domenica 6 novembre 2022

Ragogna

 


Osho

 


Pace travagliata

 

La maggioranza silenziata
di Marco Travaglio
Piazza San Giovanni è piena e viva come non lo era da anni una piazza d’Italia. C’è la sinistra politica e sindacale, ci sono i cattolici e i laici, ci sono i 5Stelle. Ma, più nascosti, ci sono anche elettori di destra: se due italiani su tre sono per il negoziato russo-ucraino con concessioni reciproche e dunque contro i continui invii di armi (il 52% dice no financo alle sanzioni), è impensabile che siano tutti di centrosinistra. È la maggioranza silenziata che finora si esprimeva solo nei sondaggi perché non trovava rappresentanza in gran parte dei partiti e dei media draghiani, dunque bellicisti. E che poi s’è sfogata nelle urne il 25 settembre premiando le tre forze anti-Draghi nella speranza di una svolta: Meloni (che però sulla guerra fa e pensa come Draghi), Conte (che sul riarmo italiano e poi su quello ucraino aveva rotto il fronte di maggioranza) e Sinistra Italiana (che al draghismo si era sempre opposta). Da ieri quel silenzio forzato è finito: quel popolo ora ha una voce e dei portavoce. E nessun ricatto immorale (“Se chiedi la pace vuoi la resa di Kiev e sei filo-Putin”) o lista di putiniani immaginari o campagna di discredito potrà rimetterlo a tacere. Anzi, si spera che San Giovanni sia la madre di tante piazze europee che pieghino la mano ai rispettivi governi, affinché levino il dito dal grilletto e promuovano un negoziato per il cessate il fuoco e un nuovo assetto di sicurezza per tutti: ucraini di Kiev, ucraini del Donbass, Russia e Paesi confinanti. Senza delegare ipocritamente il compito a chi già si sa che non farà mai la prima mossa: Putin e Zelensky. Questo era l’obiettivo del corteo, altissimo almeno quanto il pericolo nucleare.
Poi ci sono gli aspetti di bassa politica domestica. Dalla piazza parte un messaggio al governo Meloni, che avrà vita breve se seguirà Cicciobomba Cannoniere Crosetto anche dopo le elezioni Usa di mid term, che martedì potrebbero sancire lo stop alla guerra per procura. L’altro messaggio è a quel che resta del Pd, la cui tragicommedia è tutta nel sabato del Letta a due piazze, contestato dai pacifisti e poi fuggito nel backstage, mentre Conte faceva il pieno di applausi in mezzo alla folla e mezzo partito traslocava a Milano in marcia per la guerra. Neppure la vista di quello che fu il suo popolo nella piazza più affollata degli ultimi anni ha indotto Baioletta a un sia pur minimo ripensamento. Infatti ha ribadito proprio ieri, proprio lì che il Pd voterà pure il sesto dl Armi a braccetto con le destre, come se il 25 settembre e il 5 novembre nulla fosse accaduto. Quando la pianteranno anche gli americani, lui continuerà da solo. Come Hiroo Onoda, il soldato giapponese arrestato nel 1974 nella giungla filippina perché non voleva credere che la guerra fosse finita da 29 anni.

sabato 5 novembre 2022

Scusate!

 


Travagliatamente

 

Io so’ Pasquale
di Marco Travaglio
Chi pensa che manifestare per la pace sia inutile non ha letto la fiumana di commenti furiosi provocati dal corteo di oggi a Roma prim’ancora di svolgersi. Sono le Sturmtruppen che dal 24 febbraio fanno il presentat’arm sui rispettivi divani e oggi a Milano marciano per la guerra. Non si danno pace che la maggioranza silenziosa contraria alla cobelligeranza e all’escalation in Ucraina trovi finalmente il luogo e il modo per farsi vedere e sentire. E contagi le opinioni pubbliche europee, in gran parte contrarie al bellicismo dei loro governi, ma ammutolite o silenziate nel dibattito pubblico dominato dalla lobby armata. Se oggi a Roma saremo tanti e piazza San Giovanni dilagherà in tutta Europa, i governi non potranno ignorarlo, o andranno a casa. Il buonsenso espulso dai media atlantoidi rifà breccia nel muro della propaganda per la crisi causata dalla guerra criminale di Putin e alle autosanzioni dell’Ue. Più dura lo stallo, più gente muore, più salgono bollette, prezzi, aziende chiuse, disoccupati e poveri, più ci si domanda che senso abbia condannare gli ucraini al macello e l’Europa alla miseria per riconsegnare a Kiev i russofili di Donbass e Crimea, che potrebbero preferire ancora Mosca dopo otto anni di massacri ucraini e otto mesi di massacri russi. Il diritto all’autodeterminazione per loro non vale? Perché non indire dei referendum sotto l’egida internazionale (non farse armate modello Putin) per far decidere a loro il proprio destino?
È questa la pace possibile di cui parlano il Papa, decine di ex ambasciatori e intellettuali di ogni colore che firmano appelli e proposte. Ed è molto più concreta e meno ideologica dei gargarismi delle Sturmtruppen, che da otto mesi non riescono a partorire se non banalità (“c’è un aggressore e un aggredito”: tante grazie, e chi l’ha mai negato?) e bestialità (“col nemico non si tratta”: e con chi si tratta, con l’amico?). Da che mondo è mondo, le guerre finiscono in due modi. Con la resa dei vinti ai vincitori, quando ci sono. O, se c’è stallo come fra Russia e Ucraina, con un negoziato fra i belligeranti (sì, l’aggressore e l’aggredito) per un compromesso fondato sugli esiti del campo e sulla sicurezza per tutti in cambio di sacrifici da ciascuno. Se i belligeranti hanno “solo” armi convenzionali, si può pure decidere cinicamente di lasciarli combattere finché uno dei due si arrende. È quel che han fatto sinora Usa, Nato e Ue, dimenticando che Putin, ammesso e non concesso che si trovi un giorno a un passo dalla resa, non alzerebbe bandiera bianca, ma sgancerebbe l’atomica. Su questo le Sturmtruppen sorvolano, per vedere quel Putin dove vuole arrivare: “E che so’ Pasquale, io?”. Noi preferiamo di no, perché Pasquale siamo noi.

Ragogna




L'Amaca

 

Troppe idee e nessun gesto
DI MICHELE SERRA
Il lungo dibattito di Repubblica sul Pd e la sinistra ha conosciuto, ieri, uno spettacolare inciampo con l’articolo (che mi è piaciuto molto) di Francesco Piccolo.
Dice, in sostanza: io mi sono veramente stufato di discutere delle idee che servono al Pd. Di idee ce ne sono a bizzeffe. Anche troppe. Quello che manca all’appello è il Pd, o perlomeno il suo gruppo dirigente, “asserragliato al Nazareno”, muto a proposito di se stesso, sordo alle parole degli altri, impegnato da mesi in un “distopico congresso virtuale di cui nessun essere umano può essere a conoscenza, non si sa cos’è, dov’è e in cosa consiste”.
Sottoscrivo. La crisi del Pd non è una crisi ideologica, e nemmeno una crisi di voti (ne ha persi meno del due per cento, ne ha quasi il triplo di partiti che siedono in maggioranza), è una catastrofica crisi funzionale, di quelle con esito letale.
C’è un “dentro” rinchiuso nelle sue paure e nelle sue beghe di potere, e c’è un “fuori” che rimane rigorosamente fuori. Oppure, quando mette un piede dentro, viene triturato, come le Sardine, come chiunque negli ultimi anni si sia illuso, venendo dalla strada, che il partito fosse anche casa sua.
Nonostante tutti dicano, retoricamente, che la salvezza viene dalla strada, la strada rimane, per il Pd, solo un rumore di fondo.
Altrimenti almeno un gesto, in favore della strada, sarebbe stato fatto.
Per esempio le dimissioni immediate, dice Piccolo, che almeno farebbero intendere allo spettabile pubblico che la gravità della situazione è percepita, e niente può più essere come prima.
Dunque il dibattito giusto dovrebbe essere un altro. Non più “le idee che servono al Pd”, bensì “i gesti che servono al Pd”. Un gesto giusto, al momento giusto, cambia la scena più del monologo di Amleto.