mercoledì 16 giugno 2021

L'Amaca

 


La sacra bottiglia
di Michele Serra
Ignoriamo (per nostra fortuna) il dettaglio delle complicate situazioni contrattuali e legali che stanno dietro, sopra e sotto la cliccatissima lite tra Cristiano Ronaldo e una bottiglietta di Coca Cola. È però sicuro che, levandola dall’inquadratura televisiva, il bomber abbia fatto fibrillare decine di uffici legali in tutto il mondo: per primo quello che lo assiste. Aggiungendo che lui beve solo acqua, il caso è poi salito di grado fino all’incandescenza, fino a eguagliare i massimi incidenti diplomatici della storia, dallo schiaffo di Anagni all’attentato di Sarajevo.
Erano papi e imperatori, a quei tempi, a incarnare la sacralità del potere. Ora sono le merci: ma non è che ci siamo laicizzati più di tanto. La bottiglietta che presiede, accanto al microfono, la mondovisione calcistica, è un idolo. Un totem. Scansandola, e subito dopo dichiarando la sua estraneità alle bollicine, CR7 ha commesso qualcosa di abbastanza simile, tecnicamente, al sacrilegio. La reputazione delle merci, il loro buon nome, la loro onorabilità, il loro diritto di non essere nominate invano, sono difesi da un corpus giuridico formidabile, e da un clero aziendale, pubblicitario e forense agguerritissimo.
Provate a destinare a un marchio aziendale, sui giornali e sui social, anche solo la metà degli insulti che hanno normalmente per oggetto gli esseri umani, come categorie e come singoli individui: ne pagherete il prezzo. Chissà se verrà mai il giorno in cui le persone potranno godere di uguale prestigio, uguale tutela, di una bibita in bottiglia.

martedì 15 giugno 2021

Dalla satira s'impara

 

Guerrafondai, giornaloni e complottisti: cosa si sa finora sull’Afghanistan
di Daniele Luttazzi
“L’Italia via dall’Afghanistan” (Agenzia DiRE, 8 giugno 2021)
Raccontando la ritirata militare Nato dall’Afghanistan, i giornaloni scrivono che gli Usa di Bush fecero la guerra all’Afghanistan come reazione all’11 settembre. Così però non si capisce nulla. Perché attaccare l’Afghanistan, se 15 dei 19 terroristi dell’11 settembre venivano dall’Arabia Saudita? Perché l’Arabia Saudita è una delle due amanti legittime che gli Usa hanno in Medio Oriente (l’altra è Israele). Per fortuna, Bush aveva le prove che bin Laden era collegato a Goldfinger, e poté far partire la “guerra al terrore”. Come pretesto, Bush accusò i talebani di non volergli consegnare bin Laden. Gli Usa stanziarono pure una taglia su bin Laden: 25 milioni di dollari. Nessun risultato. Allora la aumentarono a 50 milioni. Perché è noto che i pastori di capre in Afghanistan non si alzano dal letto per meno di 50 milioni di dollari. Immagino i falchi neo-con: “25 milioni di dollari, capiamo perché non ce lo hanno consegnato. Ma con 50 milioni di dollari dovremmo convincerli”. “Per 25 milioni di dollari hanno detto di no?! Chi si credono di essere, Tom Cruise?” diceva nel 2007, a teatro, un comico che chiedeva a gran voce il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, mentre il ministro della Difesa Parisi affermava al Tg2: “Quella in Afghanistan è una missione militare per la pace in una situazione che presenta molti tratti che richiamano la guerra”. Questa frase presentava molti tratti che richiamavano la stronzata: eravamo in guerra, nonostante la nostra Costituzione lo vieti (lo siamo stati fino al 2015). 

L’Italia berlusconiana e ulivista si era accodata agli Usa, che 10 anni prima stavano con i talebani, così come erano stati con Saddam, a cui fecero guerra due anni dopo con altri pretesti (Saddam non aveva “armi di distruzione di massa”; né legami con al Qaeda, nonostante la serie Homeland, pluripremiata, nella terza stagione accreditasse questa mistificazione). (Nota: negli anni 80, gli Usa di Bush padre avevano finanziato Saddam in funzione anti-iraniana, e gli avevano fornito tutto il gas necessario per sterminare i curdi, gas che era prodotto da una società di Bush padre. A parte che, se proprio vuoi eliminare tutti i dittatori dalla faccia della Terra, perché cominciare dalla lettera S? Vai almeno in ordine alfabetico, Cristo! Mussolini invade l’Abissinia. Perché? È alfabetico. Lui lo sapeva, Bush no). “Coi talebani o contro? Gli Usa si decidano, una buona volta, o il resto del mondo penserà che D’Alema non abbia una politica estera!”, diceva a teatro quel comico. 
Diventò una guerra in cui a un certo punto i talebani, che sono pashtun, venivano accolti come liberatori dalle popolazioni pashtun a sud e a est. Con gli Usa che ammettevano di non sapere quando sarebbe finita, ipotizzando addirittura la guerra all’Iran. Bush rassicurò: “Non c’è nessun piano di attacco contro l’Iran. Lo attaccheremo senza alcun piano, come con l’Afghanistan”. (La guerra all’Iran era un’altra delle idee da dottor Stranamore promosse dal “Progetto per un nuovo secolo americano”, think tank neo-con che annoverava guerrafondai del calibro di Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Libby, Perle, Bolton. Nel 2000, un loro documento, “Ricostruire le difese dell’America”, proponeva gli Usa come poliziotti del mondo per meglio garantire gli interessi Usa. Scrivevano: “Il processo di trasformazione risulterà molto lungo, se non si dovesse verificare un evento catastrofico e catalizzante, come una nuova Pearl Harbor”. Sicché i complottisti fecero due più due quando, l’anno dopo, ci fu l’11 settembre, l’evento catastrofico e catalizzante che proiettò gli Usa nelle guerre coloniali in Afghanistan e in Iraq).
(1. Continua)

Al solito: magico!

 

In fondo a destra
di Marco Travaglio
Accade ciclicamente di dimenticarsi cos’è la “destra” italiana. Poi per fortuna provvede essa stessa a ricordarcelo. Per solennizzare il ventennale dalla morte di Indro Montanelli, la famiglia Berlusconi ha nominato il nuovo direttore del Giornale. Dal 1994 all’altroieri aveva cercato quanto di più lontano dal fondatore, in un crescendo rossiniano all’incontrario partito da Feltri e giunto fino a Sallusti. Di peggio, si pensava, era difficile scovare. Ma, da quelle parti, mai disperare: infatti il nuovo direttore è Augusto Minzolini, che al Tg1 nascondeva le notizie e, quando proprio non poteva farne a meno, le taroccava (memorabile la prescrizione dell’avvocato Mills spacciata per assoluzione). Poi concluse in bellezza la sua carriera in Rai con una condanna per peculato perché rubava sulle note spese. Il che gli valse la promozione a senatore di FI, salvo poi dover lasciare il Senato per la legge Severino. Ora, non potendo più mettere piede in Parlamento, l’hanno piazzato al Giornale.
A Napoli, il candidato sindaco del centrodestra Catello Maresca, pm in aspettativa nella stessa città, dichiara: “Il Paese ha ancora bisogno di Berlusconi. Servono persone come lui in prima linea a Napoli. Io sono un costituzionalista convinto (sic, ndr) e la Costituzione ci impone il principio di non colpevolezza fino a sentenza passata in giudicato. Credo che il presidente Berlusconi abbia una sola condanna passata in giudicato” (segue supercazzola sulla Corte europea). Il sillogismo non fa una grinza: tutti sono innocenti fino a condanna definitiva; B. ha una condanna definitiva; dunque è innocente. E questo – è bene ripeterlo – è un pm che faceva le indagini fino all’altroieri e tornerà a farle da ottobre se sarà trombato. Il che pone ai napoletani un bel dilemma etico: votarlo perché faccia danni a Napoli ma smetta di farne alla giustizia, o non votarlo perché torni a far danni alla giustizia ma non cominci a farne a Napoli? Fino a un anno fa, a parte gli addetti ai lavori, nessuno sapeva chi fosse. Poi Massimo Giletti, che sta al giornalismo come Maresca alla toga, cominciò a invitarlo a “Non è l’Arena, è Salvini” per sostenere che le centinaia di boss usciti per il Covid (che poi erano tre) non li avevano scarcerati i giudici, ma il ministro Bonafede (che non ha mai scarcerato né incarcerato nessuno). Maresca non parlava ancora da “costituzionalista”, ma – diceva lui – da “tecnico”. Ora si candida col partito rappresentato a Napoli da Giggino ’a Purpetta, indagato per camorra con tre fratelli arrestati. Ma, da tecnico, da costituzionalista e da pm anticamorra in aspettativa, assicura che con Giggino sul palco non ci sale. Ha la moralità delle demi-vierges, convinte che la verginità sia questione di millimetri.

lunedì 14 giugno 2021

Un grande uomo!


Per Zielinski niente Bugatti: gioca con i bimbi dei suoi orfanatrofi

di Paolo Ziliani

Alzi la mano chi, anche inavvertitamente, sfogliando i giornali o navigando nel web non è incappato almeno una volta nel racconto del “favoloso garage” di Cristiano Ronaldo, un parco auto del valore di 20 milioni di euro, uno dei garage più invidiati al mondo potendo contare su diversi modelli di Ferrari, Porsche e Maserati e soprattutto sulla preziosissima Bugatti Centodieci da 8 milioni di euro prodotta in soli dieci esemplari; o nel racconto delle sue cene da mille e una notte con Georgina, come quella del 15 novembre 2018 allo “Scott’s” di Londra che la Gazzetta ci raccontò in un memorabile pezzo intitolato “Ronaldo, cena da superstar: ordina due vini da 30 mila euro” in cui venimmo a sapere che la scelta di CR7 era caduta su un “Richebourg Grand Cru, rarissimo Pinot Nero, prodotto da Henry Jayer, vignaiolo della Borgogna nato nel 1922” (extra carta-vini, costo 20 mila euro) e su un “Pomerol Petrus del 1982, un Merlot della zona di Bordeaux che è il più caro tra i vini del locale” (costo 10 mila euro). E alzi la mano chi, magari sfogliando una rivista dal parrucchiere o in sala d’aspetto dal dentista non è mai incappato almeno una volta nel racconto delle gesta di Mauro Icardi e Wanda Nara: come la cena a lume di candela in un ristorante di lusso milanese con consumazione di risotto alla milanese con foglio d’oro da 24 carati, naturalmente fotografato e postato sui social con il commento: “Risotto con zafferano e oro 24K… Cibo costoso @wanda_icardi”; o nella visione dei fantasmagorici tatuaggi dei nostri due eroi, come quello sul busto di Maurito che ritrae un leone con al fianco due piccole leonesse (in omaggio alle sue bambine Francesca e Isabella), un tatoo, ci è stato raccontato, che ha richiesto tre sessioni per cinque mesi di lavoro, fotografato e mostrato sui social in tutto il suo splendore assieme ad alcuni dei più riusciti “lati B” di Wanda.

E insomma: se nemmeno volendo riusciamo a scampare al racconto di simili prelibatezze, visto che i nostri media ne sono ghiotti come gli scoiattoli di nocciole, è stato con un senso di stupore misto a sollievo che nei giorni scorsi siamo venuti a conoscenza, grazie al quotidiano inglese Guardian, di un particolare di vita riguardante uno dei giocatori più silenziosi e trascurati (a dispetto del suo straordinario valore) della Serie A, Piotr Zielinski del Napoli, il 27enne centrocampista polacco nato a Ząbkowice. Che ha fatto di tanto strano Zielinski, a detta di tutti uno dei quattro migliori giocatori dell’ultimo campionato assieme a Lukaku, Kessie e Barella? A fari spenti, in silenzio, nel novembre del 2015 Piotr, che ancora giocava nell’Empoli, ha acquistato a Zabkowice due edifici che i suoi genitori hanno ristrutturato e trasformato in orfanotrofi fondando l’associazione “Piotrus Pan” (Peter Pan) dal nome del figlio. Qui la famiglia Zielinski si prende cura ogni giorno di bambini orfani e bambini con problemi familiari legati a genitori alcolisti, violenti o con gravi problemi economici. “Piotr - racconta il padre Boguslaw - torna qui ogni volta che può, va a trovare i ragazzi, gioca a calcio con loro e gli regala apparecchiature elettroniche che non usa: laptop, console di gioco, tablet. Recentemente un ragazzino che doveva ricevere la prima comunione non aveva nessuno che lo accompagnasse: Piotr è venuto dall’Italia apposta e gli ha fatto da padre e da padrino lui. Lui è così”.

Grazie di esistere Piotr.

domenica 13 giugno 2021

Non riesco proprio!

 


Più passa il tempo e più non riesco a togliermi dalla testa l'immagine di questa faccia di merda, scusate il francesismo, uno per il quale, lo confesso, ristabilirei la pena di morte mediante ghigliottina. Un esempio eclatante di quanto il male possegga abissi infiniti, perché costui è riuscito ad arrivare ad una profondità probabilmente sconosciuta, essendo riuscito a spillare soldi, tanti, troppi, a pazienti oncologici terminali.
Bastardo della peggior razza, Giuseppe Rizzi che solo sulla carta di professione faceva il dottore, per altro già licenziato in tronco dall'Istituto Tumori "Giovanni Paolo II" di Bari, aveva pure una fetida spalla nella compagna l'avvocato Maria Antonietta Sancipriani, ed insieme a lei è riuscito a spillare 130mila euro ad un paziente, poi morto, per somministrargli farmaci oncologici salvavita gratuiti. Come possano aver trovato il coraggio di accanirsi su un paziente in fin di vita, resterà probabilmente un mistero, a meno che fior fiori di criminologi non arrivino a sbrogliare questa mefitica matassa, da far vergognare l'intera umanità.
Durante le perquisizioni nella dimora di quest'orco furono trovate, naturalmente ingenti quantità di denaro, più di un milione pare.
Naturalmente questo vigliacco visitava pure i colpiti dal male del secolo, chiedendo per ogni visita, pare, 600 euro naturalmente e rigorosamente in nero.
Dai documenti d'inchiesta emerge pure un colloquio con un parente di una persona in cura e appena deceduta. Appresa la notizia, il bifolco rispose con una frase ricapitolante il degrado psicologico in cui l'avidità lo ha trascinato: "Si ricordi di saldare l'importo dell'ultima visita!"
Concordando che sempre e per sempre occorrerebbe seguire la linea illuminante la via maestra della giustizia democratica, non riesco però a trattenermi nel chiedere a gran voce a chicchessia di buttare, eccezionalmente, via per sempre la chiave della cella dove spero questo bifolco possa marcire per il resto dei suoi anni! Al momento però è ai domiciliari. Vergognosamente.

Giannini e i vaccini

 di Massimo Giannini

Sono un Sì-Vax adulto, convinto e consapevole. Lo sono perché ho fiducia nella scienza. Perché di fronte a ogni prova della vita resto inchiodato alle parole del Galileo di Bertolt Brecht: credo nella ragione e credo nell'uomo, che alla lunga non sa resisterle. Ci credo a maggior ragione adesso, di fronte a una pandemia che la vita ce l'ha stravolta e purtroppo anche tolta. E ci credo a maggior ragione dopo averla sopportata sulla mia pelle, questa pestilenza moderna che vuole risucchiarci dentro un altro Medioevo. Ho sentito lungo i 96 mila chilometri di vene arterie vasi sanguigni avviluppati nel mio corpo di cosa è capace questo agente patogeno, piccolo un decimillesimo del punto che vedrete alla fine di questa frase, eppure capace di mettere in ginocchio il mondo. Ho visto intorno a me, nella luce dolente e opalescente di un reparto di terapia intensiva, come circola, come aggredisce, come uccide.
Ma per tutti questi motivi oggi sono preoccupato. Dobbiamo essere onesti. Soprattutto noi, che combattiamo la superstizione e la strumentalizzazione, l'oscurantismo e il negazionismo, i No-Mask e i No-Vax. La morte di Camilla, diciottenne di Sestri Levante, ci ha colpito al cuore. Era una delle decine di migliaia di ragazzi che erano accorsi entusiasti agli Open Day vaccinali, lanciati dalle regioni e autorizzati dalla struttura Commissariale. Il messaggio era convincente: fate il vaccino, e riprendetevi l'estate, le vacanze e uno scampolo delle libertà perdute in un anno di lockdown. La reazione è stata straordinaria: tantissimi giovani in fila davanti agli hub. In un braccio l'iniezione, in una mano la Costituzione. Camilla se l'è portata via una trombosi, dopo una dose di Astrazeneca.
Non c'è antidoto al dolore dei suoi genitori, che hanno autorizzato la donazione degli organi. La loro figlia soffriva di una piastrinopenia autoimmune: l'inchiesta chiarirà chi ha sbagliato e perché. Ma a parte questo, ora qualche domanda dobbiamo farcela. E soprattutto dobbiamo farla alle autorità sanitarie, agli organismi della farmaco-vigilanza, al commissario straordinario, al ministro della Salute, al premier Draghi. Fino a quando deve durare, questo caos informativo ed emotivo sui cosiddetti vaccini "a vettore virale"? In conferenza stampa Locatelli, Figliuolo e Speranza provano a dare qualche risposta. Ma lo dico con amarezza: non ci siamo. Se non ci sono nuovi dati sugli effetti collaterali, perché ricambia di nuovo l'intero il piano vaccinale? Se Astrazeneca è un vaccino «sicuro ed efficace», perché se ne muta in continuazione l'utilizzo in base alle fasce d'età? Se invece non lo è, perché non viene vietato a tutti? E ancora: se il Comitato Tecnico Scientifico è un organismo credibile, perché formula semplici «raccomandazioni»? E perché il governo solo adesso sente il bisogno di tradurle «in modo perentorio»?
Sappiamo ancora poco su tutto, ma quel poco che sappiamo è che su Astrazeneca abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto. Sul fronte europeo, tre mesi fa 275 casi di trombo-embolia in Uk producono il primo stop alle somministrazioni. L'11 marzo sospendono Danimarca, Norvegia e Islanda. Il 15 si aggiunge l'Austria. Il 16 arrivano anche Germania, Francia, Italia, Spagna, e a ruota quasi tutta l'Unione: Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Svezia. Il 18 marzo la direttrice generale dell'Ema, Emer Cook, annuncia tre cose: 1) c'è un nesso di causalità tra i decessi e l'inoculazione; 2) i benefici dell'immunizzazione superano i rischi di reazione avversa; 3) ogni Stato si regoli come crede. Comprensibili le prime due. Incomprensibile la terza. Quando è in gioco la tutela della vita umana, un'autorità comunitaria può lavare pilatescamente le sue mani e lasciare libere quelle di ogni singola nazione?
Può, purtroppo. Infatti ogni Stato fa a modo suo. Sul fronte italiano, il 9 febbraio una circolare ministeriale raccomanda Astrazeneca «per le persone dai 18 fino al compimento dei 55 anni». L'8 marzo si può somministrare «anche agli over 65». L'8 aprile è approvato «a partire dai 18 anni di età», ma è raccomandato un «uso preferenziale per gli over 80». Il 12 maggio, sull'onda dell'entusiasmo per l'arrivo di «20 milioni di dosi a giugno», il Cts certifica la validità degli Open Day, per offrire su base volontaria «i vaccini a vettore adenovirale a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni». Il 14 maggio la Struttura Commissariale invia il parere favorevole del Comitato alle Regioni, che dall'Emilia al Lazio lanciano la trionfale "campagna giovani", per maggiorenni e maturandi.
Dopo un mese di somministrazioni massicce, dopo la morte di Camilla, dopo il sequestro del lotto di vaccino già inoculato a lei e a un'altra giovane 34enne ora in ospedale, tutto cambia di nuovo: niente Astrazeneca per gli under 60, e chi l'ha già assunto con la prima dose farà la seconda con Pfizer o Moderna. Dovremmo essere soddisfatti. Ma non lo siamo. Perché pensiamo allo stato d'animo dei ragazzi che si sono vaccinati con Astrazeneca fino ad oggi. Perché ci chiediamo quanto varrà questa ulteriore raccomandazione (solo più «perentoria» delle altre) visto che le stesse autorità che la riformulano oggi l'avevano disattesa nei mesi scorsi. Perché non sopportiamo più lo scaricabarile sistematico, con le regioni che accusano il Commissario e l'Aifa che accusa le regioni.
Intendiamoci: come scrive Fareed Zakaria (Il mercato non basta – Dieci lezioni per il mondo dopo la pandemia, Feltrinelli) la scienza è innanzitutto un metodo di indagine: pone domande e mette rigorosamente alla prova le ipotesi. Dalla scienza non possiamo pretendere risposte semplici e definitive, meno che mai quando "opera nelle nebbie" in cerca di un virus sconosciuto. Solo a gennaio 2020 Anthony Fauci, il più grande immunologo del pianeta, diceva testualmente: «C'è un bassissimo rischio per gli Stati Uniti… Non è qualcosa di cui devono preoccuparsi gli americani o di cui essere spaventati». Abbiamo visto com'è finita, 4 milioni di morti dopo.
Lasciamo che gli scienziati facciano il loro lavoro (magari lontani dalla cerimonia cannibale dei talk televisivi). Ma è dai politici che dobbiamo esigere una maggiore assunzione di responsabilità. Anche quando si consumano tragedie impreviste, ma forse non imprevedibili come quella di Camilla. Anche quando si combatte una guerra asimmetrica contro un nemico invisibile come la pandemia, che fiacca le nostre economie e indebolisce le nostre democrazie. Vale per Salvini, che specula sulla morte di Camilla bombardando l'esecutivo di cui è "azionista" e accusandolo di aver usato bimbi e ragazzi come cavie da "laboratorio", neanche fossimo nella "clinica" del dottor Mengele ad Auschwitz. Ma vale anche per Figliuolo, per Speranza e per Draghi, che hanno il dovere di decidere in modo chiaro e di comunicare in modo tempestivo. Per citare ancora una volta Zakaria: come nel Novecento il dibattito pubblico è ruotato intorno alla "quantità di governo" (cioè la dimensione e il ruolo dello Stato nella società e nel mercato), in questa crisi epocale l'unica cosa che conta è la "qualità del governo" (cioè l'efficienza delle strutture e l'efficacia delle scelte).
I vaccini sono la sola nostra ancora di salvezza, in una tempesta che ciascuno di noi affronta su barche diverse. Io voglio che tutti si vaccinino. Voglio che il G7 costringa Big Pharma a rinunciare ai brevetti, perché il vaccino sia disponibile e accessibile anche alla metà povera del mondo che finora non l'ha avuto. Di più: come dissi all'allora premier Conte, nell'ultima puntata di "Porta a Porta" prima della sua caduta, voglio che il vaccino contro il Covid diventi obbligatorio per legge. Ma questa volontà, individuale o collettiva che sia, non può prescindere dalla fiducia. Se manca quella, non c'è resilienza possibile. Se manca quella, come dice Galileo, «la mattina non mi sento la forza di alzarmi dal letto». —
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L’amaca
Il dosaggio del vaccino
di Michele Serra
Non riesco più a leggere una sola riga sull’argomento vaccini.
Non credo sia incoscienza: devo ancora fare la seconda dose, mi sento pienamente coinvolto, e direi che niente, negli ultimi mesi, sia stato socialmente più rilevante della campagna di vaccinazione di massa. Credo sia saturazione.
Se non mi entra in testa più niente, al riguardo, è perché ho letto e sentito, da quando siamo in pandemia, circa un milione di volte la parola vaccino. Con tutto il corollario di opinioni, previsioni, statistiche, ordini e contrordini, pareri di esperti e pareri di passanti. Un bolo gigantesco che da un certo momento in poi non sono stato più in grado di assimilare.
La saturazione è un processo di autodifesa.
Si chiudono dei ricettori, si ostruiscono delle aperture, ci si chiude per sfinimento.
Siamo adulti e vaccinati (appunto) e dunque sappiamo bene che l’informazione è un valore della democrazia. Che il cittadino disinformato — perché è escluso dal circuito o per menefreghismo suo — non è un buon cittadino. Ma sul dosaggio, ancora non siamo diventati bravi. Né il venditore, né il cliente.
Sia chi somministra informazioni, sia chi le riceve, non ha trovato la misura.
Dovessimo fare uno studio scientifico sull’informazione e il Covid, credo ci accorgeremmo che le informazioni utili e verificate sono state appena una parte, forse anche minore, del totale. Il resto era emotività, retorica confezionata per fare audience, concorrenza tra bancarelle adiacenti (il mercato è mercato). L’esistenza delle autorità sanitarie, che decidono anche per mio conto, mi è stata, da un certo punto in poi, di grande sollievo.