lunedì 11 aprile 2022

Ricordi e fascismi

 

“Eroi contro i russi”, l’insulto revisionista ai nostri Alpini
ENNESIMA “GIORNATA” IN MEMORIA - 26 gennaio. Istituita la giornata in ricordo “della battaglia di Nikolajewka”, a fianco dei nazisti. I soldati italiani sapevano bene che fu il fascismo a mandarli al macello
DI TOMASO MONTANARI
Stiamo scivolando all’inferno. La guerra si sta mangiando pensieri, parole, simboli. E comunque vada a finire, ammesso e non concesso che non scompariamo tutti nel fuoco nucleare, ci aspetta una regressione “primordialista”. Albert Einstein diceva che non sapeva come sarebbe stata la Terza guerra mondiale, ma era sicuro che la Quarta si sarebbe combattuta con le clave. Alle clave ci siamo già: percuotono chiunque non introietti la logica “amico-nemico”, chi non si acconci a dire che alla guerra si può rispondere solo con la guerra. Ormai il mainstream del discorso pubblico italiano è “che la guerra è bella anche se fa male” (De Gregori). I peggiori sono i giornalisti (con le eccezioni cospicue di Manifesto, Avvenire e di questo giornale): “Domandate ai giornalisti perché con i loro scritti eccitano gli uomini alla guerra: essi vi risponderanno che le guerre in generale sono necessarie, e soprattutto la guerra attuale; essi appoggeranno le loro opinioni con frasi vaghe e patriottiche, come i soldati e i diplomatici. E allorché si domanderà loro perché essi, giornalisti, uomini viventi, agiscono in tal modo, vi parleranno degli interessi generali dei popoli, dello Stato, della civiltà, della razza bianca” (Lev Tolstoj, 1904).
Come se non bastasse, il Senato ha approvato senza voti contrari l’istituzione (primi firmatari due deputati della Lega) dell’ennesima data memoriale del calendario civile, la Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini. Il fine – cito la legge – è quello di “conservare la memoria dell’eroismo dimostrato dal Corpo d’armata alpino nella battaglia di Nikolajewka durante la seconda guerra mondiale, nonché di promuovere i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale”. Non ho nulla contro gli alpini: mio nonno materno ha presieduto a lungo la sezione fiorentina dell’Associazione Nazionale Alpini. Ma scegliere di fissare quella giornata al 26 gennaio è l’ennesima mossa revisionista, ora con l’aggravante del nazionalismo. E non tanto perché è fin troppo evidente la volontà di mettere ancor più tra parentesi il Giorno della Memoria (27 gennaio), ma soprattutto perché si è scelto di celebrare la data della battaglia di Nikolajewka, episodio terribile della terribile ritirata di Russia. Esalteremo così “l’eroismo” degli Alpini al servizio del nazismo e del fascismo, che vollero la scellerata campagna orientale. Celebreremo l’“interesse nazionale” con il ricordo di una folle guerra di invasione contro una nazione che oggi vogliamo di nuovo pensare come ‘nemica’. Così, invece di contestare il sanguinario nazionalismo del despota Putin, invasore dell’Ucraina, resuscitiamo i fantasmi del nostro. Facendo in più un grave torto a quei soldati, e agli alpini tra loro, che reagirono all’oscenità della guerra fascista sviluppando un antinazionalismo internazionalista.
Quando fu annunziata alla mensa della Scuola Normale di Pisa l’entrata in guerra dell’Italia contro la Francia, un gruppo di studenti (tra i quali Carlo Azeglio Ciampi) intonò la Marsigliese, venendo sospeso. E in quello stesso 1940 Piero Calamandrei scriveva: “Gli inglesi e i francesi e i norvegesi che difendono la libertà sono ora la mia patria”. Invece, oggi torniamo a celebrare le nostre aggressioni fasciste ai danni delle altre nazioni, e inseriamo nel calendario civile una battaglia che andrebbe ricordata solo a perpetuo ludibrio di Mussolini e dei suoi. E certo non nobilitandola con l’ambigua formula dell’“eroismo” dei poveri ragazzi mandati in quell’inenarrabile macello. È la battaglia in cui Nuto Revelli (lo ha ricordato di recente suo figlio Marco) “aveva urlato a se stesso e perché tutti sentissero: ‘Non farò mai più l’ufficiale di quell’esercito’. Allora, dichiarerà in un’intervista molto sofferta, ‘ho maledetto il duce, ho maledetto il re, ho maledetto (una breve pausa) l’esercito… Ho maledetto (una pausa più lunga, come se la parola non volesse uscire dai denti) la patria’. Era incominciata in fondo, allora, la sua ‘seconda vita’ – morto l’alpino nasceva il partigiano”.
Ed è la guerra in cui Mario Rigoni Stern vive l’episodio epifanico che racconterà nel Sergente nella neve: “Si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini, un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere”. Proprio questo diventerà il progetto della Costituzione: oggi, per l’ennesima volta, tradito.

sabato 9 aprile 2022

Ad esempio



Quindi riassumendo: se un imbecille trovasse altri imbecilli e formasse un’accozzaglia che inneggiasse che so…a Göring! e condividesse le rappresaglie razziste e inoltre risultasse accanita sostenitrice della caccia alla balena, tifando per la loro estinzione, e dulcis in fundo perpetrasse la totale deforestazione amazzonica, non avrebbe nessun problema a chiedere il permesso alla prefettura e aprirsi placidamente il suo gazebo in via Prione come han fatto questi apparentemente normodotati con tanto di bandiera russa e Z di contorno, che sembrano dire “beoti di tutto il mondo: uniamoci!”

Così tanto per dire...

 


L'Amaca

 

E se saltassero un turno?
di Michele Serra
Nei tigì della Rai lo spazio per la politica italiana è assai ridotto, la guerra si prende, a mano armata, almeno metà del tempo. E dopo un quarto d’ora di case sventrate, cadaveri, missili, l’arrivo della raffica di dichiarazioni di partito, compresse per la fretta di impilarle una sull’altra, suona ancora più sbiadita del solito.
Lo stacco tra una tragedia storica e il siparietto serale dell’onorevole che in sei secondi, magari nel tragitto tra Montecitorio e il ristorante, deve dire la sua sulla tragedia storica, è abissale. Per giunta aggravato dalla qualità, generalmente alta, dei servizi degli inviati di guerra con il giubbotto antiproiettile. È probabile che almeno la metà dei dichiaranti colga la difficoltà di comparire, senza preavviso, in coda al macello: sente la trascurabilità della parte che il copione gli assegna. E preferirebbe, in cuor suo, saltare un turno, anche due o tre.
Ma il tran tran ormai pluridecennale non lascia tregua, l’onorevole Tizio teme che, se lui rinuncia, invece Caio parla, ognuno ha il suo posto assegnato, in quel carosello: è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure farlo.
La politica è un mestiere difficile, dunque non si vuole infierire su chi, magari per spirito di servizio, si presta ad apparire, come il cucù dal suo orologio, nei tigì della sera. Può essere d’aiuto, però, rivedersi il giorno dopo (è molto professionale, rivedersi), e concludere che era meglio imboccare un vicolo e non farsi trovare dalla troupe; o lamentare un mal di testa o un mal di denti invalidante, come fanno gli studenti impreparati per rimandare l’interrogazione. Scoprirsi impreparati o inadatti, a qualunque età, può spalancare le porte dell’autocoscienza.

Daje Marco!

 

Lo Scemo osceno
di Marco Travaglio
Quando abbiamo scritto che i morti di Bucha sono quasi certamente vittime dei russi, ma che la ricostruzione minuziosa della strage – qualunque esito darà l’indagine indipendente – non sposterà di un millimetro il giudizio sulla guerra, come non lo sposteranno le atrocità ucraine (sempre più frequenti anch’esse), lo Scemo di Guerra Collettivo ci tacciò di putinismo. Poi il Dipartimento di Stato Usa disse di non avere elementi certi: putinista? Poi Francesca Mannocchi (Stampa) spiegò a La7 che la fossa comune accanto alla chiesa è il cimitero del vicino ospedale che, non potendosi celebrare funerali, getta lì i corpi dei caduti: putinista? Poi il sottosegretario ai Servizi, Franco Gabrielli, dichiarò che “al momento riteniamo che sia stato un eccidio, ma sulle responsabilità dobbiamo essere molto cauti. Se ci sono situazioni che possono essere rappresentate in maniera diversa, la lesione alla credibilità di una narrazione è devastante”: putinista? Poi si scoprì che i famosi “boia di Bucha” non erano mai stati lì. E molti osservano che i cadaveri ai bordi della strada sono privi di sangue, in condizioni incompatibili con una permanenza di quasi un mese, a distanze troppo regolari per essere morti lì. Altri notano l’assurdità di ordinare contemporaneamente di occultare i cadaveri nelle fosse comuni e di esibirli in strada. Come scrivemmo il primo giorno, l’unica certezza è che quegli esseri umani sono morti, quasi certamente per mano russa, perché la guerra è questo (basta leggere Gino Strada): 9 morti civili su 10. E chi è più bravo (o più creduto) sui media li usa a proprio vantaggio, mentre nasconde i propri (8 anni di orrori del nazi-battaglione Azov in Donbass chi li ha visti?).
Da quel giorno i negoziati sono evaporati. La parola d’ordine è quella dell’invaso invasato Kuleba: “Armi armi armi”. Biden e i suoi Lukashenko europei illudono Zelensky che sta vincendo, Putin batte in ritirata e, se tutto va bene, l’Ucraina (già sull’orlo del crac prima della guerra) invaderà presto la Russia. E ci prepariamo alla pioggia di fuoco incrociata nel Sud-Est con dieci, cento, mille Bucha. Sempre a scapito dei civili: più li armiamo, più è difficile distinguerli dai militari. Domenico Quirico (Stampa) dice che “Biden non vuole trattare con Putin, ma rovesciarlo. La sua guerra è diversa da quella europea: non gliene importa niente dell’Ucraina” (putiniano anche lui?). I veri amici di Putin sono proprio i suoi finti nemici: quelli che mandano altri tank e promettono la Nato pure alla neutrale Finlandia, così i pochi russi che ancora non si bevevano la propaganda di Putin sull’accerchiamento atlantico ora ci credono. L’elmetto è l’ultima maschera dello Scemo di Guerra per nascondersi meglio.