lunedì 2 agosto 2021

Montanari e la Normale


Il coraggio della ribellione per rivoluzionare gli atenei

Il discorso della Normale (di Pisa)

di Tomaso Montanari

“Ex ore parvulorum veritas”: è dalla bocca dei piccoli che viene la verità. Dato il paternalismo gerontocratico dell’università italiana, l’adagio calza al discorso che gli allievi e le allieve della classe di Lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa (punta di diamante delle università pubbliche italiane) hanno scritto, e che tre di loro – tre giovani donne – hanno letto durante la cerimonia della consegna dei diplomi. Il discorso – visibile su youtube, leggibile sul sito della rivista Il Mulino – è una profonda critica allo stato dell’università italiana, al ruolo della stessa Normale, allo statuto del sapere umanistico. Per l’irritualità, per la grazia con cui è stato proclamato, per la risposta nervosa della Scuola, il discorso ha suscitato moltissime reazioni: dalle strumentali adesioni di potenti professori dimentichi delle loro responsabilità (“si sa che la gente dà buoni consigli … se non può più dare cattivo esempio”), alle trombonaggini di chi ritiene che dalle bocche più giovani escano solo superficiali corbellerie, alle accuse di sputare nel piatto dell’eccellenza.

Da parte mia, credo che si tratti di un discorso luminoso. Quando ero allievo dello stesso corso in Normale (1990-1994) non avrei mai avuto consapevolezza, maturità e coraggio sufficienti per pensare e dire qualcosa del genere: anche per questo sono grato a questi giovani colleghi. E credo che i professori della Normale dovrebbero rallegrarsi (e poi magari farsi qualche domanda): quel discorso dimostra che, malgrado tutto e forse anche malgrado se stessa, la Scuola funziona ancora, perché riesce a suscitare quel pensiero critico che è sopito in quasi tutta l’università italiana. Ma cosa dicono le normaliste e i normalisti? Dicono – ma queste sono parole mie – che l’università è stata profondamente uniformata all’ideologia dominante del nostro tempo: gli atenei sono stati trasformati in aziende governate monocraticamente, messi in concorrenza tra loro, misurati sul numero dei “prodotti della ricerca”; gli studenti sono considerati clienti; i professori, in misura crescente precari senza alcuna libertà, non devono rovinare il brand e l’immagine dell’azienda. E sono sempre più maschi via via che la gerarchia sale. Si è rotto il nesso con la scuola, si è negato il carattere di servizio pubblico, si è abbattuto il diritto allo studio. Una risibile retorica dell’eccellenza ha coperto l’erosione drammatica del finanziamento pubblico di un’università che laurea quasi solo i figli dei laureati. In questa “università-azienda – e queste sono invece parole del discorso – l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto; la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi; lo sfruttamento della forza-lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e la deregolamentazione crescente delle condizioni contrattuali delle lavoratrici e dei lavoratori esternalizzati; le disuguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando i divari sociali e territoriali”.

Ebbene, sono tutte cose vere: perfino ovvie. È tutto quel che c’è da dire dell’università? No, naturalmente. Si potrebbe obiettare, per esempio, che anche la valutazione dei docenti da parte degli studenti è una bestialità aziendalistica; o aggiungere che la deformazione neoliberista non ha affatto cancellato la vecchia università feudale e indolente; o che l’autonomia di tipo aziendale è contraddetta dal centralismo di fondi vincolati. Tutto vero: infatti la situazione è ancora più grave di come appare dal discorso pisano.

Come se ne esce? Un primo passo è che i professori e gli studenti non stiano al loro posto: ma siano insubordinati, capaci di contestare dall’interno lo stato delle cose. Le normaliste e i normalisti lo hanno capito, e hanno denunciato che “schierarsi apertamente a favore o contro precise scelte politiche è ormai da tempo considerato non un valore aggiunto, bensì una macchia di cui l’accademico di oggi non deve in alcun modo sporcarsi”. Si potrebbe dire che è perfino peggio: negli stessi giorni del discorso, la Normale chiamava tra i suoi docenti colui che resse la segreteria tecnica della ministra Gelmini nel momento in cui fu perpetrato il massimo massacro morale e materiale dell’università italiana. La lezione è chiara: si può uscire dalla biblioteca solo per fare i consiglieri del principe, non per contestarlo.

Quando ero studente in Normale, lessi un saggio di Erwin Panofsky sull’immagine della torre d’avorio: dove si rammenta che la torre accademica dell’isolamento, la torre della “beatitudine egoistica”, è anche una torre di guardia. Ogni qualvolta l’occupante avverta un pericolo, ha il dovere di gridare, nella flebile speranza di essere ascoltato, a quelli che stanno a terra. 

La condizione per meritare di vivere nella torre è la disponibilità a dare l’allarme. Qualcuno, in Normale, lo ricorda ancora.

E rispondiamo all’albionico!



Ma che caro questo Matt Lawton, giornalista sportivo del Times! Fresco già di una mega rosicata allorché nel loro tempio di Wembley gli portammo via alla grande la coppa d’Europa pallonara, lasciandoli, al solito fermi al palo dal 1966, loro che isolatamente si vantano di essere gli inventori del football, il caro Matt, mega rosicante oramai forsennatamente, ci pregia di commentare la straordinaria vittoria del nostro Jacobs con questo tweet che traduco:

Il nuovo campione olimpico dei 100m, Marcell Jacobs, è sceso sotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso in 9.84 la semifinale e 9.80 la finale. 
Ah bene…

Come non rispondere al rosicante Matt, come non agevolarlo nella sua sofferenza abnorme tipica dei sudditi di sua Maestà? 
E gli ho risposto, sperando che il traduttore non mi abbia ostacolato!


Caro inglese, continua a rosicare!

Rosicate Isolani, rosicate!!



Sveglia e ricordo

 


41 anni fa la strage e in mezzo salamelecchi e stereotipi di ogni colore, promesse da marinai, finti e falsi piagnistei per quest'orrore di stato, vergogna infinita con servizi deviati, fascisti in tolda e poi lui, il Gran Bastardo che speriamo frigga, frigga nel più profondo degli inferi.
Oggi sappiamo di quel conto 525779 XS e quella parola trovata nelle tasche del venerabile di 'sta ceppa, Bologna e la contabilità minuziosa di milioni di dollari gestiti anche per organizzare la strage col contorno di bastardi senza alcuna dignità oltreché neri. Per capire la bassezza dello stato di allora, dei gobbacci mafiosi che lo conducevano verso i crinali della doppiezza, con quella loggia P2 fulcro e testimonianza della dipartita della democrazia - se non lo sapete ci sono ancora oggi degli iscritti che continuano a vivere alla grande come se nulla fosse, vero Al Tappone? - quel foglio fu trovato in Svizzera nelle tasche del Miserabile nel 1982 e soltanto nel 1986 arrivò nelle mani dei magistrati milanesi! Con l'avvocato del bastardo che minaccio l'apparato statale nel caso fossero state rivolte al suo assistito domande su quel foglietto. Che gronda sangue. E forse oggi il ricordo dei martiri di quel dannato giorno è finalmente un po' meno mieloso e più sentito, più vero, visto che inizia a stagliarsi la sagoma immonda del mandante.

Il miglior articolo per la gloria!

 

Undici minuti da favola
A Tokyo Jacobs è il nuovo re dei 100 metri Tamberi conquista l’oro nel salto in alto

di Emanuela Audisio

Tutto in una notte, piena di sole. Anzi in 11 minuti. Super Golden Sunday. Un viaggio infinito: da Simeoni a Tamberi. Da Bolt a Jacobs. Per sorpassare il mondo. Due italian boys. Due corpi che si abbracciano e si chiedono: ma cosa abbiamo fatto? Due campioni olimpici che stravolgono la storia, anzi la ribaltano. E con un secondo tricolore difficile da trovare perché vai tu a pensare che due azzurri nello stesso giorno e stadio e quasi alla stessa ora producano così alta intensità?

Un promesso sposo e un papà di tre bimbi. Il bianco e il nero. Uno che salta (2,37) e uno che corre (9”80). Due che vincono. Quasi stessa età: 29 anni Gianmarco, 27 a settembre Marcell. Tutti e due alla prima finale a Cinque Cerchi.

Un’Italia mai vista prima, nell’atletica, lo sport più universale. Sara Simeoni vinse l’alto ai Giochi di Mosca nell’80 e Pietro Mennea i 200 metri. Ma erano entrambi primatisti del mondo e avevano attraversato due Olimpiadi. Tamberi invece a Londra 2012 non passò le qualificazioni e a Rio 2016 era con il gesso alla caviglia mentre Jacobs qui debuttava e aveva il compito più duro: nessun azzurro era mai riuscito a correre la finale dei cento mai. Mai, never . Fino a questa pazza e sconvolgente domenica che mette sottosopra il mondo.

Ora in America scrivono: the fastest man in the world is italian. Yes, indeed. E si capisce lo stupore, anche nei Caraibi e dintorni. Perfino Usain Bolt nella sua villa in collina fuori Kingston si starà chiedendo: da dove salta fuori questo qui che prende il mio posto? E già perché questi sono i primi Giochi senza Bolt, che è l’unico ad aver vinto le sue finali olimpiche con tempi più veloci di Jacobs: 9”69 nel 2008, 9”63 a Londra, mentre a Rio si fermò a 9”81 (un centesimo in più di Marcell).

Tamberi ha un genitore allenatore, Marco, ex saltatore, sempre presente, Jacobs invece no, padre assente, i rapporti si sono interrotti presto, quando è tornato in Italia, e questo ha lasciato fratture e incomprensioni. Il primo è nato a Civitanova Marche, è estroverso, molto attore, in senso scenico, il secondo a El Paso, Texas, ma da quasi subito si è trasferito con la madre a Desenzano. Gianmarco detto Gimbo, sempre a dieta, ha saltato 2,37 senza mai sbagliare e chiedendo sostegno al poco pubblico (lui si carica così), al decimo salto, con l’asticella a 2,39 ha cercato di forzare, ma non ne aveva più. Nel frattempo aveva fatto di tutto: pregare in ginocchio, agitare le gambe alla Josephine Baker, mimare un canestro, urlarsi con il padre. Grande gara: in sei a 2,39, con tre che passavano 2,37. E con il suo rivale- amico Mutaz Barshim (Qatar) diventato da poco padre, anche lui operato al tendine d’Achille, che non mollava di un centimetro, anzi diventava sempre più furioso. Però alla fine era sfinito anche lui.

A 2,39 fallito da entrambi, ci doveva essere lo spareggio, il tie-break, i rigori (vi ricorda qualcosa?), ma Barshim chiedeva al giudice: «Can we have two golds?». Possiamo avere due ori? Insomma ex aequo. Gli amici condividono, non si sbranano dopo un viaggio al termine della notte, soprattutto se si sono lasciati biglietti sotto la porta nei momenti di maggiore sconforto. E a quel punto Tamberi sembrava preda di una pista mistica, piangeva, rideva, collassava, risuscitava, mostrava il gesso che per cinque anni aveva imprigionato il suo sogno oramai ossessione. E ripeteva: «Non ci posso credere». Se l’erano detto la sera prima giocando alla playstation: ti immagini se domani vinciamo insieme? No dai, e chi ci crede?

Intanto Jacobs aveva messo due piedi nella finale dei 100 correndo con disinvoltura in 9”84, migliorandosi di 10 centesimi, record italiano ed europeo, e dicendo ai giornalisti che non poteva fermarsi perché doveva andare a riposare. Come Carl Lewis che tra una gara e l’altra faceva il sonnellino. In finale la corsia a destra di Jacobs si svuotava per falsa partenza (fuori l’inglese Hughes), l’americano Bromell non si qualificava, e Marcell ai blocchi aveva la faccia di chi era riuscito a inquadrare il posto del mondo dove voleva essere. Proprio lì, ma in testa. Detto fatto. Vento quasi nulla, penultimo tempo di reazione. Scattava, era in linea con l’americano Kerley, ma ai 60 passava avanti, mangiandosi i metri, toccando una punta di velocità di 42,9 km orari. Roba da Tour. Qualcosina di meno di Bolt mondiale. Piombava sul traguardo senza nemmeno accorgersene, ma dando un’occhiata sulla destra, per vedere se c’era una marea che saliva.

Quando fai così, vuol dire che sei lucido, come Bolt che a Rio, prima del traguardo, si volta a sinistra verso il fotografo per essere inquadrato bene. E in più gli sorride. Primo? Primo. Il tabellone dice Jacobs. Secondi lunghi di incredulità. C’è qualcosa che non torna: un debuttante, uno di un Paese che in più di un secolo non è mai riuscito ad entrare in finale nei cento, ora la vince? Mettendosi alle spalle gli dei dello sprint americani e canadesi? Va bene l’Italian Job, ma questo è un tempo mondiale. Il decimo all time. E Marcell si è migliorato di altri quattro centesimi. Per la quinta volta è andato sotto i 10”. Era da Barcellona 1992 con l’inglese Linford Christie che un europeo non si prendeva i cento. Ok, è stato un anno strano, assurdo, molto alla rovescia. L’Italia del calcio ha vinto gli Europei, ma a Rio l’atletica azzurra aveva chiuso con zero medaglie e le ultime della pista risalgono a 25 anni fa (Lambruschini e Brunet ad Atlanta ’96). Era perplesso anche Marcell, ex lunghista, forse pensava a cosa dire ai figli, a Jeremy, Anthony e Megan: allora papà, il primo agosto 2021 a Tokyo in uno stadio vuoto mentre il mondo cercava il nuovo Bolt, si è fatto una corsetta con altri che si credevano chissà chi e li ha fulminati. Si chiamavano Kerley e De Grasse, 9”84 e 9”89, andavano molto più piano di papà che ora per ricordo si farà un altro tatuaggio, se trova ancora un centimetro di pelle libera. O forse pensava alla promessa fatta alla sua compagna, Nicole Daza, 27 anni, originaria dell’Ecuador: «Arrivo in finale a Tokyo e ti sposo». Anche Tamberi prima di partire ha chiesto la mano di Chiara con cui convive e se l’è portata a Tokyo. E per la prima volta non si è fatto i capelli strani, né si è rasato a metà. Come a dire che l’età per essere ragazzini è passata e che i dolori, tendine d’Achille e lungo stop, t’invecchiano in fretta. Ma Gimbo chi lo ferma più? Non sembra nemmeno tanto stanco. Zompa in braccio a Barshim, a Marcell che intanto ha trovato una bandiera da sventolare, fino a quando un gruppo di sei addetti giapponesi gli si para davanti per obbligarlo a smammare dalla pista. Il mondo sarà pure immenso, ma quella che per Metternich era un’espressione geografica fa, sportivamente s’intende, quello che fa Gassman nel film Il Sorpasso di Risi. Ah sì, le scarpe magiche. Anche Marcell le aveva. Mentre i suoi avversari dicono: «Non sapevamo chi fosse». Così Jacobs, il grande sconosciuto, spiega: «Ho cambiato disciplina, ma non ho cambiato sogno». E lo sport è così, a volte riallinea i pianeti, i cuori, e nuove felicità. Si può vincere in tanti modi. Marcell lo sa: «Quando la gente mi chiedeva chi è tuo padre, dicevo sempre non lo so. Un anno fa gli ho parlato per la prima volta, è stato importante. Mi ha scritto prima della gara, dicendo: puoi farcela, siamo con te, ti guarderemo». Non ci sarà più una prima domenica di agosto così. Con le coordinate del mondo molto italiane. La terra e il cielo. L’uomo più veloce sulla pista, Jacobs. E l’uomo più alto nell’aria, Tamberi.
La teoria della relatività da oggi ha nuova formula. I=mc2. L’Italia come misura dello spazio e del tempo.

Siamo i più grandi!!!

 


Godimento estremo!!!! Al solo pensiero del probabilissimo rosicamento di amerigani, canadians, jamaicani, albionici, galletti, teutonici, mi vien voglia di saltare come Gimbo nel post oro! Con meno grazia s'intende.... vamos ragazzi che il mondo si è inchinato e sta rosicando.... tanto, tanto!

domenica 1 agosto 2021

Ottimo Selvaggia!



Credo che farsi un’idea netta sul reddito di cittadinanza sia complicato, sempre che l’idea parta da un presupposto di onestà e non di propaganda in un senso o nell’altro. 
Di un fatto però sono certa. Parlare di reddito di cittadinanza richiede tatto, umanità ed empatia. Richiede coscienza sociale, partecipazione e consapevolezza di ciò che è la vita nella sua complessità. E del mondo del lavoro. 

Dire “dovete soffrire e rischiare” o “il reddito di cittadinanza è diseducativo” è una semplificazione che è tipica di chi non è immerso nella realtà e ha perso per sempre la capacità di fare quello che la politica dovrebbe fare: ascoltare. 

I furbi, i pigri, i paraculi, gli indolenti e i disonesti ci sono e ci saranno. Non li cancelliamo dalla società togliendo sussidi e comunque, anche cancellandoli, troveranno nuovi escamotage per vivacchiare.  
Vanno scovati il più possibile, ma non possono essere un buon motivo per demonizzare i sussidi e decidere che chiunque ne usufruisca faccia parte dell’esercito di sanguisughe. 

Mi dispiace, ma per quel che mi riguarda possiamo anche decidere di abolire il reddito di cittadinanza, io però mi rifiuto di girarmi dall’altra parte e di sentenziare, dall’alto della mia posizione privilegiata, che il reddito di cittadinanza sia il male. 
Se le mie tasse servono a restituire dignità a qualcuno che l’ha smarrita perché costretto a lavorare a ritmi disumani o perché caduto in disgrazia o per ragioni che possono essere le più inimmaginalibili per noi che non abbiamo mai avuto il problema di mettere insieme il pranzo e la cena, beh, 
mi assumo anche il rischio di essere derubata da qualche stronzo, che spero venga scoperto e punito. 

E no, “dovete soffrire” non è la strada ed è -questo sì- un messaggio diseducativo, anche perché se si è messi in condizione di studiare con i sussidi per chi non è abbiente e di lavorare pagati il giusto, costruire il futuro non è sofferenza e non va venduto come tale. 
È vita.