sabato 8 maggio 2021

L'Amaca .. Hic!

 

Un nome già assegnato
di Michele Serra
A Bruxelles si discute di vino de-alcolizzato o del tutto analcolico, cioè di una bevanda che potrebbe continuare legalmente a chiamarsi vino pur non essendolo più. Al di là di ogni lecito argomento sanitario, commerciale, agroindustriale, notizie come questa diffondono nell’aria uno dei profumi più inconfondibili della nostra epoca: e non è profumo di vino. È profumo di niente.
Il vino è, da quattro o cinquemila anni, una bevanda alcolica, perché la fermentazione della frutta, che è piena di zuccheri, genera alcol. Se uno non vuole ubriacarsi, beve acqua. Oppure beve poco vino. Si ha facoltà di rinuncia. Si ha l’arma della sobrietà e della misura. Ma rinuncia, sobrietà, misura non sono virtù compatibili con la società dei consumi, che si regge sull’ingordigia, e sull’amore per le grandi quantità. Ecco l’idea, a suo modo geniale, del vino senza alcol: gli levi l’anima ma lo chiami con lo stesso nome, così si possono tracannare due bottiglie senza stramazzare, si può mettere il guinzaglio a Dioniso, si può fingere che il convivio non consumi il fegato, che la vita non abbia mai un prezzo da pagare, a parte il prezzo di listino dei vari prodotti. Tutto dev’essere per tutti, via gli spigoli, le asperità, i pericoli, le conseguenze non sempre salubri del piacere.
Bere vino senza rischiare di ubriacarsi è tal quale salire in montagna senza faticare, viaggiare senza spaesarsi, mangiare senza appesantirsi: è il mito contemporaneo della vita light, a rischio zero, basta pagare un modico biglietto di ingresso. Liberissimo, chi lo desidera, di produrre una bevanda analcolica a base d’uva. Ma non la chiami vino, quel nome è già assegnato.

Dai Incazziamoci!

 

Se volete impregnarvi di un po' di quella benefica incazzatura da sempre essenziale per allontanare l'allocchismo, ecco l'intervista all'ex Celeste, oggi pregiudicato, pubblicata su La Nazione.
«Ero il Celeste: adesso esco due ore al giorno Sono caduto dal Pirellone, così risalgo la vita»
di Sandro Neri
MILANO La casa è un piccolo e silenzioso appartamento ricco di libri, foto e oggetti di design. «È di un amico, che me l’ha messo a disposizione: io non sono in grado di pagare l’affitto», dice subito. «Ci viviamo in due, io e un docente universitario, entrambi Memores Domini», l’associazione laicale di consacrati nata da Comunione e Liberazione di cui Roberto Formigoni fa parte dal 1969. «La scelta della verginità come risposta a una vocazione, cioè a una chiamata», racconta l’ex senatore nel libro Una storia popolare, appena pubblicato. Il bilancio di una vita in politica, senza rimpianti e con poche ammissioni. Non quella di colpevolezza.
«Sono stato condannato per corruzione, ma l’avvocato Franco Coppi, uno dei più grandi penalisti italiani, ha dichiarato pubblicamente “condannato senza una colpa e senza una prova“»: 5 anni e 10 mesi di carcere che, dopo 150 giorni di detenzione a Bollate, Formigoni sta scontando agli arresti domiciliari, in attesa di essere affidato ai servizi sociali. «Posso uscire due ore al giorno, al mattino, ma posso vedere gli amici».
Come trascorre la sua giornata?
«In attesa che il Senato decida riguardo alla mia pensione. Non il vitalizio, ma la pensione accantonata negli anni e detratta dai miei emolumenti. Sono 2.200 euro che il Senato vorrebbe togliermi. Come occupo il mio tempo? Sono uno spirito attivo. Mi sono inventato piccoli lavori per mantenermi, studio e leggo molto. E ricevo un mucchio di gente. Anche giovani che vengono a chiedere consiglio».
Su cosa? 
«Consigli per fare politica. Dedico a loro lezioni di gruppo, gratuite. Ma una scuola di formazione scientifica mi ha invitato a tenere un corso dal prossimo autunno, questa volta remunerato. Una scuola di politica».
Il libro sulla sua carriera è un modo per consolarsi o una sfida ai suoi detrattori? 
«Lo devo all’insistenza degli amici che volevano che non andasse dispersa l’esperienza del Movimento Popolare e dei 18 anni in cui ho guidato la Regione Lombardia».
Nella prefazione il cardinale Camillo Ruini scrive: «Formigoni è stato costretto a una conclusione traumatica e immeritata della sua esperienza politica». Per un cattolico suona come un’assoluzione... 
«Sono grato per ciò che Ruini dice di me, tanto più che poi aggiunge “che la fine di quell’esperienza è stata un danno non solo per lui ma per quanti condividono con lui una certa visione dell’Italia“». 

Lei ha rappresentato per anni l’immagine del potere.  Era consapevole di come la sua figura era percepita? 
«Assolutamente sì. Ho esercitato il potere, più che da parlamentare, da Presidente di Regione. Il potere di fare. Quando arrivo al Pirellone, nel 1995, non faccio spoils system: chiedo a tutti di collaborare al mio programma. E trovo gente che accetta la mia proposta. Poi sono andato a cercare i migliori dirigenti in tutt’Italia, perché volevo una grande squadra». 

La chiamavano «Il Celeste»: la fa sorridere o la irrita? 
«Mi fa sorridere. Quel nomignolo, inventato da un compagno di giunta, era a metà fra l’ammirazione e una simpatica presa in giro. In effetti, il mio ufficio era in cima ai grattacieli più alti d’Italia. E quando il Celeste scendeva nell’aula del Consiglio regionale si faceva subito silenzio... Poi partivano gli attacchi». 

Nel 1975 è stato il primo presidente del Movimento popolare: cosa resta ora di quell’esperienza sul piano politico? 
«Resta un’eredità di metodo e di cose costruite. Abbiamo dato vita a cooperative di lavoro e a centri di solidarietà. Abbiamo creato il Meeting di Rimini e scuole paritarie che sono tuttora realtà importanti». 

Passiamo a Cl. Cosa la folgorò di don Luigi Giussani? 
«Mi ha mostrato un cristianesimo come capacità di apprezzare ogni esperienza umana, come curiosità per l’uomo e la sua storia. Fede e ragione vanno a braccetto: è un cristianesimo che dà significato a tutti gli aspetti della vita». 

Perché, allora, non ha fatto il sacerdote? 
«Perché in me il richiamo all’esperienza religiosa conviveva con la necessità di vivere tutto questo dentro un lavoro. Io ho insegnato e poi ho fatto politica». 

Cl viene spesso percepita come un gruppo di potere. 
«La verità è diversa. Nella mia sanità, tacciata di essere un feudo di Cl, su 80 direttori generali i ciellini erano solo 4; tra i primari ospedalieri erano tra il 5 e il 6 per cento». 

Non c’è solo la sanità. 
«Se parliamo degli imprenditori e della Compagnia delle Opere, parliamo di privati che si sono consorziati e hanno fatto rete per lavorare. Una piccola Confindustria? Questo non vuol dire essere un gruppo di potere». 

Cosa pensa di papa Francesco? 
«È il mio papa. Come ha detto lui stesso, viene dalla fine del mondo. Cioè da un mondo diverso dal nostro. Quello che a volte disturba delle sue posizioni dipende solo da questo. Ma la sua elezione è la prova della grande capacità che la Chiesa ha di rinnovarsi. Ce n’era bisogno». 

Nel 1984, alle Europee, la votano 454.000 persone; alle Politiche del 1987, 150.000: più preferenze del capolista Virginio Rognoni che era ministro della Giustizia. Cosa c’era dietro?
«La Dc cominciava a perdere colpi. C’era forte l’esigenza di un cambiamento della politica. La nostra azione ha rappresentato una speranza. Il Meeting di Rimini ne è il simbolo. Io ero il portavoce del movimento che l’aveva creato. Chi mi ha votato, nell’84, voleva dare forza a questa spinta di rinnovamento». 

La accusano di aver appaltato la sanità lombarda ai privati. 
«Non l’ho appaltata né svenduta. La sanità lombarda, nel 1995, era in crisi, con liste d’attesa lunghissime. I pazienti si rivolgevano già al privato, per accorciare i tempi. Dovevano però pagare cifre altissime. Di qui l’iniziativa di coinvolgere strutture private specializzate in alcune patologie. Sette-otto ospedali privati, pagati però come quelli pubblici. Perché i lombardi mi votavano? Perché apprezzavano la riforma, con la quale anche i nullatenenti potevano farsi operare negli ospedali migliori senza pagare una lira». 

Da un anno la sanità lombarda è sotto attacco. 
«Dopo di me la sanità territoriale è stata indebolita e questo col Covid ha creato problemi. Gli attacchi però sono sproporzionati». 

Nel suo passato anche una sua relazione sentimentale. Non aveva preso i voti di castità? 
«Infatti quella relazione è stata un errore. Non era compatibile con la mia appartenenza ai Memores Domini». 

Cosa c’entra il potere con la vita in povertà? 
«Ci sono re che sono diventati santi. Il potere non è contrario al cristianesimo. La politica come servizio è un’alta forma di carità». 

Nel libro fa autocritica su alcuni passaggi, ma non sulle vacanze che l’hanno portata sotto processo.
«È stato un atto inopportuno, non un reato». 

La Corte dei conti le ha sequestrato milioni di beni e persino centinaia di bottiglie di vino custodite nella cantina di Sadler. 
«I milioni non li ho mai avuti e le bottiglie, come la barca delle vacanze, erano del mio amico Piero Daccò». 

Un lobbista della Regione. Mai pensato che tutto questo prima o poi le sarebbe stato contestato? 
«Talvolta ho pensato che me l’avrebbero fatta pagare, ma non per i reati che non ho mai commesso, ma perché ero un personaggio scomodo, controcorrente, che urtava i poteri forti e che riceveva consensi altissimi che davano fastidio, come era successo ad Andreotti e ai capi della Dc, a Craxi, a Berlusconi. Mai però a uno della sinistra». 

Lo dicono tutti i condannati per corruzione. Il solito nodo politica-giustizia? 
«Su questo non mi pronuncio. Gli atti del processo parlano da soli». 

Come vede la politica italiana di oggi? 
«Sempre più debole e gli italiani sempre più confusi. Auspico la rinascita di un centro che non sarà la Dc, ma una forza moderata che sappia mediare fra destra e sinistra. Chissà che non spunti un cavaliere bianco...». 

Chi potrebbe essere? 
«Mario Draghi. Se dovesse scendere nell’agone politico potrebbe incarnare perfettamente questo coraggio di cambiare le cose».

venerdì 7 maggio 2021

La risposta attesa

Molte volte, persino troppe, s’insistite sulla ricerca della verità passante dall'estraneazione dal proprio mondo domestico, di più: mettendosi in orbita assieme ai satelliti per considerare l'essenzialità, godendo della roteazione del pianeta. 

Mai come oggi ne avverto la necessità. Per ovvie ragioni scaturenti dalla pandemia. L'intero pianeta è aggredito da molte malattie virali, altre fanno parte oramai della famiglia umana, vedi ad esempio la malaria. Da oltre un anno siamo aggrediti anche da Covid 19, un diabolico bastardo che sta mietendo milioni di vittime. 

Vado in orbita e che vedo? Che mi dice l'imparzialità, l'essenza di pensiero? 

A rigor di logica un osservatore esterno, come fantasiosamente sono io in questo frangente, ma anche un alieno qualsiasi, proromperebbe in un'esortazione di questo tipo: "Come civiltà siete evoluti, non tanto ma diciamo discretamente. Bene, direi che organizzandovi potreste sconfiggere Covid! Avete già trovato il vaccino, giusto? Allora avete già tutto! Distribuitelo a tutti e in meno di un anno avrete il problema alle spalle!"

Caro osservatore esterno, le cose non stanno così. Abbiamo il vaccino, ma sono sorte altre problematiche. La più grande si chiama Big Pharma. E' composta dall'insieme di tutte le multinazionali a cui abbiamo delegato, come umanità, la ricerca, la preparazione di tutte le medicine atte a salvaguardare la razza umana. Con una piccola eccezione: non tutti gli uomini sono uguali, a causa delle differenza sociale scaturente dal sistema attuale eretto su una tipologia artefatta di capitalismo. Praticamente chi possiede risorse economiche si cura più velocemente e meglio di chi arranca socialmente.

Concorderei con gli occhi sgranati di un interlocutore al momento solo di fantasia, "Ma come? Siete sullo stesso pianeta e vi ostacolate a vicenda?" 

E' così, lo confermo mestamente. Ieri però si è aperto uno squarcio inatteso: il Presidente della più potente, ancora per poco, nazione del pianeta ha espresso il suo pensiero al proposito, invitando a sospendere la proprietà dei brevetti dei vaccini per agevolarne la distribuzione planetaria a costo zero. 

"Non sarebbe nulla di strano se voi non foste strani" mi direbbe il compagno orbitante attorno al pianeta di blu vestito.

Concordo, sarebbe un procedere retto, lapalissiano, di fratellanza. 

Ma non è così. 

Alcuni stati, a denti stretti, compreso il nostro Dragone, hanno appoggiato subitaneamente la proposta. Altri, vedi l'Angela Teutonica, hanno espresso diniego al riguardo, tirando in ballo la castroneria maxima, il rispetto delle libertà economiche. 

Ma la risposta peggiore, al punto da far ripartire subito il mio amico immaginario verso la sua dimora in Galassia, è stata questa: 

«Togliere i brevetti non farà aumentare la produzione di vaccini, anzi il contrario. Il modo migliore per un accesso equo di tutti ai farmaci è avere un rapporto costruttivo e pragmatico con il settore privato».   

E chi ha pronunciato questa supercazzola galattica? Semplice: la Federazione Mondiale dell'Industria Farmaceutica! 

Altri esempi? 

Albert Bourla - nomen omen perché trattasi di burla - numero uno di Pfizer:

«Siamo contrarissimi a questa iniziativa. Ha ragioni solo politiche e non ci aiuterà certo ad affrontare l’emergenza sanitaria»

Stéphane Bancel, Ceo di Moderna:

«Lo stop temporaneo alla protezione intellettuale non garantirà più vaccini mRNA nei prossimi due anni, perché in questo momento non c’è capacità inutilizzata per la loro produzione, che richiede tecnologie e macchine molto sofisticate». 

Che dire davanti a cotanta idiozia, egoismo, voglia spasmodica di accaparrarsi quantità inaudite di ricchezza, credendo che tutto, compreso i bilanci, debbano tendere all'infinito? 

Una cosa da dire, pensandoci bene, l'avrei.... "Ehi amico che vieni da lontano! Aspettami! Vengo con te!" 

Tiè!

Costernati

 


giovedì 6 maggio 2021

Babbi Travagliati

 

Babbi&nipoti
di Marco Travaglio
Immaginate che accadrebbe se un programma Rai affermasse quanto segue: l’Innominabile ha incontrato l’agente segreto e caporeparto del Dis Marco Mancini nella piazzola di un autogrill l’antivigilia di Natale, subito dopo aver chiesto in tv al premier Conte di mollare la delega ai Servizi. Tutti strillerebbero: falso, vergogna, calunnia, complotto, fuori le prove! Invece, di quell’incontro, Report ha mostrato le immagini, riprese col cellulare da un’insegnante che attendeva il padre dinanzi all’autogrill. L’Innominabile non ha smentito (come avrebbe potuto?). Ma, anziché spiegare che ci facesse in un posto così con un tipo così (che aspirava a una promozione nei Servizi, malgrado si fosse salvato grazie al segreto di Stato dai processi per il sequestro Abu Omar e per i dossieraggi Telecom), tira fuori calunnie da dossier farlocchi contro Report, insinua complotti dietro l’insegnante che l’ha filmato e – gran finale – dice che Mancini doveva regalargli dei “babbi” al cioccolato. Che però purtroppo nelle immagini non si vedono. Del resto l’hanno capito tutti: i babbi fanno il paio con la nipote di Mubarak del suo spirito guida. Ci può credere solo chi ci deve o ci vuole credere. Specie se non ha una reputazione da perdere o da difendere. Invece fingono di crederci quasi tutti. I meglio giornaloni nascondono la notizia. O la trattano da gossip. O si esercitano nella vecchia arte di guardare il dito anziché la luna. Cioè non il fatto, gravissimo, documentato dal video. Ma il video: cosa ci sarà dietro, perché mai trasmetterlo. E pretendono spiegazioni non dal politico e dallo spione, ma dal programma che li ha smascherati.
La stampa umoristica, tipo il Riformatorio, parla di “macelleria Report”, “agguato della Rai a Renzi: roba da America latina anni 70” (e perché non 60 o 80?). Aldo Grasso, sul Corriere, si indigna perché Report ha trasmesso il video di due personaggi pubblici in un luogo pubblico ed è “perplesso per il servizio in sé, che mescola molte cose, non tutte pertinenti” (fortuna che a Report la pertinenza non la decide lui, sennò il programma chiuderebbe per mancanza di servizi). Poi, gran finale, accusa Fedez di “non rispettare la privacy” divulgando la telefonata con la vicedirettrice di Rai3 (personaggio pubblico) che tenta di censurarlo. Ovviamente, se Fedez si fosse limitato a raccontare la tentata censura, tutti avrebbero strillato (come ancora fa quel comico naturale del direttore Di Mare): falso, vergogna, calunnia, complotto, fuori le prove! Ma, siccome purtroppo l’audio c’è, parlano del fatto che ci sia anziché del suo contenuto. Quindi, per concludere, sì: l’Innominabile s’è visto con Mancini per i babbi e Ruby era veramente la nipote di Mubarak.

L'Amaca

 

Napoleone e i suoi giudici
di Michele Serra
La storia della Francia non è virtuosa né terribile, è complessa». Lo ha detto uno dei curatori della mostra commemorativa su Napoleone Bonaparte. La frase, ineccepibile, e applicabile a quasi tutte le storie nazionali e a quasi tutte le biografie dei protagonisti della Storia, suona però disperata. Perché spende un concetto — la complessità — che è attuale come la locomotiva a vapore o le lampade a carburo. Se la complessità delle vicende umane (luci e ombre, ragioni e torti, e tutte le sfumature intermedie) fosse un criterio di giudizio di uso corrente, il novanta per cento delle polemiche sui social svanirebbe come il peto di una mosca.
Nessuno liquiderebbe Napoleone come un “misogino razzista”, anche se, in linea con i suoi tempi, lo fu. Nessuno lo esalterebbe come puro demiurgo della laicità e della modernità, anche se, in punta di baionetta, lo fu, eccome se lo fu. Le imputazioni cretine (come quella di “militarismo”, che rivolta a un tizio che per tutta la vita non ha fatto altro che guerre equivale ad accusare San Francesco di francescanesimo) sembrerebbero finalmente cretine. Le richieste di rogo postumo, idem. Le pretese di beatificazione patriottica, anche.
La parola stridula, l’anatema, e la parola celebrativa, l’esaltazione fessa, rimarrebbero appannaggio di minoranze ottuse.
Ma la complessità richiede il tempo e la fatica di esitare, prima di giudicare. E di studiare prima di schierarsi. È uno sfizio, un lusso, un rallentamento inaccettabile dello scoppiettante derby tra “pro” e “contro” Napoleone. Quel signore francese che ancora pretende di ammannirci la complessità: sarà senz’altro un intellettuale. Si levi di torno.

mercoledì 5 maggio 2021

2771

 Non sapete come sbarcare il lunario, avete problemi con le bollette sfanculanti la pandemia, vi arzigogolate per arrivare a fine mese? 

Tranquilli e speranzosi, la ripartenza è già in atto e si relaziona alla grande con questo numero magico: 2.771! Sono le Ferrari vendute quest'anno che hanno permesso alla casa sportiva più famosa nel mondo di chiudere la prima parte dell'anno con un utile di oltre 200 milioni. 

Okkeggaudio, che gioia, che beltà sapere che quasi tremila fortunati, dalla vita, che hanno sudato oltremodo per garantirsi quell'agiatezza non per tutti - no, non per tutti, solo per pochi - simbolo della ripartenza con sgommata principesca! E poi un altro cammeo: il nuovo modello di Ferrari, di cui non si conosce ancora il costo, pare attorno ai 350mila euro, è già sold out prima di uscire! Non è meraviglioso tutto ciò? Non vi sentite parte di un ingranaggio perfetto, oliato, millimetrico, che alcuni sfrontatamente ancor oggi hanno battezzato come "mefitico sistema plutocratico"? Invidiosi! Rancorosi! 

E ancora: Bill e Melinda han deciso di divorziare. Windows che notizia! Bill e Melinda insieme hanno un patrimonio di 200 miliardi, 130 lui e 70 lei. La società comune per far del bene 50 miliardi. Abitano, ancora per poco in un bicocca con sei cucine e una ventina di bagni, ultramoderna dal costo di quasi 150 milioni, con in una sala il famoso codice Da Vinci. Si divorzieranno perché hanno constatato che la coppia non aveva più margini di crescita, visto le ridotte dimensioni di questo sasso roteante nello spazio che comunemente chiamiamo Terra. Spiace che la favola sia finita, che il Ctrl-Alt-Canc li abbia fagocitati. Soffriamo per loro, naturalmente, augurandogli un pronto e fulmineo Start! 

Bene, direi che dalla Conigliera comune, infestata dal virus, queste siano le notiziole migliori per sperare che il post pandemico sia diverso da ciò vivevamo prima. E se vi si rompesse nel frattempo la lavatrice non vi venga in mente di cercare un riparatore! Giammai! Correte a comprarne una nuova perché dobbiamo alzare stokkazzo di Pil! Ops! 

Passo e chiudo!