mercoledì 13 aprile 2022

Alessandro e la sinistra

 

Dire cose di sinistra è facile, è chic e non impegna. Poi si fa il contrario
di Alessandro Robecchi
Mi sembra di capire una cosa, nel rumore di fondo: che le parole sono un po’, vagamente, lontanamente, di sinistra; e poi le cose, le azioni, sono di destra, mi scuso per la semplificazione, ma andiamo con disordine. Si è già detto della neolingua orwelliana che pervade il Paese, dove per dire che si arma una guerra si parla di pace e di condizionatori d’aria, ché non è bello dire “burro o cannoni?”, è sempre meglio dire “miele o marmellata?”, anche se poi si fa casino e non si capisce più niente. Quiproquò che nasce da un’equazione data per scontata (più armi a loro e più spese militari a noi uguale pace. Mah, spero sia lecito dubitare). Ma qui non parliamo di politica, ci limitiamo alle parole e in particolare alle parole coprenti come il minio antiruggine, le parole che dicono il contrario di quello che si fa.
Per esempio sentire Enrico Letta, segretario del Pd, citare con ammirazione Alexander Langer, grande intellettuale pacifista troppo presto scomparso, è una cosa che fa piacere. Però ti chiedi anche: come è possibile che il segretario di un partito che ha votato un aumento spaventevole delle spese militari non più tardi di qualche giorno fa, aderisca idealmente al quel pensiero? È come se il generale Patton leggesse Bertold Brecht prima dell’assalto alla trincea nemica. Paradosso esagerato, ok, cambio: è come quando Salvini dice che gli piace De André; che non potendo pensare che si sia sbagliato De André, tocca pensare che si sbaglia Salvini.
Ripeto che non voglio qui affrontare la questione politica, ma soltanto quello stridore, tipo unghie sulla lavagna, che provocano certe distonie. Tutti hanno lodato la bella intervista al Papa di Fabio Fazio. Intervista in cui il papa chiamava “lager” i centri di detenzione libici, poi vai a vedere quelli che applaudono (bravo Papa!) e scopri che hanno votato i decreti Minniti, i trattati con le tribù, le motovedette alla guardia costiera libica. (Tranquilli, la settimana dopo il Papa era già diventato filo-Putin, devozioni che vanno e vengono, insomma).
C’è come una copertura mimetica a certi comportamenti, un maquillage fatto, appunto, di parole, di buoni propositi, di citazioni progressiste, cui seguono comportamenti che smentiscono tutto. Tipo “Uh, che brava Rosa Parks!”, e poi quando (Macerata) c’è una tentata strage di neri, si sconsigliano manifestazioni perché “non è il momento”. Insomma, un gran progressismo, anche burbanzoso e vibrante d’orgoglio, sempre pronto a spolverare eroi e miti, principi inviolabili e valori, e poi, colpo di scena, si fa l’esatto contrario. Lo stesso, immancabile testacoda, quando si parla di lavoro, e senti esponenti della sinistra, ragionevoli e convincenti, auspicare più diritti e protezioni per i lavoratori. Poi vai a vedere e hanno votato il Jobs act. Oppure si sentono (rarissimamente) parole sensate sulle morti sul lavoro, e poi gli stessi che le pronunciano hanno fatto parte di governi che hanno allentato i controlli, reso più difficili le ispezioni, oppure votano, in questo governo, insieme a un ministro (Brunetta) che dice che le aziende saranno avvisate prima di eventuali controlli. Dire cose di sinistra pare insomma abbastanza facile, fa chic e non impegna. Anzi, a volte, per paradosso, l’uso di un linguaggio progressista avvalora comportamenti di segno opposto. Una cosa come: se citi Gandhi puoi comprare più cannoni. Se citi Di Vittorio puoi scrivere le leggi con Confindustria. Un vortice, un lessico della sinistra che copre il contrario di quel che si dice.

Compendio

 

Banalisi logica
di Marco Travaglio
Se la prima vittima della guerra è la verità, la seconda è la logica. Fortuna che Aristotele e Cartesio sono morti, sennò si beccherebbero la labirintite nell’apprendere le seguenti cose.
1. Putin vuole “denazificare l’Ucraina” con gli stessi mezzi – carrarmati e bombe – usati dai nazisti per nazificare l’Europa.
2. Noi “inviamo più armi per la pace” (più disarmo=più guerra).
3. “Non si tratta col nemico” (solo con l’amico: ma su cosa?).
4. “Putin è un macellaio”: lo dice Joe Biden, cioè il padrone della macelleria americana (che ha fatto molti più morti e guerre di lui e potrebbe assumerlo al massimo come garzone).
5. Clinton si vanta di aver allargato la Nato a Est “consapevole che i rapporti con la Russia potevano tornare conflittuali” perché “l’invasione dell’Ucraina dimostra che era necessario” (l’ho preso a calci in culo e lui mi ha spaccato la faccia, quindi avevo ragione a prenderlo a calci in culo).
6. La Nato è una “alleanza difensiva” (infatti ha aggredito mezzo mondo) e difende i “valori democratici” (infatti ha tra i soci Erdogan e ha appena fomentato un golpettino in Pakistan per cacciare il premier sgradito).
7. Zelensky intima all’Ue di “rinunciare al gas russo” (mentre lui continua a comprarlo e a incassare 1,4 miliardi l’anno da Putin per i diritti di transito).
8. L’Onu espelle Mosca dal Consiglio dei diritti umani presieduto dall’Arabia Saudita (nota culla dei diritti umani, apprezzata da Renzi, ma soprattutto da Khashoggi, dai 370mila morti e dai 20 milioni di affamati in Yemen).
9. Draghi ci ordina di scegliere “tra pace e condizionatori” (che però, in tempo di pace, erano sempre accesi).
10. Per non dipendere dal gas e dal petrolio dell’autocrate Putin, Draghi ci fa dipendere da quelli dell’autocrate algerino Tebboune (che reprime partiti e sindacati ed è partner militare di Mosca) e di altri regimi che hanno appena rifiutato di condannare la Russia: Qatar, Egitto (vedi alle voci Regeni e Zaki), Congo (vedi alla voce Attanasio), Angola, Mozambico.
11. Per La Stampa, “l’Anpi è troppo pacifista” (come la ragazza rimasta un po’ incinta).
12. Per Gramellini, l’Anpi riunisce non i Partigiani, ma “i Putiniani d’Italia”, perché cita l’articolo 11 della Costituzione e “arriva all’assurdo di ripudiare anche la guerra di Liberazione”. Al costituzionalista della mutua sfugge che la Carta ripudia la guerra salvo che sia difensiva: ma per difendere l’Italia o un suo alleato, dunque non l’Ucraina. Altrimenti, visto che in ogni guerra c’è sempre un paese che si difende, l’Italia non se ne perderebbe una. E arriverebbe all’assurdo di ripudiare la guerra e poi farla sempre. Ma Aristotele e Cartesio sono morti e Gramellini si sente benissimo.

martedì 12 aprile 2022

Chiarezza


Mèlenchon non ce l’ha fatta, pur essendo stato votato dalla maggioranza dei giovani francesi. Rimangono il nipotino centrocentroso e la fascista. 
Sapete qual è stato il maggior problema nel programma di Mèlenchon? Di essere di sinistra, o meglio, dal sapore comunista. Ma questa parola ormai manda in foruncolosi molti dei finti uomini di sinistra anche nostrani, a cominciare dal Bimbominkia che si sta finalmente rivelando per ciò che in realtà è sempre stato, ovvero un centrista rivolto a destra, e al soporifero borotalcoso Letta più pro-Nato di  Biden e favorevole alla spesa militare aumentata a 38 miliardi, con sanità e istruzione taglieggiate secondo i voleri dell’Inviato delle Banche!

Ma qual era il programma di Mèlenchon? 

Eccolo! Semplice e profumante di quelle idee che una volta si definivano di sinistra (ops! Scusa Enrichetto per la foruncolosi insorta a sentir pronunciar tal parola!):

Pensione a 60 anni "perché viviamo di più se lavoriamo meno".

32 ore di lavoro a settimana e 4 giorni di lavoro dipendente a settimana. Perché " è ora di profittare più della sovranità sul tempo che della schiavitù delle merci"

Aumento del salario minimo. 

Pensione minima a 1400 euro.

Risparmio e gestione della materia.
La più grande riduzione di materia usata sarebbe quella dei combustibili fossili, gradualmente sostituiti dalle immateriali energie rinnovabili (sole e venti).
Inoltre realizzazione di un servizio pubblico per il riuso, lo scambio e la riparazione dei manufatti e la formazione del relativo personale. 

Rinazionalizzare i servizi pubblici come le ferrovie (SNCF), l’elettricità (EDF), le autostrade e gli aeroporti strategici.

Le case per anziani a scopo di lucro (EPHAD) sarebbero dovute diventare di proprietà pubblica comunale, cooperativa o statale, “perché nessuno possa più fare profitti sulla vecchiaia”.

Creare 300.000 nuovi impieghi nell’agricoltura ecologica e contadina, contrastando i mega-allevamenti di massa, le pratiche crudeli con gli animali e i loro lunghi trasporti, usare principalmente prodotti bio e locali nelle mense scolastiche.

Scrivere nella Costituzione l’accesso all’acqua come diritto umano fondamentale.

Tutto questo con quali fondi? 
Reggetevi forte.
P A T R I M O N I A L E. 
Maggiore progressività dell’imposta sul reddito, con 14 scaglioni (ora 5), e dalla reintroduzione dell’imposta sui patrimoni ISF, abolita da Macron.

Non era il libro dei sogni era un progetto di sinistra.
Che di questi tempi quando torna a fare semplicemente suo lavoro viene bollata come "radicale".

Neanche nei film!

 


Come definirla se non un'eclatante forma d'ingratitudine? Il cosiddetto governo dei Migliori, retto dal Sommo Draghi osannato come una statua di un santo alle feste patronali, prevede di apportare tagli alla spesa della sanità nei prossimi tre anni! 

Siamo quindi passati dall'osannare medici e infermieri nel periodo di fifa blu pandemico, allo sforbiciare l'intero sistema che molti paesi c'invidiano! 

Una vergogna senza scusanti, per di più vista alla luce dell'aumento delle spese militari pro Nato, che raggiungerà nel 2028 la modica cifra di 38 miliardi. E tutto questo corroborato dalla smania collettiva guerrafondaia che ha posto il nostro paese, una volta famoso per la sua diplomazia, nell'occhio del ciclone dello scenario internazionale, ed è eclatante come si finga di fare i forti con davanti altri paesi più avvezzi all'aggressione, Francia e Germania in primis, abbandonando quella posizione di intervento costruttivo depotenziante le disfide tendenti allo sbocco bellico, di cui una volta eravamo maestri nel mondo. 

Mi vergogno profondamente di questo clima invocante armi per difendersi ed arricchire i soliti noti, le multinazionali armigere, rotore di questo mondo di merda! 

Draghi ha agevolato una strategia mefitica, non ascoltando le richieste di pace che il successore di Pietro sta invocando da mesi. Per un pezzo di formaggio stiamo sfanculando anni di saggezza, avvolti come siamo da quella miopia che porterà il mondo a sfiorare l'annientamento collettivo. 

Se hanno il coraggio di ridurre le spese sanitarie, saranno capaci di far qualsiasi cosa. In nome dello sterco del demonio!  



 

Marco su Ezio

 

Valori bollati
di Marco Travaglio
Ezio Mauro è una persona seria, non un Riotta, infatti difende Caracciolo dalla fatwa del cortigiano Johnny. Ma è fermo al 24 febbraio, primo giorno del secondo tempo della guerra russo-ucraina, iniziata otto anni fa. Infatti s’interroga su Rep sull’“inversione morale” che “ci impedisce di distinguere l’aggredito dall’aggressore”. Ma nessuno ha mai negato una delle pochissime cose chiare e certe di questa guerra: l’aggressore è la Russia di Putin e l’aggredito l’Ucraina di Zelensky. Mauro lo sa, infatti salta subito al presunto “rifiuto di schierarsi” e “aiutare gli aggrediti”. Ma nessuno ha mai proposto di fregarsene degli ucraini, tantomeno di aiutare i russi. Infatti non c’è alcuna discussione sulle sanzioni a Mosca (salvo quelle che fanno più male a noi che ai russi), sull’accoglienza dei profughi, sugli aiuti umanitari agli ucraini. Si discute – e meno male – sull’invio di armi: perché lo vietano la legge e la Costituzione, che ripudia la guerra salvo per legittima difesa (dell’Italia e dei suoi alleati Ue e Nato, non di altri come l’Ucraina); e perché riempire di armi uno Stato che già ne abbonda serve solo ad allungare e allargare il conflitto, con più perdite di vite umane e territori ucraini. Ma pure questo Mauro lo sa, infatti fa un terzo balzo logico ed esalta i “valori democratici” e i “principi occidentali”: “sacralità della vita, diritto, autodeterminazione, rifiuto del sopruso e dell’imperialismo” che dovrebbero farci arruolare “in un punto concreto del mondo, l’Ucraina, e in un momento preciso, adesso” contro “la dittatura che ha deciso la guerra”.
E qui casca il Mauro. Chi decide “il punto concreto e il momento preciso” per “aiutare gli aggrediti”? Perché nessuno li fissò in Serbia nel ’99, in Afghanistan nel 2002, in Iraq nel ’03, in Libia nell’’11, in Donbass nel ’14? Perché lì a violare i valori e i principi dell’Occidente buono era l’Occidente buono? E che raccontiamo agli attuali aggrediti in Yemen, Mali, Kurdistan, Sudan e altri teatri di guerra? A noi Putin faceva già orrore quando Rep gli faceva propaganda a pagamento, anzi prima. Così come ci faceva orrore chi gli aveva insegnato ad aggredire Stati sovrani con false scuse avvolte ipocritamente in principi e valori (le complicità talebane nell’11 settembre di marca saudita, le armi chimiche di Saddam che non le aveva più). Perciò, quando Mauro scrive che la guerra di Putin apre “una fase nuova” e una “terra sconosciuta”, la fase ci pare vecchissima e la terra conosciutissima. Gli orrori dell’Occidente non giustificano quelli di Putin, e viceversa: si sommano. Ma privano tutti della libera docenza in sacri valori, alti principi e “inversione morale”. Anzi, lasciamo proprio stare la morale: a furia di esportarla a suon di bombe, l’abbiamo finita tutta.

lunedì 11 aprile 2022

Viene sempre dal Mare!

 

A Nicoletta Casellati presenterei Mara, con il permesso di Giampaolo Pasolini
CASELLATI - “Giampaolo Pasolini” e il 5 Maggio “A Manzoni”
DI PINO CORRIAS
Ho sempre considerato Giovanna Maria Vittoria Alberti senatrice Casellati, fresca di candidatura al Quirinale per conto della Destra patriottica, una risorsa della Repubblica. Fonte di buon umore nei momenti più cupi. E anche stavolta – nel pieno del massacro in corso – non ci ha deluso. Anzi si è superata, quando ha celebrato, con qualche lacrima, Giampaolo Pasolini, autore delle “Ceneri di Giangi”, sommo intellettuale dell’altro secolo, ma così sommo che se lo avesse mai incontrato una sera a Padova, certamente avrebbe chiamato aiuto e forse anche i carabinieri.
Ascoltando la sua bella prolusione, mi sono ricordato della mia amica Mara che in quanto a non sapere nulla del mondo e vivere contenta, mi sembrava, fino a ieri, insuperata e insuperabile. Vi racconto. Non avendo mai letto un libro intero in vita sua, la mia amica Mara, signora d’attico romano, esperta d’aperitivi e chiacchiere, si mise in testa di iscriversi a un corso di teatro contemporaneo per diventare attrice. Al saggio di ammissione portò una poesia che aveva sentito una volta a scuola e che lesse con voce tonante, come immaginava si dovesse fare. Diceva così: “Eì fu. Siccome immobile/dato il mortal sospiro/ stette la spoglia immemore/orba di tanto spiro/così percossa, attonita/la terra al nunzio sta”. Eccetera.
A fine recita, tra risatine, colpi di tosse e occhi al cielo, i commissari le chiesero come mai, carissima signora, portava proprio quel bagaglio di poesia risorgimentale al saggio di teatro contemporaneo. E lei, che non sapeva niente di niente, sciaguratamente rispose: “Mi ha incuriosito perché è dedicata a Manzoni”. “In che senso dedicata”? E lei: “Alla fine della poesia c’è proprio la dedica: A Manzoni”. Due starnuti e un piccolo applauso salutarono la rivelazione. “C’è il punto!”, esclamò il più impaziente tra i commissari. “Che punto?” “Dopo la A maiuscola c’è il punto!”. “E allora?” chiese lei irritata dal trascurabile dettaglio. “Allora quella A col punto sta per Alessandro. Il nome del poeta”. Mara sbalordì, arrossì, uscì. Per entrare direttamente negli annali.
Toccherà anche alla nostra Nicoletta Letizia Alata Alberti senatrice Casellati. Peccato che neanche gli occhi sbarrati di Tracia Maraini, vedova di Agostino Moravia, amica di Giampaolo Pasolini, le abbiano suggerito di fermarsi, respirare, trovare il modo di arginare la sua stessa rovina con le scuse e la fuga. Invece niente. Imperturbabile è rimasta. Cocciutamente ignara. Come fu ai tempi in cui proclamò che davvero Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak, guadagnandosi la medaglia di “Zia di Ruby”. O quando venne pescata a volare sui voli di Stato, usati come suo personale vaccino anti Covid, per andare a casa o al mare senza incontrare l’odioso virus e i monatti al seguito. Sarebbe bello, se mai si riuscisse di trovare un suo portavoce non ancora licenziato (ne ha fatti fuori sette) per chiedere un appuntamento e presentarle Mara. Diventerebbero amiche al cento per cento: lo so, ma non ho le prove.

Ricordi e fascismi

 

“Eroi contro i russi”, l’insulto revisionista ai nostri Alpini
ENNESIMA “GIORNATA” IN MEMORIA - 26 gennaio. Istituita la giornata in ricordo “della battaglia di Nikolajewka”, a fianco dei nazisti. I soldati italiani sapevano bene che fu il fascismo a mandarli al macello
DI TOMASO MONTANARI
Stiamo scivolando all’inferno. La guerra si sta mangiando pensieri, parole, simboli. E comunque vada a finire, ammesso e non concesso che non scompariamo tutti nel fuoco nucleare, ci aspetta una regressione “primordialista”. Albert Einstein diceva che non sapeva come sarebbe stata la Terza guerra mondiale, ma era sicuro che la Quarta si sarebbe combattuta con le clave. Alle clave ci siamo già: percuotono chiunque non introietti la logica “amico-nemico”, chi non si acconci a dire che alla guerra si può rispondere solo con la guerra. Ormai il mainstream del discorso pubblico italiano è “che la guerra è bella anche se fa male” (De Gregori). I peggiori sono i giornalisti (con le eccezioni cospicue di Manifesto, Avvenire e di questo giornale): “Domandate ai giornalisti perché con i loro scritti eccitano gli uomini alla guerra: essi vi risponderanno che le guerre in generale sono necessarie, e soprattutto la guerra attuale; essi appoggeranno le loro opinioni con frasi vaghe e patriottiche, come i soldati e i diplomatici. E allorché si domanderà loro perché essi, giornalisti, uomini viventi, agiscono in tal modo, vi parleranno degli interessi generali dei popoli, dello Stato, della civiltà, della razza bianca” (Lev Tolstoj, 1904).
Come se non bastasse, il Senato ha approvato senza voti contrari l’istituzione (primi firmatari due deputati della Lega) dell’ennesima data memoriale del calendario civile, la Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini. Il fine – cito la legge – è quello di “conservare la memoria dell’eroismo dimostrato dal Corpo d’armata alpino nella battaglia di Nikolajewka durante la seconda guerra mondiale, nonché di promuovere i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale”. Non ho nulla contro gli alpini: mio nonno materno ha presieduto a lungo la sezione fiorentina dell’Associazione Nazionale Alpini. Ma scegliere di fissare quella giornata al 26 gennaio è l’ennesima mossa revisionista, ora con l’aggravante del nazionalismo. E non tanto perché è fin troppo evidente la volontà di mettere ancor più tra parentesi il Giorno della Memoria (27 gennaio), ma soprattutto perché si è scelto di celebrare la data della battaglia di Nikolajewka, episodio terribile della terribile ritirata di Russia. Esalteremo così “l’eroismo” degli Alpini al servizio del nazismo e del fascismo, che vollero la scellerata campagna orientale. Celebreremo l’“interesse nazionale” con il ricordo di una folle guerra di invasione contro una nazione che oggi vogliamo di nuovo pensare come ‘nemica’. Così, invece di contestare il sanguinario nazionalismo del despota Putin, invasore dell’Ucraina, resuscitiamo i fantasmi del nostro. Facendo in più un grave torto a quei soldati, e agli alpini tra loro, che reagirono all’oscenità della guerra fascista sviluppando un antinazionalismo internazionalista.
Quando fu annunziata alla mensa della Scuola Normale di Pisa l’entrata in guerra dell’Italia contro la Francia, un gruppo di studenti (tra i quali Carlo Azeglio Ciampi) intonò la Marsigliese, venendo sospeso. E in quello stesso 1940 Piero Calamandrei scriveva: “Gli inglesi e i francesi e i norvegesi che difendono la libertà sono ora la mia patria”. Invece, oggi torniamo a celebrare le nostre aggressioni fasciste ai danni delle altre nazioni, e inseriamo nel calendario civile una battaglia che andrebbe ricordata solo a perpetuo ludibrio di Mussolini e dei suoi. E certo non nobilitandola con l’ambigua formula dell’“eroismo” dei poveri ragazzi mandati in quell’inenarrabile macello. È la battaglia in cui Nuto Revelli (lo ha ricordato di recente suo figlio Marco) “aveva urlato a se stesso e perché tutti sentissero: ‘Non farò mai più l’ufficiale di quell’esercito’. Allora, dichiarerà in un’intervista molto sofferta, ‘ho maledetto il duce, ho maledetto il re, ho maledetto (una breve pausa) l’esercito… Ho maledetto (una pausa più lunga, come se la parola non volesse uscire dai denti) la patria’. Era incominciata in fondo, allora, la sua ‘seconda vita’ – morto l’alpino nasceva il partigiano”.
Ed è la guerra in cui Mario Rigoni Stern vive l’episodio epifanico che racconterà nel Sergente nella neve: “Si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini, un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere”. Proprio questo diventerà il progetto della Costituzione: oggi, per l’ennesima volta, tradito.