mercoledì 27 luglio 2022

L'Amaca

 

La carrozzina e la prateria
DI MICHELE SERRA
Il vecchio signore in carrozzina che va in Canada a chiedere scusa ai nativi nordamericani, soggiogati, derubati e decimati dai cristiani d’Europa, commuove e consola. Gesto non dovuto, dunque gesto molto voluto.
Lascia capire che i tempi del pensiero, quando il pensiero è profondo, sono lunghi, reggono il passo dei secoli, non tengono in alcun conto le convenienze e le piccole ragioni.
Quello del Papa è un omaggio non preteso, non imposto da alcuna agenda politica.
Evoca tragedie lontane, consumate, già molto prima del Novecento, nel vortice della smisurata energia, avidità, ambizione dell’uomo bianco in cerca del suo bottino.
I morti parevano presenti, nella sconfinata distesa d’erba attorno al Papa in carrozzina. Li si sentiva respirare. I guerrieri come i bambini, come le donne derubate dei figli per “civilizzarli”. Perché proprio così avvenne, e per quella gente la croce e il Winchester furono comunque due strumenti della stessa sottomissione (che è l’esatto contrario, lo ha detto il capo della Chiesa, dell’evangelizzazione).
Quanto al vecchio, la sua immobilità, in quegli immensi spazi, non gli è stata d’impiccio. Chinava la testa, ornata di penne alla maniera degli “indiani”, e chiudeva gli occhi. Negli scampoli di telegiornale dedicati a quel viaggio, schivando le tonnellate di notizie elettorali, di facce di politici intenti a dire “io”, di altre vecchiaie assai meno decorose, ci è sembrato che quella carrozzina appartenesse alla prateria, e il suo cavaliere conoscesse il suono del vento e del galoppo.

martedì 26 luglio 2022

Avatar


Sto seguendo su La7 uno che assomiglia ad un altro che qualche tempo fa s’affacciò dal balcone annunciando la fine della povertà e che un’altra volta andò a stringere la mano ai gilet gialli francesi, e che ha sempre combattuto quelli che d’attaccano alle poltrone. Questo avatar poverino sembra un mix tra Forlani, Fanfani e il Gobbo. Preferivo quell’altro.

Abnormità



Pare che un innovativo corso di autostima, ancora da testare scientificamente, sia sfuggito di mano agli sperimentatori, creando degli abnormi palloni gonfiati, tra cui spicca un pariolino ex ferrarista, ex assistente di Montezemolo a Confindustria, battuto e sbeffeggiato a quasi tutte le elezioni a cui ha partecipato, ma ora, a causa del corso degenerato, auto convintosi di essere un politico in grado di guidare una nazione, e la sfortuna ha voluto che incontrasse un sonnolento leader di quello che fu un partito di sinistra, il quale crede che un’accozzaglia di nanetti insulsi possa arrestare l’ascesa del “nero perdisempre.” Attualmente l’ambiente scientifico brancola nel buio.

In ricordo

 

Don Gianluigi Bagnasco, scomparso ieri, era una figura di sacerdote atipica, di quelle che la letteratura sforna ogniqualvolta si voglia insaporire un testo con il profumo della figura di un prete. 

Apparentemente sulle sue, don Gianluigi era irrorato di una venatura d'allegria che faticavi a trovare ma che una volta scoperta, ti faceva vieppiù apprezzare aspetti apparentemente faticosi, in primis le sue prediche, di una lunghezza a volte inducente alla micro pennichella di cui sono da tempo immemore portatore sano. 

Fu lui che, per una misteriosa e mai compresa serie di eventi, accolse negli anni 80 la mia richiesta di assaporare il seminario, in una domenica d'estate in cui col motorino mi recai nella parrocchia di S.Stefano per molti anni da lui retta. Di quel momento ricordo la sua pacatezza, l'agevolazione leggera impressami a tentare di comprendere se quel sentimento si sarebbe in seguito trasformato in vocazione. 

Non si intromise mai nella ricerca, rimase quasi con timidezza ai margini della mia avventura, venendomi a trovare solo una volta nei pochi mesi trascorsi a Sarzana, con raro tatto e soffice presenza per nulla ingombrante. 

Nella casa diocesana di Cassego don Gianluigi partecipava a qualche campo estivo, senza mai perdersi la settimana delle famiglie a cavallo di Ferragosto. Ricordo che un anno, che non saprei fissare temporalmente, al termine della messa, e della sua interminabile omelia, decidemmo di fare una partita, schierandoci in formazioni comprendente da una parte lui e dall'altra il suo alter ego, don Paolo, alias Cassego in persona. Ad un certo momento della gara, don Gianluigi spedì in orbita il pallone e subito, gli partì un grido con il versetto evangelico "Cercate le cose di lassù!" tra il divertimento generale. 

Ha sempre vissuto da sacerdote la sua esistenza terrena, collaborando in pieno al misterioso progetto divino. 

Ora che è entrato nella Bellezza lo voglio salutare sperando che, nel gaudio avvolgente in cui vivrà l'eternità, ci invii rinforzini, possibilmente brevi, per proseguire la strada sconnessa che un giorno, chissà, dovrebbe congiungersi al Tutto! 

Vivi nella Gioia don!    

Illogicamente auguri



Oggi sono misteriosamente 79!! Auguri Sir Mick!

Rivotiamoli!



Ci sto facendo un pensierino, soprattutto perché diventa vitale sostenere ella ed ello, ad un passo dall’estinzione. Girerei per i lidi assolati cercando di convincere turisti ed indigeni sulla necessità di continuare ad avere in parlamento due come loro, caparbi, inflessibili, mai fuori dai confini di quella impavida forma di sinistra progressista che tanto bene ha profuso durante la rinascimentale Era del Ballismo! Dammi il 5 e speriamo che il popolo rielegga due come loro! Quasi quasi m’iscrivo…

Letta letto da Daniela

 

Letta dagli occhi di tigre si crede rocky, ma è sordi

DI DANIELA RANIERI

In vista del campo larghissimo con dentro cani e porci (non è un’offesa: è un modo per dire “tutti dentro senza eccessive schizzinosità”, abbiamo molto rispetto e di cani e di porci), Enrico Letta si sta già renzizzando: “Io ho gli occhi di tigre. Chiederò a tutti i candidati di avere gli occhi di tigre”, ha detto. Altrimenti perché, se non per far sentire a casa il più grande sfornatore di slogan-baggianate d’Italia, raggiungere tali vette di albertosordismo?

Ma forse Letta vuole significarci qualcosa con codesta metafora. Scartato subito il richiamo alla tigre di Blake e alla sua “spaventosa simmetria” (figuriamoci, il Pd è il partito del midcult, mica della cultura vera), non resta che l’ovvia citazione pop di Rocky III: “Non puoi vincere, Rocky: quel tizio (la Meloni, ndr) ti fa secco nel giro di tre round! Ha la fame di un bulldog!”; poi Rocky si allena con la canzone The eye of the tiger e vince.

O vuole trasmettere il fuoco sacro di fare politica che lo abita, peraltro già evidentissimo col contributo di lotta di classe dato dal Pd al governo Draghi? O è un modo di mettere paura all’avversario, tipo danza maori della nazionale di rugby neozelandese?

Dalle parole di Letta non si cava molto. Le riportiamo testuali: “Occhi di tigre non sono una frase fatta, ma il modo col quale noi, che siamo consapevoli di essere dalla parte della ragione e siamo consapevoli anche che sarà da come gli italiani ci vedranno in azione che le nostre proposte diventeranno vincenti oppure no”. Mah.

Non avendo contatti diretti con chi gli cura la comunicazione, dobbiamo arrangiarci con le supposizioni. Esiste una pietra detta “occhio di tigre” che tiene lontana la iella; che Letta si sia dato alla cristalloterapia? È una cosa Zen, il verso di un haiku, un consiglio di Osho? Letta ha fatto l’i-Ching e gli è uscito l’esagramma 27 (“Scrutare in giro con occhi attenti come una tigre in brama insaziabile”)? È andato al bioparco e alla sezione grandi felini ha pensato “che paura gli occhi della tigre!, se ci fosse qui Giorgia Meloni si spaventerebbe moltissimo”? Ma poi perché la tigre, e non, ad esempio, il dragone, a proposito di brama insaziabile per il Pnrr e del brivido bollente suscitato dall’agenda Draghi? Forse è un rovesciamento del giaguaro da smacchiare di Bersani, lì dove la bestia era Berlusconi, mentre qui ci si imbestia per sbranare la destra (o il M5S?). Chissà. Ma magari è solo un titolo da gettare in pasto ai giornali, che infatti ci si sono avventati, non avendo il Pd uno straccio di programma (anzi ce l’ha: quello di Draghi-Renzi-Di Maio-Calenda-Bonino-Brunetta-Gelmini-Toti-Carfagna), come si avventarono il giorno del suo insediamento sulla formuletta “anima e cacciavite” (a proposito, dove stanno? Che ci ha fatto, Letta? L’anima l’ha data al governo Draghi, che ne abbondava, specie nei confronti dei poveracci, ma il cacciavite? L’avrà rubato qualcuno alla buvette?).

Naturalmente a nessuno viene in mente di chiedere a Letta (che di preferenza i manifesti li pubblica sul Foglio, il giornale più neo-liberista d’Italia, che però campa con gli aiuti statali), come mai finora ha remato contro il Reddito di cittadinanza e il Decreto dignità, e sul salario minimo è stato a dir poco reticente, e adesso parla impunemente di “agenda sociale” con quel po’ po’ di compagnia di giro.

Siccome si sentiva troppo sbilanciato sul marxismo-leninismo, per coprirsi un po’ a destra Letta dà del traditore” (della Patria) a chi non ha votato la fiducia a Draghi, e in un’intervista a Repubblica butta lì due intramuscolo mezze fasce, “serietà e patriottismo”.

Nel frattempo (su idea di Casini, pare) ha trovato un nome per l’assembramento promiscuo: “Democratici e progressisti”. È già qualcosa: non Autocratici e Conservatori, non Monarchici e Retrogradi, non Oligarchici e Misoneisti: Democratici (Meloni non è democratica?) e Progressisti (o piuttosto sviluppisti?). Un nome che andrebbe bene per qualunque formazione, perfetto per una lista che accoglie tutti, da Gelmini a Speranza a Fratoianni (quest’ultimo solo se Calenda vuole: forte del suo 0,4% alle ultime Comunali, detta lui le condizioni). Una nota seria in tanta pochade: ci si dispera perché con questa legge elettorale la destra avrà la maggioranza dei parlamentari e potrà cambiare la Costituzione. Ci si dimentica che dopo Berlusconi l’ultimo che voleva cambiare la Costituzione, in senso esecutivista e autoritario, è stato Renzi, che allora fu bloccato da 20 milioni di italiani, e che Letta adesso si rimetterebbe serenamente in casa.

Così alle prossime elezioni avremo l’imbarazzo della scelta: una destra guidata da una figlioccia di Almirante, a capo di un partito pieno di arrestati per ’ndrangheta e altre prelibatezze, o una destra centrista neo-liberista con scartine della politica e il santino di un banchiere nel portafoglio.