martedì 26 luglio 2022

In ricordo

 

Don Gianluigi Bagnasco, scomparso ieri, era una figura di sacerdote atipica, di quelle che la letteratura sforna ogniqualvolta si voglia insaporire un testo con il profumo della figura di un prete. 

Apparentemente sulle sue, don Gianluigi era irrorato di una venatura d'allegria che faticavi a trovare ma che una volta scoperta, ti faceva vieppiù apprezzare aspetti apparentemente faticosi, in primis le sue prediche, di una lunghezza a volte inducente alla micro pennichella di cui sono da tempo immemore portatore sano. 

Fu lui che, per una misteriosa e mai compresa serie di eventi, accolse negli anni 80 la mia richiesta di assaporare il seminario, in una domenica d'estate in cui col motorino mi recai nella parrocchia di S.Stefano per molti anni da lui retta. Di quel momento ricordo la sua pacatezza, l'agevolazione leggera impressami a tentare di comprendere se quel sentimento si sarebbe in seguito trasformato in vocazione. 

Non si intromise mai nella ricerca, rimase quasi con timidezza ai margini della mia avventura, venendomi a trovare solo una volta nei pochi mesi trascorsi a Sarzana, con raro tatto e soffice presenza per nulla ingombrante. 

Nella casa diocesana di Cassego don Gianluigi partecipava a qualche campo estivo, senza mai perdersi la settimana delle famiglie a cavallo di Ferragosto. Ricordo che un anno, che non saprei fissare temporalmente, al termine della messa, e della sua interminabile omelia, decidemmo di fare una partita, schierandoci in formazioni comprendente da una parte lui e dall'altra il suo alter ego, don Paolo, alias Cassego in persona. Ad un certo momento della gara, don Gianluigi spedì in orbita il pallone e subito, gli partì un grido con il versetto evangelico "Cercate le cose di lassù!" tra il divertimento generale. 

Ha sempre vissuto da sacerdote la sua esistenza terrena, collaborando in pieno al misterioso progetto divino. 

Ora che è entrato nella Bellezza lo voglio salutare sperando che, nel gaudio avvolgente in cui vivrà l'eternità, ci invii rinforzini, possibilmente brevi, per proseguire la strada sconnessa che un giorno, chissà, dovrebbe congiungersi al Tutto! 

Vivi nella Gioia don!    

Illogicamente auguri



Oggi sono misteriosamente 79!! Auguri Sir Mick!

Rivotiamoli!



Ci sto facendo un pensierino, soprattutto perché diventa vitale sostenere ella ed ello, ad un passo dall’estinzione. Girerei per i lidi assolati cercando di convincere turisti ed indigeni sulla necessità di continuare ad avere in parlamento due come loro, caparbi, inflessibili, mai fuori dai confini di quella impavida forma di sinistra progressista che tanto bene ha profuso durante la rinascimentale Era del Ballismo! Dammi il 5 e speriamo che il popolo rielegga due come loro! Quasi quasi m’iscrivo…

Letta letto da Daniela

 

Letta dagli occhi di tigre si crede rocky, ma è sordi

DI DANIELA RANIERI

In vista del campo larghissimo con dentro cani e porci (non è un’offesa: è un modo per dire “tutti dentro senza eccessive schizzinosità”, abbiamo molto rispetto e di cani e di porci), Enrico Letta si sta già renzizzando: “Io ho gli occhi di tigre. Chiederò a tutti i candidati di avere gli occhi di tigre”, ha detto. Altrimenti perché, se non per far sentire a casa il più grande sfornatore di slogan-baggianate d’Italia, raggiungere tali vette di albertosordismo?

Ma forse Letta vuole significarci qualcosa con codesta metafora. Scartato subito il richiamo alla tigre di Blake e alla sua “spaventosa simmetria” (figuriamoci, il Pd è il partito del midcult, mica della cultura vera), non resta che l’ovvia citazione pop di Rocky III: “Non puoi vincere, Rocky: quel tizio (la Meloni, ndr) ti fa secco nel giro di tre round! Ha la fame di un bulldog!”; poi Rocky si allena con la canzone The eye of the tiger e vince.

O vuole trasmettere il fuoco sacro di fare politica che lo abita, peraltro già evidentissimo col contributo di lotta di classe dato dal Pd al governo Draghi? O è un modo di mettere paura all’avversario, tipo danza maori della nazionale di rugby neozelandese?

Dalle parole di Letta non si cava molto. Le riportiamo testuali: “Occhi di tigre non sono una frase fatta, ma il modo col quale noi, che siamo consapevoli di essere dalla parte della ragione e siamo consapevoli anche che sarà da come gli italiani ci vedranno in azione che le nostre proposte diventeranno vincenti oppure no”. Mah.

Non avendo contatti diretti con chi gli cura la comunicazione, dobbiamo arrangiarci con le supposizioni. Esiste una pietra detta “occhio di tigre” che tiene lontana la iella; che Letta si sia dato alla cristalloterapia? È una cosa Zen, il verso di un haiku, un consiglio di Osho? Letta ha fatto l’i-Ching e gli è uscito l’esagramma 27 (“Scrutare in giro con occhi attenti come una tigre in brama insaziabile”)? È andato al bioparco e alla sezione grandi felini ha pensato “che paura gli occhi della tigre!, se ci fosse qui Giorgia Meloni si spaventerebbe moltissimo”? Ma poi perché la tigre, e non, ad esempio, il dragone, a proposito di brama insaziabile per il Pnrr e del brivido bollente suscitato dall’agenda Draghi? Forse è un rovesciamento del giaguaro da smacchiare di Bersani, lì dove la bestia era Berlusconi, mentre qui ci si imbestia per sbranare la destra (o il M5S?). Chissà. Ma magari è solo un titolo da gettare in pasto ai giornali, che infatti ci si sono avventati, non avendo il Pd uno straccio di programma (anzi ce l’ha: quello di Draghi-Renzi-Di Maio-Calenda-Bonino-Brunetta-Gelmini-Toti-Carfagna), come si avventarono il giorno del suo insediamento sulla formuletta “anima e cacciavite” (a proposito, dove stanno? Che ci ha fatto, Letta? L’anima l’ha data al governo Draghi, che ne abbondava, specie nei confronti dei poveracci, ma il cacciavite? L’avrà rubato qualcuno alla buvette?).

Naturalmente a nessuno viene in mente di chiedere a Letta (che di preferenza i manifesti li pubblica sul Foglio, il giornale più neo-liberista d’Italia, che però campa con gli aiuti statali), come mai finora ha remato contro il Reddito di cittadinanza e il Decreto dignità, e sul salario minimo è stato a dir poco reticente, e adesso parla impunemente di “agenda sociale” con quel po’ po’ di compagnia di giro.

Siccome si sentiva troppo sbilanciato sul marxismo-leninismo, per coprirsi un po’ a destra Letta dà del traditore” (della Patria) a chi non ha votato la fiducia a Draghi, e in un’intervista a Repubblica butta lì due intramuscolo mezze fasce, “serietà e patriottismo”.

Nel frattempo (su idea di Casini, pare) ha trovato un nome per l’assembramento promiscuo: “Democratici e progressisti”. È già qualcosa: non Autocratici e Conservatori, non Monarchici e Retrogradi, non Oligarchici e Misoneisti: Democratici (Meloni non è democratica?) e Progressisti (o piuttosto sviluppisti?). Un nome che andrebbe bene per qualunque formazione, perfetto per una lista che accoglie tutti, da Gelmini a Speranza a Fratoianni (quest’ultimo solo se Calenda vuole: forte del suo 0,4% alle ultime Comunali, detta lui le condizioni). Una nota seria in tanta pochade: ci si dispera perché con questa legge elettorale la destra avrà la maggioranza dei parlamentari e potrà cambiare la Costituzione. Ci si dimentica che dopo Berlusconi l’ultimo che voleva cambiare la Costituzione, in senso esecutivista e autoritario, è stato Renzi, che allora fu bloccato da 20 milioni di italiani, e che Letta adesso si rimetterebbe serenamente in casa.

Così alle prossime elezioni avremo l’imbarazzo della scelta: una destra guidata da una figlioccia di Almirante, a capo di un partito pieno di arrestati per ’ndrangheta e altre prelibatezze, o una destra centrista neo-liberista con scartine della politica e il santino di un banchiere nel portafoglio.

Analisi perfetta

 

La Direzione
di Marco Travaglio
Ogni volta che il Pd tiene una Direzione, si capisce meglio cos’è un ossimoro, trattandosi di un partito nato senza una direzione e peggiorato strada facendo. Ma quella di oggi sarà utile: non per capire la direzione del Pd (fatica sprecata), ma per intuire le ragioni delle alleanze di Letta: sì a LeU; sì a Renzi, Calenda e Di Maio; sì a Brunetta, Gelmini e Carfagna; no al M5S. Una scelta demenziale per motivi pratici, etici e politici.
Motivi pratici. Il Rosatellum è un misto di proporzionale e di maggioritario che può dare la maggioranza assoluta dei seggi al partito o alla coalizione che supera il 40%. Una legge orrenda, votata da Pd, FI e Lega con i no di M5S, Leu e FdI. Ma, siccome non è stata cambiata, è con quella che si gioca. Tutti i dati confermano che, contro le destre unite (almeno fino al 25 settembre), non c’è partita, salvo che tutti gli altri si coalizzino (almeno fino al 25 settembre). Altrimenti non solo Meloni sarà legittimamente premier, ma le destre potranno superare i due terzi dei seggi e cambiarsi la Costituzione senza referendum. Unire Pd, M5S, partitini di centro e di sinistra è difficile: ma chi dice di voler battere le destre dovrebbe almeno provarci, partendo da chi ha più voti. Il Pd è al 22%, il M5S al 10-12, tutti gli altri sotto il 3-4: chi butta via il 10-12% vuole perdere.
Motivi etici. Il trasformismo (348 cambiacasacca nella scorsa legislatura, 290 in questa) è, al netto dei reati, il peccato mortale della politica, che gonfia qualunquismo e astensionismo. Anziché scoraggiarli, Letta premia i voltagabbana: Calenda e Renzi, eletti col Pd e messisi in proprio (alleandosi con la destra per far perdere Regioni e Comuni al Pd); Di Maio&C. e il trio Brunetta-Gelmini-Carfagna, eletti con M5S e con FI e fuggiti con le poltrone.
Motivi politici. Letta non vuole il M5S perché ha negato la fiducia al governo Draghi (senza però rovesciarlo: per quello sono stati determinanti Lega e FI). Ma vuole Renzi, che nel 2014 rovesciò il governo Letta (da segretario del Pd) e nel ’21 il Conte-2 (da leader scissionista di Iv). Ma il Letta e il Conte-2 erano di centrosinistra, mentre il Draghi era un governissimo destra-centro-sinistra. È più grave mettere in crisi (fra l’altro con 9 proposte progressiste e a fine legislatura) un governo con Lega e FI che due governi progressisti? E che senso ha legare al governo Draghi le alleanze elettorali del Pd? Se Lega e FI avessero confermato la fiducia a Draghi, il Pd imbarcherebbe pure loro? Per votare la fiducia, Conte chiedeva a Draghi il salario minimo e la conferma del Rdc, che Renzi, Calenda e Brunetta vogliono radere al suolo come FI, Lega e FdI. Davvero Letta pensa di battere le destre alleandosi con chi ha il loro stesso programma?

L'Amaca

 

Due piccioni con una fava
DI MICHELE SERRA
Meloni non si deve offendere, l’antifascismo — almeno fuori dall’Italia — è tutt’altro che un dettaglio, e la sua formazione politica è stata tutta interna al neofascismo, così come la fiamma inclusa nel simbolo di Fratelli d’Italia testimonia e rivendica. Ovvio, dunque, che in Europa e in America ci si facciano delle domande che non basta liquidare come tendenziose. La diffidenza contro il nazionalismo di destra è un prezzo da pagare alla domanda di ammissione al famoso Occidente e ai suoi valori. A meno di prendere esempio dal Salvini, che di queste cose se ne frega, Meloni capisca il problema e tenti magari di risolverlo, perché risolto non è.
Per contro, è verissimo che non conviene, a sinistra, insistere sull’antimelonismo (che suona anche ridicolo) come perno della campagna elettorale. Dire che cosa non si vuole (lo spiegava bene Giacomo Papi su questo giornale) non è uguale a dire che cosa si vuole, e anzi, lascia sospettare che si parli tanto del nemico pur di non dire che cosa si vuole combinare tra amici, ammesso che nel centrosinistra, su dieci leader, almeno due possano dirsi amici. Da molti anni la sinistra è, per dirla banalmente, la non-destra, e questa vaghezza non le giova. Individuare quattro o cinque punti programmatici forti non basterebbe a mettere d’accordo tutti i galli nel pollaio; ma almeno i galli litigherebbero su cose che si capiscono e non sulle beghe personali, o su vaghi presupposti ideologici.
Ci vorrebbero quattro o cinque cose facili da capire. La prima, a me pare, è far pagare le tasse a tutti, i classici due piccioni con una fava: niente è più democratico, e niente aiuta a capire la differenza con la destra, specie quella del Salvini e del Berlusca, idoli degli evasori.

Allarmi son fascisti!

 

Questo articolo di Repubblica è a firma Paolo Berizzi, il quale ha ricevuto minacce via social dai gruppi neri che pullulano in rete. Solidarietà piena al giornalista, con la speranza che l'antifascismo italiano si metta in moto al più presto per contrastare il pericolo imminente del ritorno dei fascisti al governo.

Voti e saluti romani quel filo mai reciso tra CasaPound e FdI
Ancora nel 2019 Ignazio La Russa partecipava alla kermesse delle “tartarughe nere”. Le frequentazioni di Meloni con Jonghi
DI PAOLO BERIZZI
MILANO — Eccoli, Giorgia Meloni e il “Barone nero” Roberto Jonghi Lavarini. «Grazie Roberto!» sorride la leader FdI, la mano sul braccio del neofascista milanese sostenitore della “razza tedesca” e del partito sudafricano pro-apartheid; già condannato a due anni per apologia del fascismo aggravata dall’odio razziale, bannato persino dal social russo VK e già citato su Stormfront, il forum neonazi chiuso in Italia. Lavarini è l’uomo al centro - insieme a Carlo Fidanza, sono entrambi indagati dell’inchiesta della Procura di Milano sulla “lobby nera” che ha sostenuto i “patrioti” alle ultime elezioni amministrative. Ma torniamo all’incontro. Pasticceria San Gregorio, Milano. Il pasticcere offre una busta con dei dolci a Meloni: «Da parte di Roberto». Lei ringrazia. “Giorgia” e “Roberto” chiacchierano, sorridono: c’è appena stato il brindisi coi camerati. È una delle tante istantanee nelle quali, tra 2017 e 2018, la donna che si candida per Palazzo Chigi compare a fianco del noto esponente dell’estrema destra lombarda. Anche a eventi pubblici. Cresciuto all’ombra di Ignazio La Russa, Jonghi, nel 2018, è candidato alla Camera da FdI. Candidato perché, da anni, è uomo di raccordo tra la destra in doppiopetto e gli ambienti neri di Milano. Candidato nonostante, o forse proprioin virtù, del curriculum. Mussoliniano, paladino del saluto romano, tra le dichiarazioni si possono ricordare: «Mussolini è stato troppo morbido coi suoi oppositori»; «l’Olocausto? Tutto va riscritto e contestualizzato»; «l’olio di ricino è salutare»; «c’è una lobby ebraica»; «se mia figlia sposasse un ebreo interverrei… Lei sarebbe contento se sua figlia sposasse un negro, un drogato o un ebreo?». Parole del 2014, seguirà condanna. Ma nel 2017, quando gira con Meloni, il “Barone nero” non ha abbassato i toni. Fa il saluto romano al campo X del cimitero Maggiore dove sono sepolti i caduti della Rsi; sostiene che le leggi razziali «sono state applicate all’acqua di rose». Frasi che, in teoria, dovrebbero confliggere con quel che Giorgia Meloni afferma a ottobre 2021, è appena scoppiata l’inchiesta “lobby nera”: «In FdI non c’è spazio per atteggiamenti ambigui sull’antisemitismo e sul razzismo, e per il paranazismo da operetta». Già. Però la parola “fascismo”, la presidente dei Conservatori e riformisti europei, non la pronuncia. Né lo ha mai condannato, Meloni, il fascismo. Ad ogni modo: il neonazifascista e razzista Jonghi perchè non le sta alla larga? Perché nel 2021 raccoglie voti, insieme a Fidanza, per Chiara Valcepina, candidata al consiglio comunale diMilano?
Le ambiguità del partito della fiamma. I gesti e le dichiarazioni nostalgiche di dirigenti, ammini-stratori, deputati. Le interlocuzioni con partiti e movimenti di estrema destra. Una storia che, al netto delle smentite della leader, continua. Prendi le sponde con CasaPound. Sabato 7 settembre 2019, festa nazionale (“Direzione rivoluzione”) delle tartarughe nere a Verona. Tra gli ospiti FdI mandati alla kermesse neofascista la star è il vicepresidente del Senato, Ignazio Benito Maria La Russa. Eccolo accanto a Simone Di Stefano, Luca Marsella e all’assessora regionale Elena Donazzan, quella che canta “Faccetta nera” in radio. «Bisogna unire il fronte sovranista » dice La Russa. Su Casa-Pound è tenerissimo: «Un movimento che è stato emarginato dai Soloni di questa Repubblica». Emarginato? Le cronache giudiziarie dicono altro. CPI è sotto inchiesta per tentata ricostituzione del partito fascista e violenze. In una sua sede a Maccarese, l’anno scorso, la polizia ha sequestrato altarini dedicati ai nazisti Priebke e Himmler. Idoli? Ad applaudire La Russa a Verona c’è Andrea Bonazza, ex consigliere comunale a Bolzano, anche lui relatore. Uno che si presentava in aula indossando una felpa con la scritta “Charlemagne”, la divisione francese delle SS naziste. Esponenti FdI sono sempre stati accolti calorosamente dai “fascisti del terzo millennio”. All’edizione 2021 di “Direzione rivoluzione” c’era l’eurodeputato Vincenzo Sofo.
Ma il colpaccio è stato il La Russa veronese. Dall’intervento del cofondatore: «Questo mondo deve parlarsi di più perché l’obiettivo è comune e si identifica in quello slogan “prima gli italiani”, che è stato lanciato da Giorgio Almirante ». Lo slogan, dunque. Alla vigilia del congresso nazionale del 2017 a Trieste, quando le chiedono di quel “Prima gli italiani”, all’epoca spot di CasaPound, Meloni taglia corto: «Qui se ci mettiamo a fare la guerra a chi si copia non ne usciamo più». Sarà. Ma il problema, per FdI, è un altro: le ombre nere. Repubblica le ha raccontate domenica. I big del partito, a partire dai fondatori Meloni, La Russa e Crosetto, si sono irritati.
Ieri, ospite di Metropolis, format online del Gruppo Gedi, il deputato FdI Giovanni Donzelli ha dichiarato: «Non abbiamo niente a che fare con il fascismo. Prendiamo le distanze da chiunque pensi di riportare il fascismo in Italia». Lo ha detto dopo avere negato l’evidenza anche plastica di alcuni degli episodi raccontati, sul tema, da questo giornale.