Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 12 ottobre 2022
Saggio Robecchi
Dagli al pacifista. Le mie confessioni di ex amico di Saddam e dei talebani
di Alessandro Robecchi
Se non fosse largamente prevedibile, già visto, già sentito, già millemila volte esplorato, il dibattito sull’essere più o meno pacifisti o più o meno bellicisti, sul fatto che l’unica cosa da dire quando si spara è “smettetela di sparare”, sarebbe certamente utile e fecondo. Temo che non sia così nemmeno questa volta e quindi, come dire, esco con le mani alzate, anche per esperienza personale.
Ho abbastanza primavere sul groppone per essermi preso dell’“amico di Saddam” quando dicevo che si stavano massacrando civili a Baghdad con la scusa delle armi di distruzione di massa. Applaudito da moltissimi – dagli stessi che oggi pontificano contro ogni iniziativa pacifista o richiesta di trattativa – Colin Powell agitava all’Onu la sua bustina di finto-antrace, e Tony Blair confessava di aver trovato le prove contro Saddam “su Internet”. Pagliacci. Sia loro che quelli che gli gridavano “bravo-bravo”, gli atlantisti al fulmicotone che stanno ancora in giro e ancora oggi si spellano le mani. Mentre io, piccolo insignificante democratico italiano, venivo etichettato come “Ah, allora stai con Saddam! Vuoi gasare i curdi con le armi chimiche!”, detto da chi ora i curdi aiuta a venderli a Erdogan in cambio di biglietti di ingresso nella Nato.
Insomma, come si vede non ho gran fiducia, non tanto nel dibattito, ma nella sua pulizia, nell’assenza di scorie. Contiene merda e malafede, come tutto ciò che viene dalla guerra, contiene coscienze embedded e cervelli all’ammasso.
E naturalmente non mi sono fatto mancare niente, compreso “sei amico dei talebani”, detto sia vent’anni fa – quando, guarda un po’, ero contrario alla più stupida e sanguinosa guerra mai vista, quella in Afghanistan – e ancora detto e ripetuto l’anno scorso. La grottesca e precipitosa fuga di chi aveva portato morte e distruzione per vent’anni chiamandola “missione umanitaria” lasciava il popolo afghano nella più nera disperazione, ma se provavi a dire “complimenti, bella figura, gli esportatori di democrazia!”, eccoti di nuovo “amico dei talebani”, incredibile. Il tutto mentre occhiuti commentatori, corsivisti più che abili, guru iperatlantisti in servizio permanente effettivo, applaudivano la “ritirata umanitaria” allo stesso modo in cui avevano applaudito l’“invasione umanitaria” vent’anni prima. Complici e cantori di un massacro spaventoso, ma pronti allo sport sempre ben remunerato del “dagli al pacifista!”. Senza vergogna.
E ora, eccoli, sempre loro – chi più, chi meno, ma insomma – a dire che se chiedi che si smetta di sparare in Ucraina, che si smetta di foraggiare massicciamente un’escalation militare che potrebbe far male e malissimo a tutti, ecco, allora “stai con Putin”. La logica binaria di chi la guerra la ama profondamente. Dimenticando che mentre io, “amico di Saddam”, ai tempi, con Saddam regnante, in Iraq sarei stato di certo in galera, loro no. Avrebbero fatto da coretto al regime, finché vincente. E che coi talebani anche, io che ero “amico dei talebani” non me la sarei passata bene di certo. E che anche con Putin, sotto Putin, nell’impero di Putin, starei tra i dissidenti, mentre loro, questi nemici del “pacifista”, questi che dicono che chiedere la pace è “cedere”, è da “rammolliti”, sarebbero probabilmente a fare quel che fanno qui: i cantori del consenso alla guerra, serviti e riveriti. Quindi capirete – e mi scuso – il dibattito non mi entusiasma: chi insulta i pacifisti oggi sono gli stessi che li insultavano ieri. Non conta quale guerra, conta proprio che gli piace la guerra.
Marco e i codardi bellicosi
La marcia contro la pace
di Marco Travaglio
Il dibattito da asilo nido sulle manifestazioni pacifiste impone di ritoccare così la battuta di Churchill: “Gli italiani parlano delle guerre come fossero partite di calcio, e delle partite di calcio come fossero guerre”. Gli scemi di guerra che marciano da fermi contro le marce per la pace sono così accecati dalla loro propaganda da non accorgersi che gli spiriti guida made in Usa li stanno scavalcando, avendo scoperto che armare Kiev fino alla vittoria finale non ha senso: quando un paese senza atomica incontra un paese con l’atomica, quello senza atomica è un paese morto. E, al posto della vittoria finale di uno, c’è la disfatta tombale di tutti. Ma vallo a spiegare ai signorini grandi firme che trattano chi vuole la conferenza di pace da anima bella o da putiniano prezzolato. Mentre governi e stampa di mezzo mondo s’interrogano su come finire la guerra dopo 225 giorni di stragi e crisi globale, questi geni sono fermi ai mantra del 24 febbraio: Putin è l’aggressore, con lui non si tratta. Strano: nella storia tutti i negoziati che interruppero guerre in corso si fecero con gli aggressori (e con chi se no?). E non partirono dalla pretesa che si ritirassero, ma dal cessate il fuoco bilaterale: il ritiro arriva dopo l’accordo, non prima della trattativa.
Poi ci sono quelli, come il famoso storico Paolo Mieli, che non si limitano a respingere l’idea stessa di negoziato. Ma non si capacitano neppure che qualcuno lo voglia, salvo nascondere qualcosa di losco: o i rubli di Mosca, o la prava volontà di alcuni pidini di “gettarsi fra le braccia del M5S” (Mieli), o le trame di “Conte ‘pacifista’ per invadere il Pd” (Giornale), insomma “la sfida per la leadership della sinistra tra grillismo e Pd” (Franco, Corriere), complici “alcune associazioni cattoliche” (così Franco chiama il Papa) che si fanno “usare dal Cremlino”. Fortuna che BaioLetta, con l’agile mossa del “sit-in all’ambasciata russa”, “brucia Conte e unisce il Pd” (Rep). Noi danziamo sull’orlo della catastrofe nucleare e quelli si occupano di chi ce l’ha più lungo fra Conte e Letta. Non riescono proprio a concepire che nessun essere senziente voglia finire brasato da un’atomica per difendere russofoni e russofili del Donbass dai russi con cui vogliono tornare e restituirli agli ucraini con cui non vogliono aver nulla a che fare. Non capiscono neppure che i sit-in all’ambasciata russa sono giusti ma inutili, perché Putin se ne infischia. Invece i cortei per un negoziato internazionale sono utilissimi, perché si appellano ai governi europei: o prendete l’iniziativa o perdete consensi. Finirà che ci penserà Biden, spiazzando i suoi servi volontari, che correranno a pavesarsi di bandiere arcobaleno con l’aria dei pacifisti antemarcia. O ficcheranno anche lui nella lista dei putiniani.
L'Amaca
Il tatuaggio che spiega
DI MICHELE SERRA
La Lega abbonda di fascisti: è un dato di cronaca, non un giudizio. Dico la Lega del Salvini, non quella di Bossi, che era becera e aggressiva, ma fascista no.
Dunque non si capisce perché il segretario leghista di Bologna, Di Martino, si senta in obbligo di cancellare un tatuaggio nazista: si chiama ipocrisia.
Il Salvini, difficile dire se per calcolo o per incidente, è stato negli ultimi anni una vera e propria calamita, per i fascisti delle ultime generazioni. Si rileggano i fluviali file della Bestia, commento per commento, si rileggano i fatti di cronaca (era leghista, mica altro, quel Traini che a Macerata sparava ai “negri” per poi avvolgersi nel tricolore; è leghista l’assessore alla sicurezza che a Voghera ha freddato un immigrato fuori di testa); si ripensi al Salvini che benedice chi spara ai ladri mentre è ministro degli Interni, dunque teoricamente difensore della legge italiana, che non è quella del taglione; si ripensi alla Lega come partito del tiro a segno e delle armi da fuoco, come da iconografia social di lungo corso, sindaci con la pistola, da Gentilini in poi, e grande cordialità con i club del grilletto di tutta Italia.
Fossi fascista, per me il Salvini sarebbe un idolo, altro che la Meloni, già pronta per il tailleur governativo. E dunque, signor segretario leghista di Bologna, non si vergogni del suo tatuaggio. Non lo declassi a errore di gioventù. Lo rivendichi. Lei occupa, coerentemente, l’estrema destra dell’arco politico. Non ceda al perbenismo governista. È utile a tutti noi sapere, nella geografia politica italiana, quali sono le fisionomie, quali gli attori.
martedì 11 ottobre 2022
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