mercoledì 26 maggio 2021

Sinonimo

 


ZoffBurgnichFacchetti è da sempre il sinonimo di chiusura, di serrata, come dire "da qui non si passa!" Se ne è andato Tarcisio la Roccia, un baluardo calamitante garretti, perno di quella difesa che tanto piaceva in quegli anni favolosi, tanto belli e mai gracili, lontani anni luce da personaggetti fagocitanti risorse alla Raiola per intenderci. Fu lui a tentare di contrastare il Calcio nella Disfida Maxima Atzeca, allorché l'inviato degli dei col numero 10 stampato in schiena su sfondo giallo oro, staccò da terra al 19' per abbattere le normali leggi gravitazionali sospendendosi nel vuoto, in attesa della sfera, poi insaccata come la prima delle quattro pere che portarono i brasilierio ad agguantare per sempre la Rimet predecessora dell'attuale Coppa du Mundo. Fu lui che, pur essendo un ottimo saltatore, arrancò sino ad arrivare in zona collottola, col braccio disteso, del Re Do Nascimiento.

Era sì un coacervo di durezza, ma restò sempre leale, perseverante, serio. 

Tarcisio la Roccia non avrebbe potuto giocare nel calcio d'oggi, non tanto per la velocità, quanto perché non avrebbe oltremodo sopportato la becera recitazione in campo degli attuali sbilenchi attori, che appena toccati ululano e gemono come se venissero mannaiati. 

Probabilmente avrà riso di cotanta cristalleria, abituato com'era a ricevere ed assestare inauditi colpi mai privi però del rispetto per l'avversario. 

Riposa in pace Roccia!    

Al comando

 


Lavoro Travagliato

 

Vi serve un disegnino?
di Marco Travaglio
C’è chi le cose le intuisce subito, chi dopo un po’ e chi mai. Eppure non era difficile capire perché Conte non doveva gestire i soldi del Recovery Fund che lui stesso (non la Von der Leyen o la Merkel, come raccontava l’altroieri a Ottoemezzo quel furbacchione di Bernabè, insieme a varie balle sui vaccini) aveva portato a casa il 21 luglio: perché il suo governo non obbediva a Confindustria e agli altri padroni del vapore, tutti puntualmente tornati a trafficare dopo la sua caduta, ben nascosti dietro il supercurriculum di SuperMario. Il bello è che molti continuano a non capirlo neppure ora che i Migliori hanno gettato la maschera. Non basta nemmeno che si parli di Paolo Scaroni – che nel ’96 patteggiò 16 mesi per le tangenti Techint al Psi in cambio di appalti Enel – alle Fs al posto dell’incensurato Battisti. Né che sia sufficiente un titolo del Sole 24 Ore contro il ministro Orlando – accusato di “inganno” per la proroga del blocco dei licenziamenti, annunciata in conferenza stampa con Draghi – per indurre il governo all’immediata retromarcia al fine di non contrariare troppo il padrone delle ferriere Carlo Bonomi, che si crede pure il padrone del governo e in effetti lo è.
Questo curioso esemplare di imprenditore senza impresa (non ne ha neppure una) si permette di accusare di “imboscata” il ministro del Lavoro senza che nessuno – tipo il premier – lo rimetta al posto suo. Silenzio di tomba, a parte la solidarietà a Orlando da un frammento del suo partito e da Patuanelli e le proteste dei tre leader sindacali (bentornati sulla terraferma: due mesi fa erano tutti a cena chez Brunetta, ora è arrivato il dessert). Cosa deve ancora accadere perché i giallorosa prendano atto di far parte non di un governo di unità nazionale, ma di centrodestra, dove comanda la minoranza Lega-Forza Italia Viva e la maggioranza M5S-Pd-Leu si limita a metterci i voti? Oggi, se tutto va bene, la Commissione di Indecenza del Senato, che ha già restituito il vitalizio ai ladri, lo ridarà anche agli ex senatori, per ribadire la prima legge della Restaurazione: la legge è uguale per gli altri. Nel 1993, per 4 autorizzazioni a procedere su 5 contro Craxi negate dalla Camera al pool di Milano, il Pds ritirò i suoi ministri dal neonato governo Ciampi. Non perché il voto della Camera fosse colpa del governo, ma perché Occhetto e persino Rutelli ritennero che allearsi con partiti che calpestavano il principio di eguaglianza fosse complicità. Ci pensino, 5Stelle, Pd e Leu, se oggi i loro alleati forzaleghisti compieranno l’ennesimo scempio sui vitalizi. Nel ’93 il governo Ciampi stava in piedi anche senza il Pds, mentre il governo Draghi senza i giallorosa va a casa: quando si ricorderanno di essere la maggioranza, sarà sempre troppo tardi.

Cose pazzesche!

 


martedì 25 maggio 2021

Si riparte!

 


Mentre il budinone con i soldi attorno alla propria immensa panza continua a dettar legge per i propri porci comodi, leggasi pure "Procuratore delle mie gonadi", quest'aria di festa multistellare per il ritorno alla casa della CoppaconleOrecchie è infastidita dall'inaudita ed improvvida gesta dirigenziale di far arrivare a scadenza di contratto il Portierone a volte Donna ed altre Paper Rumma, senza minimamente ricorrere a rinnovi lampo in grado di lenire la partenza col fresco contante.
Ma l'arrivo di Mike - che ho sempre preferito al Paper sia per continuità che per saracinesca abbassata - ridesta antichi bollori mai affievoliti dal tempo. L'appuntamento con la storia, caro Mike, ha già sede, San Pietroburgo, e data: 28 maggio 2022. Ventottomaggio... ventottomaggio... stesso giorno della Madre di tutte le imprese, anno 2003, il rigore di Sheva.... contro quei poveretti oggi osannanti coppette più innocue di un ragionamento della triade. Non disfare le valige Mike che San Pietroburgo è vicina!

L'Unico Travagliato

 

C’è un’aria
di Marco Travaglio
In quest’arietta da regimetto, non nuova peraltro nel Paese con l’intellighenzia più serva del mondo, sta passando l’idea che i partiti debbano stare a cuccia e lasciar fare tutto a Draghi, il nostro Ronaldo (che peraltro ha appena trascinato la Juve al minimo storico del decennio). Ogni proposta è bollata come un fastidioso disturbo al Manovratore, ogni protesta come un sabotaggio delle magnifiche sorti e progressive dei Migliori e dai giornaloni si levano moniti contro i partiti che “piantano bandierine”. Prima che la sindrome di Stoccolma renda le forze politiche ancor più paralizzate e afasiche di quanto già non siano, è il caso di ricordare a lorsignori alcuni fondamentali della democrazia parlamentare: Draghi e i suoi tre o quattro “tecnici” non hanno mai preso un voto, diversamente dai partiti. E alle prossime elezioni, verosimilmente, Draghi siederà sul Colle o su qualche altra poltrona oppure a casa, mentre a chiedere i voti agli elettori saranno i partiti. Il governo esiste in quanto e finché il Parlamento gli dà la fiducia. Ciascun partito è liberissimo di votarla o di negarla in base a quello che il governo fa. E non c’è “Europa”, o suo improvvisato portavoce, che possa dire ai rappresentanti del popolo cosa devono fare.
Semmai è Draghi che dovrebbe pensarci mille volte prima di mettere le mani sulla Rai e sulle altre partecipate di Stato senza consultarli. Quanto ai miliardi del Recovery, peraltro procacciati dal governo precedente, arriveranno in base al Piano presentato alla Ue (per il 95% copiato da quello di Conte e per il 5% modificato in peggio) e alle riforme promesse su giustizia, lavoro, ambiente, burocrazia. Ma non le decide l’Europa e nemmeno il governo: le decide il Parlamento, libero di votarle o bocciarle o modificarle in base ai programmi e alle aspettative degli elettori dei vari partiti. Se i 5Stelle vogliono il salario minimo e il sorteggio dei togati del Csm e non vogliono la prescrizione, la separazione delle carriere, l’azione penale discrezionale, l’abolizione del codice degli appalti e altre deregulation foriere di stragi tipo Morandi e Mottarone, nessuno può obbligarli a votare l’opposto in nome di presunte urgenze europee o esigenze di unità nazionale. Lo stesso vale per Pd e Lega&FI sulla tassa di successione. I partiti non solo possono, ma devono “piantare bandierine”, cioè combattere le battaglie promesse agli elettori, anche a costo di disturbare i manovratori senza elettori. Se troveranno buoni compromessi per le famose “riforme”, bene. Sennò si saluteranno, manderanno Draghi al Quirinale o dove vuole lui, e torneremo a votare per chi pare a noi. Non alla fantomatica “Europa”, che fra l’altro non ha fra i suoi compiti quello di insegnarci a votare.

Amacamara

 

L’amaca
L’uomo delle bottiglie di plastica
di Michele Serra
Se non altro, la storia del migrante africano che approda a Gibilterra aggrappato alle bottiglie di plastica, senza scomodare la compassione e la solidarietà (per carità, tutte stronzate buoniste!) potrebbe emozionarci dal punto di vista dell’avventura e della performance: c’è fior di fatturato, sapete, attorno a queste cose.
Dunque sei o sette bottiglie di plastica vuote, legate insieme non si sa bene come. La più povera delle zattere, il più nullo dei navigli, e via in mezzo alle onde. Abbiamo già il rafting, il canoing, il river bugging, vogliamo aggiungerci, per piacere, anche il sea bottling?
È il massimo dell’avventura! Il freddo, l’acqua salata che vi entra in bocca e nel naso, la paura di annegare, le mani che scivolano sulla plastica, e all’arrivo sulla spiaggia, felici dell’approdo, un picchetto di gendarmi europei che vi sloggiano.
Sono esperienze che andrebbero vissute.
Tanto per sapere quali straordinari rischi ancora ci riserva, il mondo, quanto ingannevoli siano il tepore dei letti e la pancia piena. Potete scegliere tra varie discipline sportive: c’è “a piedi nudi nella neve in Bosnia con un bambino al collo” ( snow walking). C’è “in cento su un gommone bucato che potrebbe reggerne dieci” ( boat testing). Oltre, ovviamente, all’audace percorso indicato dall’uomo delle bottiglie di plastica, che meriterebbe, da solo, una serie sui canali dedicati alla sopravvivenza nella natura selvaggia.
Possibile che non ci sia qualche start-up, qualche giovane manager brillante, che non sappia cogliere, nella migrazione, le ricadute positive sul business? Così che il fenomeno, che tanto ci impiccia, diventi infine perfettamente sintonico con i nostri gusti e i nostri consumi?