domenica 8 gennaio 2023

In attesa

 


Visione travagliata

 

Prova d’appello
di Marco Travaglio
Un gruppo di intellettuali, fra cui i nostri amici Montanari e De Masi, hanno firmato un appello per un’alleanza in extremis fra 5Stelle e Pd nel Lazio contro la destra. L’appello sconta un buon tasso di ingenuità e utopismo: alle Regionali manca poco più di un mese. Ma lo spirito è sacrosanto: che senso ha che chi si oppone al governo Meloni corra l’un contro l’altro armato? Anche la domanda, però, sconta un buon tasso di ingenuità e di utopismo, perché oscura i fatti degli ultimi sei mesi: le ragioni profonde di una frattura che solo due anni fa sarebbe parsa lunare, ma oggi rende lunari gli appelli che la ignorano. Il Pd, sposando il governo Draghi non come soluzione emergenziale, eccezionale e temporanea, ma come scelta strategica di campo, ha buttato a mare l’alleanza col M5S che nel Conte2 funzionava bene. Ha aderito con foia alla decinquestellizzazione dell’Italia avviata da Draghi (bellicismo atlantista e riarmista, guerra a Spazzacorrotti, Superbonus, Reddito di cittadinanza, dl Dignità, salario minimo; ritorno a trivelle, fossili e inceneritori) e ora completata da Meloni&C..
Per salvare il (da loro) compianto governo dei Migliori e al contempo l’alleanza col M5S, a Letta&C. sarebbe bastato stralciare l’inceneritore di Roma dal dl Aiuti (che riguardava tutt’altro) e appoggiare alcuni dei 9 punti dell’Agenda sociale di Conte, così a luglio i 5Stelle avrebbero votato la fiducia. Invece il loro piano era annientarli: prima con la scissione assistita di Di Maio&C. (a cui promisero e concessero collegi elettorali), poi con la cacciata di Conte dal centrosinistra per stritolarlo nella tenaglia del Rosatellum e avviare un nuovo percorso con Calenda (che poi cambiò idea). Il 25 settembre gli elettori han deciso diversamente, vanificando l’ennesimo Conticidio. Ma quel progetto è rimasto intatto per Lombardia e Lazio: il Pd ha deciso i suoi candidati in solitudine (Majorino) o in tandem con Calenda (D’Amato), salvo poi strillare perché i 5Stelle correvano anziché estinguersi. Strilli comprensibili se il M5S valesse il 7%: ma i sondaggi lo danno al 17, mentre al 7 languono Calenda e Renzi. Bene ha fatto Conte a superare le ruggini e trovare un’intesa sui contenuti a Milano, sebbene nessuno gli avesse chiesto nulla su candidato e programma. Ma è a dir poco arduo immaginare un’intesa a Roma, la città dell’inceneritore: per giunta con D’Amato, scelto da quel Calenda che fa alleanze con chiunque, ma i 5Stelle li vuole morti. A meno che, folgorato sulla via di Santa Palomba, D’Amato&C. non convincano almeno Gualtieri a ritirare l’inceneritore. E non spieghino che razza di alleanza è quella in cui il terzo e il quinto partito portano il candidato e il programma, e il secondo partito porta i voti.

sabato 7 gennaio 2023

Travaglio!


L’elettore differenziato 

di Marco Travaglio

Ogni tanto, per empatia, ci mettiamo nei panni del tipo umano più vessato e frustrato d’Europa: l’elettore del Pd. In 15 anni, oltre a una decina di segretari, ne ha viste e subite di tutti i colori. E deve aver maturato uno stomaco d’acciaio e un fegato di ghisa, per digerire l’alleanza con B., il culto di CdB, Monti, Draghi e banchieri vari, la resi- stenza a Renzi e persino a Orfini, la depressione per Letta, il milita- rismo atlantista come valori asso- luti al posto della pace, l’ostraci- smo a Conte per regalare l’Italia a Meloni. Qualcuno nell’ultimo anno, a furia di insistenze dai ver- tici, ha avuto financo l’impressio- ne di intravedere, in una notte di luna piena, l’Agenda Draghi. Ora però anche l’elettore più di bocca buona fatica ad arraparsi per la sfida fra il presidente e la vicepre- sidente dell’Emilia Romagna. L’unico brivido è su data e moda- lità (in presenza o online, magari su Rousseau?), che cambiano o- gni giorno col tasso di umidità: l’evento verrà annunciato con messaggio Whatsapp la sera pri- ma, a sorpresa, come i rave party (fra l’altro vietati).
Intanto lo sventurato elettore assiste agli attacchi isterici dei ca- pi perché la destra che ha vinto le elezioni avvicenda i dirigenti pubblici nominati dal Pd che le a- veva perse. E mai una parola net- ta e definitiva contro le vere ver- gogne del governo. Pigolii sulle controriforme della giustizia. Sottili distinguo sul presidenzia- lismo (il Pd lo preferisce nella va- riante “semi”: come le demi-vier- ge, convinte che la verginità sia questione di centimetri). E strani balbettii sull’autonomia differen- ziata, cioè sulla secessione del Nord ricco dal Centro-Sud. L’i- deona delle Regioni leghiste, ap- prodata cinque anni fa ai referen- dum nel Lombardo- Veneto, fu sposata da Bonaccini e da Chiam- parino buonanima. Figurarsi con quale credibilità oggi l’aspirante segretario del Pd può contrastare il ddl Calderoli col passaggio di competenze su sanità e istruzione dallo Stato alle Regioni, se nel 2018 lo chiedeva pure lui. Infatti dice e non dice, per non dare l’im- pressione di pensarla come la pensa. Invece quel gran genio di Eugenio Giani, presidente tosca- no, come la pensa lo dice al Foglio (così lo sentono in pochi), tanto i voti li ha presi: “L’autonomia dif- ferenziata è di sinistra”. Perbacco. A questo punto l’elettore Pd an- drà da un prete, anche se non ci crede, per confessarsi e capire cos’ha fatto di male per meritare simili punizioni. Se è ancora gio- vane, gli resta una sola speranza: che il Pd faccia come gli attori che 55 anni fa interpretarono Romeo e Giulietta nel film di Zeffirelli e ora denunciano la produzione perché costretti a girare scene di nudo da minorenni. Se tutto va bene, la denuncia del Pd contro la ben più oscena secessione dei ric- chi arriverà nel 2077. O giù di lì.

venerdì 6 gennaio 2023

Se ne va un altro grande!



Riposa in pace Luca con Sinisa!

Ciao Sergio!


Se ne è andato un amico speciale, Sergio Ferrari, qui in foto durante l’ultima uscita natalizia del Gruppo Padre Alfonso. Sergio donava amicizia, di quella salubre, a chiunque  avesse la fortuna di condividerne il cammino assieme. Ottimo bevitore, convinto che oltre la verità nel vino risiedesse pure la salute, e questa certezza sicuramente gli è stata insufflata dall’amato padre che ogniqualvolta andavi in casa per trovare Sergio, indipendentemente dall’orario ti offriva minimo due gotti di quello buono, e se reclinavi l’offerta s’ombrava oltremodo; Sergio aveva sfanculato ciò che fato, destino, natura gli avevano assegnato, avendo imparato a strimpellare la chitarra e a dipingere con i piedi. Era calamitato da ogni ragazza che vedeva e non ricordo una volta di averlo incontrato immusonito o sfiduciato, detenendo un carburante di fede che lo rendeva inossidabile al piangersi addosso. Purtroppo, paraventandomi dietro ad incombenze lavorative o ad altri impegni, era da troppo tempo che non degustavo della sua compagnia, fucina di beltà e di sorprese sempre nuove. E di questo ti chiedo scusa amico mio! Buon viaggio Sergio, che la terra ti sia soffice! E salutami tutti gli amici lassù, brindando alla grande!

Così va il paese!

 



Ogni tanto un bel Merlo!

 

L’addio sobrio al Papa teologo con San Pietro nella nebbia
I funerali di Benedetto regalano un’altra immagine simbolo dopo il vento per Wojtyla e il fulmine di quando Ratzinger si dimise Ma stavolta in piazza non è stata una festa nazionalpopolare
DI FRANCESCO MERLO
CITTA' DEL VATICANO
L’ennesimo, ultimo saluto al più salutato dei Papi, la festa “dimessa” all’esiliato che è tornato, finalmente in trionfo, ma per entrare nelle casse di cipresso e di zinco, è in apparenza solo una messa barocca, una saga di riti, paramenti e canti sacri, in una piazza che si è svegliata con la nebbia, che a Roma non è più una novità, ma oggi fa molta atmosfera e segna il tempo della Chiesa, come quel vento che soffiava sul funerale di Giovanni Paolo.
La nomenclatura è divisa per recinti e posti assegnati, seguendo una complicata graduatoria del potere che, per varchi e controlli, si risale con molta fatica sino alla scalinata e sino alla bara chiusa con sopra il grande vangelo aperto. Ma anche il potere oggi è “dimesso” e la città non è blindata, la processione è di autobus e non di scorte armate, gendarmi e carabinieri sono mille ma discreti, attorno alla piazza e alla “zona rossa” non ci sono autoblu, anche perché non sono venuti i grandi del mondo. Gli ospiti più di rango sono la regina di Spagna, il re del Belgio e il cancelliere tedesco, e infatti nella notte non si sentivano gli elicotteri abbassarsi nel mezzo cielo di Roma con divieto di sorvolo.
Soprattutto, il funerale questa volta non riesce ad essere una festa nazionalpopolare. E non certo perché “la festa d’addio” è sempre e comunque un ossimoro, ma perché questa volta a Roma non c’è Roma e dunque non c’è l’Italia di popolo che nel 2005 si era appropriata del Papa polacco, che tutti si disputavano e nessuno riusciva a tenere nelle proprie mani, e poi nel 2013 si commosse per le dimissioni e scoprì la bellezza del Papa solo quando non era più Papa. Da regnante, infatti, sia a Pompei e sia a Loreto, nei suk delle madonne di plastica e delle statue di gesso dei pontefici «non si vende, il papa non si vende» mi dissero i bancarellari di strada, che sono i parassiti del successo, i microorganismi della popolarità e della religiosità da basso napoletano, la più viva.
Certo, oggi i riti sono diversi, ma le immagini sono più o meno le stesse del 2013, con gli stessi santi vescovi trottoloni, in veste nera cinta di rosso, e i cardinali che Moretti faceva giocare a pallavolo. Si somigliano anche i pellegrini, appassionanti e bellissimi, il cui numero, come si sa, è sempre affidato alla benevolenza della retorica: forse ventimila; no, sono sessantamila; anzi, più di centomila. Ma la verità è che, pur essendo moltissimi, non sono i pellegrini dell’abbondanza, e sono una delusione per il Vaticano che si aspettava il tao, il flusso, la potenza, non dico ilmilione, che è la cifra iperbolica per antonomasia, ma neppure di chiudere l’intero mondo in un abbraccio, “l’enorme e fredda corte del Bernini” la chiamava Bruno Zevi.
E però, in agguato e con uno strano solletico nell’incavo delle reni, li ho visti in fila già alle 5 del mattino, nello stesso giorno in cui, appena un chilometro più in là, in via del Tritone e in via del Corso, con una determinazione persino più estatica si formavano le file davanti alla Rinascente e a Ralph Lauren.
Qui ci sono sicuramente meno giovani, ma sono magici i preti e le suore e, anche se si parla soprattutto tedesco, ci sono donne in costume croato. E i polacchi in fila si riconoscono per la gentilezza. La signora Katharina si scusa con me per quel Chomiak che ha accoltellato la studentessa israeliana Abigail Dresner alla stazione Termini: «lui viene da Grudziadz, e io da Torun, a mezzora di macchina, la città di Copernico». Le racconto i particolari di cronaca e promette che reciterà un’Ave Maria anche per lui e pregherà Ratzinger per… «…Per farsi cooperatore della verità? » la interrompo. Ma non capisce. Eppure “cooperatore della verità” non è una funzione di polizia, ma è il motto dello stemma di Benedetto, e sono felice che la signora cattolica non lo sappia. Mi piace che la religione e la devozione del mondo non pendano dal cappio delle tv e dei giornali italiani che da quattro giorni, in onore del Papa teologo, ci immaginano tutti mistici e devoti monomaniaci, tutti ermeneuti della Trinità, tutti professori di Cristologia.
Qui il Papa morto è il Papa e basta, Papa indeterminato che acquista ora questo, ora quel profilo a seconda del frate che bussa alla porta di ciascun pensiero. Ognuno vi ritrova se stesso. Chissà cos’è per quel plotone di malati spagnoli e cosa diventa per quegli altri, allegri e festosi, che sulla maglietta portano scritto Ecyd, «un’organizzazione — mi spiega una simpatica messicana quarantenne — di teenagers, giovani legionari di Cristo».
Mi cattura e mi incanta la teatralità di una famiglia di colore che viene da Londra: la mamma, Fortunata, è sulla sedia a rotelle e i suoi figli, Angelina e Fabian, la spingono. Le vesti delle due donne sono nere e lunghe sino ai piedi, sul capo hanno veli ricamati e trasparenti, e ci vedo, nella qualità del tessuto e nel punto vita, un coprirsi senza mortificazione. Per loro, Benedetto «è la messa in latino». Penso con divertimento che per i grandi giornalisti italiani di destra, Sallustius, Minzolinus e Porribus, il latino papale è berlusconiano e forse pure meloniano: latino della Garbatella. Francesco, invece, piace ai radical chic perché è sfigato come un dem.
Ha celebrato la sua messa lodando la delicatezza e la sapienza di Ratzinger, amaramente invidiandogli «la gioia di udire per sempre la sua voce». E non ha mai sorriso. Lo vedo uscire appoggiandosi non a un bastone ma a un sacerdote. Oggi il Papa morto sembra vivo e il Papa vivo sembra morto. Intanto perché mai i Papi muoiono il giorno della morte. Il Papa è una funzione storica e teologica, un produttore di destini, un capo di Stato, una politica, un alimentatore di idee e di valori, un incantatore di individui e un eccitatore di folle... Perciò non muore il giorno della morte.
Francesco, invece, che esce dalla piazza San Pietro ingobbito e sfinito, sembra Atlante schiacciato dal peso del mondo, “dimesso” com’era Ratzinger prima di dimettersi, prima di somigliare a tutti tranne che a se stesso. Ora è Francesco l’icona della sofferenza fisica, mentre l’altro è puro spirito che sopravviverà persino alla retorica ispirata dei tanti predicatori, matti di sapienza, che la Rai ci propone, vie di mezzo tra Milingo e Wanna Marchi, che trovano un bottone divino ad ogni asola politica.
Francesco infatti ha consegnato Benedetto al dibattito intellettuale, una biglia di ghiaccio in perenne movimento, materia controversa da interpretare per i devoti, gli studiosi, i vaticanisti, i capi di Stato, e ovviamente i nemici e gli avversari, gli ortodossi, gli islamici, gli ebrei, i taoisti, i buddisti, tutti quelli che credono di essere loro i veri rappresentanti di Dio in questa terra, in questo pianetuncolo.