ancora in tolda, è l'esempio più eclatante; non sono però da meno i vari Franceschini - complimenti per i milioni buttati nel cesso con la comicissima esperienza della ItsArt, la tanto declamata Netflix di stokazzo dell'arte che proponeva a pagamento programmi scaricabili gratis su Rai Play e che nel giro di pochi anni si è rivelata un flop vergognoso, anelante l'anonimato - e poi la Serracchiani e il suo improvvido parrucchiere, Buster Orlando, e via via tutti gli altri compreso la ciurma di fedeli accalappiatori di prebende nascosti nelle partecipate statali. 

Ma la nota più dolente pidina è, al pari di tutti gli altri partiti, il silenzio attorno a quella sana e motivante scelta operata dal Movimento Cinque Stelle: dopo due mandati, dieci anni, qualunque incarico ricoperto, qualsiasi sedia posseduta, te ne vai a casa senza passare dal via! Invece la combriccola di finta sinistra, persevera a non togliersi dai coglioni, ammorbando l'aria con fregnacce ingoiate a memoria, senza dignità, sperando ancor oggi nella presenza massiccia di allocchi che caschino dentro la nassa sperando in un mondo migliore. Purtroppo per loro i tempi sono cambiati, la gente si sta risvegliando dal letargo, le nenie e le sirene non intontiscono più come negli anni d'oro (per loro). Non contenti della debacle definitiva in arrivo, del quattordicipercento che i sondaggi attribuiscono all'assemblaggio pidino, i fantasmini inani continuano a scialacquare ragione e sentimento, contraddicendosi persino nella preparazione dell'oramai famigerato congresso, spostandone la data, tramando e continuando a prefabbricare tresche, inciuci, minando scelte innovative, custodendo piduescamente l'esistenza delle famigerate correnti, il male più oscuro e becero della loro politica. 

Praticamente è come se fossero sul Titanic e dal bar chiedessero un pochetto di ghiaccio e qualcuno auto-investitosi conducator dicesse al timoniere: "dirigiti su quello scoglietto bianco che ne prendiamo un po' per gli aperitivi!"           

A proposito del reddito

 

Reddito di scemenza
di Marco Travaglio
Ieri, su La7, quel gigante del pensiero che risponde al nome di Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport (ma perché solo condirettore? Facciamolo almeno direttore!), ha brillantemente risolto col suo fiuto proverbiale il caso della guerriglia fra ultras del Napoli e della Roma: “Quanti di questi signori hanno completato i loro studi e quanti godono del Reddito di cittadinanza? Capisco che è una provocazione un po’ aggressiva. Ma sono curioso di capire, perché qui è il cuore del problema: la democrazia parassitaria e assistenziale con cui lo Stato governa una parte del Mezzogiorno”. E certo: è questo il cuore del problema. Se si dovesse mai scoprire che quei facinorosi percepivano il luculliano assegno mensile di 500 euro per stare sul divano (ma magari!), sarebbe inutile interrogarsi sull’abbandono scolastico; della disoccupazione, del degrado e della rabbia sociale nelle periferie urbane, soprattutto nel Centro-Sud; dei rapporti fra gruppi ultrà, criminalità comune e organizzata, estremismo politico e spesso anche società di calcio che pagano viaggi in auto, in treno, in aereo più vitto e hotel a giovinastri nullatenenti per sostenere le squadre o perché ne sono ricattate. Queste brutte cose non esisterebbero senza il Reddito di cittadinanza: infatti mica c’erano fino a tre anni e mezzo fa, quando i putribondi 5Stelle decisero di sperperare la bellezza di 7-8 miliardi l’anno ai poveri e ai disoccupati (categorie spesso coincidenti), sottraendoli ai veri bisognosi: cioè i ricchi e i ladri di Stato (categorie spesso coincidenti, ma che godono di buona stampa perché la finanziano).
Prima non esistevano neppure mafia, camorra e ’ndrangheta, fondate giusto nella primavera 2019 per arraffare il Reddito di cittadinanza. Infatti, a ogni retata antimafia, i giornaloni mica si preoccupano per le migliaia di mafiosi in circolazione, ma perché alcuni di loro rubano 500 euro al mese di Rdc. Ora però la pacchia per i poveri sta per finire: ancora sei mesi e almeno quelli “occupabili” smetteranno di gozzovigliare a caviale e champagne con 500 euro al mese per la gioia di tutti i Barbano e i 7-800 milioni risparmiati potranno finalmente finanziare i 12 condoni fiscali del governo Meloni. Cioè torneranno ai legittimi proprietari del denaro pubblico versato da quei fessi che ancora pagano le tasse: gli evasori. La violenza dentro e fuori gli stadi, come per incanto, svanirà e gli ultras rivali si abbracceranno come agnellini nelle curve e negli autogrill, come prima del 2019. Oppure, da bravi occupabili, si troveranno un onesto lavoro nelle premiate ditte Cosa Nostra Spa, ’Ndrangheta Srl e Camorra Sas, sempreché queste – senza più il Reddito di cittadinanza – riescano a tirare avanti.

lunedì 9 gennaio 2023

Il Cazzaro e il Genio




Per dire...

 





Puntualizzazione

 


Montanari e Benedetto

 


La stampa italiana genuflessa per Ratzinger “santo subito”

LA MORTE DI BENEDETTO XVI - Da cattolico. Per il Pontefice defunto preghiera e rispetto, ma anche discernimento. Le beatificazioni invocate da devoti e meno devoti sono fuorvianti

DI TOMASO MONTANARI


Davvero Joseph Ratzinger santo subito? Più che l’invocazione da stadio dell’anonima folla, a colpire è la genuflessione pressoché generale della stampa italiana. Sembra smarrita una visione sanamente disincantata dei sistemi di potere in generale, e della Curia romana in particolare.

Mio padre, profondamente cristiano e cattolico, mi ha sempre detto che, al posto di quella di Longino, nella crociera di San Pietro si sarebbe dovuta scolpire la statua di Abraam giudeo. Questi, in una delle novelle del Decameron, è un ebreo parigino che comunica ai suoi amici cristiani che si sarebbe convertito alla fede in Cristo, ma solo dopo aver visitato appunto la Curia papale. Grande lo sconcerto degli amici: ben sapendo, dal papa in giù, “generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo nella naturale ma ancora nella sodomitica, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna. Oltre a questo, universalmente golosi, bevitori, ubriachi …; e … tutti avari e cupidi di denari gli vide, che parimente l’uman sangue, anzi il cristiano, e le divine cose … a denari e vendevano e comperavano”. Ma Abraam proprio per questo si converte: “Mi par discerner lo Spirito santo esser d’essa, sí come di vera e di santa piú che alcuna altra, fondamento e sostegno”. In altre parole, se la Chiesa si reggeva nonostante tutta quella ipocrisia e corruzione, doveva proprio essere assistita dall’Alto!

L’amara ironia di Boccaccio riassume bene il disincanto che i cattolici più legati al Vangelo hanno sempre provato nei confronti di un formidabile sistema di potere tenuto in piedi in nome di Colui che ha contestato nel modo più radicale i meccanismi infernali di ogni umano potere. E forse oggi spetterebbe proprio a noi cattolici una critica sostanziale della figura di Joseph Ratzinger: fermi ovviamente restando il profondo rispetto per la persona, e l’ininterrotta preghiera per l’anima sua. Dal campo laico, sull’asserita grandezza del filosofo e del teologo (presentato dai giornali come una specie di somma di Agostino e dell’Aquinate…) aveva già detto parole coraggiose Umberto Eco nel 2011 (“Non credo che Ratzinger sia un grande filosofo, né un grande teologo, anche se generalmente viene rappresentato come tale. Le sue polemiche, la sua lotta contro il relativismo sono, a mio avviso, semplicemente molto grossolane nemmeno uno studente della scuola dell’obbligo le formulerebbe come lui. La sua formazione filosofica è estremamente debole”). Sulla serietà dello studioso ha scritto in questi giorni Silvia Ronchey, ricordando l’uso non solo strumentale, ma filologicamente e storicamente errato, delle parole di Manuele Paleologo su Maometto nel famigerato discorso di Ratisbona.

In generale, colpisce la beatificazione culturale da parte degli atei devoti di colui che ha diretto l’organo deputato alla repressione della libertà di pensiero nella Chiesa, quel Sant’Uffizio (diverso ora nel nome, non già nella missione) che, vituperato quando si rammenti la vicenda di Galileo, diventa invece una specie di libera accademia quando si tratti di celebrare Ratzinger. Anche ai cristiani ciò dovrebbe stare davvero a cuore: e del resto basta ascoltare la voce di Leonard Boff, o ricordare quella di Hans Kung, per sapere quanto inutile dolore abbia inferto la repressione del “pastore tedesco” (indimenticabile titolo del Manifesto il giorno dell’elezione di Benedetto XVI). Ma è forse sull’abdicazione che bisognerebbe riflettere. Che la Provvidenza abbia cavato bene dal male aprendo la stagione di Francesco è un fatto: ma sappiamo bene come i piani del quondam papa fossero opposti.

Soprattutto, colpiva quel ribaltamento dello spirito del Magnificat: Benedetto si dimise dicendo di non avere più forza umana. Quando – da David a Giuditta, a Maria… – è proprio la mancanza di forza, unita all’abbandono a Dio, a ribaltare la logica del mondo: “Quando sono debole, è allora che sono forte”, dirà Paolo. In quelle parole pareva invece radicato il sentire della Curia come potere tutto terreno: quasi neo-pelagiano nel fare, in fin dei conti, a meno di Dio (scriverà poi papa Francesco “ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa”). Impressione rafforzata dalla decisione di riservarsi con un ultimo decreto di pessimo gusto titoli e privilegi, rimanendo in Vaticano e facendosi obiettivamente usare dalla fronda reazionaria che è poi platealmente riemersa in queste ultime ore. Preghiera e rispetto, dunque. Ma anche discernimento: altro che “santo subito”…