lunedì 27 dicembre 2021

Sembra e ci parla

 


Quel gommone che sembra un presepe
di Paolo Di Paolo
Un Natale gelido, un Natale in solitudine, un Natale in lutto, un Natale diverso da tutti gli altri, un Natale lontano dalle latitudini in cui sembra Natale.
Riesco a immaginare molti Natali, a figurarmi giorni di festa in cui la festa è solo un segno rosso sul calendario. Però un Natale in mare aperto non riesco a immaginarlo; e forse è perfino stupido dire Natale, come se il 24 e il 25 dicembre non fossero due giorni come altri – solo più disperati, se oltretutto preghi un altro Dio, e li passi su un gommone che imbarca acqua del Mediterraneo, al largo di Lampedusa. La mia immaginazione non può spingersi fin lì. È un limite oggettivo, che va ammesso.
Supporre di potere cogliere realmente la differenza – per certi versi incolpevole, e in ogni caso feroce – fra il mio 25 dicembre e quello di chi è ritratto in questa fotografia è un esercizio retorico. Come pure vedere in queste tre figure – un padre giovane, alto, una madre con il capo coperto e un’espressione che non è un sorriso, come sembra, ma l’incredulità di fronte alla salvezza, e il loro bambino – una sorta di presepe. Ma una storia millenaria a cui l’apocrifo aggiunge dettagli e colore spinge a vedercelo, a vederci un presepe, a disegnarlo come l’ha disegnato il santo di Assisi: un padre terreno, una madre con il capo coperto, un bambino, un riparo di fortuna, inaspettato. Il bue e l’asino sono un’invenzione posticcia; non il calore del loro fiato – se, come racconta Luca, il bambino fu avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia: «perché non c’era posto per loro nell’albergo». Non c’era posto per loro. Dovesse essere sfrondata della sua logica divina, resta una storia di gente in fuga, di gente spaesata. Viandanti nella notte.
«Oggi è nato per voi il Salvatore», dicono gli angeli. Ma, intanto, c’è qualcuno che lo salva. Qualcuno che salva il figlio dell’Uomo.
Duemila anni fa e l’altra mattina, sul presto, qualcuno salvava il figlio di un uomo. Strappandolo per un soffio, per un caso, per una ostinazione, alla folla dei sommersi. Sommersi, letteralmente: come i cadaveri di ventotto migranti ritrovati su una spiaggia della costa libica. La differenza radicale di cui ha parlato Primo Levi nel suo libro più importante, “I sommersi e i salvati”. Resta una «vergogna più vasta, la vergogna del mondo»; non riguarda colpe commesse direttamente. E tuttavia è irrevocabile, dimostra che «l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare».
Oppure, al contrario – intanto – provare a salvare il figlio di un uomo.

venerdì 24 dicembre 2021

Luoghi natii



Ma guarda a volte il destino! Scopro ora con sommo interesse che Giancarlo Giorgetti è nato in provincia di Varese, a Cazzago Brabbia...

Problematiche risolte



Mi son sempre chiesto come mai continuassi ad accatastare in casa i sacchetti della spesa a caxxo...

La coda di speranza



In fila per i capponi…

giovedì 23 dicembre 2021

In effetti...

 


Come l'affonda lei, non lo affonda nessuno!
Renzi, un Narciso con sfondo di tavoletta del water
SMOKING MATTEO - L'ex premier si ritrae nei bagni del teatro, ma dimentica un particolare
DI DANIELA RANIERI
Cosa spinge gli uomini a fotografarsi nello specchio del bagno e a postare la foto sui social? Cosa c’è all’origine di questa piaga sociale?
Ce lo siamo chiesti guardando una foto che Renzi, il capo del non-partito Italia Viva, si è scattato per l’appunto in una toilette per signori e ha pubblicato su Instagram: “Io faccio sempre fatica a vedermi in smoking. Ma la serata della nuova inaugurazione del teatro dell’Opera… meritava il sacrificio”. Anche il sacrificio di chi guarda?, chiediamo.
Renzi è effettivamente in smoking, con papillon. È stranamente snello: il teatro dell’Opera ha specchi deformanti, per compiacere ego e trippe straripanti? Ha usato il filtro snellente delle influencer? Ha inclinato il telefono verso il basso, tipo prospettiva del Borromini a Palazzo Spada? Ha perso qualche chilo e ha ritenuto che il mondo dovesse sapere? Fatto sta che la figurina appare macrocefala, con effetto videocitofono, il che avvalorerebbe l’ipotesi di una qualche anamorfosi (smagrisci i fianchetti, ma le ossa del cranio quelle sono).
A destra, si intravede il coperchio del water alzato, con sopra il bottone per lo sciacquone. Che sia questo il punctum della foto di cui parlava Roland Barthes? Il centro emotivo del tutto? Alle spalle del soggetto, un quadro non identificato (bei tempi, quando impallava il Tondo Doni di Michelangelo agli Uffizi: ora gli toccano le croste nei cessi, sebbene upper class). Sul volto, l’espressione stolida di chi fa pipì in piscina, o dei gatti nella lettiera. Perché caratteristica precipua dell’autoscattista piastrellista è la totale assenza di autoironia; crede in sé stesso, anche se chissà quante prove ha fatto prima di scegliere lo scatto giusto, piegando il braccio secondo diversi angoli e parallassi. In generale, un’atmosfera triste, da privé di discoteca lituana (e se entrava qualcuno? Lo sanno gli inservienti dei bagni del teatro dell’Opera che dentro c’è un ex presidente del Consiglio che si sta selfando?).
Renzi ha la cognizione di quanto è amato, infatti limita i commenti ai suoi amici (tutti
complimenti
, c’è chi lo vede figo, elegante, persino bello: poi dice i terrapiattisti), infatti sugli altri social, dove la foto viene diffusa, lo massacrano.
Dopo questo stress test visivo, la risposta alla domanda iniziale (cosa spinge gli uomini a farsi le foto nei cessi) è: il narcisismo, certo, un’egolatria patologica, ma anche qualcosa di infinitamente più pericoloso per un politico: il delta incolmabile tra le aspettative su sé stessi e la realtà al di qua dello specchio.