mercoledì 29 dicembre 2021

Alessandro

 

PIOVONOPIETRE
di Alessandro Robecchi
Da Figliuolo. State calmi: c’è il Green pass di livello 25-C-Rafforzato Plus
Con il Green pass di livello 25 – C – Rafforzato Plus puoi entrare in una sala biliardo, ma puoi giocare solo a boccette, niente stecche, per quelle serve il livello 26, che ti danno solo se fai un tampone di tipo D-14 in un aeroporto della Mongolia orientale. Occhio che c’è la fila. Ha ragione il generale Figliuolo, bisogna avere pazienza. Dai, cazzo, magari aspetti quaranta minuti dal concessionario della Porsche e non vuoi stare sei ore fuori da una farmacia?

Di tutte le categorie in crisi, la mia solidarietà di fine anno va a chi aveva in mente di scrivere un romanzo distopico, ambientato in un futuro nebuloso e incerto, su una società isterica. Ecco, mi spiace per lui, dovrà inventarsi qualcos’altro, perché ’sta roba qua la leggiamo tutti i giorni. Seguo, per esempio, la strabiliante evoluzione tecnico-scientifica del nostro lasciapassare sanitario, quello che durava nove mesi, no dodici, no di nuovo nove, no sei. Mostro il mio Green pass con la scioltezza del giocoliere, potrei partecipare alle Olimpiadi nella categoria “Mostratore al volo di display”. Vado a lavorare tutti i giorni nello stesso posto, dove la stessa persona me lo chiede ogni giorno, e ormai il problema non è il Green pass, ma inventarsi qualcosa da dire in quell’attimo di imbarazzo: lui sa che sta facendo una cosa inutile, io so che sto facendo una cosa inutile. È un rito scaramantico, che ha la stessa portata scientifica di stringere un cornetto di corallo. Eppure lo facciamo lo stesso. Unica soddisfazione: quando gli antropologi ci studieranno, tra una decina di secoli, e impazziranno per interpretare una cosa del genere. Giunti al punto “Super Green pass obbligatorio per le feste di laurea ma non per i matrimoni” si arrenderanno, spero. Ma facciamola breve. Presto il mio Green pass non basterà più: come per il Mac, il telefono, il tablet, la televisione, il navigatore, dovrò fare l’upgrade, aggiornare il programma. Una certa riprovazione sociale comincia a spumeggiare intorno a me: ho ancora il Green passsemplice, non mi vergogno? Non penso a mio nonno? “Io non ce l’ho il nonno!”, rispondo. Ma niente, ottengo solo un accenno di disprezzo. 

Naturalmente ho prenotato la terza dose, mi daranno il Green pass rafforzato, diciamo che passo da Green pass2.1 a Green pass3.0, non male per uno che non aveva mai pensato di fare carriera nel mondo della sanità. La quarta dose viene data per certa, comunque, da quasi tutti i virologi in onda, quindi già so che è il solito giorno della marmotta, e che quello che leggiamo oggi (“cambio di passo sulle terze dosi”) potremmo leggerlo anche domani (“cambio di passo sulle quarte dosi”). Approfitto per consigliare nuove formule (che so: colpo di reni, scatto felino) perché il generale Figliuolo che dice “cambio di passo” è un classico da marzo, nove mesi fa, un po’ invecchiato come tormentone. Scatteranno le promozioni commerciali, tipo un tampone gratis se porti un amico, e ci saranno corsi di laurea dedicati ai diversi tipi di quarantena. Intanto, le cose che si potevano fare, non sono state fatte. A parte litigare un po’ su chi controlla biglietti e/o Green pass sugli autobus, gli autobus sono sempre quelli, le aule sono sempre quelle, le code per i tamponi sono dense di gente che bestemmia tutti i santi perché in classe di Gino o di Filippa c’era un positivo, quindi tutti a casa, madre, padre, due fratelli, stanno tutti bene, ma è il Vietnam. A ’sto punto la coda per il tampone è una botta di vita. Il mio consiglio è scollinare Capodanno e ripresentarsi qui nell’anno nuovo, carichi di buoni propositi.
Auguri
a tutti.

Marco

 

Le bugie migliori
di Marco Travaglio
Il 28 dicembre 2020, un anno fa a ieri, il tasso di positività dei tamponi era al 12,4% contro il 7,5 di ieri. I morti erano 445, contro i 202 di ieri. I ricoverati in terapia intensiva 2.565 (-15 sul giorno prima) contro i 1.145 di ieri (+19) e nei reparti ordinari 23.932 (+361) contro i 10.089 di ieri (+366). I dati di ieri sono poco meno della metà rispetto a un anno fa. Ma un anno fa i vaccinati erano quasi zero (si era partiti simbolicamente col Vaccine Day il 27 dicembre), mentre oggi sono l’89,5% con una dose, l’85,6% con due e il 56,2 con tre. Quindi i vaccini hanno evitato una strage biblica e (per ora) un altro collasso degli ospedali, ma contro i contagi servono a poco. E il Green pass per lavorare, unico nel mondo libero, manda in giro milioni di vaccinati potenzialmente infettivi, ma convinti di non esserlo, spesso più insidiosi dei No Vax “tamponati” ogni due giorni. Un anno fa stampa, destre & Iv attribuivano a Conte la seconda ondata, peraltro peggiore nel resto d’Europa. Ora nessuno addossa a Draghi la quarta, neppure noi: la colpa è del Covid, non del governo. Ma Draghi non può dire di essere stato colto di sorpresa e avrebbe dovuto fare cose che non ha fatto (più mezzi pubblici e più aule scolastiche per garantire le distanze, un piano per la ventilazione nei luoghi chiusi) ed evitarne altre che ha fatto (il Green pass per lavorare, lo smantellamento dello smart working nella Pa, il caos nella comunicazione e l’occultamento dei dati sulle scuole). Ma soprattutto non avrebbe dovuto mentire, cosa che invece fa con allarmante frequenza.
Lo fece il 22 luglio: “Il Green pass è una misura che dà la garanzia di ritrovarsi con persone che non sono contagiose”. Un messaggio falso, antiscientifico, populista e molto dannoso, visti gli attuali dati dei vaccinati contagiati e ricoverati (e si sapeva da maggio, con Israele quasi tutto vaccinato con doppia dose, ma già travolto dai contagi). Anche nella conferenza stampa del 22 dicembre ha mentito due volte sapendo di mentire. Sulla riforma Irpef: “In termini percentuali, i maggiori benefici si concentrano sui lavoratori con 15mila euro di reddito” (ma l’Ufficio parlamentare di Bilancio l’aveva già sbugiardato: 368 euro di riduzione media d’imposta per i redditi sopra i 38mila euro contro i 162 previsti per quelli più bassi). E sul Pnrr: “Abbiamo raggiunto tutti e 51 gli obiettivi” (ma l’ha smentito l’indomani la relazione del suo governo sui vari target concordati con l’Ue incompiuti e sulla “ancora parziale funzionalità del sistema informativo unitario ReGiS” del Mef che deve monitorare e rendicontare i progetti). Brutta cosa le bugie, specie per il migliore presidente del Consiglio che vuol diventare il migliore presidente della Repubblica.

martedì 28 dicembre 2021

Che tesori!

 


Riassunto regionale

 

Dal Secolo XIX di oggi 




Quanto ci Costa-rà?

 



Questa svolta storica evocata dal Sottosegretario alla Salute Costa, assomiglia, a parer mio, a ricevere un passaggio, dopo aver abbandonato l’auto in panne in aperta campagna, da un mezzo della ditta Luigini Ecologia, il servizio di spurgo dei pozzi neri spezzino; lo stesso “profumo” che avvertirei allorché il camion di Luigini si fermasse ad un semaforo, lo ritrovo in quest’accordo tra pubblico e privato per costruire l’oramai famigerato nuovo nosocomio cittadino. Ammesso infatti che la filantropia sia oramai arte destinata alle opere natalizie - guardatevi al proposito il caritatevole video della Santa(de)ché sfoggiante il faraonico centrotavola natalizio e la sua conseguente pia sofferta meditazione sul fatto che molti, purtroppo, non se lo possano permettere - l’unica pietra miliare agevolante l’intervento privato in una struttura sanitaria è uno ed uno solo: fare grana, alias il profumo dell’automezzo Luigini fermo al semaforo.
Lo stile regionale infuso da Yoghi - Toti, tra l’altro già dichiaratosi grande elettore di un pregiudicato - puttaniere - pagatore seriale di tangenti alla mafia nella corsa quirinalizia, è palesemente tipico di quella nobiltà destrorsa e cattofascista assurta al governatorato di molte regioni: piano piano, lemme lemme, acquisire sempre più spazio, soffusamente, nel più grande granaio di spesa pubblica esistente, la sanità.
L’apripista di questa demoniaca e scellerata politica fu il mai dimenticato - quand’era in galera lo pensavo molto, immerso com’ero nel suono a festa di decine di campanili - pregiudicato, sommo vate pio, nonché memores domini, il Celeste Formiga, ideatore di uno dei più indecenti sciacallaggi di denari pubblici che la storia ricordi.
Recentemente Vittorio Agnoletto in merito alla riforma Moratti - altra papabile al colle più alto benché già condannata, quand’era sindaco di Milano, a versare oltre 591 mila euro per due voci di spesa: 11 incarichi dirigenziali esterni a non laureati per quasi 1 milione e 900 mila euro, e retribuzioni ritenute troppo costose, più di 1 milione, di alcuni addetti stampa - ha illustrato così i pericoli della penetrazione della logica liberista:
“Se la Lombardia fosse uno stato indipendente, come chiedeva Umberto Bossi, oggi sarebbe al 7° posto nel mondo come numero di morti per Covid in relazione agli abitanti: 343/100.000; nella prima fase della pandemia, la Lombardia era addirittura al primo posto: una tragedia nella tragedia, nella regione che si vanta di avere il miglior servizio sanitario del Paese.
Un modello di sanità portato in palmo di mano non solo dalla destra, ma anche da settori del centrosinistra.
In Lombardia circa il 40% della spesa sanitaria corrente è destinata alle strutture private convenzionate.
Per il privato, come in qualunque altro settore, l’obiettivo è fare profitti, ma in questo caso i profitti si fanno sulle malattie e sui malati, non sulle persone sane, quindi, la prevenzione per i privati è solo una pericolosa concorrente. Il privato sceglie i settori nei quali investire: non il pronto soccorso, né il dipartimento d’emergenza, ma la cura delle patologie croniche e la specialistica di alto livello.
Al contrario, il servizio pubblico più previene, meno persone si ammalano, più risparmia; ma in Lombardia (e non solo) il servizio pubblico da oltre venticinque anni è gestito con la stessa logica e i medesimi obiettivi del privato.
LA SPESA È ORIENTATA verso una medicina unicamente curativa, la parte del leone la fanno gli interventi di altissima specialità e le cure di ultima generazione, spesso ancora inserite nei trial di sperimentazione; queste eccellenze richiamano malati da ogni parte d’Italia, ma per le caratteristiche e per i costi che hanno (una terapia oncologica con gli ultimi farmaci può superare i 100.000 euro) possono riguardare un numero limitato di persone spesso curate in strutture private convenzionate, le quali si aggiudicano gran parte dei finanziamenti.
In assenza di una programmazione sanitaria pubblica a farne le spese, è stata la medicina preventiva e le strutture territoriali ridotte al minimo, private del personale e delle risorse necessarie: dalla carenza dei medici di medicina generale, all’esiguità dell’assistenza domiciliare, alle liste di attesa lunghe talvolta anche un anno, alla chiusura dei servizi di psichiatria, alla insufficienza di quelli dedicati ai minori, alla mancanza di personale nella medicina del lavoro ecc.”
Si comprendono quindi i rischi di far entrare soldi privati nella costruzione del nuovo ospedale cittadino, punta dell’iceberg del progetto di Yoghi che da una parte depotenzia, attraverso una cronica mancanza di personale, il servizio sanitario pubblico, con estenuanti liste di attesa per semplici esami, e dall’altra, con le RSA oramai quasi completamente in mano ai privati, incoraggia l’uso delle strutture private accreditate, dove tra sfavillii di luci e ninnoli, prontezza e rapidità degli esami, le persone vengono convinte ad abbracciare la nefasta scelta di affidare la prevenzione e la salute di noi tutti a chi di default è lì soltanto per ingigantire i suoi già sterminati guadagni sanitari, che alla fin fine paghiamo sempre noi.
Il nuovo ospedale corroborato da risorse private sarà il cuneo per la definitiva entrata della Liguria nei meandri di quel pressappochismo trasformante un diritto costituzionale in una stratosferica tavola imbandita per pochi Epuloni, apripista per quel progetto tanto caro ai soliti noti che vorrebbero affidare alle assicurazioni il destino della nostra salute, riducendo oltremodo i poco lucrosi controlli di prevenzione. La fermata dell'automezzo di Luigini al semaforo, appunto.

Vai Michele!

 

L’amaca
Sull’inutilità dei numeri
di Michele Serra
Pubblicare numeri sulla pandemia sostenendo che sono la prova dell’inutilità dei vaccini. Senza rendersi conto che quegli stessi dati documentano, al contrario, l’utilità dei vaccini. È capitato all’opinionista No Vax Diego Fusaro, molto deriso sui social per questa disavventura, ma non accanitevi su di lui.
È in folta compagnia.
Le ragioni della fede non attingono al mondo visibile e non ci sono più dubbi sul fatto che quella dei No Vax sia una fede allo stato puro: vedono in trascendenza, oltre la realtà, ciò che noi non sappiamo vedere. Ricevo lettere che compatiscono la mia ottusità di vaccinato invitandomi a prendere atto che i vaccinati sono un terzo dei ricoverati in terapia intensiva.
Secondo loro, sarebbe la prova del fallimento dei vaccini. Rispondo: ma si rende conto che gli altri due terzi dei posti sono occupati da non vaccinati, ed essendo costoro solo il 15 per cento della popolazione questo significa che i No Vax sono circa dodici volte più esposti al rischio di malattia grave, e occupano le terapie intensive, a spese della sanità pubblica, dodici volte più di quanto capiti ai vaccinati? Non credo serva a nulla.
Una conoscente No Vax, in ospedale con il Covid, twitta soddisfatta: “Così mi daranno il Green Pass senza avvelenarmi con il vaccino”. È imbottita di farmaci, dunque avvelenatissima, ma è convinta che il vaccino sia il demonio.
Preferisce il Covid al vaccino.
Mi ha sempre colpito che solo in Italia ci siano quasi un milione di Testimoni di Geova, quelli che rifiutano le trasfusioni di sangue a costo della loro vita. I cinque milioni di No Vax surclassano quel dato, e non solamente a rischio della loro vita, anche di quella altrui. Niente potrà mai più meravigliarmi, nemmeno un referendum vinto dai terrapiattisti. Forse noi non siamo capaci di vederlo, ma la Terra è piatta davvero.

Mannaggia!



Mi sconquasso leggendo questa ferale notizia, allontanante dal sacro golfo un’artista unica capace di danzare, recitare, tenere in piedi show grazie al suo innato magnetismo frutto di studi intensissimi, pregni della preparazione culturale tracimante che possiede, e che mette in secondo piano le doti ricevute da madre natura. Ci mancherà tanto l’indigeno commento confezionato appositamente al suo oramai ipotetico passaggio: “BelinBelen!”