venerdì 19 agosto 2022

Sempre lui!

 

Ieri sono andato a Roma con i nipoti e naturalmente mi sono recato a vederla, per l'ennesima volta, dal vivo. Quei pochi istanti hanno corroborato in me la felicità per aver avuto in sorte la possibilità di contemplare il Capolavoro per antonomasia, il raccordo col Cielo, la Speranza nell'uomo. 

Ed oggi La Nazione pubblica un interessantissimo articolo sul materiale che al tempo, consentì al Genio di donarci siffatta soavità. 

Michelangelo tra le Apuane «Per liberare gli angeli dal marmo»
Dal suo scalpello vennero fuori meraviglie. Dal volto immacolato della Pietà alla perfezione del David
di Olga Mugnaini
Già i romani avevano scoperto la lucentezza di quel marmo, candido, puro, capace di dare forma all’anima e ai sentimenti umani. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia racconta che dalle cave apuane si estraevano i blocchi per i monumenti e per le dimore dei patrizi. Anche la Colonna Traiana è scolpita in quel pregiato “oro bianco“. Ed è lassù, sul Monte Altissimo, passando Seravezza e inerpicandosi verso Carrara, che anche Michelangelo, poco più che ventenne, arriva la prima volta alla cava del Polvaccio nel novembre del 1497, a dorso un cavallo baio, per scegliere il blocco della sua prima importante commissione. Un viaggio da Roma lungo, faticosissimo, ma che al già ambizioso Buonarroti serve per pensare, per rimuginare su quella sua idea di affrontare il marmo non per modellarlo, per “via di porre”, ma “per forza di levare”, per liberare la materia dalle forme nascoste, imprigionate al loro interno. Quasi come prosciugare l’acqua da una “conca”, dirà il Vasari. Era stato il cardinale Jean Bilhères de Lagraulas a dargli l’incarico di scolpire una Vergine Maria con Cristo morto in braccio. In vista del Giubileo del 1500, la scultura avrebbe dovuto arricchire la cappella di Santa Petronilla in Vaticano e strabiliare i tanti pellegrini francesi attesi per l’evento. Michelangelo voleva dare prova della sua bravura. Partendo dalla scelta della materia. Sapeva bene che il marmo poteva nascondere mille insidie. Una venatura sbagliata bastava a sbrecciare il lavoro, a sbriciolarlo come una zolletta di zucchero. Lo doveva guardare, toccare, accertarsi della purezza, della compattezza, dare istruzioni ai cavatori. Ci mise nove mesi a individuare il blocco giusto da farsi mandare a Roma. E poi un paio d’anni per creare la sua prima Pietà, per la quale aveva pattuito un compenso di 500 ducati. Purtroppo il cardinale Jean Bilhères de Lagraulas morì prima di poter ammirare l’opera finita, che destò subito un’immensa ammirazione. Ma non mancarono le critiche. A turbare era il volto di quella Vergine così giovane da sembrare la figlia del suo stesso figlio, ma che Michelangelo non faticò a spiegare teologicamente. Disse che aveva voluto rappresentare la Vergine incorrotta, l’Immacolata Concezione, simbolo di una giovinezza e di una purezza che neppure il tempo poteva intaccare. E poi c’era la storia del dente. A Gesù morente aveva scolpito un incisivo in più. Il cosiddetto “dente del peccato”, che spesso gli artisti inserivano con accezione negativa e che il Buonarroti invece interpreta come simbolo del sacrificio e della volontà del Cristo di farsi carico di tutti i peccati degli uomini. Era tanto fiero della sua Pietà, che quella fu l’unica opera su cui incise il suo nome, proprio sul manto della Madonna. Si dice che fu per evitare che altri si prendessero il merito di tanta bellezza, dopo aver sentito alcuni visitatori che lodavano la scultura attribuendola all’artista lombardo Cristoforo Solari. L’elogio più bello venne dal Vasari che scrisse: «Non pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelangelo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte». Non lo scelse lui, ma veniva da Carrara anche il blocco sciupato dal quale tirò fuori forse il suo capolavoro più celebre: il David. Da tempo l’abbozzo informe giaceva nei cantieri dell’Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze. Era stato Agostino di Duccio nel 1464 e poi ad Antonio Rossellino nel 1476 a tentare di tirar fuori un grande profeta da collocare su un contrafforte del Duomo. Ma non ne era venuto fuori niente di buono. Così nel 1501 Michelangelo volle misurarsi dove gli altri avevano fallito. E nonostante quel marmo “male abozatum”, dopo tre anni sotto i colpi dei suoi scalpelli e delle sue gravine, il capolavoro fu presentato ai fiorentini. Il primo ad ammirarlo fu il Gonfaloniere della Repubblica di Firenze Piero Soderini, che pur riconoscendone la meraviglia, disse che per lui il naso di quel David era un po’ troppo grosso. Michelangelo non batté ciglio: salì con una scala al cospetto del suo gigante e fece finta di scalpellare il volto, buttando in testa al Soderini un po’ di polvere di marmo che aveva nascosto in una mano: «Che ve ne pare ora?», chiese con falsa accondiscendenza. «Sì, va meglio», rispose il Soderini soddisfatto, concedendo al David il posto d’onore davanti al Palazzo della Signoria al posto della Giuditta di Donatello, come simbolo della libertà e della Repubblica. E fu nello stesso luogo che, durante la rivolta del 1527, la fazione filomedicea anti repubblicana, prese a sassate il capolavoro, rompendogli il braccio sinistro, riattaccato poi nel 1534. Ancora sulle Apuane, ancora spinto dall’impulso che guida «la man che ubbidisce all’intelletto», lo troviamo nel 1517 alla Cava Falcovaia. Papa Leone X voleva decorare la facciata della Chiesa di San Lorenzo, e con lui Michelangelo ottenne una via privilegiata per estrarre i blocchi da trasportare a Firenze. Ma il progetto era costosissimo e si arenò presto. Non a caso la facciata della chiesa medicea è ancora incompiuta. Ma Michelangelo, fino alla fine dei suoi giorni, conclusi il 18 febbraio 1564 a Roma, non ha mai posato lo scalpello. Perché come disse una volta: «Ho visto un angelo nel marmo e ho scolpito fino a liberarlo».

Per riflettere

 

Il presidenzialismo. È prossimo. E B. controlla ancora le tivù
DI GIANDOMENICO CRAPIS
Ora che il presidenzialismo è alle porte, e dietro l’angolo c’è il solito Berlusconi pronto a proporre senza vergogna la sua candidatura a capo dello Stato, c’è una ragione in più per rilanciare l’allarme sulla dimenticata questione televisiva. Cioè su un sistema dove la tv pubblica è in mano al governo e quella privata monopolizzata da un politico imprenditore. Un caso unico, vale la pena di ripeterlo, in tutte le democrazie occidentali. L’elezione diretta del Presidente della Repubblica, infatti, che subito una destra in testa ai sondaggi ha messo davanti agli altri temi, e che a maggior ragione rischia di vedere la luce se essa vincerà le elezioni, in sé non sarebbe una bestemmia in un contesto con i necessari contrappesi. Però in Italia rappresenta davvero un azzardo se si considera l’assetto della comunicazione, specie quella televisiva dove la metà privata dell’etere potrebbe tirare la volata al proprietario o a qualche suo amico e sodale politico. Uno scenario non irrealistico e per niente tranquillizzante. Tutto questo mentre la Rai, grazie alla mancata messa in sicurezza della tv pubblica, potrebbe finire sotto le redini del medesimo schieramento che già controlla buona parte del polo privato.
Dopo 15 anni siamo di nuovo dunque a lanciare gli stessi allarmi del passato, e questo perché tutti i governi, tecnici e politici, succedutisi dopo il 2011 hanno accuratamente evitato di affrontare la questione: per convenienza o per sciagurata sciatteria politica. Ma se non ci sorprende l’atteggiamento della destra, da sempre massima beneficiaria di questa indecente anomalia, di certo fa cadere le braccia il comportamento della sinistra e dei 5Stelle che nulla vollero fare, una volta al governo, per sciogliere questo nodo.
Nel mese di giugno Mediaset ha raccolto il 37% dell’audience totale, la Rai altrettanto, mentre tutte le altre restanti reti (comprese La7, Sky e il gruppo Discovery) si sono divise le briciole del restante 26%. Tecnicamente dunque siamo in una condizione di duopolio del sistema generale e di quasi monopolio del settore privato. Come sia stato possibile che nessuno si sia preoccupato di mettere ordine a questa assurda situazione si spiega soltanto pensando al tratto illiberale delle nostre destre, alle strategie suicide di appeasament portate avanti da Prodi, D’Alema, Violante e Bertinotti, oltre al disinteresse dei vari premier succedutisi negli ultimi dieci anni.
Di cosa siano poi capaci le reti Mediaset in fatto di propaganda per le destre non c’è bisogno di ricordarlo: parla la storia stessa del gruppo. Con tutto il rispetto delle eccezioni, che pure ci sono ed anche di qualità, l’informazione da quelle parti, soprattutto in prossimità di una campagna elettorale, ha un riflesso proprietario sperimentato nel tempo. Infatti un assaggio l’abbiamo avuto già dopo lo scioglimento delle Camere: nel periodo che va dal 22 luglio al 2 agosto, per esempio, il Tg5, che è il secondo tg italiano, ha regalato la primazia indovinate a chi? Ma a Forza Italia, of course, con il 23% del tempo di parola! E a Berlusconi, che ha occupato con le sue dichiarazioni un quinto del tempo di parola dei politici. Anche nei programmi informativi del Biscione troviamo in testa sempre lo stesso partito (col 20%, seguito dalla Lega al 14%). Forse per ordini di scuderia o per una reazione pavloviana al suono della campanella elettorale. È dunque evidente che una Mediaset così politicizzata rappresenti, come e più della Rai, un serissimo problema e un nodo da sciogliere, nell’ipotesi di una riforma presidenzialista dello Stato. Ma né Letta né Conte, per parlare delle forze più rappresentative del campo progressista, hanno mostrato di averlo capito. Così come nemmeno tutti i liberal di casa nostra.

In ricordo

 

Il carissimo nemico
di Marco Travaglio
L’on. avv. Niccolò Ghedini era un bello stronzo. L’ho sempre pensato quand’era vivo e il fatto che ora sia morto – e così presto, a 62 anni- non mi pare un buon motivo per dire il contrario. Anche perché ho l’impressione che a quella nomea tenesse parecchio, con la fatica che aveva fatto per guadagnarsela: nelle aule di tribunale, in quelle parlamentari e negli studi televisivi, dove abbiamo incrociato le lame non so quante volte sui processi al suo cliente più illustre, che lui chiamava “il Presidente” con l’aria deferente di chi gli dà del lei. Anzi, del Lei. Solo chi vuol passare alla storia come uno stronzo può coniare l’immortale definizione di “utilizzatore finale” per scrollare di dosso al “Presidente” se non la fama, almeno l’accusa penale di puttaniere di minorenni. O difendere il lodo Alfano alla Consulta perché “la legge è uguale per tutti, ma non necessariamente la sua applicazione”. O sventolare il Codice in tv per sostenere, con la cantilena nasale e l’espressione inespressiva dietro le lenti a fondo di bottiglia, l’opposto di ciò che dice il testo: tipo che prescrizione e assoluzione pari sono, o che non c’è differenza fra l’essere assolti per non aver commesso il fatto e per averlo commesso e poi depenalizzato. O scioperare contro la politica giudiziaria del governo per far saltare le udienze del capo del governo, la cui politica giudiziaria la decideva lui.
Poi un giorno di 10 anni fa presi l’aereo Venezia-Roma e me lo ritrovai accanto. Parlammo in libertà, come due carissimi nemici che non s’illudono di convincersi. Mi raccontò della sua famiglia- bene che vantava un paio di dogi. Gli spiegai che non ero comunista, come lui e il Presidente pensavano. “Avvocato, lei è ricco sfondato, è un principe del foro, ha tutte le soddisfazioni dalla vita. Perché continua a sputtanarsi dietro le balle del suo capo, a fabbricare leggi ad personam, a mettere la faccia su tesi, norme e conflitti d’interessi, incluso il suo, indifendibili? Non c’è più gusto a vincere i processi nelle aule di tribunale che in quelle del Parlamento?”. Lui mi sorprese: “Lo faccio perché sono affezionato al Presidente, a cui devo molto. Ma sono così bravo che l’avrei fatto assolvere anche senza quelle leggi, che ho sempre sconsigliato, perché adoro lo scontro in aula, ma di giustizia”. Mi spiegò che le leggi ad personam le avevano volute Previti e altri cattivi consiglieri. “Dubito che avrebbe vinto anche i processi per falso in bilancio senza depenalizzare il reato”. Lui fu onesto: “Beh, quelli, in effetti…”. Alla fine, ai saluti, non mi chiese di tenere riservata la chiacchierata, ma non ce ne fu bisogno. Non so perché non ne scrissi nulla. Forse perché, dopo averlo conosciuto un po’ meglio, temevo che fosse talmente stronzo da iniziare a diventarmi simpatico.

giovedì 18 agosto 2022

Travagliamente


Primarie secondarie

di Marco Travaglio 

Quando, nel 2017, il Fatto lanciò la campagna per inserire almeno le preferenze nella quota proporzionale del mostruoso Rosatellum al posto delle liste bloccate dei “nominati”, il Pd rispose che era inutile, perché il suo statuto impone le primarie per ogni candidatura. Se tutti partiti avessero affidato la scelta dei candidati agli iscritti, avrebbero sottratto l’intero Parlamento – i due terzi del proporzionale e il terzo dei collegi uninominali – ai diktat dei segretari. Purtroppo nel 2018 nessun partito, tranne i 5Stelle, fece le primarie. Neppure il Pd, che riuscì a violare le sue stesse regole, portando in Parlamento un falange di fedelissimi renziani scelti dal capo. Si sperava che Letta riscoprisse la norma fondativa del Pd, detto “democratico” perché affida alle primarie ogni scelta importante. Invece, diversamente da Veltroni nel 2008 (“ampia consultazione”) e Bersani nel ’13, se n’è bellamente infischiato, come Renzi. E ora nessuno ha il privilegio di sapere perché mai una decina di raccomandati può saltare il tetto dei 3 mandati, né perché Casini ha il posto blindato a Bologna (undicesima volta) in barba ai dirigenti locali, né perché il ferrarese Franceschini corre in Campania (e la sua signora a Roma), la friulana Serracchiani in Piemonte e il torinese Fassino solca (settima legislatura) i canali di Venezia in gondoleta. Le deroghe sono scelte del leader, ma vanno approvate dalla base.
Delle destre e del centro è inutile parlare perché sono tutti partiti personali. Solo i 5Stelle, con le Parlamentarie online, consentono a chi ritiene di avere qualcosa da dire e dare di candidarsi saltando il “cursus honorum” ormai ridotto a culi da leccare e borse (piene o vuote) da portare, che blocca l’ascensore politico del sistema. Eppure i media non solo sorvolano sulla scelta antidemocratica di 6-7 capipartito di nominarsi i propri camerieri in Parlamento dopo aver sabotato la riforma del Rosatellum. Ma fanno pure ironie sull’unica forza politica – il M5S – che affida agli iscritti la scrematura degli autocandidati, ferma restando la facoltà discrezionale del leader di bocciare quelli ritenuti incompatibili con motivazioni trasparenti; e di sottrarre alla riffa dei clic una minima quota di candidati di cui si assume la responsabilità (fiori all’occhiello come Scarpinato, De Raho, De Santoli). Alle legittime proteste degli esclusi, Letta ha pure avuto la spudoratezza di incolpare il predecessore Zingaretti che in quarta lettura votò il taglio dei parlamentari. Come se quella riforma sacrosanta non l’avesse approvata il 68,7% dei votanti al referendum. E come se gliel’avesse prescritto il medico di mandare a casa Piero Grasso, che fece condannare Cuffaro, e salvare Casini, che fece eleggere Cuffaro.

mercoledì 17 agosto 2022

In francese


Sì, si! E' cambiata!

 


Daje 2!

 

Il neo piddino Cottarelli: Frate Indovino da social
DI DANIELA RANIERI
Non vorremmo che in questa campagna elettorale di raccapriccianti sorprese si omettesse di dire che Carlo Cottarelli, “punta di diamante” delle liste del Pd, ma anche “punto di sintesi”, nonché “migliore interprete dell’intesa” (parole di Enrico Letta), è anche una star di Twitter, dove si è guadagnato un posto di tutto rispetto tra gli opinionisti gaffeur più imbarazzanti dopo Calenda.
Diuturnamente impegnato nella produzione di aforismi, motteggi e consigli tra Chateaubriand e Frate Indovino, Cottarelli si è guadagnato negli anni la fama di competente: austero, economo, eurista, un Draghi meno pregiato, il generico di Draghi, laddove Draghi è il farmaco risolutore, il demiurgo massimo, il risanatore europeo (chiedere alla Grecia). Prezzemolino dei poteri forti, mai veramente decollato, è però da tutti concupito: Direttore dell’Osservatorio per la revisione della spesa pubblica sotto Letta e Renzi, nel 2014 lo stesso Renzi lo ha nominato Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, Berlusconi lo voleva candidare, Mattarella nel 2018 lo ha fatto per qualche ora presidente del Consiglio di un “governo neutrale” (lo spread si impennò al solo annuncio), Azione di Calenda e +Europa lo hanno fatto presidente di un certo Comitato scientifico liberale “Programma per l’Italia”.
È una specie di Bertolaso dei conti. Da Oracolo del Def, è stato ospite fisso da Fabio Fazio durante i pericolosi anni populisti e spendaccioni dei governi Conte; lì, da Direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici, vaticinava catastrofi per il deficit al 2,4% (poi portato al 2,04); i governi del Pd hanno fatto il 3% nel 2014, il 2,6 nel 2015, il 2,5 nel 2016, il 2,4 nel 2017, ma l’oracolo tacque.
Come detto, è sui social che dà il meglio di sé: qui vanno scovate le ragioni per le quali Letta lo ha candidato al Senato. Qui Cottarelli porta avanti la sua battaglia per alzare la pensione a 71 anni per gli uomini e a 69 per le donne, come in Giappone: “Ricordiamocelo quando discuteremo l’uscita da Quota 100. Pensiamo ai nostri giovani”.
Ammesso che ciò abbia un senso (ai giovani converrebbe piuttosto che gli anziani andassero in pensione, liberando posti di lavoro), stupisce che a fare questa proposta sia uno che percepisce la pensione (del Fmi) da quando aveva 59 anni. Non si batte perché possiamo tutti andarci alla sua stessa età, figuriamoci, e nemmeno all’età media in Europa (64 anni, da noi è 66); va a prendere il Giappone, imparagonabile a noi per demografia e sistema sociale, dove la disoccupazione è al 2,7%, il salario minimo medio 1108 euro e lo stipendio medio netto 2429 euro al mese.
L’altro giorno, per significarci quanto sia progressista, il Paulo Coelho dell’economia si è vantato di non essere razzista, al punto da non fare differenze tra una ragazza nera e una bianca che gli camminavano davanti. Volevate più sinistra nel Pd?
Famose le sue battaglie liberali per svecchiare il Paese e semplificare la burocrazia, dall’autocertificazione di sana e robusta costituzione per andare in palestra, alla fine del vizio improduttivo dello smartworking per i lavoratori pubblici.
Nel luglio 2020 si è convinto di aver sbloccato una questione di misure anti-Covid con la sola forza dei tweet: “Leggo sul Corriere che da domani sarà di nuovo possibile portare il trolley in aereo. Non so se hanno ascoltato noi o altri, ma ce l’abbiamo fatta! Grazie agli 8100 che hanno messo likes al mio tweet e a tutti quelli che lo hanno ritwittato! Semplificare si può!!!”. In attesa di diventare capo del governo, cambia il Paese a colpi di “likes”. A ottobre 2021 aveva un’idea strabiliante per combattere la denatalità: “Servirebbe un meccanismo premiante: chi fa figli vada in pensione prima”. Giusto: chi non può avere figli va punito e messo al torchio fino alla morte.
Ma si capisce. Cottarelli, quando twitta, non si rivolge agli eletti dal Signore con cui condivide tavoli di board e fondazioni, gente riposata, confortata dall’aria condizionata; ma alla plebe, che travagliando pende dalle sue labbra. Convinto di essere empatico, sa che il popolino ha da scontare di pesare sulla collettività coi salari, il welfare, la Sanità pubblica, la previdenza sociale, etc. Pure se fisicamente invecchia prima, logorandosi in fabbrica o consegnando pizze (che non se presiedesse board in cui si decide dove dirottare fiumi di denari pubblici per evitare che arrivino ai poveracci), scoppia di vita e desidera restituire alla collettività ciò che le ha tolto esistendo.
Cottarelli è un’Agenda Draghi vivente. È fedele a una sola fede: possono cambiare i governi, ma non le politiche economiche dei governi, che devono essere sempre quelle gradite ai mercati, cioè a Cottarelli e al suo giro. Adesso la plebe può eleggerlo, così lui potrà realizzare tutti i suoi sogni di Twitter. È vero che Cottarelli è il mago dei conti: ci aiuta a calcolare come s’è ridotto il Pd.