lunedì 5 luglio 2021

Peperepepèè

 



Sempre isolani

 

Cinque buone ragioni per essere stanchi di Londra
di Caterina Soffici
Fino a poco tempo fa ero una groupie dello scrittore inglese Samuel Johnson e del suo celeberrimo detto secondo cui «quando un uomo è stanco di Londra è stanco della vita». Ho vissuto a Londra gli ultimi dieci anni. Passavo molti mesi in Italia, facevo su e giù, come diciamo noi espatriati, dove il giù è quello geografico e fisico della penisola. Adesso, soprattutto per via della Brexit, il su – leggi l'isola nordica detta Gran Bretagna - mi ha stufato. Non sono la sola italiana a essere stufa, complice anche la pandemia, la difficoltà degli spostamenti e la sensazione di clausura dell'isola (e che isola…, quella dove quando c'è nebbia sulla Manica pensano che ad essere isolato sia il continente).
Che fare? È una domanda che serpeggia da un po' nella comunità degli italiani. Alcuni amici sono già tornati a vivere in Italia, altri ci stanno pensando, altri bofonchiano. Adesso l'aforisma di Samuel Johnson non è più una dichiarazione, ma una domanda: sarà vero che chi è stanco di Londra è stanco della vita? Chi lo sa. Intanto ho stilato una mia personalissima lista delle «Cinque buone ragioni per essere stanchi di Londra» (sarà anche su The Good List, ideato e condotto dallo scrittore Paolo Roversi su Roger-podcast.com, la nuova serie in rete dal 5 luglio). Si parte dalla posizione numero cinque e si risale fino al motivo numero uno, il più importante.
5). Il tempo. Certa di essere smentita dai meteorologi, posso affermare che dopo Brexit anche il cielo è più plumbeo e la pioggia più fastidiosa. Sì, ci siamo ridotti a parlare del tempo, la cosa più British che ci sia. Con la differenza che gli inglesi il cattivo tempo d'estate non lo notano neppure, mentre per noi italiani è motivo di sconforto e disperazione. Dopo lunga permanenza sull'isola, ho la certezza che in Inghilterra esistano solo tre stagioni: l'autunno, l'interminabile inverno e una prova di primavera. L'estate inglese arriva solo per scherzo: appare il sole, fa un po' caldo e tutto ciò dura un paio di settimane, quando va bene.
4). Il gelato (ovvero, la mancanza di). Ne esistono nominalmente vari tipi. Il più diffuso è un composto definito Ice Cream, ma che sta al gelato italiano come la pizza con l'ananas sta alla vera margherita. È una spuma gonfia e dolcissima (zucchero e aria per gonfiarla costano poco) che non ha mai visto né latte né uova né tantomeno frutta fresca, solo polveri. Anche i colori sono sospetti e virano dal verdolino pisello (sarebbe il pistacchio), al verde deciso (menta) all'azzurro (gusto sospetto che non ha un vero nome) al rosa della fragola senza passare mai dal giallo della crema. Ciaccolato non pervenuto, in genere è gusto Oreo, ovvero un biscotto al sapore di cioccolata. E pensare che i primi immigrati italiani, quelli che sbarcavano nel secolo scorso a Clerkenwell e a Little Italy, erano famosi non solo a Londra ma anche in Galles e Scozia per i loro carretti da gelatai. Adesso qualche buon gelataio italiano si trova ancora, ma sono mosche rare e un cono da due gusti costa quanto un tampone molecolare.
3). I pacchi. Il famoso «pacco da giù» con il provolone, la marmellata della zia, le melanzane sott'olio del nonno e il pezzo di parmigiano non arriva più. O meglio, arriva dopo aver stazionato minimo dieci giorni in dogana e con il pagamento di tasse la cui entità ancora ai più non è chiara. Si paga anche sugli effetti personali, sopra un certo valore dichiarato al momento della spedizione. Difficile quantificare se le melanzane del nonno valgano più o meno della marmellata della zia, ma comunque Brexit sta mettendo a dura prova anche la gloriosa Royal Mail, quel servizio famoso per la puntualità e l'efficienza, dove dalle cassette rosse con lo stemma della regina la posta viene prelevata due volte al giorno.
2). Il rischio Singapore (ovvero il fenomeno Harrods). La Londra multiculturale, metà di aspiranti musicisti, di creativi di ogni razza e qualità, di giovani in cerca dell'esperienza all'estero, quel melting pot che ha reso la capitale inglese un luogo di attrazione inimitabile, è fortemente minacciata dal sistema di ingresso a punti, necessario anche per trovare il classico lavoretto con cui mantenersi mentre si inseguono i propri sogni. Arrivano invece sempre più numerosi nababbi da ogni angolo del pianeta, principalmente asiatici e cinesi, carichi di soldi e di velleità immobiliari. I prezzi delle case, già esorbitanti prima di Brexit, sono cresciuti ancora. I grandi magazzini Harrods, dove il turista italiano si avventurava per curiosità e spaventato dai costi comprava al massimo una sciarpa per il nonno (quello delle melanzane sott'olio) o la scatoletta di thé da portare alla zia (quella della marmellata) è la nuova meta dei nuovi ricchi. E il numero di Ferrari e Lamborghini dorate e tempestate di brillantini che i giovani rampolli arabi amano tenere in mostra davanti all'Hotel Dorchester in Park Lane è aumentato. Pessimo segnale.
1). La caccia alla volpe. In quanto tale era già un'aberrazione e infatti è in disuso, ma con l'intera coreografia di cavalieri in giacca rossa e tuba, i corni e le mute di cani rappresenta la cifra dell'eccentricità britannica che prima di Brexit ci piaceva osservare
divertiti
, come gli stravaganti cappellini delle signore alle corse di cavalli ad Ascot, gli stivali da campagna, i pudding, il thé con gli scones, le divise e le medaglie della Royal Family, i club per soli uomini, le uniformi delle scuole e tutte le tradizioni a cui i britannici sono attaccati in maniera morbosa. Come sono particolari questi inglesi, ci dicevamo. Ecco, adesso no. Non mi divertono più. Non li considero più come innocue eccentricità ma come il sottile substrato del nazionalismo che ha portato gli inglesi a scegliere la Brexit e di isolarsi dal continente dietro la cortina di nebbia della Manica.

domenica 4 luglio 2021

Checcèdinuovo

 Estate tempo di relax, di gioia, di spensieratezza che mal s'accompagnano al post pandemico, perché quel che c'era è inutile ricercarlo ora; monta infatti in me una scontrosità senza freni nei confronti degl'immancabili imbecilli, di cui queste terre sono pregne. Non sopporto più coloro che già dal mattino affossano la ragione con quelle cazzo di richieste al bar che innervosirebbero pure un bonzo datato: il latte di soia tiepido con una spruzzata di cacao te li prepari a casa tua, caro fratello, si fa per dire, non li vieni a domandare davanti a me che sono in coda, si in coda, per prendermi un sano caffè, anticamera della prima paglia mattutina! Te lo prepari a casa, assieme alla brioche vegana, che non assaggerei neppure trovandola nel deserto post decade di digiuno. E non mi rompi gli zebedei con i tuoi discorsi altisonanti udibili in tutto il rione, sulle vacanze future, i luoghi intonsi che andrai a visitare e di cui non me ne frega una benamata mazza. 

Sono cambiato, piombando nella scontrosità, e ancora non capisco se sia un progredire o una regressione. Tendo ad isolarmi, convinto di essere accerchiato dagli idioti che iniziano a rimirarmi straniti perché ancora indosso la mascherina. A parte che sono cavoli miei ma a te che fastidio arreco se porto la mascherina all'aria aperta? E' tutto finito una mazza, caro confratello! Non siamo per niente fuori dal pandemico! Come faccio ad esserne certo? Guardo, leggo, m'informo e, di conseguenza, non ascolto nulla di quanto dicono i fumetti quotidiani di opuscoli comici come Libero e il Giornale. 

Sarà dura quest'estate, prevedo. Non so se riuscirò a starmene in pace e calmo. Anche perché devo convincermi che questo atteggiamento rappresenti una scelta saggia. Ne dubito.  

Effettivamente...

 


venerdì 2 luglio 2021

Boom Selvaggia!

 

Quota rosa o rossa? Concita è più “ologramma” di Zinga
di Selvaggia Lucarelli
C’era molto, forse troppo fermento a destra per il debutto di Concita De Gregorio alla conduzione di In Onda con David Parenzo. Chi era convinto che la sua presenza fosse un modo per strizzare l’occhio alle quote rosa, chi era convinto che fosse un modo per annaffiare le quote rosse, alla fine possono stare tutti tranquilli. Per ora l’unica quota rosa è rappresentata, appunto, dalla De Gregorio.
Per ora l’unica quota rosa è rappresentata, appunto, dalla De Gregorio che nelle prime tre puntate ha invitato solo uomini (Fico, Salvini, De Bortoli, Floris) e riguardo le quote rosse, be’, con Salvini ospite non abbiamo visto una gatta più morta di lei neanche dopo un giro di polpette avvelenate in una colonia felina. Insomma, l’unica quota che rappresenta la De Gregorio è, televisivamente parlando, la quota Palombelli: sguardo fisso in camera che sembra però mirare un punto indefinito nello spazio e nel tempo o, in alternativa, un Poltergeist. È quello sguardo che sa di inconscio collettivo, ovvero c’è dentro tutto, dal brodo primordiale all’energia nucleare, dall’Unità ai Parioli, ma alla fine non sai più bene cosa. E c’è quella flemma alla Palombelli un po’ composta e un po’ conturbante, quelle parole lente, trascinate come note vocali che però puoi ascoltare a una velocità inferiore, una roba che dopo 5 minuti di In Onda ti chiedi perché. Perché dopo tanta fatica deve arrivare questa specie di variante Delta di Otto e mezzo.
E ci si ritrova a provare empatia per Parenzo che, dopo la milionesima stagione con Cruciani, meriterebbe una medaglia al valore militare e invece gli mollano pure Concita. Io l’avevo già capito dallo spot che buttava male. Parenzo e Concita: “Concita arriverà la quarta ondata?”. “Chissà. Ma poi da dove arrivano queste ondate?”. “Concita l’Italia riparte!”. “Mah, qualcuno sì qualcuno no!”. Roba che dopo questo spot più che di vederli in tv veniva voglia di farsi una tripla dose di AstraZeneca.
La puntata con Salvini unico ospite in collegamento è, direi, emblematica della situazione: David Parenzo replica, controbatte con vivacità. La De Gregorio, al cospetto di Salvini, può essere efficacemente descritta citando un’abile penna: la sua. Quello che scrisse dell’ex segretario del Pd Zingaretti è perfettamente attribuibile a lei, in versione In Onda: “È gentilissima, va detto. Leale, tanto una brava persona. E però ogni volta che inciampa esita, traccheggia, lascia dietro di sé l’eco malinconica di un vuoto. Come un ologramma, sorride e svanisce”. Nello specifico, Salvini appare in collegamento e inizia subito la sua retorica cristiana augurando a tutti un “Buon San Pietro e Paolo”. La De Gregorio esulta: “Io ne ho tantissimi in famiglia!”. Che uno non capisce se parli di santi o altro, fatto sta che incalza Parenzo: “Tu ne hai di Pietro e Paolo?”. E lui: “Io come sai sono di religione ebraica”. E questo è stato il segmento dialettico della puntata.
Passiamo a Salvini. Matteo Salvini, al cospetto di Concita, riesce a dire del tutto indisturbato che: “Io e Prodi abbiamo idee diverse, ma è bello confrontarsi in modo civile, non sopporto la violenza!”. Cioè, Salvini veste il lenzuolo bianco di Gandhi e nessuno replica. La Gruber con la sola forza dell’incazzatura avrebbe aperto un portale sullo schermo. Poi: “Lei è un po’ come Conte rispetto… rispetto a Bossi.. cioè… quel che Conte è rispetto a Salvini… cioè lei è rispetto a Bossi quel che Conte è rispetto a Grillo?”. Parenzo trattiene l’ilarità, la sua cravatta, per la mancata espettorazione di ilarità, va in autocombustione.
Arriva la domanda ficcante: “Stare fuori dal governo ha fatto avanzare la Meloni?”. “Io non sto a guardare i sondaggi”. La cravatta di Parenzo emette radiazioni ionizzanti. Poi: “Sì, è un governo un po’ strano ma dopo 130mila morti dovevamo prenderci la nostra responsabilità”. Come no, quella dei tour senza mascherine. Concita è ologramma. “Il reddito di cittadinanza è un ostacolo al lavoro!”. Ologramma. “Landini se non attacca il governo ha esaurito la sua funzione!”. Ologramma. “La disabilità è una cosa di cui si parla troppo poco!”. Il giorno dopo Salvini esprimeva solidarietà alle guardie carcerarie che avevano preso a manganellate un detenuto sulla sedia a rotelle. Ma questo Concita non poteva prevederlo. Poi gli viene chiesto del ddl Zan e “Io non voglio sostenere che l’utero in affitto va bene!”. E qui, davvero uno si aspetta che almeno non gli venga permesso di dire falsità, visto che è questione estranea al ddl Zan. Ologramma. Salvini mostra con sdegno la foto di un ragazzo al Gay Pride vestito da Gesù con i tacchi, interviene Parenzo: “Io da cronista venivo a Pontida, è come dire che quelli che da voi giravano con le corna sono la Lega”. Si passa ai porti chiusi: “Secondo lei i porti chiusi sono ancora l’atteggiamento DIFENSIVO giusto?”. Su quel “difensivo” della De Gregorio Freud avrebbe ricalibrato il concetto di “inconscio”. “Con me i bambini morti annegati nel Mediterraneo si erano dimezzati, perché non partivano!”. Certo, morivano a casa loro. Niente, ologramma. Poi si torna sulle migrazioni e Concita esprime un timido dissenso: “Anche i nostri nonni andavano altrove a cercare lavoro e sopravvivenza!”. Salvini allora si lancia in una accurata analisi storica: “Sì, ma non andavano a fare casino!”. “Parenzo: “La malavita la portavamo anche noi in America!”. La De Gregorio: “È come dire che se nasci in una famiglia pachistana chissà come diventi, anche la presidente dell’authority americana è una ragazza pachistana.. da immigrato puoi diventare Obama”. L’integrazione secondo Concita: o sei lo zio di Saman o sei Obama, quindi.
Insomma. Temevamo la quarta ondata. È arrivato In Onda con Concita.

Tuttotutto vero! E travagliato!

 

E il terzo gode
di Marco Travaglio
Un classico dei B-movie scollacciati anni 80 è la scena del marito ipnotizzato dalla partita di calcio in tv mentre la moglie nell’altra stanza se la spassa con l’idraulico. Mutatis mutandis, è il caso di dirlo, la stessa scena si ripete nella politica reale da quando Grillo ebbe la visione di trasformare il M5S (partito di maggioranza relativa) nella ruota di scorta del caterpillar di Draghi, poi di consegnarlo a Conte per tamponare l’emorragia di consensi, infine di sfanculare Conte dopo quattro mesi di lavoro volontario, lasciando i 5Stelle senza testa (cioè con la sua e quella di Casaleggio). E mentre il M5S si rimira l’ombelico e discute di temi appassionanti come lo statuto, il garante, il direttorio, i dati degli iscritti e la piattaforma, nell’altra stanza Draghi se la spassa con Confindustria & centrodestra alle loro (e nostre) spalle: ingaggia i migliori aedi del Partito degli Affari che s’è mangiato l’Italia per 30 anni; sblocca i licenziamenti e si fa beffe dei sindacati con un accordo-farsa che consegna ai padroni il diritto di vita o di morte sui lavoratori; dopo il condono fiscale, vara la sanatoria per i precari della scuola (per esservisi opposta, la Azzolina è ancora sotto scorta); si fa bello del Recovery ottenuto dal predecessore in una fiction con la Von der Leyen a Cinecittà; cancella il Cashback, ottima arma anti-evasione, primo passo per la digitalizzazione (era nel Piano Colao) e aiuto concreto ai negozianti distrutti dal Covid e poi dall’e-commerce; ingrassa il partito degli inquinatori e del fossile con l’apposito Cingolani; e raccatta l’assist delle destre con la mozione sul Ponte sullo Stretto, votata da una parte dei 5Stelle in stato confusionale, senza guida né bussola.
Di questo passo, smantellare anche le ultime conquiste targate M5S, dalla blocca-prescrizione alla Spazzacorrotti (si è già cominciato trasferendo poteri dall’Anac a Brunetta) al reddito di cittadinanza, sarà un gioco da ragazzi. Di queste quisquilie Grillo non si occupa né si accorge: l’ha detto lui che in tre anni i suoi ministri non han combinato nulla (invece vuoi mettere i veri grillini Draghi e Cingolani). Ma qualcuno dovrà pur occuparsene, il che rende comprensibile la fretta di Conte di partire. Purché non sia un partito personale da uomo solo al comando, ma un movimento collettivo con un gruppo di cofondatori che hanno dato buona prova al governo e in Parlamento e di nuovi innesti dalla società civile. Per dare una casa e una bussola a una comunità portata allo sbando da Grillo. A meno che questi non ritiri tutto quel che ha detto e fatto negli ultimi 7 giorni e si contenti di fare il garante muto. Ma è quasi un’ipotesi dell’irrealtà. E il tempo pare scaduto: basta dare una sbirciatina nell’altra stanza.

giovedì 1 luglio 2021

Tutto tutto tutto, purché...

 

Tutto purché si allontani lo spettro Conte, qui in Alloccalia!
La destra esalta Beppe: non è più “Benito Grillo”
Tifosi. Sallusti, Minzolini e Belpietro
di Giacomo Salvini
Un tempo, poco prima delle elezioni del 2013 e del boom del M5S, era il “Benito Grillo” che in pochi giorni era passato “da profeta a dittatore” (Il Giornale), “il Duce Beppe” (Libero), “lo squadrista che fa paura” (Giuliano Ferrara). Il Giornale di casa Berlusconi, oltre a ricordare “l’omicidio” di Limone Piemonte, lo accostò anche a “Bin Laden” e “all’Islam” solo perché la moglie Parvin Tadjk è di origine iraniana. Due mesi fa, invece, dopo il video choc in cui aveva difeso il figlio Ciro accusato di stupro, non lo avevano risparmiato: “Il suicidio di Grillo”, titolava il 20 aprile il Giornale; “Grillo infanga una ragazzina”, gli faceva eco Il Tempo, mentre La Verità di Maurizio Belpietro ci andava giù ancora più pesante: “Grillo stupra la giustizia (e anche un po’ le donne)”. Oggi, tutto d’un tratto, è tutto dimenticato: per i giornali e i leader del centrodestra, Beppe Grillo è diventato un politico da stimare. Un punto di riferimento da elogiare. Quasi uno statista. Perché? Perché ha avuto il merito di bloccare la corsa alla leadership del M5S di Giuseppe Conte.
Dopo il post di martedì in cui Grillo ha accusato l’ex premier di non avere “né visione politica, né capacità manageriali, né capacità di innovazione”, ieri è scattata la ola della destra che ha esultato per la mossa del Garante che ha “liquidato” Conte e ha “ripreso le redini” del M5S. Augusto Minzolini, da poco direttore de Il Giornale, solo due giorni fa, commentando la conferenza stampa del leader in pectore, si ergeva ad avvocato di Grillo accusando Conte di “scippo” e di “furto con destrezza”: l’ex premier “ha tentato di rubare il M5S a Grillo”. Ieri, dopo la rottura con il fondatore, il titolo emblematico: “Un vaffa a Conte”. Strategia fotocopia de La Verità di Belpietro che due giorni fa titolava: “Conte prova a scippare il M5S a Grillo”. E ieri: “Grillo liquida Conte: ‘È una droga’”. Bene, bravo, bis! Non poteva mancare Il Tempo di Franco Bechis: “Conte strappa a Grillo i suoi 5 Stelle”, scriveva martedì prima di festeggiare ieri legando la querelle del M5S allo sblocco dei licenziamenti che parte oggi: “È Conte il primo licenziato”. Per non parlare di Libero, diretto da Alessandro Sallusti, che quasi si bea del fatto che Grillo abbia “violentato” Conte elogiandone “il colpo di teatro”, pur specificando che il comico è “culturalmente violento e pronto a farsi esplodere con il nemico”. Però intanto ha fatto la cosa giusta, sostiene Libero.
La rottura tra Conte e Grillo e lo sfaldamento del M5S ovviamente fa esultare anche il fronte politico del centrodestra che non arriva a elogiare direttamente il fondatore del Movimento, ma giudica positivamente la sua mossa in grado di azzoppare l’ex premier che gode ancora di un’alta popolarità. Tutti puntano ai voti dei delusi del M5S. Matteo Salvini a In Onda ha spiegato che quella del M5S è “una parabola esaurita”. Anche Matteo Renzi, che a gennaio ha fatto cadere il governo Conte-2 e dopo aver detto che “il M5S è morto e non ha futuro”, martedì ha esultato: “È andato tutto bene, secondo previsioni”. Chi prova esplicitamente ad attrarre i voti dei delusi del M5S è la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: “Non vedo un futuro roseo per il M5S, tornerà il bipolarismo”, ha detto ieri. Che l’obiettivo sia quello lo spiega anche il deputato di FdI Mauro Rotelli, braccio destro di Meloni: “Molti elettori di destra in passato hanno votato M5S e sono rimasti delusi per l’incoerenza dei grillini: noi oggi parliamo a loro perché tornino a casa”.