sabato 16 luglio 2022

Tomaso Montanari

 

Grazie ai 5S, il re Draghi è nudo. Ora si torni alla Costituzione
DI TOMASO MONTANARI
Dunque, i barbari non si sono del tutto civilizzati. È con queste, rammaricate, parole che l’eterno establishment della Città Eterna commenta in queste ore il colpo di coda di Conte e del Movimento 5 Stelle. La scissione telecomandata di Di Maio non è bastata a disinnescare la mina: e il resto l’ha fatto l’intemperanza del presidente del Consiglio. Non sapevano trovare le parole per dirlo, i grandi giornali genuflessi al doppio soglio chigiano e quirinalizio: ma si è capito che questa volta i due nonni della patria non sono in perfetto accordo, con Mattarella che prova a ricordare a Draghi che la fiducia l’ha avuta, e Draghi che non depone la stizza nemmeno quando il capo dello Stato lo manda “a riflettere” (come si fa con i bambini della scuola materna). Draghi non è uomo abituato ad essere contraddetto, si è chiosato con la solita untuosa cortigianeria. E dunque ciò che davvero è imperdonabile, ciò che determina davvero la crisi di governo, è la lesa maestà: e, si sa, per il crimen maiestatis le teste dei rei devono rotolare senza indugio.
È proprio questa la nudità del re Draghi che gli incorreggibili grillini hanno svelato: e cioè la dimensione personale, personalistica, di questa leadership “che tutto il mondo ci invidia”. Questo significava, dunque, la famosa formula di “un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica” usata dal presidente Mattarella. L’assenza di formula politica significa che se una delle forze politiche che sono chiamate a dare la fiducia al governo (questo fastidioso rituale che re Draghi si degna di accettare purché sia un simbolico residuo di un passato in cui vigeva quella curiosa e sorpassata usanza che i libri di storia chiamano “democrazia”) si permette di condizionare quella fiducia ad una specifica piattaforma politica che sottopone al presidente del Consiglio attendendone una risposta, e se poi, in assenza di risposta, quella forza politica non partecipa al voto di fiducia, non volendo sfiduciare il governo ma nemmeno accordargli di nuovo la fiducia senza aver avuto risposte chiare e impegnative: ebbene, allora si compie il crimine di lesa maestà, e il monarca sdegnato spezza lo scettro e maledice i reprobi fino alla quarta generazione.
Lo scandalo è che il partito uscito dalle urne come quello di maggioranza relativa in Parlamento pretenda di influenzare la politica del governo che sostiene, perché – come ha scritto Conte nel documento consegnato a Draghi – “non ci sentiamo più di rinunciare a esprimere e a far valere le nostre posizioni, in nome di una generica ‘responsabilità’, che di fatto rischia di coincidere con un atteggiamento remissivo e ciecamente confidente rispetto a processi decisionali di cui, purtroppo, veniamo messi al corrente solo all’ultimo”. E qui non rileva neppure che i punti di quel documento siano tutti (dalla difesa del reddito di cittadinanza al salario minimo, all’avversione al riarmo al blocco dei licenziamenti, al contrasto al precariato) perfettamente legittimi (e anzi in linea, a dirla tutta, con i valori fondanti della Costituzione della Repubblica). Il punto, ancora più a monte, è che l’esistenza stessa di questo documento contesta di fatto una prassi di governo fuori da ogni fisiologia costituzionale, tutta affidata a un uomo solo e al suo staff, completamente fuori dal controllo delle forze politiche e del Parlamento. È questo l’imperdonabile peccato di hybris per cui il sommo sacerdote dell’oligarchia si è stracciato le vesti gridando alla bestemmia: e quella bestemmia si chiama democrazia parlamentare.
Se le cose stanno così, e cioè se il re accetta di rimettersi la corona solo a patto che il suo regno sia assoluto, il Movimento farebbe malissimo a rimangiarsi la pur timida voce con cui, dopo un anno e mezzo, ha finalmente sussurrato che quel re è nudo.

Travaglio

 

C’è vita oltre Draghi
di Marco Travaglio
Unendoci al cordoglio delle prefiche inconsolabili che strillano per la prematura dipartita di Mario Antonietta, partecipiamo alle esequie con due domandine facili facili.
1. Posto che il capo dello Stato scioglie anzitempo le Camere solo quando non c’è più una maggioranza per formare un governo, in che senso “dopo Draghi c’è solo il voto”? Con l’astensione M5S, il governo Draghi ha appena avuto la fiducia dalla maggioranza assoluta di entrambi i rami del Parlamento. Ma, siccome è capriccioso, o s’è stufato, o teme i forconi, o ha pilates, il premier s’è dimesso. Mattarella ha respinto le dimissioni e l’ha rispedito alle Camere per mercoledì. E lì l’unico rischio che non corre è non avere la fiducia: avrà quella extralarge col M5S se accoglierà le 9 proposte di Conte; o quella più ridotta, ma comunque sufficiente, con tutti gli attuali alleati senza M5S. In questo caso dovrebbe fare ciò che si fa sempre: sostituire i ministri 5Stelle e continuare a governare. Ma potrebbe pure ritentare la fuga con dimissioni irrevocabili. Però la maggioranza esisterebbe comunque, salvo che un altro partitone (la Lega?) si sfilasse: nel qual caso, fine della maggioranza e della legislatura. Ma, se nessuno a parte il M5S si sfila, non si vede perché l’addio di Draghi porti alle urne. Mattarella dovrebbe proporre un altro premier alla maggioranza e lasciar decidere al Parlamento. Se i 5Stelle sono inaffidabili e infrequentabili, che aspettano gli altri a fare un governo senza di loro? Non ci pare di aver letto nella Costituzione che l’unico italiano su 59 milioni abilitato alla premiership sia Draghi: anzi, la Carta non fa proprio nomi.
2. L’indispensabilità di Draghi nasce da bizzarre leggende metropolitane sui suoi poteri taumaturgici al governo (in 17 mesi non ha combinato quasi nulla e quel poco era sbagliato, dalla giustizia al Covid, dalla guerra al riarmo al 2% del Pil stoppato da Conte) e sui mercati (lo spread è più basso ora che s’è dimesso di quando era in carica). Ma è stata smentita da lui stesso a Natale quando, per un altro capriccio, annunciò che la sua missione era compiuta e, da “nonno al servizio delle istituzioni” (o viceversa), ambiva a traslocare al Quirinale. E tutta la stampa, che fino ad allora voleva imbullonarlo al governo in saecula saeculorum, prese a bombardarci le palle per spedirlo a tagliar nastri lassù. Tanto, per Palazzo Chigi, uno valeva uno: andava bene pure tal Daniele Franco. Conte e Salvini si opposero perché un governo-ammucchiata guidato da altri era improbabile, se non impossibile. E furono lapidati. Ora, di grazia, com’è che il nonnetto che tutti volevano sloggiare da Palazzo Chigi e imbalsamare sul Colle è l’unico italiano su 59 milioni in grado di fare il presidente del Consiglio?

L'Amaca

 

I mercanti nel tempio
DI MICHELE SERRA
I virologi hanno preso esempio dai meteorologi, annota sconsolato il professor Burioni. E così abbiamo la prima variante del Covid che può fregiarsi di un nome epico-mitologico (Centaurus) così come le ondate di calore si chiamano Caronte, Nerone, Lucifero, per esaltarne la potenza nefasta e le terrifiche intenzioni.
“Narrazione più creativa — commenta Burioni — da parte di chi ha necessità di creare il panico e turbare la tranquillità della gente”. Mi permetto di dissentire da quest’ultima affermazione. A confezionare quelle che dovrebbero essere notizie scientifiche con un linguaggio da serie noir per adolescenti, non è l’intenzione di creare il panico. È il rastrellamento disperato, forsennato, con qualunque mezzo, dei clic che servono a monetizzare la notizia. Se i titoli delle edizioni on line dei quotidiani evolvono, implacabilmente, verso i modelli linguistici del giornalismo pulp del passato (tipo: sgozza la moglie davanti al babbo morente e poi va a ballare il twist con l’amante), è perché quel modello (a ben vedere ridicolo) ha sbaragliato ogni residua illusione che informare voglia dire informare, dunque non attirare l’attenzione a qualunque costo, e con qualunque mezzo, ma fornire una materia prima decente a chi vuole saperne di più e orientarsi. In questo quadro anche l’informazione scientifica (quella medico-sanitaria come quella meteorologica) purtroppo tende ad adeguarsi. È un business ingordo e secondo me disperato, perché avvelena i pozzi rendendo, alla lunga, poco credibile e poco appetibile la merce venduta. Ma funziona così. Per dirla secca, bisognerebbe cacciare i mercanti dal tempio: a patto di credere che ancora esistano templi, e valga la pena battersi per la loro salvezza.

Splendido Dibba!


di Alessandro Di Battista

Si appellano al senso di responsabilità quelli, che negli ultimi anni, sono stati responsabili solo del loro culo, tra l'altro flaccido come la loro etica.

Parlano di rispetto delle Istituzioni coloro i quali, soprattutto nell'ultimo anno e mezzo, hanno violentato la massima Istituzione del Paese, il Parlamento, togliendogli ogni dignità.

Parlano di “cose importanti ancora da fare” i responsabili dell'ignobile legge Cartabia (che ha fatto indignare tutti i magistrati antimafia), coloro che hanno portato avanti la strategia fallimentare delle armi e delle sanzioni, coloro che pensano che sovranità, Costituzione, diritti sociali, acqua pubblica e conflitto di interessi siano parole vuote, obsolete, addirittura eversive.

E soprattutto hanno il terrore delle elezioni tutti coloro che, giustamente, provano vergogna alla sola idea di salire su un palco, di parlare in pubblico, di fare una promessa ai cittadini dopo ignobili giravolte, dopo aver mentito al Popolo italiano, dopo aver utilizzato la politica esclusivamente per interesse personale. Costoro, prima di fare un comizio, dovrebbero chiedere alle loro scorte di sequestrare tutti i pomodori dai mercati rionali oppure dovrebbero parlare di spalle, anche se in molti, guardandogli i deretani riconoscerebbero all'istante i loro volti.

Vedremo cosa accadrà. Ad ogni modo se davvero dovesse cadere il governo dell'assembramento (io non sono così sicuro) sarebbe un'ottima notizia.

venerdì 15 luglio 2022

La penso così

 


Eccolo qui!

 

Whatever it mojito
di Marco Travaglio
Ci voleva il Migliore dei Migliori per regalarci una farsa che nemmeno l’inesauribile repertorio comico della politica italiana aveva mai sfornato: il premier riceve la fiducia dalla maggioranza assoluta delle due Camere e corre a dimettersi frignando “non gioco più, me ne vado”. Si può capire il logorio nervoso di un ex banchiere abituato ad atterrare dall’alto su poltrone monocratiche per comandare da solo e catapultato alla guida di un governo di destra-centro-sinistra. Ma, siccome è noto che non si assembrano partiti opposti senza una sopraffina abilità di mediazione, chi non se la sente rifiuta. Invece Draghi accettò: chi è causa del suo mal pianga se stesso. Peraltro di quel mal fu corresponsabile Mattarella, che diversamente da lui fa politica da 42 anni e il 2 febbraio 2021 impose un governo “senza formula politica” con “tutte le forze in Parlamento”: un governo di tutti (o quasi) che, come già quello di Monti, s’è rivelato ben presto il governo di nessuno.
La hybris di abolire le differenze soffocando la dialettica e lo scontro fra le idee, cioè di cancellare la politica spianando e riplasmando i partiti a immagine e somiglianza di Draghi era una pretesa tanto autoritaria quanto velleitaria. Infatti si è retta su continue lesioni costituzionali (Parlamento aggirato a suon di decreti e fiducie, cobelligeranza per procura in Ucraina ecc.), prove muscolari antidemocratiche (“O così o me ne vado”, “Io tiro dritto”, “Ne ho piene le tasche”, gné-gné). Ed è durata fin troppo. Poi, con l’approssimarsi delle elezioni, la politica – cioè il confronto-scontro fra idee e interessi diversi – s’è ripresa il suo posto. Anche per il montante malcontento popolare per il dolce far nulla di un governo paralizzato dai veti e dall’incapacità del premier di mediare e rispondere con prontezza alle crisi (dal Covid alla guerra alle auto-sanzioni). Ma anche dalla sua svogliata inerzia, divenuta rivalsa rancorosa dopo la mancata ascesa al Colle. Bastava prendere sul serio la sua autocandidatura natalizia per capire che Draghi cercava la fuga perché il progetto era fallito. In primavera riprovò a sganciarsi col pretesto dei no delle destre su catasto e balneari, ma ormai c’era la guerra e gli amici anglo-americani lo inchiodarono lì. Ora finalmente è riuscito a scansarsi prima che esploda l’autunno caldo. La crisi l’ha cercata lui, stracciando le bandiere M5S, avallando la scissione dimaiana, sparlando di Conte a Grillo, rifiutando di stralciare dal dl Aiuti inceneritore e norme contro Rdc e Superbonus e imponendo l’ennesima fiducia per addossare la colpa (anzi il merito) ai 5Stelle, infine raggelando Mattarella col gran rifiuto di ieri (allora la “formula politica” c’era eccome). Tutti evocavano il Papeete e nessuno capiva che lo stava preparando Draghi.

giovedì 14 luglio 2022

Ciao Eugenio!



Mi avvicinò all’amore per il quotidiano già nel 78 e, ricordo, per me molti articoli pubblicati sul suo giornale erano enigmi manifestanti la crassa ignoranza che ancora mi porto dietro, figlia di svogliatezza ed insensatezza adolescente. E quella pagina di cultura m’appassionava oltremodo, quasi come venissi catapultato in un pianeta lontano. Ricordo un suo articolo a difesa del mitico Enrico, in cui intercalava ritmicamente la frase “per noi che comunisti non siamo…” e i suoi quotidiani commenti che leggevo con a fianco un dizionario, scoprendo la beltà della nostra lingua. Strenuo difensore della propria indipendenza, combatté quasi da partigiano il tentativo d’assorbire il suo giornale da parte del Guappo. La canizie lo ha ammorbidito oltremodo, sfarinando alcuni principi che in epoche passate mi aveva convinto fossero dogmi. Resterà tuttavia un grande del giornalismo italiano, volato via con la fortuna, tenacemente conquistata, di essersi fatto trovare vivo al non rinviabile appuntamento di oggi. Ciao Eugenio!