lunedì 3 maggio 2021

Si esce per...?

 

Usciamo da una pandemia, ci dicono; personalmente però vorrei proporre un quesito, a volte ed in apparenza insignificante: per andar dove?

Si esce per..?

Premesso che le idiozie e le smargiassate di questi giorni non ci rimandino, nuovamente, alla casella imprevisti senza passare dal via, premesso questo, il quesito, a mio modesto parere, è dannatamente ostico: la stragrande maggioranza del paese sogna di tornare a come eravamo prima. Ci potrebbe stare, se non fosse che molti invece non la pensano così.

Se fino a marzo 2020 eri percosso, sfruttato, ridicolizzato, sminuzzato dalla moltitudine di canaglie esperte e manipolanti coscienze, mi chiedo: chi glielo farebbe fare a costoro di bramare quei tempi che ritenevano, e ritengo, urticanti e divaricanti la società?

L’ho detto mille volte e lo ribadisco: chi evadeva ed evade, chi s’appropria di privilegi, chi ostenta, chi soverchia, chi latra alla luna fingendosi in difficoltà per carpire sempre maggiori leccornie, tutti costoro non fanno assolutamente rimpiangere i tempi andati pre covid e, nel contempo, insinuano la speranza che si possa ripartire in altra modalità, più consona all’idea di nazione.

Certamente però coloro che precedentemente imbizzarrivano per una verticale di Krug, o per il nuovo modello di bolide rombante, dovranno rivedere i propri obbiettivi.

Ad esempio e da tempo immemore, ogni qualvolta il Presidente Usa propone o presenta delle riforme, in casa italica è uno sfavillio di commenti entusiastici, uniti alla speranza che una piccola porzione di quei progetti a stelle e strisce, possano un giorno avverarsi sul nostro suolo. Da sempre è così. Ma a questo giro, niente, nulla e nessuno hanno appoggiato la proposta dello zio Joe di tassare maggiormente i ricchi e le società in salute per contribuire a levare dai carboni ardenti milioni di connazionali.

Ci fosse stato qualcuno farsi avanti per concordare con questa tipologia di livella sociale! Tutto silenzio, disattenzione attorno all'arzillo Biden! Immaginate perché, mi auguro: il maggior spettro, spauracchio, fobia nell’italietta mortificata da indecenti pescecani, da sempre sono le tasse. E’ un terrore ancestrale, un imbolsimento della fratellanza nazionale. Quasi nessuno oramai, per fortuna però qualcuno vi è ancora, passando in un parco pulito ed illuminato alla perfezione, prova compiacimento e soddisfazione al pensiero che il proprio pagamento regolare di tributi, abbia contribuito alla bontà dell’opera. Non sentiamo per niente nostro il concetto che, se si pagano le tasse, i servizi e le opere pubbliche ne trarranno benefici. Non ci entra in testa, imbalsamati come siamo dinnanzi alla comune sensazione che tutti più o meno "sui dorati scranni" rubino, e che solo pochi coglioni, tra cui coloro a cui i balzelli vengono trattenuti alla fonte, sono chiamati dal senso di responsabilità a reggere la struttura che inusitatamente continuiamo a chiamare Stato.

E questo è un altro degli aspetti principali che dovranno mutare: la lotta all’evasione dovrà essere perno centrale della ripartenza.

Basta rimirare gli altri paesi europei per convincersi dell’egoismo stagnante in Italia, del folle gusto nel fregare il prossimo, del godimento estremo scaturente dal sovrastare l’altro.

Ammesso che il paese riapra, spero in cuore mio che non si riaffaccino le stesse e bieche differenze sociali, che la sofferenza pandemica lasci in ogni cuore la consapevolezza di stare assieme agli altri in questo mondo posticcio, dove la vita svanisce in un lampo, dove il benessere è pura gioia se condiviso da tutti.

Questo auspico ed auguro di cuore a noi tutti!


Ancora Selvaggia!

 

I politici oggi twittano, tutti hanno però lottizzato la tv
di Selvaggia Lucarelli
E fu così che nel giorno della festa dei lavoratori si finì per parlare solo di un cantante milionario che ha gridato alla censura col megafono offerto da chi l’avrebbe censurato (la Rai) e per niente dei lavoratori. Ed è finita, pure, che per attaccare la Lega, Fedez ha in realtà accusato di tentativo di censura la vicedirettrice di Rai 3 Ilaria Capitani, che è in quota Pd. E dunque Matteo Salvini ha potuto difendersi dicendo: “E mica ce l’ho messa io lì, chiedete al Pd”. Nel frattempo, la Rai si è difesa dicendo che il video di Fedez era tagliato ad arte e in effetti, dalla telefonata integrale, si evince che i toni della Capitani non fossero esattamente quelli della censura, per cui sì, Fedez aveva tagliato il video che neanche Le iene
nei loro giorni migliori. Mentre succedeva tutto questo, sui social era tutto un fioccare di tweet di politici che si rallegravano “Bravo Fedez!” dimenticando che alla lottizzazione della Rai partecipano pure i loro partiti, nessuno escluso. Intanto qualcuno faceva notare che da un po’ tempo Fedez e la Ferragni si sono rivolti ad una società di consulenza che indica ai Ferragnez i temi che stanno a cuore alla generazione Z, dal veganesimo alla fluidità di genere, per cui lei è passata dal promuovere un’azienda di carni agli snack vegani, e lui dallo scrivere testi tipo “
Si era presentato in modo strano con Cristicchi
‘Mi interessa che Tiziano Ferro abbia fatto outing. Ora so che ha mangiato più würstel che crauti. Si era presentato in modo strano con Cristicchi. Ciao sono Tiziano, non è che me lo ficchi?’” al diventare il paladino dei diritti Lgbt. Qualcuno ha fatto notare “chi se ne frega, l’importante è il risultato”. Il che è anche vero. Se sostieni il ddl Zan e spieghi a qualche ragazzo giovane (che magari lo ignora) che cosa sia la lottizzazione della Rai, va comunque bene, pure se lo fai senza quella scintilla di verità che ci vuoi far credere. Infine, in questo putiferio, qualcuno ha fatto sommessamente notare che Fedez è testimonial Amazon con cui ha un contratto a parecchi zeri. E che sarebbe stato coraggioso, nel giorno della festa dei lavoratori, ricordare al suo principale datore di lavoro le condizioni disumane in cui lavorano i suoi dipendenti costretti a fare la pipì nelle bottiglie. Lì sì che l’impavido rapper avrebbe avuto qualcosa da perdere. Che avremmo avuto un po’ più Ken Loach e un po’ meno Ferragnez. Perché si sa, il giocatore si vede dal coraggio, e qui il coraggio è stato quello di tirare un rigore a porta vuota. Attendiamo quello in cui Fedez giocherà partite più difficili e magari a porte chiuse. Chissà se, senza tifo, la voglia di correre sarà la stessa.

domenica 2 maggio 2021

Ma poi arriva lei...


di Selvaggia Lucarelli 

Alcune considerazioni sparse sul caso Fedez:

Oggi abbiamo scoperto che in Rai esiste il patronato politico, pazzesco. Vorrei raccontarvi che succede da qualche decennio e che la politica (TUTTA, a destra e sinistra) non si limita a chiedere a un cantante di non fare politica su un palco, ma decide amministratori, conduttori, contenuti e veti. Li decidono anche i partiti di quei politici che oggi twittano Bravo Fedez, con acrobazie degne delle finali di un campionato russo di ginnastica ritmica. 

Fedez ha fatto benissimo a non cedere alle pressioni che abbiamo ascoltato. E ha fatto anche bene a registrare e a sputtanare chi negava tentativi di censura. Faccio però sommessamente notare che alla fine sono rimasti tentativi. E’ salito sul palco e ha detto quello che voleva, non mi pare un passaggio trascurabile. Con un Renzi qualunque dubito anche solo che sarebbe stato INVITATO su quel palco.

Fedez improvvisamente paladino del mondo Lgbt. Bene. Fedez però è anche quello che quando il primo cantante italiano famoso anche fuori dai confini nazionali ha fatto coraggiosamente coming out e nel 2010 - mica ora, con la strada più che spianata- nella canzone “Tutto il contrario” gli dedicò la strofa“ “Mi interessa che Tiziano Ferro abbia fatto outing, ora so che ha mangiato più wurstel che crauti. Si era presentato in modo strano con Cristicchi: ciao sono Cristiano non è che me lo ficchi?”.  Ora, era ironico? Va bene. Voleva dire il contrario? Va bene. Quella strofa però era violenta, qualunque lettura le si voglia dare. La canzone è ancora lì, mai ritirata. E questo che Fedez definisce “cambiamento nel modo di esprimersi” lo avrei accompagnato con delle scuse fatte bene a Ferro, come gli suggerì Mika anni fa: “Si dice sono stato uno stronzo”. Invece, a chi glielo ha fatto notare negli anni, sempre risposte piccate, infastidite. E Ferro- che è stato coraggioso quando quel coraggio poteva avere un prezzo molto alto- non gliel’ha mai perdonato. A ragione. Non importa quanto si sbaglia, importa come poi decidi di riparare. 

Fedez coraggioso? C’è una differenza tra l’essere nel giusto ed essere coraggiosi. Questo secondo me è il passaggio più importante. Il coraggio si misura con un’ unica unità di misura: quanto e cosa si rischia di perdere, compiendo una determinata azione. Fedez ha sposato una causa giusta in una fase di consenso per il ddl Zan enorme, e per fortuna. Non lavora in Rai, non ha bisogno dei pochi soldi della Rai perché ne guadagna moltissimi altrove. “Beh, intanto lui ha denunciato le pressioni e gli altri no!”, dicono in molti. Beh, signori miei, non tutti si possono permettere di rinunciare al loro stipendio in Rai o altrove, per questioni di principio. E lo dice una per cui i principi sono importanti. C’è chi deve mangiare, Fedez continuerà a mangiare. Sapete cosa sarebbe stato davvero coraggioso, da parte di Fedez? 

Fedez è testimonial Amazon. Guadagna svariati milioni di euro con Amazon. Questo sì che rappresenta quel “qualcosa da perdere”. Ieri era la festa dei lavoratori, questo era il tema e su quel palco si doveva parlare soprattutto di lavoro e lavoratori. 
Lui quel tema l’ha sfiorato con quel “caro Mario” un po’ frettoloso, e poi è passato ad altro. Poteva rivolgersi al suo principale datore di lavoro, Amazon, e usare quel palco per chiedere di tutelare i diritti dei suoi lavoratori che fanno pipì nelle bottiglie e i cui sindacati sono costantemente ostacolati. In questo Fedez poteva essere coraggioso. Dimostrare di avere il coraggio di perdere qualcosa. Sposare - anche- una causa molto meno popolare, molto meno nota, molto meno raccontata. Di Amazon dentro e fuori il Parlamento, non frega niente a nessuno. A parte ai sindacati, al Landini che parlava di questo l’altra sera a Piazza Pulita. Che si sporcano le mani, ma non con una scritta da fotografare su Instagram. 

Dunque, Fedez, ha fatto male? No, ha dato massima visibilità ad una questione che aveva (per fortuna) già molta visibilità, guadagnando molto in termini di consenso. Per questo, va ringraziato comunque, al di là del fatto che si intraveda o meno la scintilla della verità in quello che fa. Contano i risultati. Mi aspetto però che nelle sue battaglie sia disposto anche a perdere qualcosa, visto che è uno dei pochi che se lo può davvero permettere. 

Infine, Salvini. Lui che per ragioni di opportunismo politico da un po’ ha optato per il registro passivo- aggressivo e risponde “Andiamo a prenderci un caffè” a qualsiasi provocazione dei suoi avversari politici, fa pisciare sotto dal ridere. Quasi lo preferivo quando si presentava con le bambole gonfiabili sul palco: almeno, somigliava alla sue parole.

Ribadisco

 


Chapeau Fedez!

 


Ritiro quanto detto in precedenza riguardo a Fedez, che ieri ha fatto, detto e registrato parole, nobili pensieri e meditazioni sulla libertà individuale, più di quanto stimati paladini foraggiati ad oltre tredicimila euro mensili abbiano profuso nella loro dorata carriera parlamentare.
Chapeau ad un artista a cui non frega nulla di rischiare di mettersi in cattiva luce verso i direttori, vicedirettori, vice dei vice direttori del più grande ed inaudito carrozzone esistente su questo suolo, il cui bilancio è perennemente in perdita e che viene da noi costantemente irrorato mediante il rapto di 18 euro in quasi ogni bolletta luce: sì, la Rai che sta alla libertà di informazione come Mediaset alla ricerca della verità sul famigerato rapporto tra mafia e stato, tristemente e follemente lottizzata senza alcun sentimento, rigurgito di decenza, né di amore per la libertà. In questo video postato dal valoroso artista, torno a dire chapeau, ad un certo momento un fantomatico vicedirettore - quanto mi piacerebbe conoscere cosa effettivamente producano tutta quella mandria di pancioni col cactus e la simil pelle in ufficio simbolo di potere alla Fantozzi - attorno ai 29 secondi di durata del video, pronuncia la frase fatidica, proveniente dall'oltretomba, dai tempi della balena bianca, svolazzante sul craxismo, sulla famigerata era del Puttanesimo, sulla successiva del Ballismo, mai riposta in sarcofagi neppure durante il regno del Cazzaro assieme al Bibitaro, cui neppure Giuseppi uomoxbene ha potuto farvi qualcosa, vista la sua inamovibilità: 
"Le sto soltanto chiedendo di adeguarsi ad un SISTEMA"

Passo e chiudo, ringraziando Fedez e sghignazzando verso coloro che ancor oggi si ritengono liberi su questo suolo. E soprattutto tutelati. Ma soprattutto: o voi che coabitate in governo con malandrini ed imbelli: fate diventare legge il ddl Zan, fregatevene del Cazzaro e della sua ribalderia! Legiferate in nome della libertà! E in culo a tutto il resto! (cit.)

sabato 1 maggio 2021

Primo Maggio Travagliato

 

Ce l’hanno Durigon
di Marco Travaglio
Fate finta di non sapere niente e immaginate questa scena. Il sottosegretario 5Stelle all’Economia parla con Beppe Grillo dell’inchiesta sul figlio per stupro e gli dice di non preoccuparsi perché “il generale che fa le indagini lo abbiamo messo noi”. Nell’ordine, accadrebbe questo: telegiornali, giornali e talk sparerebbero la notizia a reti ed edicole unificate per almeno tre settimane consecutive; destre e sinistre invocherebbero la testa del reprobo e subito il premier Draghi e il ministro Franco convocherebbero il sottosegretario per cacciarlo a pedate dal governo; Sgarbi, Sallusti, Belpietro, Giletti e Santoro direbbero che loro l’avevano detto che le indagini erano compiacenti; Stampubblica intimerebbe a Enrico Letta di rompere ogni dialogo presente e futuro col M5S; il giornale di De Benedetti scriverebbe che è tutta colpa di Conte.
Invece, a dire che “il generale che fa le indagini l’abbiamo messo noi”, è stato il sottosegretario leghista all’Economia Claudio Durigon, parlando – a quanto pare – delle indagini sui 49 milioni di fondi pubblici fatti sparire dal suo partito, costringendo la Procura di Milano a ribadire piena fiducia nei finanzieri che conducono l’inchiesta. Infatti, intorno al caso, regna un meraviglioso silenzio. Solo i 5Stelle e Calenda chiedono le dimissioni, mentre l’interessato – invece di spiegare le sue parole immortalate in una registrazione dal sito Fanpage – minaccia fantomatiche “dieci querele” (a chi, visto che ha fatto tutto da solo?). Salvini tira in ballo Grillo e i 5Stelle (che non c’entrano nulla perché Durigon ha fatto tutto da solo). E il giornale di De Benedetti gli va dietro: “I Cinque stelle attaccano Durigon dopo le tensioni con la Lega sul video di Grillo”. Si ripete tale e quale il giochetto seguìto al video di Grillo: il Tempo riporta una frase di Salvini su un “qualcosina” che gli ha spifferato la sua avvocata e senatrice Bongiorno sul presunto stupro di gruppo, la sottosegretaria M5S Claudia Macina domanda cosa sia quel “qualcosina”, tutti chiedono le dimissioni della Macina anziché di Salvini e della Bongiorno e la ministra Cartabia redarguisce la Macina anziché Salvini e la Bongiorno. Noi ovviamente, non avendo alcun dubbio sull’integrità e la probità di Draghi, immaginiamo che avremo presto sue notizie e che intanto il ministro Franco ritirerà le deleghe al sottosegretario (la Guardia di Finanza dipende proprio dal Mef). Intanto, già pregustiamo la prossima puntatona (almeno una) di Non è l’Arena, il programma senza macchia e senza paura di Massimo Giletti. Possibilmente con una telefonata-trappola a Durigon organizzata dal consulente Fabrizio Corona che, per camuffarsi e incastrarlo meglio, gli fa l’accento svedese.

Da Buon Primo Maggio!

 


Probabilmente Danilo Dadda riceverà a breve molte telefonate calde, probabilmente, chissà, pure dal munifico, si fa per dire, Carlo Bonomi ras di Confindustria, e se ciò non avverrà sarà solo dovuto al fatto che tutto quello che non è consono alle regole della socialità, per caso o sfortuna raccolte dentro a quell'individuo plenipotenziario che fino a poco tempo fa miagolava alla luna presagendo disastri e disfatte solo perché, "Giuseppi Persona per Bene" avea giustamente deciso di tenere fuori dal gioco lui e quelli come lui, tra l'altro tra i responsabili, pare, chissà, del mancato introito di circa 120 miliardi all'anno, e che invece ora, dopo l'avvento del Dragone, si spertica quotidianamente nell'osanna collettivo a questa nuova coalizione, solo perché lui e quelli come lui sono ritornati in gioco, presagendo l'arrivo di nuovo contante che servirà, probabilmente, a rimpinguare i già squallidamente stipati forzieri di famiglia, nobili e altezzosi come la mosca sulla merda di vacca. 

Ma torniamo a Danilo Dadda: chissà, forse, ma il colloquio potrebbe assomigliare a questo: "Danilo sono Carlo! Ma che hai fatto? Sei uscito di testa? Se dai ai sottoposti la possibilità di leggere, ti creeranno problemi di ogni genere! Sei impazzito? Leggere? Ma non sai che dobbiamo tenerli sotto, imbambolendoli con ninnoli e carezze in nuca, perché devono produrre, solo produrre per farci aumentare le entrate? E li premi pure! Vedrai che inizieranno a chiederti delle rivendicazioni, vorranno più libertà, più autonomia, più rispetto! No, non siamo d'accordo! Torna indietro, trattali con la sufficienza tipica dei nostri avi, quel sacrosanto distacco sociale che è alla base della divina sottomissione alle nostre esigenze, alle nostre slide, ai nostri bilanci tendenti perennemente all'infinito! Danilo torna indietro!"

E' solo fantasia, naturalmente! Ma qualcosa il dott. Dadda smuoverà, permettendo a tanti di risvegliare cervici soporose, affrante, distaccate.

Meglio non poteva iniziare questo Primo Maggio, che è la festa dei lavoratori, di tutti, pure di quelli oppressi da contratti capestro introdotti dal neo giornalista arabo magnificante il Rinascimento in un paese misogino e sotto-acculturato, retto da un probabile mandante di assassino che, col suo governo, durante l'Era del Ballismo, compì nefandezze antisindacali, affossamento dell'articolo 18 in primis, tali che neppure suo Zio, pagatore seriale di tangenti alla mafia, era stato capace di compiere durante la precedente Era del Puttanesimo.

E' la festa pure di nuovi schiavi 2.0 orchestrati da quei briganti negrieri che dietro ad una facciata start up, fustigano e spremono giovani ansimanti di emergere alla vita, senza che nessuna politica - ma di politica oramai in queste lande non se ne vede più se, com'è oggi, l'agnello Bibitaro sta placidamente dormendo accovacciato accanto al felino puttaniere, o Cazzaro che dir si voglia - s'erga a strenue difensore di questi neo reietti.

Meglio non poteva iniziare questo Primo Maggio, leggendo l'articolo apparso oggi su La Stampa attorno a questa grande idea di un imprenditore innovatore quale probabilmente è Danilo Dadda.
Lo allego di seguito. Buon Primo Maggio a tutti!


Il "Book club" di un'azienda della bergamasca: in orario di lavoro, a turno, un dipendente parla agli altri di un libro a sua scelta
"Pago i miei lavoratori per leggere perché la cultura li rende migliori"
ALBERTO MATTIOLI
INVIATO A MAPELLO (BERGAMO)
La cultura non ha prezzo? E chi l'ha detto? Basta retorica e avanti con il tariffario: cento euro per leggere e raccontare ai colleghi un libro, 200 per il secondo, 300 per il terzo e così via. E se il testo è in inglese, il compenso raddoppia. Vale per tutti: dal muratore al dirigente.
L'idea è straordinaria, chi l'ha avuta ancora di più. Siamo alla Vanoncini di Mapello, profondo Nord, un capannone dietro l'altro, bergamaschi operosi che per dimenticare la tragedia del Covid, che qui ha picchiato davvero duro, lavorano anche più del solito. Lui si chiama Danilo Dadda, 56 anni, titolo di studio geometra, entrato nell'87 come tecnico e diventato amministratore delegato di questa azienda specializzata in edilizia sostenibile, know how e cantieri per costruire con tecnologie innovative e risparmiose in termini di materiali e di inquinamento, 85 dipendenti e una reputazione consolidata. Però Dadda non è il solito manager. Semmai, un Adriano Olivetti in salsa orobica, uno che ti spiega convintissimo che «chi lavora con te deve diventare migliore di quando ha cominciato, perché l'imprenditore ha anche un ruolo sociale». Facile dirlo. Lui lo fa, però: «Se mi avessero detto che avrei speso 500 mila euro in due anni in formazione, un miliardo delle vecchie lire, mi sarei dato del matto da solo. E invece...».
Invece l'ultima trovata è il «Book Club». «È cominciato tutto per caso - racconta Dadda -. Una volta, dopo una riunione, ci siamo messi a parlare di quel che stavamo leggendo. Ho pensato che poteva diventare un appuntamento fisso». Detto fatto. In orario di lavoro, a turno, un dipendente parla agli altri di un libro a sua scelta e il mese dopo riceve il compenso in busta paga. La biblioteca è eclettica: nel programma delle presentazioni, molti manuali di marketing, certo, ma anche romanzi, saggi, biografie (compresa ovviamente quella di Steve Jobs) e perfino poesie.
Niente obblighi per i dipendenti da megadirettore galattico di Fantozzi: viene chi vuole. A proposito, Dadda, lei cosa legge? «Da sempre di tutto, grazie alla mamma che da piccolo mi metteva i libri in mano. Ho letto tutti i russi, ma anche Dan Brown o Fabio Volo. E adesso ho scoperto Camilleri».
La scommessa di Dadda è di rendere contagiosa la lettura. Così la sala riunioni si trasforma nel club del libro. Ha iniziato il primo marzo Elisa Cassis del Commerciale illustrando Il profeta di Khalil Gibran, la voce si è subito sparsa «e insomma prima facevamo due riunioni al mese, adesso passeremo a quattro e con due libri alla volta, anche perché vogliono venire pure le mogli e i mariti». Fare l'avvocato del diavolo è inutile: certo che vengono, meglio stare seduti ad ascoltare che su un'impalcatura, poi li paga pure... «Vero. Ma il risultato è che ci stanno prendendo gusto».
Sarà vero? Erwin Zappolo, per vent'anni in cantiere, oggi gestore di un magazzino a Milano: «Non sono mai stato un lettore: adesso lo sono diventato. È stato un processo graduale. Prima mi sono incuriosito, poi ho scoperto che mi piaceva, anche perché sono stanco di sentire in tivù parlare di Covid tutto il tempo. Leggere ti apre la testa». Qui però si tratta anche di parlare... «Già più difficile, è vero, ma lo farò. Il 13 dicembre racconterò un saggio di Paolo Ruggeri Piccole e medie imprese che battono la crisi . E sì, sono un po' agitato». Mariantonietta Ponchielli della Sicurezza, pronipote di Amilcare, quello della Danza delle ore, parlerà del Milionario di Marc Fisher, Serena Paravisi di Fattore 1% di Luca Mazzucchelli, Manuel Fiore dell'Arte della guerra di Sun Tzu. Un collega si lamenta con Dadda: «Lo sai? Ora i miei figli mi chiedono 15 euro per ogni libro che leggono». E tu cosa fai? «Io pago». Però non è solo l'occasione di farsi una cultura. Daniela Capelli, responsabile del Customer Care: «Il Club è un'esperienza bellissima perché, in attesa di viverla in prima persona, senti l'emozione dei colleghi che parlano di libri». A lei toccherà il 19 luglio, un saggio di Roetzer.
Insomma funziona, una piccola utopia per una volta realizzata. Del resto, Dadda è il classico tipo che convince perché è convinto. Parla per massime, ma si capisce che ci crede sul serio: «Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi essere disposto a fare qualcosa che non hai mai fatto», dice. Dia un consiglio a Draghi, allora: «Gli direi che la logica non basta. Le persone cambiano davvero solo quando scatta l'emozione». Che peraltro, pare, fa bene anche al fatturato: l'anno scorso, alla faccia della pestilenza, la Vanoncini ha fatto il record, 28 milioni, «e quest'anno arriveremo a 32». La cultura si paga. Ma paga anche. —