sabato 16 luglio 2022

Splendido Dibba!


di Alessandro Di Battista

Si appellano al senso di responsabilità quelli, che negli ultimi anni, sono stati responsabili solo del loro culo, tra l'altro flaccido come la loro etica.

Parlano di rispetto delle Istituzioni coloro i quali, soprattutto nell'ultimo anno e mezzo, hanno violentato la massima Istituzione del Paese, il Parlamento, togliendogli ogni dignità.

Parlano di “cose importanti ancora da fare” i responsabili dell'ignobile legge Cartabia (che ha fatto indignare tutti i magistrati antimafia), coloro che hanno portato avanti la strategia fallimentare delle armi e delle sanzioni, coloro che pensano che sovranità, Costituzione, diritti sociali, acqua pubblica e conflitto di interessi siano parole vuote, obsolete, addirittura eversive.

E soprattutto hanno il terrore delle elezioni tutti coloro che, giustamente, provano vergogna alla sola idea di salire su un palco, di parlare in pubblico, di fare una promessa ai cittadini dopo ignobili giravolte, dopo aver mentito al Popolo italiano, dopo aver utilizzato la politica esclusivamente per interesse personale. Costoro, prima di fare un comizio, dovrebbero chiedere alle loro scorte di sequestrare tutti i pomodori dai mercati rionali oppure dovrebbero parlare di spalle, anche se in molti, guardandogli i deretani riconoscerebbero all'istante i loro volti.

Vedremo cosa accadrà. Ad ogni modo se davvero dovesse cadere il governo dell'assembramento (io non sono così sicuro) sarebbe un'ottima notizia.

venerdì 15 luglio 2022

La penso così

 


Eccolo qui!

 

Whatever it mojito
di Marco Travaglio
Ci voleva il Migliore dei Migliori per regalarci una farsa che nemmeno l’inesauribile repertorio comico della politica italiana aveva mai sfornato: il premier riceve la fiducia dalla maggioranza assoluta delle due Camere e corre a dimettersi frignando “non gioco più, me ne vado”. Si può capire il logorio nervoso di un ex banchiere abituato ad atterrare dall’alto su poltrone monocratiche per comandare da solo e catapultato alla guida di un governo di destra-centro-sinistra. Ma, siccome è noto che non si assembrano partiti opposti senza una sopraffina abilità di mediazione, chi non se la sente rifiuta. Invece Draghi accettò: chi è causa del suo mal pianga se stesso. Peraltro di quel mal fu corresponsabile Mattarella, che diversamente da lui fa politica da 42 anni e il 2 febbraio 2021 impose un governo “senza formula politica” con “tutte le forze in Parlamento”: un governo di tutti (o quasi) che, come già quello di Monti, s’è rivelato ben presto il governo di nessuno.
La hybris di abolire le differenze soffocando la dialettica e lo scontro fra le idee, cioè di cancellare la politica spianando e riplasmando i partiti a immagine e somiglianza di Draghi era una pretesa tanto autoritaria quanto velleitaria. Infatti si è retta su continue lesioni costituzionali (Parlamento aggirato a suon di decreti e fiducie, cobelligeranza per procura in Ucraina ecc.), prove muscolari antidemocratiche (“O così o me ne vado”, “Io tiro dritto”, “Ne ho piene le tasche”, gné-gné). Ed è durata fin troppo. Poi, con l’approssimarsi delle elezioni, la politica – cioè il confronto-scontro fra idee e interessi diversi – s’è ripresa il suo posto. Anche per il montante malcontento popolare per il dolce far nulla di un governo paralizzato dai veti e dall’incapacità del premier di mediare e rispondere con prontezza alle crisi (dal Covid alla guerra alle auto-sanzioni). Ma anche dalla sua svogliata inerzia, divenuta rivalsa rancorosa dopo la mancata ascesa al Colle. Bastava prendere sul serio la sua autocandidatura natalizia per capire che Draghi cercava la fuga perché il progetto era fallito. In primavera riprovò a sganciarsi col pretesto dei no delle destre su catasto e balneari, ma ormai c’era la guerra e gli amici anglo-americani lo inchiodarono lì. Ora finalmente è riuscito a scansarsi prima che esploda l’autunno caldo. La crisi l’ha cercata lui, stracciando le bandiere M5S, avallando la scissione dimaiana, sparlando di Conte a Grillo, rifiutando di stralciare dal dl Aiuti inceneritore e norme contro Rdc e Superbonus e imponendo l’ennesima fiducia per addossare la colpa (anzi il merito) ai 5Stelle, infine raggelando Mattarella col gran rifiuto di ieri (allora la “formula politica” c’era eccome). Tutti evocavano il Papeete e nessuno capiva che lo stava preparando Draghi.

giovedì 14 luglio 2022

Ciao Eugenio!



Mi avvicinò all’amore per il quotidiano già nel 78 e, ricordo, per me molti articoli pubblicati sul suo giornale erano enigmi manifestanti la crassa ignoranza che ancora mi porto dietro, figlia di svogliatezza ed insensatezza adolescente. E quella pagina di cultura m’appassionava oltremodo, quasi come venissi catapultato in un pianeta lontano. Ricordo un suo articolo a difesa del mitico Enrico, in cui intercalava ritmicamente la frase “per noi che comunisti non siamo…” e i suoi quotidiani commenti che leggevo con a fianco un dizionario, scoprendo la beltà della nostra lingua. Strenuo difensore della propria indipendenza, combatté quasi da partigiano il tentativo d’assorbire il suo giornale da parte del Guappo. La canizie lo ha ammorbidito oltremodo, sfarinando alcuni principi che in epoche passate mi aveva convinto fossero dogmi. Resterà tuttavia un grande del giornalismo italiano, volato via con la fortuna, tenacemente conquistata, di essersi fatto trovare vivo al non rinviabile appuntamento di oggi. Ciao Eugenio!

Brioches di Stefano



È uno dei miei giornalisti “preferiti” Stefano Cappellini, mente effervescente di Repubblica, signore della certezza che questo sia il migliore dei governi possibile, principe indomito contro il male, i famigerati Cinque Stelle, rei di innervosire il Sire inviato dall’alto, ovvero dalle banche, luogo da sempre deputato al bene dei minori di cui Cappellini mal sopporta l’esistenza. Dimentico di essere al soldo della famiglia sabauda reale, l’indomito si lancia spesso in sperequazioni socio politiche, a favore di coloro che nell’odierno stanno gozzovigliando sulle spalle di molti, moltissimi, i quali, come la storia c’insegna, attenuano le loro negatività allorché dal balcone gli viene lanciata la gustosa brioche, vedasi i 200 euro di luglio. Ma Cappellini non si da pace, non si rasserena notando che questo malessere di base continui a montare, mettendo addirittura a rischio il proseguimento della straordinaria opera dell’Inviato dall’Alto, inteso non dai cieli ma sempre dalle suddette banche, ora anche squisitamente belligerante. Ed oggi il suo articolo è un compendio di tutto quello che rappresenta e forma il pedigree di un giornalista al servizio del Bene Comune di Lor Signori, pericolosamente sbandante dai colpi dell’inetto avvocato ancora misteriosamente apprezzato dalle masse. E Stefano ammannisce un articolo perfetto, disegnando con arte e maestria un Conte in balia degli eventi, incapace di tirar rotta seria e precisa, inconsapevole del danno che arrecherebbe un rifiuto ai voleri del Sire Mario. Ecco dunque un vero esemplare di come si possa discettare, arzigogolare, velatamente ad minchiam, per indurre astanti e lontani a preferire sempre e per sempre il benedetto e regale lancio delle brioches.

Lettera aperta


Caro sindaco Italia, Siracusa non è sua (né del duo D&G)

di Veronica Tomassini 

Caro Francesco Italia, mi permetto di scriverle questa lettera che indirizzo parimenti a Domenico Dolce e Stefano Gabbana, per conoscenza e perché ritengo che sia opportuno distribuire alcune – discutibili – responsabilità. C’è qualcosa che proprio non mi torna nella vicenda sfavillante che attiene alla sfilata di alta moda, in piazza Duomo, a Siracusa, città che lei amministra da molti anni. Mi interessa capire con quale editto, decreto, norma, lei abbia affidato un sito, patrimonio dell’umanità, inserito tra i 58 tesori dell’Unesco, tutelati in Italia, a un duo di imprenditori, per un uso privato; dunque un bene collettivo, del mondo, dell’universo intero insomma, lei in definitiva lo cede o affitta per un fatto di élite, personalistico, in fondo una specie di festicciola per il cosiddetto jet set, lustrini, paillettes, tutto molto esclusivo ed eccitante, secretato a quanto pare, blindato. Un po’ come dire, io che posso – amico – affitto il Partenone per un aperitivo, le piramidi d’Egitto per un diciottesimo; la Torre di Pisa per un happy hour. Io che posso, amico. Giusto?
Un tempo eravamo così ortodossi che per molto meno chiamavamo in causa la Sovrintendenza. Rogne. Ortodossia: chiamare passato quel che oggi potremmo liquidare come vecchiume. Perché no? In fondo sono solo pietre, ok, inserite nella World Heritage List. Ma sono pietre. Giusto. Così l’impalcatura elefantiaca si incola testè, posticcia, una gradinata che neanche in piazza di Spagna avrebbe sortito un effetto tale da coup de théâtre. Gradinata e passerella in legno estesa per decine e decine di metri fino al nobile palazzo arcivescovile, settecentesco, con rivoli di barocco e neoclassicismo, una splendida coorte e residui di volte a crociera. Ogni beltà servirà alla beltà. Del jet set, del bel mondo, della esclusività inibita tout court al resto della città. Città che lei si è preso, signor sindaco, e ha ceduto, senza chiedere, senza addurre un qualche ragionamento di opportunità o ancor meglio di riguardo nei confronti di chi questa città la vive e con le proprie tasse contribuisce semplicemente affinché questa esista. Per lei è cosa sua. Ma piazza Duomo, la Cattedrale, la città, non è cosa sua, né di Dolce e Gabbana, mi par di capire, piuttosto, come si sa, essa sia del mondo. Uno dei 58 siti italiani salvaguardati dall’Unesco, come si diceva sopra, per l’esattezza. A ogni modo, chiudiamo un occhio sulla procedura, a Siracusa c’è chi ha esultato per un ritorno di immagine. Ma sul serio. Che bello. Ancora stiamo aspettando il riscatto del party al Teatro Comunale che sempre lei, signor Sindaco, ha dato in uso ai medesimi imprenditori, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, inibendolo ovviamente alla città. Si parlava di qualcosa come 30 mila euro, la cifra pattuita per il “nolo”, alla stregua di un abito di gala per le grand soir. Dress code e cosiddetta location secolare, teatro comunale datato 1897. Una di quelle incompiute mangiasoldi, sa. Ma con Dolce e Gabbana perlomeno lo abbiamo aperto, era chiuso per manutenzione dal 1962. Accidenti e che manutenzione!
Bene in questo ritorno di immagine coeva, di adesso, lei ha preso i siracusani per la collottola e li ha sbattuti fuori. Eh sì. Perché non ci ha concesso nemmeno di assistere, come si dice, da veri cornuti (mi perdoni il figurativo), intontiti e schiacciati sulle transenne. No, niente. Nemmeno quello. Una bellezza tutta vostra. Ci mancherebbe. Il rione è povero, sono disoccupati, miserabili, che razza di figura avremmo fatto a renderli un tantino partecipi. La bellezza è di chi la merita. Certo. Quale bellezza?

Chapeau Marco!!!


Scene da un manicomio 

di Marco Travaglio

Nel manicomio chiamato politica e nel suo cronicario chiamato informazione, si ripete che è una tragedia se cade il governo. Come se la bontà di un governo prescindesse da ciò che fa. E come se i fautori della governabilità a ogni costo non fossero gli stessi che 20 mesi fa, in piena seconda ondata Covid, campagna vaccinale e scrittura del Pnrr, tifavano per la crisi del Conte-2. Che, diversamente dal Draghi, faceva ottime cose. Oltretutto Conte aveva solo annunciato l’astensione sulla fiducia al Senato sul dl Aiuti, che già i suoi ministri non avevano votato perché include l’inceneritore di Roma, infilato a capocchia da Draghi, Pd&C. per piegare i 5Stelle e poi insultarli perché si piegano. Anche l’ennesima fiducia non aveva alcuna ragion d’essere: con un 90% di maggioranza il dl non correva rischi. Serviva a ricattare i 5Stelle e poi a insultarli per essersi fatti ricattare. Ma Conte ha detto basta. Se Draghi, Letta, Salvini, B.&C. tengono tanto ai 5S, non hanno che da stralciare l’inceneritore dal dl e votarselo in altra sede. Sennò chi è causa del suo mal pianga se stesso. E il governo non è in pericolo immediato perché – dopo la scissione dimaiana – Draghi avrà la fiducia anche senza 5S e nessuno lo obbliga alla pantomima di salire al Colle e farsi rinviare alle Camere per un’altra fiducia che – senza inceneritore – voterebbe pure il M5S. A meno che Draghi non ignori le 9 condizioni poste da Conte per restare.
Il suo governo nacque per i vaccini e il Pnrr. E fu lo stesso Draghi, quando a Natale si autocandidò sgangheratamente al Colle, a dire che le due missioni erano compiute. Da allora il governo non ha più un programma, a parte quello antisociale, antigreen e bellicista che s’è inventato Draghi con un pugno di ministri-camerieri, all’insaputa della maggioranza e soprattutto del primo partito. Poi Conte, meglio tardi che mai, gli ha scritto cosa vuole. Bastava un sì o un no. E l’altroieri è arrivato un doppio no: salario minimo-truffa (perché, anziché minacciare elezioni, Letta non spiega a Orlando che mantenere stipendi di 4-5 euro l’ora è una vergogna?) e niente extradeficit. Chissà perché il M5S dovrebbe stare in un governo che lo prende in giro e per giunta vuole inviare altre armi a Kiev mentre gl’italiani favorevoli sono crollati in quattro mesi dal 39 al 17%. Si dice che “l’Europa” (un’entità astratta, un’idea platonica) è allarmata. Infatti la Commissione stronca le “riforme” Cartabia con toni da Fatto e da Gratteri (“indebite influenze sull’indipendenza dei giudici”, rischi per “l’effettività del sistema giudiziario” e “la lotta alla corruzione”). Ergo è falso che ce le chiedesse l’Europa e che ora questa tremi all’idea di perdere Draghi: semmai teme che faccia altri danni.