lunedì 3 ottobre 2022

Memento Montanari

 

L’arte di Charlotte Solomon, che seppe contestare la morte
UCCISA AD AUSCHWITZ NEL 1943 - Riscoperta. Un senso di lutto ci stringe, ci sentiamo sconfitti: tutto quello che credevamo di aver costruito sembra in pericolo
DI TOMASO MONTANARI
Charlotte Salomon fu l’ultima allieva ebrea dell’Accademia di Berlino. La più brava del suo anno: ma l’ascesa del nazismo le vietò di ricevere quel premio. Suo padre la mise in salvo in Costa Azzurra, a Villefranche-sur-Mer: davvero una città libera per Charlotte, che in un giardino incantato amò e fu amata, immersa nel sole del sud come Van Gogh prima di lei. Ma dopo l’8 settembre del 1943 i nazisti presero possesso diretto della Francia contigua all’Italia: e fu la fine. La sera del 21 settembre Charlotte, incinta di 5 mesi, e suo marito furono strappati al loro giardino: lei fu uccisa all’arrivo ad Auschwitz, il 10 ottobre; lui morì qualche mese dopo.
Sentendo avvicinare la fine, Charlotte aveva consegnato in mani amiche il suo capolavoro, che era anche “tutta la sua vita”: un pacco di oltre mille carte dipinte a guazzo, accompagnate da lunghi testi manoscritti irti di riferimenti alla musica che avrebbe dovuto accompagnarli. Era Vita? O teatro?, incatalogabile ibrido tra un manoscritto miniato medioevale, uno storyboard cinematografico, un graphic novel o un dramma musicale da mettere in scena (in Italia è stato pubblicato integralmente da Castelvecchi, nel 2019).
A un certo punto dell’opera ci imbattiamo in una confessione da parte del personaggio chiave – dal punto di vista affettivo – della breve vita di Charlotte, che nel libro si chiama Amadeus Daberlohn, e nella realtà era Alfred Wolfsohn. Questo artista tormentato, che lasciò un’opera dedicata ad Orfeo che in qualche modo si travasa in quella di Charlotte, dice – in una tavola in cui il suo volto è coperto da nove maschere funebri – “ho aspettato che la vita mi amasse, ma alla fine ho capito che siamo noi a dover amare la vita”. È un po’ il senso pieno di quest’opera, che, nonostante tutto, racchiude e testimonia – lo vorrei dire con un’espressione di Dietrich Bonhoeffer – una continua ‘contestazione della morte’. Una contestazione biografica, artistica, politica che si erge – piccola, e inerme – contro quella grande ideologia della morte che era il nazismo, come ogni fascismo. Alcune tavole del libro particolarmente note rappresentano l’affermazione almeno fino a un certo punto democratica del nazismo in Germania: vediamo il consenso che cresce, ci sono le strade di Berlino percorse dalle sfilate con le svastiche. È difficile oggi trovarsi di fronte ad immagini come queste senza provare un brivido.
C’è una tavola in cui l’artista si congeda dal padre, a Berlino, e questi le dice “come dono di addio, ti offro il mio ritratto”. Charlotte fa lo stesso: di fronte alla terribile autobiografia della nazione tedesca, reagisce costruendo il proprio autoritratto morale. Non solo il ritratto di una persona: ma di una generazione, di una generazione cancellata dalla Shoah, e dalla guerra. È un dono d’addio, ma così carico di amore e di voglia di vivere che non chiude, ma apre verso il futuro: “Qualcosa di speciale, qualcosa di totalmente folle”, dice Charlotte della sua opera.
Vita? o teatro? in questo titolo c’è un’allusione alla maschera teatrale, che in latino si dice persona: e dunque alla difficoltà di togliersi la maschera, di essere davvero pienamente persone. Mentre l’Europa era travolta da quella immensa tragedia, si poteva essere felici e amare solo recitando, facendosi forza di recitare: non nel senso di fingere, ma in quello di affidarsi alla forza curatrice, riparatrice, rigeneratrice, dell’arte. Come dice Hölderlin, in un verso molto caro a tutta la cultura del Novecento, laddove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva.
Non sarà difficile capire perché in questa settimana ho tirato giù dalla libreria questo capolavoro. Naturalmente non siamo negli anni quaranta del Novecento, e Giorgia Meloni non è Hitler. Ma intorno al 28 ottobre 2022, centenario della Marcia su Roma, giurerà un governo guidato da chi ha sullo stemma di partito la fiamma che arde dalla tomba di Mussolini. Anche se questo non dovesse portare nessun rischio alla democrazia (del che dubito), davvero non ci accorgiamo del regresso culturale, umano, che questo evento rivela?
Un’ideologia dell’odio per i diversi, un’ideologia di morte e di paura, torna a stendere le sue ali su tutti noi. Un senso di lutto ci stringe lo stomaco, ci sentiamo sconfitti: tutto quello che credevamo di aver costruito sembra in pericolo. Mai come ora ci pare allora necessario ciò che chiamiamo cultura: non l’intrattenimento superficiale che in questi anni ha desertificato l’anima collettiva. Ma quella dimensione di coltivazione della nostra interiorità che ci mette in connessione con altre vite, vissute prima di noi. Tornare a leggere, a guardare, l’opera di Charlotte Salomon vuol dire misurare l’abisso che abbiamo lasciato si riaprisse. Ma significa anche trovare la forza di superare il lutto, di ritrovare un amore per la vita che si traduca in lotta e in ricostruzione. Il ritratto collettivo della nostra generazione non è ancora finito.

domenica 2 ottobre 2022

Quelle parole...

 

Oggi partecipando alla S. Messa ho ascoltato quelle parole che, per me, costituiscono una magnificenza inattuata, una sorgente, il cui corso, la scelleratezza, impadronitasi di molti aspetti del mio essere, ha inopinatamente deviato. 

"Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite " Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare." (Lc 17, 10) 

Che ci può essere di più detonante di questo, in questi tempi in cui ci sfamiamo delle apparenze, del risalto di noi stessi, dei profluvi di insensatezze derivanti dall'apparire? 

Contro ogni sfavillio filosofico, ragione di vita effimera, inconcludente, inappetente, insalubre, dichiararsi di essere servi inutili, inaspettatamente ci conduce alla soavità, al "frizzantino",  come lo chiamo io, allo sconquasso interiore che misteriosamente è preludio alla pienezza, alla semplicità, al ritrovarsi "un cuore nuovo" mentre, storditi, notiamo il vecchio di pietra deposto, ripostiglio del pedissequo effimero allontanate noi stessi dalla novità, quella che leggono ed avvertono cuori freschi, da bambini. 

Sono servo inutile, ho fatto quanto dovevo. 

Che meravigliosa esperienza quella inseguita da viandanti assetati di accostarsi alla sequela lucente dello squassante Verbo! 

Sono solo un servo inutile. Ed ardo, bramo, necessito di esserlo, consapevole che basterà un nonnulla, un rivolo, per farmene dimenticare, mentre m'inerpico nel vuoto assoluto alla ricerca del vitello dorato, stordente oggi come non mai. 

Sfottò

 


I problemi di Giorgia

 


Estromettendo per ragioni sentimentali, al cuor non si comanda, la silente, alla Bernardo di Zorro per intenderci, la badante maxima Fascina, che a Messina ha preso il seggio del Papi pur non essendoci mai stata se non da bambina - ma che bella legge elettorale caro Rosato e tutti voi pidini che vi siete pure lamentati pur avendola concepita - levando dunque la Marta della Mummia, si staglia nella categoria "Tarek Aziz" - se non ricordate chi sia smettete di vedere il Grande Fratello Vip please! - che già aveva ospitato la Badante Minimum Rossi, la devota del momento, Licia Ronzulli, alias il solito buccellato di riverenze, mansuetudine, affiliazione totale al dogma di casa Arcore - bignamicamente "prendere tutti per il culo per mantenere alti ed altisonanti gli abusi democratici di famiglia, in primis detenere oltre la metà della cosiddetta libera informazione, fingendo naturalmente di interessarsi dei reali problemi del paese - per proseguire nel canonico stravolgimento delle regole democratiche. 

Giorgia "La Celante (al momento) il neroperdisempre" ha incontrato ieri Papi e, al di là solito canovaccio di pubbliche dichiarazioni - nelle quali addirittura fan passare il Cazzaro per un politico normodotato - è emerso che l'imbalsamato ha snocciolato alcuni diktat non negoziabili - quando scrivo questa parole in cervice mi emergono i famigerati paraventi di bisso rivestiti conosciuti come "principi non negoziabili" di Testa a Pera Ruini al tempo dell'Era del Puttanesimo, uno dei periodi più bui del cattolicesimo eccezion fatta per il tempo dell'Inquisizione -, diktat che brevemente riassumo: 1- L'unico che parla dalle parti di Farsa Italia è Al Tappone. 2- Per la Ronzulli serve un ministero. 3- Il sottosegretario curante i media sarà indicato dall'Azienda di Famiglia. 

Estikazzi! Passi la solita protezione dei suoi abusi democratici, oramai, a causa della trentennale incertezza, dal Mortadella in giù, a fare una legge regolante i conflitti d'interesse, ci siamo tristemente abituati a codesta nefandezza minante le basi della libertà. E facciamo pure passare la centralità e la regale importanza del tappo. Ma la Renzulli no! Giorgia di lor altri, fai qualcosa! Sì che in effetti dopo "Control C" Madia, Mnemonica Etruriana, Tunnel-Gelmini, Zingarelli-Bellanova, tutto ci può stare, ma la Renzulli ad un ministero probabilmente minerebbe il decoro istituzionale, essendo un coacervo di tutte quelle, per così dire, qualità, adatte più ad una setta adorante un dio curiosissimo che a rappresentare il potere temporale italico.

La democrazia, sia chiaro, prevede l'alternanza, anche se molti babbioni, da lustri allegramente in sella al cavallo che dovrebbe essere di tutti, fingono di dimenticare. Ha vinto Giorgia? Benissimo, governi! Però, se fosse possibile, senza l'emanazione del mefitico pensiero del Pregiudicato, l'Aziz di turno, Licia Ronzulli.    

  

Ragogna

 


Strada Travagliata

 

Sulla buona strada
di Marco Travaglio
A smentire chi (noi compresi) accusa il Pd di non dire mai nulla perché non ha mai nulla da dire, provvedono i candidati alla segreteria con dichiarazioni e interviste che più chiare e più nette non si può.
Mozione Esclusi i Presenti. Vincenzo De Luca denuncia “un personale politico cresciuto nelle stanze ammuffite delle correnti, o nei salotti privi di aria. Non si vede gente che provenga dalla fatica e conosca l’odore della terra bagnata, il rumore di una fabbrica, l’angoscia di una vita di povertà, di un lavoro che non arriva mai”. Ce l’ha col presidente della Campania che ha piazzato come capolista il figlio Piero, mentre tutt’intorno la gente votava 5Stelle.
Mozione United Colors. Paola De Micheli ha “un’idea radicale della sinistra”, già cara ai Benetton. “Ascoltiamo le persone nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali”, così te lo dicono prima che votano Meloni o Conte. E – badate bene – “le alleanze arrivano dopo, ora dobbiamo decidere chi siamo e cosa vogliamo”. Per una che fa politica dal 1996 e se lo domanda solo ora, sono soddisfazioni.
Mozione Filini. “Non c’è un elettore che ci ha votato felice”, confessa Matteo Orfini che, dopo 34 anni di politica dal Pci al Pd, da D’Alema a Renzi, scopre di botto che “siamo respingenti” (e lui modestamente lo nacque) e “abbiamo un enorme problema di identità”. Però guai allearsi coi 5Stelle perché “non sappiamo cosa siano”, ma certo “la loro idea del lavoro non è la nostra: non si può ridurre tutto al reddito”: specie se ne hai uno garantito.
Mozione Uovo o Gallina. Anche per Stefano Bonaccini “è un errore partire dai nomi”: bisogna iniziare dai “contenuti”, per “dare risposte ai cittadini su problemi reali”, mica immaginari. E il “progetto” come ha da essere? “Forte”, non debole. Per “ricostruire” da dove? “Dalle fondamenta”. Insomma “servono molti più amministratori locali”, cioè – tenetevi forte – “donne e uomini”: non gatti, e neppure giraffe o formiche.
Mozione Gallina o Uovo. Dario Nardella conferma: “La prima sfida è confrontarci sulle idee, poi vengono i nomi”. Averle però le idee: “Recuperare un rapporto vero (ecco, non falso, ndr) con i territori e i cittadini”: “il territorio deve tornare a essere la base della piramide” (guai se fosse il tetto, anche perché c’è la punta). Senza dimenticare che “l’Italia è il Paese del bel canto” e “va superato il reddito di cittadinanza”, come dice anche il bel canto della Meloni.
Mozione A. Nazzari. “Per i compagni dell’opzione A. Nazzari: Amedeo Nazzari è morto! E porca miseria: era perfetto, è morto. Ho pensato: candidiamolo anche da morto. Ma non è possibile, dobbiamo fare una riforma per questo. E pazienza” (Corrado Guzzanti nei panni di Walter Veltroni, L’ottavo nano, 2001).

L'Amaca

 

La storia non siamo noi
DI MICHELE SERRA
Si vota in Brasile ed è un appuntamento con la Storia, Lula contro Bolsonaro, difficile immaginare uno scontro altrettanto rappresentativo dell’attualità delle parole “sinistra” e “destra”, difficile individuare un terreno di scontro più planetario dell’Amazzonia. E si lotta e si muore in Iran, con le donne in prima linea contro la truce dittatura religiosa che tiene prigioniero un popolo antico e civilissimo.
Chissà se basteranno, queste due potenti pagine di storia, a distrarci per un attimo dal totoministri, che da giorni monopolizza la nostra vita politica e mediatica. Viviamo sprofondati nel nostro piccolo mondo, c’è voluta una guerra tremenda come quella in Ucraina per levare almeno un poco di spazio, nei tigì, alla quotidiana sfilza di dichiarazioni di politici italiani sulla politica italiana. Per la nostra informazione, con poche eccezioni, un petardo a Roma vale più di una bomba a Kabul, o di una strage nel Tigray, o di una rivoluzione democratica soffocata nel sangue a Teheran.
Può darsi che agli italiani importi solo delle bollette, ma può anche darsi che gli importi solo delle bollette perché la politica e il giornalismo (ne parlo come categorie generali, ognuno poi faccia i suoi distinguo) non ritengono possibile mobilitare gli animi anche sulle donne iraniane e sull’Amazzonia. Le manifestazioni di ieri a Roma e in altre città italiane (partecipazione appassionata, ma scarsa) erano indette da studenti iraniani e associazioni per i diritti: almeno i partiti di sinistra, esentati dal totoministri, non potevano aderire ufficialmente? Le piazze magari sarebbero state più affollate, e ci farebbe tanto bene aprire le finestre sui drammi del mondo, se non altro per relativizzare i nostri.