venerdì 29 luglio 2022

Sta arrivando

 


Benvenuto Charles!




Battiato docet



“Cerco un posto di comodità permanente
che non mi faccia mai cambiare status
alla faccia della gente”

Stranezze



Non mi capacito! Ero deciso a non rinnovare con Dazn, visto l’aumento selvaggio… poi ne ho fatti tre di abbonamenti! Sarà stato il mare?

Si dice in giro

 


Un De Masi molto interessante

 

La lenta fine della sinistra
IN CERCA DI UN’ALTERNATIVA - Dopo le scelte che hanno rinnegato le radici sociali, come privatizzazioni e articolo 18, la sacrosanta lotta alla Meloni offre l’alibi per imbarcare neoliberisti d’ogni tipo
DI DOMENICO DE MASI
Nel 1948, alle prime elezioni del dopoguerra, la sinistra era rappresentata da tre partiti (comunista, socialista e socialdemocratico); la destra (liberali, monarchici e neofascisti) era pressoché inesistente. Alle prossime elezioni, la situazione è rovesciata: questa volta inesistente è la sinistra mentre la destra è rappresentata da tre partiti. Lo ha già osservato Giulio Gambino su Tpi e vale la pena ribadirlo.
Cosa è successo in questi 74 anni? I partiti di sinistra sono il riferimento politico delle classi disagiate. Non esistono più queste classi? Tutt’altro. Politiche economiche, pandemia e guerra legittimano l’ipotesi che nel prossimo autunno almeno 12 milioni di italiani vivranno in condizioni penose. A essi vanno aggiunte le centinaia di migliaia di stranieri, clandestini e non, che subiscono uno sfruttamento sistematico.
Ma la questione non riguarda solo i poveri. Anche molti giovani e meno giovani che superano la soglia della povertà vivono in uno stato di precarietà perenne, imposta dalla politica economica neo-liberista che della precarietà e del rischio diffusi ha fatto i suoi principi fondamentali. “Siamo tutti in soprannumero” denunziava André Gorz già molti anni fa.
I partiti di sinistra hanno intercettato solo in parte questa massa crescente di precari: nell’estate del 2019 i sondaggi davano il Pd e la Sinistra al 24,4% delle dichiarazioni di voto; dopo 31 mesi, il 25 luglio scorso, i tre partiti sono saliti al 29% ma con l’aggiunta dei Verdi. Se all’aumento degli emarginati non corrisponde un parallelo aumento delle adesioni ai partiti di sinistra, c’è qualcosa che non funziona nei loro paradigmi e nelle loro macchine organizzative.
Negli ultimi decenni del secolo scorso, gli intellettuali discussero molto sulla validità delle due categorie “destra” e “sinistra”. Per alcuni (ad esempio Massimo Cacciari) esse erano ormai destituite di significato teorico e di utilità operativa. Per altri (ad esempio Norberto Bobbio e Marco Revelli) esse restavano valide e il carattere distintivo della sinistra consisteva nell’egualitarismo. Per chi volesse ricostruire lo stato dell’arte nel dibattito destra-sinistra, rinvio a un mio saggio pubblicato nell’ultimo numero di MicroMega. In sintesi si può dire che oggi la contrapposizione frontale è tra neoliberismo, che si risolve fatalmente in aumento delle disuguaglianze, e socialdemocrazia che le riduce.
La distinzione è netta e chiara, ma nell’ultimo mezzo secolo i leader di sinistra hanno fatto a gara per disorientare i cittadini. Si pensi, ad esempio, agli esperimenti di “terze vie” alla Tony Blair. Ma in Italia il disorientamento è iniziato subito dopo la morte di Enrico Berlinguer, quando le sinistre caddero in un insano innamoramento per il neoliberismo considerato come salvifica modernizzazione. Se si pensa che, negli anni 90, quando Mario Draghi fu Direttore generale del Tesoro e presidente della Commissione per le privatizzazioni, la furia privatizzatrice contro le industrie di Stato e il settore pubblico non fu sferrata da leader neoliberisti come Berlusconi o Dini, ma da socialisti e comunisti come Amato, Bersani e D’Alema, ci si rende conto del disorientamento in cui è stato via via trascinato il popolo di sinistra. Il capolavoro perverso, allora compiuto sotto l’accorta regia di Draghi, negli anni successivi si è ripetuto più volte, sotto altre regie meno raffinate. Si pensi all’articolo 18 abolito non da Berlusconi, leader di Forza Italia, ma da Renzi, leader del Pd. E si pensi, da ultimo, allo stesso Pd che, per fare fede alla sua natura di sinistra, dovrebbe esibire con orgoglio un programma socialdemocratico e che invece fa sua l’agenda di un liberista come Draghi, dopo essere stato il massimo sostenitore del suo governo.
Il compimento del capolavoro disorientante si compie con disinvoltura in questi giorni in cui la sacrosanta lotta alla Meloni offre l’alibi per imbarcare nel Pd neoliberisti d’ogni tipo che vanno ad aggiungersi ai neoliberisti già da tempo sistemati al suo interno. Ciò comporta che, se anche si vincesse la battaglia contro le destre, subito dopo per le classi disagiate inizierebbe comunque il supplizio dell’ulteriore impoverimento, dovuto a un governo apparentemente di centro-sinistra ma in realtà neoliberista.
A questo punto la situazione è pressoché disperata. Per affrontare “da sinistra” e in modo non deprimente le prossime elezioni occorrerebbe che si verificassero condizioni al limite dell’impossibile: che il Movimento 5 Stelle si posizionasse decisamente a sinistra con un adeguato programma e una sicura coscienza; che formazioni come Sinistra italiana, come la Fondazione Carlo Rosselli, come il gruppo “Prima le persone” e come tutti gli altri innumerevoli gruppi e gruppuscoli orfani della sinistra, in cui sono rintanati molti intellettuali di prima qualità, si aggregassero almeno per un’alleanza tecnica, senza reciproci veti, in modo da sconfiggere le destre nei collegi maggioritari. Mal che vada, si avvierebbe così la lunga marcia verso le elezioni del 2027.

Sempre lui!

 

Sala & Tabacci
di Marco Travaglio
Stavamo per cascare nella trappola dello scoop della Stampa sul ruolo dell’ambasciata russa nella decisione di Salvini di negare la fiducia a Draghi. Poi ci ha aperto gli occhi una prova più rocciosa della smentita di Gabrielli: la firma di Jacopo Iacoboni. Noto negli ambienti del fantasy perché vede Putin dappertutto, anche nella siccità e nell’acidità di stomaco, il commissario Iacoboni è il segugio che smascherò la Mata Hari putinian-grillina Beatrice Di Maio, salvo scoprire che era la moglie di Brunetta (che ora si spera segua il marito nei Democratici Progressisti cari anche a Iacoboni). Del resto, se la caduta di Draghi l’avesse voluta Putin, il suo primo complice sarebbe Draghi, che vi si è impegnato molto più di lui: per fare un dispetto a Putin gli sarebbe bastato non insultare la Lega e i 5Stelle mentre chiedeva loro la fiducia. Invece s’è sfiduciato da solo, putiniano che non è altro.
In attesa del prossimo scoop del commissario sul ruolo di Putin dietro la triade monnezza-cinghiali-incendi a Roma ora che non c’è più la Raggi, la notizia del giorno la dobbiamo al Foglio. Infatti riguarda un fenomeno clandestino quasi quanto il Foglio: il Partito dei Sindaci che impegna Di Maio, Tabacci e Sala. Impegno comprensibile per Di Maio e Tabacci, a caccia di un posto al sole e soprattutto a sedere; meno per Sala, che già fa il sindaco. Tabacci porta il simbolo Centro democratico che, già presente in altre elezioni (dal Pleistocene), non necessita di firme e viene offerto ogni volta in franchising al bisognoso di turno: nel 2018 la Bonino, ora i postulanti dimaiani che, non arrivando a 73,5 elettori, 73.500 firme se le scordano. Lo scopo dichiarato è “dare voce ai 2mila sindaci per Draghi”. Ma, nota sconsolato il Foglio, “all’accordo manca il punto fondamentale: trovarli questi benedetti sindaci. Almeno uno”. Be’, dài, almeno un paio su 2mila si troveranno, no? No: “Nessuno vuol fare la figura del fesso che mette la faccia su un cartello che rischia di servire solo a rieleggere Di Maio, Tabacci e qualche altro fedelissimo” (un pensiero commosso alla Azzolina e agli altri 62 geni che fanno da poltrona a Giggino). Si dava per scontato Pizzarotti (che fra l’altro non è sindaco), ma si defila persino lui: “Non ho aderito a progetti elettorali”. Ah ecco. Sala sindaco lo è, ma proprio per questo non può: “Do una mano a Di Maio, ma non farò parte di nulla”. Mannaggia. “Manca il front runner”, qualunque cosa significhi: Sala potrebbe prestare Stefano Boeri, che però fa l’architetto, non il sindaco. E andrebbe perlomeno interpellato: mica è un ficus. La notizia più ferale è che si sta scoglionando pure Tabacci: “Non parlo di cose elettorali, non ho tempo da perdere, sto lavorando al Cipess”. O al Cipress.