mercoledì 27 ottobre 2021

L'Arabo Ebetino

 


Quando succede qualcosa di squallido, c'è sempre di mezzo "lui", il signorotto prestato alla sinistra, l'amico del riccastro assassino da cui è volato per contratto, il tramante dietro i soliloqui oramai insignificanti più che le mefitiche liste della spesa del suo neo amichetto, il Cazzaro.
Dove ci sono miasmi di democrazia si staglia la sua caricatura di ondivago impenitente, la vignetta vivente che rappresenta tutto ciò che dovremmo rottamare. Vedere una parte dell'aula del Senato esultare davanti al soffocamento dei diritti in termine protettivi di moltissime persone, rende amaro questo momento, l'attimo in cui comprendiamo pienamente la bassezza morale di buona parte dell'emiciclo.

E "lui" ne è il capomastro, il regista, principalmente perché sta cercando di ricollocarsi per non scomparire, accentrandosi in quel centro fucina dei principali inganni della storia di questa nazione. Corroborato dai paonazzi fedeli al bisso e al lusso, spronato da quel Parolin-Parolon che insufflandogli la malsana idea di trasformarlo nel pio servente la cattolicità, lo ha indotto ad ergersi a paladino di quel demenziale irrigidimento abbattente il decreto Zan, utile ad accalappiare quel pacioso mondo convinto della propria superiorità e salvezza, tanto da ghettizzare, deridendoli, gli "altri", i diversi, per loro, i dispersi, gli sconfitti, i violentati.

Ed ora che il danno è fatto, non resta che sopportare ulteriormente i latrati di questi subdoli ed infingardi commercianti del nulla, con "lui" sempre in prima fila, fino a che il popolo sovrano, finalmente, non lo metterà a riposo per sempre in quell'anonimato in cui, a sua insaputa, è già immerso da tanto tempo.

Un fantastico Robecchi!

 

Pensioni. La solita moda di usare i figli per picchiare i padri e i nonni

di Alessandro Robecchi

Colpo di scena, tornano di moda i giovani. Non stupisce più di tanto, è una cosa che succede periodicamente quando si tratta di penalizzare i vecchi, e quindi si attua il facile barbatrucco di mettere generazioni contro generazioni, segnatamente quando si parla di pensioni e previdenza. Traduco: siccome le pensioni ci costano un bel po’ e data l’incapacità di chiedere qualche soldo ai nuovi ricchi (un milione e mezzo i neo-milionari italiani, cresciuti del 20 per cento durante l’età d’oro – per loro – del Covid), ecco che si indicano ai giovani i diritti dei vecchi additandoli come odiosi privilegi.

È un trucchetto antico come il mondo, che funziona sempre e che ha come unico effetto collaterale di rivelare la statura etica, morale e politica di chi lo conduce: poca cosa. Non mi addentrerò qui nel vortice attuale dei numeri e nel gorgo che si legge in giro: quota 102, no, 104, no Fornero forever, eccetera eccetera, e mi limiterò all’uso strumentale del giovane in quanto sfigato storico di riferimento, funzionale al dibattito, feticcio utile alla causa draghian-confindustriale. Un po’ occultati e nascosti sotto il tappeto (quando non se ne parla per dire che sono tutti scemi), i famosi giovani vengono buoni adesso per dire che loro probabilmente le pensioni non le vedranno, o le avranno sotto la soglia di una decente sussistenza. E si capisce: calcolandole col retributivo secco, e avendo fino alla mezza età lavori intermittenti e stipendi da fame, dall’Inps prenderanno due cipolle e un pomodoro. Da qui, dritta come una freccia, ecco la pressione sulle trattative per la previdenza di genitori e nonni: è colpa loro e della loro avidità se chi ha vent’anni oggi farà la fame domani. E giù interviste, pareri, interventi, per dire che il sistema è iniquo e penalizza le nuove generazioni (mentre i pensionati anziani, si sa, nuotano nell’oro). Naturalmente essendo le basse paghe e il precariato ad libitum a penalizzare eventuali pensioni dei giovani, bisognerebbe intervenire su quei punti: meno contratti fantasiosi, meno stage e tirocini, più stipendi veri, magari un salario minimo che finisca per rasentare la decenza. Invece, su quel versante, niente, mentre si spinge sul pedale della guerra tra generazioni, mettendo figli contro padri, cioè i futuri poveracci contro i “privilegiati” che dopo aver lavorato una vita prendono (addirittura!) la pensione.

Il trucchetto ha il suo fascino, e a volte funziona. A pensarci, è quello su cui basa la sua propaganda anti-immigrati Matteo Salvini che tuona “prima gli italiani”, cioè invita i penultimi (gli italiani poveri) a odiare gli ultimi (i migranti). Altro caso di scuola, la narrazione renzista che portò all’abolizione dell’articolo 18. Siccome moltissimi non l’avevano, invece di darlo anche a loro si additò chi ne usufruiva come egoista e privilegiato. Anche allora i giornali erano pieni di giovani che dicevano: io, precario, l’articolo 18 non lo avrò mai, e allora perché deve averlo un metalmeccanico? Il meccanismo culturale che sovrintende il “ridisegno” del sistema pensionistico è esattamente lo stesso: lasciare una moltitudine senza diritti e poi – fase due – additare chi i diritti ancora ce li ha come un pescecane profittatore. Questo il desolante quadro del dibattito: trasferire la guerra ai piani bassi della società, mentre ai piani alti si stappa e si festeggia la ripresa “oltre le previsioni”. Siamo sempre lì: un Monti, un Renzi, un Draghi, la stessa sostanza di cui sono fatti gli interessi dei ricchi.

Una storia per sognare



A Londra c'è una donna che si reca ogni giorno dentro la metropolitana e resta seduta sulla banchina solo per ascoltare l'annuncio registrato dal marito nel lontano 1950.

Margaret McCollum dopo che è morto il suo Oswald Laurence, si siede sulla panchina e aspetta di sentire quella registrazione divenuta uno dei più celebri "Mind the gap" (attenzione allo spazio tra il treno e la banchina) di Londra.

Nel 2003 Oswald è morto lasciando un grande vuoto nel cuore di Margaret. Così da quel momento Margaret ha trovato il modo di sentire la sua presenza più vicina.

Ma da un giorno all'altro, dopo oltre mezzo secolo, quella voce è stata sostituita da una fredda e vuota registrazione elettronica.

Presa dallo sconforto Margaret ha fatto richiesta di quel nastro all'azienda dei trasporti della metropolitana londinese, per continuare ad ascoltare la voce di suo marito a casa sua.

Ma, venuta a conoscenza dell'emozionante storia, l'azienda ha deciso di ripristinare l'annuncio nell'unica fermata in prossimità della casa dove vive la donna, precisamente alla fermata di Embankment della Northern Line, dove oggi tutti i passeggeri possono ascoltare la voce di Oswald Laurence e pensare che l'amore eterno esiste davvero.

Rieccolo!



Ma guarda che si rivede! Reduce da delle verticali di Krug, amico e fedele ospite alle feste di conti, duchi e marchese, ondivago accanto alla cara consorte tra amene località tipiche dei riccastri, il Fausto pluripensionato ha inaspettatamente ricominciato a cazzeggiare dialetticamente, arzigogolando sull’aria fritta, blaterando di lotte sociali, disparità economiche e tutto quanto fa spettacolo per il famoso detto, ancora in auge, tipico del suo impegno “compagno, tu lavori e io magno!” 
Bentornato Faustino! Hai già in tasca il biglietto per la Prima della Scala?

Prossimo allocchismo

 


Abbè!