venerdì 3 dicembre 2021

Angnoletto docet!


Il bazar della Riforma Moratti, funerale del
Servizio Sanitario Lombardo

- Vittorio Agnoletto, 02.12.2021

Salute. Nonostante la tragedia della pandemia, rilancio del privato: la malattia come fonte di profitti.
Non è «vicenda locale» ma un punto alto di penetrazione della logica liberista
Se la Lombardia fosse uno stato indipendente, come chiedeva Umberto Bossi, oggi sarebbe al 7°
posto nel mondo come numero di morti per Covid in relazione agli abitanti: 343/100.000; nella prima
fase della pandemia, la Lombardia era addirittura al primo posto: una tragedia nella tragedia, nella
regione che si vanta di avere il miglior servizio sanitario del Paese.
Un modello di sanità portato in palmo di mano non solo dalla destra, ma anche da settori del
centrosinistra.
In Lombardia circa il 40% della spesa sanitaria corrente è destinata alle strutture private
convenzionate.
Per il privato, come in qualunque altro settore, l’obiettivo è fare profitti, ma in questo caso i profitti
si fanno sulle malattie e sui malati, non sulle persone sane, quindi, la prevenzione per i privati è solo
una pericolosa concorrente. Il privato sceglie i settori nei quali investire: non il pronto soccorso, né il
dipartimento d’emergenza, ma la cura delle patologie croniche e la specialistica di alto livello.
Al contrario, il servizio pubblico più previene, meno persone si ammalano, più risparmia; ma in
Lombardia (e non solo) il servizio pubblico da oltre venticinque anni è gestito con la stessa logica e i
medesimi obiettivi del privato.
LA SPESA È ORIENTATA verso una medicina unicamente curativa, la parte del leone la fanno gli
interventi di altissima specialità e le cure di ultima generazione, spesso ancora inserite nei trial di
sperimentazione; queste eccellenze richiamano malati da ogni parte d’Italia, ma per le
caratteristiche e per i costi che hanno (una terapia oncologica con gli ultimi farmaci può superare i
100.000 euro) possono riguardare un numero limitato di persone spesso curate in strutture private
convenzionate, le quali si aggiudicano gran parte dei finanziamenti.
In assenza di una programmazione sanitaria pubblica a farne le spese, è stata la medicina preventiva
e le strutture territoriali ridotte al minimo, private del personale e delle risorse necessarie: dalla
carenza dei medici di medicina generale, all’esiguità dell’assistenza domiciliare, alle liste di attesa
lunghe talvolta anche un anno, alla chiusura dei servizi di psichiatria, alla insufficienza di quelli
dedicati ai minori, alla mancanza di personale nella medicina del lavoro ecc.
Un sistema sanitario così organizzato non è stato in grado e non lo sarà in futuro, di contrastare una
pandemia che si deve fronteggiare innanzitutto sul territorio in uno stretto rapporto tra popolazione
e strutture sanitarie.
La scadenza istituzionale che obbligava la Lombardia a modificare la legge sulla sanità poteva
rappresentare un’occasione unica per modificarne l’impianto, facendo tesoro della dura lezione
impartita dalla pandemia.
NULLA DI TUTTO QUESTO. La legge Moratti/Fontana approvata il 30 novembre va nella direzione opposta. Stabilisce ”l’equivalenza delle strutture pubbliche e private accreditate” questo significache il pubblico, con i suoi doveri e vincoli, farà da supporto al privato che potrà scegliere dove e
come collocarsi;
● vengono istituiti i distretti sanitari, ma le Case e gli ospedali di comunità potranno essere gestite
dai privati che le utilizzeranno per indirizzare i cittadini verso le loro strutture di diagnosi e cura;
● la programmazione rimane inesistente e non inciderà nel selezionare la presenza del privato
dentro il servizio pubblico, tutto sarà trasformato in un grande bazar nel quale ogni mercante
presenta la sua merce: chi potrà acquisterà, gli altri si arrangeranno con attese di mesi e mesi;
● l’impostazione rimane ospedalocentrica, prevenzione e medicina territoriale continueranno a far la parte di Cenerentola, l’epidemiologia e i piani pandemici restano fantasmi;
● rimangono sia le ATS, Agenzie di Tutela della Salute (dovrebbero essere le ASL) che le ASST, le
Aziende Socio sanitarie Territoriali, in un’enorme confusione di ruoli, ma con una pletora di posti
da dirigente da distribuire secondo i noti criteri di fedeltà politica;
● nulla cambia nella gestione delle RSA quasi completamente in mano ai privati;
● viene lasciato grande spazio alle assicurazioni private con è il rischio che in futuro potranno
utilizzare percorsi riservati di accesso al Servizio Sanitario.
Lo scenario futuro verso il quale ci stanno portando è evidente: la possibilità di curarsi dipenderà dal
proprio portafoglio e dall’assicurazione privata, per gli altri rimarrà solo una limitata assistenza
sanitaria di base.
LA PARTITA NON È CHIUSA; in Lombardia si è costituito “Dico 32. Campagna per il diritto alla
salute” che attorno ad una proposta di ventidue punti ha raccolto l’adesione di decine di associazioni
e che è riuscita a chiamare alla mobilitazione tutto lo schieramento di opposizione, comprese quelle
forze politiche che in regione negli anni passati non avevano certamente svolto un deciso ruolo di
contrasto alle politiche di privatizzazione.
Questa non è una vicenda puramente lombarda; rappresenta uno dei punti più avanzati di
penetrazione della logica liberista nel mondo sanitario; i nostri corpi sono trasformati in merce che
genera enormi profitti e la vicenda dei brevetti sui vaccini per il Covid né un altro esempio.
Durante le trattative sul TISA, l’Accordo sul commercio dei servizi, rappresentanti di fondi finanziari hanno esplicitamente dichiarato che la sanità sarebbe l’ambito più redditizio per gli investimenti privati a condizione che “gli Stati, le Chiese e le opere caritatevoli si ritirino” lasciando libero il campo.
Ed è quello che sta accadendo.
Ma non è detto che debba finire così. Le competenze e le risorse umane per bloccare queste
strategie ci sono e non sono poche, in Lombardia, in Italia e nel mondo. 

Vittorio Agnoletto

A processo!

 


Ovvietà

 

Bruxelles non rinuncia ai brevetti
Barbara Moens e Sarah Anne Aarup, Politico, Belgio
India e Sudafrica guidano la carica per una sospensione dei brevetti sui vaccini. L’Unione europea è invece la principale potenza commerciale a opporsi all’iniziativa
La diffusione della variante omicron del covid-19 in Africa meridionale sta dando forza alle voci critiche verso l’Unione europea, accusata di impedire l’accesso ai vaccini nei paesi poveri con la sua strenua difesa dei brevetti. Il 30 novembre a Ginevra avrebbe dovuto cominciare una riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) per discutere della sospensione dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini e sui farmaci contro il covid-19. Alla fine il vertice è stato rimandato. Ma non per questo i diplomatici europei possono tirare un sospiro di sollievo. Tutt’altro. I promotori di un accesso più ampio ai vaccini hanno immediatamente fatto notare che l’emergere di una nuova variante e la cancellazione dell’evento della Wto sono ulteriori prove del fatto che i paesi ricchi non possono sperare di sconfiggere il virus finché gli abitanti di quelli in via di sviluppo non saranno a loro volta vaccinati in massa. India e Sudafrica guidano la carica per una moratoria dei brevetti dei vaccini. L’Unione europea è invece la principale potenza commerciale – sostenuta da Regno Unito, Svizzera e Canada – a opporsi alla sospensione. Il dibattito va avanti da tempo. I paesi ricchi sostengono che la protezione dei brevetti è fondamentale per garantire che le grandi case farmaceutiche continuino a investire su ricerca e innovazione. I paesi in via di sviluppo ribattono dicendo che un ricorso eccessivo e prolungato ai brevetti impedisce un accesso alle cure a buon mercato.
Persone o profitti
“Il diffondersi della variante omicron dovrebbe spingere la Commissione europea a capire che non usciremo dalla pandemia finché tutto il mondo non avrà accesso a vaccini a basso prezzo”, ha dichiarato Sara Matthieu, deputata per il partito dei Verdi al parlamento europeo. “L’Europa deve tutelare la salute delle persone più dei profitti delle case farmaceutiche”. Secondo i dati dell’università Johns Hopkins, in Sudafrica le persone vaccinate sono il 24 per cento della popolazione, contro il quasi 70 per cento di Francia e Germania. Le motivazioni di chi spinge per la sospensione dei brevetti non sono solo umanitarie: se i vaccini fossero a disposizione di tutti, l’economia mondiale avrebbe minori possibilità di essere sconvolta da shock come la comparsa della variante omicron.
Il vertice che doveva cominciare il 30 novembre era considerato un test per la credibilità della Wto. La direttrice generale Ngozi Okonjo-Iweala voleva raggiungere un compromesso sulla sospensione dei brevetti, anche per dimostrare che questa moribonda istituzione commerciale può ancora svolgere un ruolo globale. Per questo aveva invitato i paesi a rinunciare alle posizioni oltranziste per raggiungere un accordo a Ginevra. Anche se il vertice è stato rinviato, i negoziati continuano.
A parole, l’Europa si è comportata abilmente negli ultimi giorni, lasciando intendere di voler ammorbidire la sua posizione. Ma in realtà non è cambiato niente. Di recente il commissario europeo per il commercio Valdis Dombrovskis ha scritto sul Financial Times che l’Europa sarebbe favorevole a una “deroga mirata” alle licenze sui vaccini. Tuttavia alcune persone ben informate hanno dichiarato che la proposta di Dombrovskis ricalca quella di lunga data di Bruxelles, disposta a sostenere delle misure per favorire la concessione di licenze obbligatorie, come previsto dall’accordo Trips della Wto, che stabilisce le regole per la tutela internazionale della proprietà intellettuale. La concessione di licenze obbligatorie significa che un paese può permettere a un’azienda di produrre un farmaco senza l’autorizzazione del detentore del brevetto, cosa che solitamente succede in caso di emergenza sanitaria. È un provvedimento adottato raramente e giuridicamente insidioso. Inoltre non risponde alla richiesta di sospensione assoluta avanzata da India e Sudafrica.
Nel frattempo il parlamento europeo sta aumentando le pressioni sulla Commissione. I deputati hanno approvato una risoluzione a favore della sospensione temporanea della proprietà intellettuale. Ma, dicono alcuni diplomatici dell’Unione europea, anche se la Commissione cambiasse improvvisamente idea e desse ascolto al parlamento europeo, i ministri del commercio dei governi nazionali non firmerebbero la sospensione.
Il 29 novembre i ministri del commercio erano pronti a riunirsi per comunicare alla Commissione europea il loro orientamento in vista del vertice di Ginevra. Le bozze del documento finale che Politico ha potuto vedere non mostrano alcuna flessibilità sulla sospensione dei brevetti. Solo licenze obbligatorie, niente di più.
Secondo i diplomatici europei molto dipenderà da cosa faranno gli Stati Uniti. Finora Washington non ha avanzato una proposta, anche se all’inizio dell’anno aveva sostenuto apertamente la sospensione della proprietà intellettuale per i vaccini. Questa posizione è stata ribadita il 26 novembre dal presidente statunitense Joe Biden, secondo cui la nuova variante ha mostrato “l’importanza di muoversi rapidamente”.
“Se Washington si schiererà con Sudafrica e India a favore di una sospensione”, ha commentato uno dei diplomatici intervistati da Politico, “le cose rischiano di andare storte per l’Europa”.

Ad minchiam

 

A leggere questo articolo tratto da L'Internazionale, c'è da chiedersi come possa la fondazione Nobel distribuire premi così sfacciatamente in modalità "ad minchiam".
di Giovanni De Mauro
Si avvicina la fine dell’anno ed è tempo di bilanci. Il 4 novembre 2020 il governo etiope del premier Abiy Ahmed (che nel 2019 ha ricevuto il Nobel per la pace, è bene ricordarlo) aveva inviato l’esercito nella regione del Tigrai in risposta a un attacco dei ribelli tigrini contro una base militare. Sperava di cavarsela in poche settimane, ma il conflitto si è diffuso al resto del paese. Un anno dopo, gli abitanti del Tigrai soffrono per la carestia e tutte le parti in conflitto sono accusate di gravi crimini di guerra. Le vittime potrebbero essere migliaia. Nel frattempo gli affari vanno a gonfie vele sul fronte del commercio di armi. Francesco Palmas racconta sul quotidiano Avvenire che “da inizio 2021 almeno un miliardo di dollari è stato bruciato da Abiy Ahmed per procurarsi sistemi sempre più mortiferi”, in una guerra che finora gli è costata tra i 2,5 e i 3 miliardi di dollari. Tra i principali fornitori militari del governo etiope c’è la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, che vuole allargare la sua influenza sulla regione: dal 2019 al 2021 l’interscambio commerciale turco-etiopico è salito da 200 a 650 milioni di dollari. La Turchia è il secondo investitore straniero nel paese, dopo la Cina. “Che la Cina armi l’Etiopia non deve stupire”, scrive Mirko Molteni su Analisi Difesa. Con prestiti per 6,5 miliardi di dollari, i cinesi detengono in pratica il 23 per cento del debito pubblico etiope, stimato in 27,8 miliardi di dollari, mentre il volume annuo di commercio bilaterale supera i 2,5 miliardi di dollari. Dove c’è da fare affari, però, non possono mancare gli Emirati Arabi Uniti. E infatti, scrive sempre Palmas, “nulla supera per copiosità gli aiuti che Abiy Ahmed sta ricevendo dagli emiri di Abu Dhabi e Dubai”. Dall’agosto 2021 sono stati tracciati più di cento voli cargo della FlySky che hanno trasportato armi dagli Emirati all’Etiopia, a cui si aggiungono altri voli dall’Iran, che ha un ruolo più defilato ma comunque rilevante. Un ponte aereo internazionale ininterrotto porta distruzione e sofferenza a una popolazione che invece avrebbe bisogno di essere difesa e aiutata.

giovedì 2 dicembre 2021

Reazione

 


ASL e dintorni


Una delle cose che più mi fanno imbufalire, pure scalciando, si verifica quando appropinquandoti davanti a uno sportello pubblico, in questo caso l’Asl, ti devi sorbire la chiacchierata mattutina dell’addetta con le paciose colleghe a cui, senza malevolenza alcuna, augurerei qualche mese nell’augusto “privato” con annesse le tipiche frasette del datore di lavoro quali “avete finito di ciacolare come vecchie galline da brodo?” 
La dipendente statale, pregna di agii oramai in dissolvimento, spiegava alle altre due gall… ehm…colleghe le manchevolezze della quarta, rigorosamente assente come da editto in vigore dal 1364 “Disquisizio mefiticam cum improvvidam ciacula versus feriente goderecciam”; e mentre insinuava, lanciando sagole dubbiose sul comportamento dell’assente, come un radiofaro ad intermittenza guardava il monitor, schiacciando tasti del pc “ad minchiam” addossandomi il sospetto che l’esame a me prescritto, si tramutasse in un’ecografia del primo trimestre, tra l’ottava e la decima settimana dopo il concepimento. La ciacolata gallinacea è proseguita per tutta la durata del pagamento del ticket, con un’unica sospensione allorché, rivolgendosi alquanto scocciata per la temporanea sospensione della fustigata verbale all’assente, mi ha sciorinato una serie di informazioni in qualche nano secondo, che avrei potuto, forse, recepire nel caso di essere dipendente NASA curante il progetto di sviluppo informatico sulle future missioni su Marte. 
Una volta congedatomi, mi è sorta in cervice la seguente domandina: “E questo sarebbe il modo con cui curi le tue dipendenti, permettendo loro di approfittare del tuo essere allocco nel mondo?”

“Come mia dipendente? Mumble mumble… diamine, è vero! La pago anche io!”

Grrrrrr…

Sacrosanto!

 

Le parole per dirlo
di Marco Travaglio
La valanga di firme che ha subito accolto la nostra petizione contro l’incubo di B. capo dello Stato è indice di una repulsione tanto ampia quanto trasversale: abbiamo la presunzione (speriamo non l’illusione) che la stragrande maggioranza degli italiani, a parte gli irriducibili elettori di Forza Italia, presi a tu per tu ritengano vergognosa, o almeno ridicola, la sola ipotesi che uno così possa ascendere al Quirinale. Eppure nessun leader dei maggiori partiti ha il coraggio di dirlo fuori dai denti. Che non lo dicano Salvini e Meloni, anche se probabilmente lo pensano, è ovvio: sono suoi alleati, hanno imbarcato e riciclato pezzi della sua classe dirigente (anzi digerente), sperano di ereditarne i pochi voti rimasti, beneficiano dei favori dei suoi giornali e delle sue tv, e sanno che basta un lieve dissenso, una pallida critica, per finire massacrati e sputtanati come Fini, Boffo e tutti gli altri “amici” che hanno osato allontanarsi da Arcore. Che non lo dica l’Innominabile, è scontato: a parte l’ammirazione dell’allievo ripetente per il maestro, se al prossimo giro quello non gli regala un seggio sicuro, è politicamente morto, più di quanto già non sia. Che non lo dicano Conte, Letta & C. è invece stupefacente. Finora si limitano a precisare che B. non è il loro candidato: e ci mancherebbe pure. Ma, quando spiegano il perché, balbettano frasi politichesi che lasciano basiti milioni di loro elettori, abituati da 27 anni a considerare il Caimano la peggior sciagura che si sia abbattuta sulla nostra povera Repubblica.
Sentite Letta (Enrico): “Non credo che la candidatura di Berlusconi sia in grado di essere votata dal Pd e nemmeno da una larga maggioranza. Se il capo dello Stato non viene eletto a larga maggioranza, cade il governo. È assurdo pensare al candidato di bandiera di uno schieramento”. Par di sognare: il Pd non vota B. perché gli altri non lo votano (quindi, se gli altri lo votassero, il Pd lo voterebbe); perché, se B. passasse per pochi voti, cadrebbe il governo Draghi (una buona notizia su due); e perché è di centrodestra (ma, se il problema fosse questo, non verrebbe eletto nessuno, perché i candidati o sono di centrodestra, o di centrosinistra, o del M5S, salvo eleggere un paracarro, un termosifone o un morto). Il ministro Orlando invece dice no a B. perché “è molto auspicabile una donna al Quirinale”: quindi il problema è che B. non è donna (ma Nicole Minetti lo è). Conte si spinge più in là, tracciando un identikit del futuro presidente – “persona di grande profilo morale e autorevolezza che possa guidarci per sette anni” – che esclude in radice B. Ma che ci vuole a dire che un vecchio puttaniere pregiudicato e finanziatore della mafia non può fare il capo dello Stato neppure in Italia?