sabato 20 agosto 2022

Così, tanto per chiedere...

 


Ranieramente


Le ingerenze russe sono brutte, le nostre belle

di Daniela Ranieri 

“L’ingerenza russa”, titola Repubblica in prima pagina. “la Russia agita il voto italiano”, il Corriere. Enrico Letta dirama al Tg1 e alla Cnn: “Putin ha deposto la scheda nell’urna. Mosca vuole cambiare il corso della politica estera italiana, è a rischio la nostra sovranità”.
Perbacco. È successo che Dmitrij Medvedev, ex premier e presidente russo, membro del Consiglio di Sicurezza e vicinissimo a Putin (a proposito: ma Putin non stava per morire?), ha detto su Telegram, il servizio di messaggistica effimera, che la “politica degli idioti” dei “governi europei” “porta freddo nelle case e scaffali vuoti nei frigoriferi” a causa della volontà di “interrompere tutte le relazioni con la Russia”, e si è augurato che gli elettori, i quali “dai tre quarti al 90%” non vorrebbero “partecipare alle ostilità dalla parte di Kiev”, chiamino i loro governi “a rendere conto, punendoli per la loro evidente stupidità”.
A onor del vero, ammette Repubblica, Medvedev non cita mai l’Italia; però è come se l’avesse fatto. Sarà la coda di paglia: tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è contraria all’invio di armi all’Ucraina e alle sanzioni alla Russia, che finora stanno facendo più male a noi che a Putin. Giovedì l’ex ministro Alberto Clò ha detto al Fatto che mentre Cingolani va in giro a dire “va tutto bene”, l’Autorità per l’energia denuncia che a ottobre il prezzo del gas raddoppierà, per cui bisognerà ricorrere al razionamento e non c’è un piano europeo a riguardo.
Quindi il merito di ciò che dice Medvedev non è campato in aria. È il metodo che allarma i nostri democratici, ancora scottati dalle ingerenze sul voto del 2018 vinto dai 5Stelle grazie a una rete di hacker russi coordinati da un pericoloso centralinista sito in Afragola (gli stessi hacker russi che secondo i giornali hanno appena diffuso il video in cui la leader finlandese Marin si scatena a una festa in preda ai fumi dell’alcol, allo scopo di mettere in cattiva luce la bella paladina dei missili e dei cingolati Nato). Ma come si permettono questi russi di interferire con le elezioni altrui? (Immaginiamo i carburatoristi di Tor Pignattara, sintonizzati sul canale Telegram di Medvedev, pronti a barrare il simbolo di chi dice lui). Eppure non è certo la prima volta che i governanti di una nazione si impicciano di elezioni estere. Un caso su tutti. Nel 2016 Renzi, con tutto il governo italiano di cui era capo, tifava per Hillary Clinton, che infatti poi perse contro Trump. Coniò pure un hashtag militante: #ImWithHer, Sono con lei, per la somma contentezza della Clinton stessa. La Boschi, che era ministra, la sera delle elezioni si recò all’ambasciata americana in via Veneto e si collegò in diretta con tutte le televisioni, che la intervistarono emozionata e radiosa, pronta abrindare per la vittoria della democrazia contro il populismo sovranista. Tutti i giornali democratici erano con loro: insultavano gli ignorantoni trumpiani della “rust belt” (così come avevano insultato gli inglesi pro-Brexit): era in gioco la democrazia (e poi Renzi doveva vincere il referendum, Medvedev in fondo è soltanto in guerra).
Una cosa simile è successa in occasione delle elezioni francesi di giugno: siccome Putin aveva previsto che le élite europee erano “destinate a essere scalzate da un’ondata di nuovi radicalismi”, quando Macron ha perso la maggioranza assoluta in Parlamento, la coalizione di Mélenchon è diventata prima forza d’opposizione e Le Pen ha decuplicato i seggi, ciò era la prova che Putin aveva influenzato le elezioni. Per Folli, su Rep, Putin si stava “sfregando le mani”, per il politologo Shekhovtsov l’aver previsto il declino delle élite non era segno di lungimiranza, ma del suo essere “chiaramente anti-occidentale”.
Ma quindi adesso per chi vota Putin? “Punire i propri governi”, ha detto Medvedev. L’unico partito all’opposizione del governo Draghi, che ci ha portato in guerra con Nato-Usa contro la Russia, è Fratelli d’Italia; ma Meloni si è sempre professata atlantista. Dunque? Medvedev, ci spiegano pazienti i giornali informatissimi, vuole spingere a votare per Salvini e Berlusconi, i quali però erano nel governo Draghi, di cui (Salvini invero con qualche brontolio a uso dei suoi elettori) hanno appoggiato tutte le scelte. E ri-dunque?
Vuoi vedere che non ce l’aveva con noi? Ora ci sovviene: l’unico ad avere espresso dubbi sull’invio di armi all’Ucraina è stato Conte, per il motivo che queste risoluzioni avvenivano senza l’autorizzazione del Parlamento, su esclusiva volontà di Draghi e dei suoi ministri Natofili. Per i nostri giornali è la quadratura del cerchio: un comunicato russo (non uno sfogo e un auspicio personale) per costringere gli italiani a votare Conte. Sarebbe il colmo: un russo anti-democratico che invita i cittadini a votare l’unico partito che si richiama ai principi della democrazia.

Chissenefrega travagliati


Chissenefrega elettorali

di Marco Travaglio 

Per la serie “Gli appassionanti chissenefrega della campagna elettorale”, segnaliamo due effervescenti polemiche che terremotano bar, mezzi pubblici e luoghi di villeggiatura, dove non si parla d’altro: una, fresca di giornata grazie a Verderami che riprende sul Corriere una denuncia di Letta, riguarda il taglio dei parlamentari che orberà il Parlamento di ben 345 De Gasperi redivivi; l’altra, un evergreen che ci ammorba dacché osammo bocciare la schiforma Renzi-Boschi, attiene alle famigerate ingerenze russe che ribaltano ormai ogni elezione dell’orbe terracqueo e inquietano prevalentemente chi sa di perdere perché piace più all’estero che in Italia, tipo Letta e, nel suo piccolo, Di Maio. Il fatto che il taglio dei parlamentari sia l’unica riforma costituzionale votata plebiscitariamente dagl’italiani nell’ultimo ventennio (sempre a opera degli hacker russi), non deve ingannare: se certe liste di candidati fanno schifo, non è colpa dei partiti che le compilano, ma del fatto che avremo un terzo di eletti in meno. I partiti, non vedono l’ora di candidare le migliori menti del Paese, ma purtroppo non possono perché le avevano destinate tutte a quei 345 seggi venuti tragicamente a mancare; e una misteriosa forza sovrannaturale li costringe a riservare i 600 posti rimasti a riciclati, inquisiti e voltagabbana. Se noi elettori populisti avessimo respinto il maledetto taglio, allora sì avremmo visto entrare alla Camera e al Senato un esercito di geni mai visti prima. Invece nisba: peggio per noi, così un’altra volta impariamo.
Delle ingerenze russe si occupa a pag.11 Daniela Ranieri. Ma, per chi non ne avesse ancora colto la portata eversiva, precisiamo che funzionano così. L’ex presidente russo Medvedev, alla quinta vodka lemon, insulta i “governi idioti”, senza specificare quali, e invita gli “europei” a punirli. Il ministro Di Maio si riconosce subito nella definizione; i giornaloni capiscono al volo che il governo idiota è quello di Draghi; Letta, consultando l’Agenda Draghi, conferma che in tema di idioti non siamo secondi a nessuno; e scatta l’allarme rosso. Per tre motivi. 1) A nessun italiano era venuto in mente di essere governato da idioti, ma ora che Medvedev ce l’ha rivelato voteremo tutti per chi si opponeva agli idioti o li ha fatti cadere. 2) È noto che l’elettore italiano incerto o tendente all’astensione consulta i social del Cremlino (la famosa Agenda Medvedev) per decidere se e per chi votare, il che spiega l’uscita del compare di Putin. 3) Il fascino perverso e irresistibile di Medvedev rischia di subornare pure gli elettori che si erano convinti a votare Letta o Calenda&Renzi, come da mesi ci ordinano gli Usa e le famose “cancellerie europee”. Ma quelle non sono ingerenze straniere: semplici consigli da amici.

venerdì 19 agosto 2022

Sublime


“Ho letto moltissimi libri, ma ho dimenticato la maggior parte di essi.
Ma allora qual è lo scopo della lettura?”
Fu questa la domanda che un allievo una volta fece al suo Maestro.
Il Maestro in quel momento non rispose.
Dopo qualche giorno, però, mentre lui e il giovane allievo se ne stavano seduti vicino ad un fiume, egli disse di avere sete e chiese al ragazzo di prendergli dell’acqua usando un vecchio setaccio tutto sporco che era lì in terra.
L’allievo trasalì, poiché sapeva che era una richiesta senza alcuna logica.
Tuttavia, non poteva contraddire il proprio Maestro e, preso il setaccio, iniziò a compiere questo assurdo compito. Ogni volta che immergeva il setaccio nel fiume per tirarne su dell’acqua da portare al suo Maestro, non riusciva a fare nemmeno un passo verso di lui che già nel setaccio non ne rimaneva neanche una goccia.
Provò e riprovò decine di volte ma, per quanto cercasse di correre più veloce dalla riva fino al proprio Maestro, l’acqua continuava a passare in mezzo a tutti i fori del setaccio e si perdeva lungo il tragitto.
Stremato, si sedette accanto al Maestro e disse:
“Non riesco a prendere l’acqua con quel setaccio. Perdonatemi Maestro, è impossibile e io ho fallito nel mio compito”

“No – rispose il vecchio sorridendo – tu non hai fallito. Guarda il setaccio, adesso è come nuovo. L’acqua, filtrando dai suoi buchi lo ha ripulito”

“Quando leggi dei libri – continuò il vecchio Maestro – tu sei come il setaccio ed essi sono come l’acqua del fiume”
“Non importa se non riesci a trattenere nella tua memoria tutta l’acqua che essi fanno scorrere in te, poiché i libri comunque, con le loro idee, le emozioni, i sentimenti, la conoscenza, la verità che vi troverai tra le pagine, puliranno la tua mente e il tuo spirito, e ti renderanno una persona migliore e rinnovata. Questo è lo scopo della lettura”.

Parole sante




Soluzione estrema

 


Sempre lui!

 

Ieri sono andato a Roma con i nipoti e naturalmente mi sono recato a vederla, per l'ennesima volta, dal vivo. Quei pochi istanti hanno corroborato in me la felicità per aver avuto in sorte la possibilità di contemplare il Capolavoro per antonomasia, il raccordo col Cielo, la Speranza nell'uomo. 

Ed oggi La Nazione pubblica un interessantissimo articolo sul materiale che al tempo, consentì al Genio di donarci siffatta soavità. 

Michelangelo tra le Apuane «Per liberare gli angeli dal marmo»
Dal suo scalpello vennero fuori meraviglie. Dal volto immacolato della Pietà alla perfezione del David
di Olga Mugnaini
Già i romani avevano scoperto la lucentezza di quel marmo, candido, puro, capace di dare forma all’anima e ai sentimenti umani. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia racconta che dalle cave apuane si estraevano i blocchi per i monumenti e per le dimore dei patrizi. Anche la Colonna Traiana è scolpita in quel pregiato “oro bianco“. Ed è lassù, sul Monte Altissimo, passando Seravezza e inerpicandosi verso Carrara, che anche Michelangelo, poco più che ventenne, arriva la prima volta alla cava del Polvaccio nel novembre del 1497, a dorso un cavallo baio, per scegliere il blocco della sua prima importante commissione. Un viaggio da Roma lungo, faticosissimo, ma che al già ambizioso Buonarroti serve per pensare, per rimuginare su quella sua idea di affrontare il marmo non per modellarlo, per “via di porre”, ma “per forza di levare”, per liberare la materia dalle forme nascoste, imprigionate al loro interno. Quasi come prosciugare l’acqua da una “conca”, dirà il Vasari. Era stato il cardinale Jean Bilhères de Lagraulas a dargli l’incarico di scolpire una Vergine Maria con Cristo morto in braccio. In vista del Giubileo del 1500, la scultura avrebbe dovuto arricchire la cappella di Santa Petronilla in Vaticano e strabiliare i tanti pellegrini francesi attesi per l’evento. Michelangelo voleva dare prova della sua bravura. Partendo dalla scelta della materia. Sapeva bene che il marmo poteva nascondere mille insidie. Una venatura sbagliata bastava a sbrecciare il lavoro, a sbriciolarlo come una zolletta di zucchero. Lo doveva guardare, toccare, accertarsi della purezza, della compattezza, dare istruzioni ai cavatori. Ci mise nove mesi a individuare il blocco giusto da farsi mandare a Roma. E poi un paio d’anni per creare la sua prima Pietà, per la quale aveva pattuito un compenso di 500 ducati. Purtroppo il cardinale Jean Bilhères de Lagraulas morì prima di poter ammirare l’opera finita, che destò subito un’immensa ammirazione. Ma non mancarono le critiche. A turbare era il volto di quella Vergine così giovane da sembrare la figlia del suo stesso figlio, ma che Michelangelo non faticò a spiegare teologicamente. Disse che aveva voluto rappresentare la Vergine incorrotta, l’Immacolata Concezione, simbolo di una giovinezza e di una purezza che neppure il tempo poteva intaccare. E poi c’era la storia del dente. A Gesù morente aveva scolpito un incisivo in più. Il cosiddetto “dente del peccato”, che spesso gli artisti inserivano con accezione negativa e che il Buonarroti invece interpreta come simbolo del sacrificio e della volontà del Cristo di farsi carico di tutti i peccati degli uomini. Era tanto fiero della sua Pietà, che quella fu l’unica opera su cui incise il suo nome, proprio sul manto della Madonna. Si dice che fu per evitare che altri si prendessero il merito di tanta bellezza, dopo aver sentito alcuni visitatori che lodavano la scultura attribuendola all’artista lombardo Cristoforo Solari. L’elogio più bello venne dal Vasari che scrisse: «Non pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelangelo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte». Non lo scelse lui, ma veniva da Carrara anche il blocco sciupato dal quale tirò fuori forse il suo capolavoro più celebre: il David. Da tempo l’abbozzo informe giaceva nei cantieri dell’Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze. Era stato Agostino di Duccio nel 1464 e poi ad Antonio Rossellino nel 1476 a tentare di tirar fuori un grande profeta da collocare su un contrafforte del Duomo. Ma non ne era venuto fuori niente di buono. Così nel 1501 Michelangelo volle misurarsi dove gli altri avevano fallito. E nonostante quel marmo “male abozatum”, dopo tre anni sotto i colpi dei suoi scalpelli e delle sue gravine, il capolavoro fu presentato ai fiorentini. Il primo ad ammirarlo fu il Gonfaloniere della Repubblica di Firenze Piero Soderini, che pur riconoscendone la meraviglia, disse che per lui il naso di quel David era un po’ troppo grosso. Michelangelo non batté ciglio: salì con una scala al cospetto del suo gigante e fece finta di scalpellare il volto, buttando in testa al Soderini un po’ di polvere di marmo che aveva nascosto in una mano: «Che ve ne pare ora?», chiese con falsa accondiscendenza. «Sì, va meglio», rispose il Soderini soddisfatto, concedendo al David il posto d’onore davanti al Palazzo della Signoria al posto della Giuditta di Donatello, come simbolo della libertà e della Repubblica. E fu nello stesso luogo che, durante la rivolta del 1527, la fazione filomedicea anti repubblicana, prese a sassate il capolavoro, rompendogli il braccio sinistro, riattaccato poi nel 1534. Ancora sulle Apuane, ancora spinto dall’impulso che guida «la man che ubbidisce all’intelletto», lo troviamo nel 1517 alla Cava Falcovaia. Papa Leone X voleva decorare la facciata della Chiesa di San Lorenzo, e con lui Michelangelo ottenne una via privilegiata per estrarre i blocchi da trasportare a Firenze. Ma il progetto era costosissimo e si arenò presto. Non a caso la facciata della chiesa medicea è ancora incompiuta. Ma Michelangelo, fino alla fine dei suoi giorni, conclusi il 18 febbraio 1564 a Roma, non ha mai posato lo scalpello. Perché come disse una volta: «Ho visto un angelo nel marmo e ho scolpito fino a liberarlo».