Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 23 aprile 2021
Feltri (Mattia)
giovedì 22 aprile 2021
Un bel pezzo Massimo!
Così Grillo ha sbagliato, ma Salvini e B. stiano zitti
di Massimo Fini
Grillo ha sbagliato. Con tutta evidenza. Tu non puoi pretendere perché sei popolare e potente che tuo figlio abbia davanti alla Magistratura un trattamento diverso da quello che tocca, o dovrebbe toccare, a qualsiasi altro cittadino. L’atteggiamento di Grillo è particolarmente grave per l’esponente di un movimento, i 5Stelle, che aveva fatto del principio “la legge è uguale per tutti” (il grido “onestà, onestà” in fondo significava questo) un suo vessillo e per il teorico dell’“uno vale uno”. Quando tocca a lui, uno non vale più uno. Siamo alle solite.
Ma trovo altrettanto ripugnante, maramaldesco e vile infierire su un padre comunque sofferente solo a fini di strumentalizzazione politica come han fatto Alessandro Sallusti, Maurizio Belpietro, Matteo Salvini, Maria Elena Boschi, Debora Serracchiani, Alessia Rota e tutta la fairy band dei politici o dei loro servi. Salvini è stato il primo ad aprire le danze, eppure proprio lui dovrebbe essere sensibile all’argomento perché fu attaccato in modo pesante e del tutto sproporzionato per una molto più innocente bagattella del suo figlio ragazzino che si era messo in sella a una moto della polizia che il padre comandava (chi al suo posto non l’avrebbe fatto?). Ma chiedere una sensibilità umana a Salvini è come pretendere da un vampiro di astenersi davanti a un secchio di sangue. Più scoperta e anche peggiore è la posizione dei Sallusti e dei Belpietro che scoprono ora, improvvisamente, il diritto all’indipendenza della magistratura dopo averla attaccata in tutti i modi negli ultimi vent’anni a beneficio del loro padrone, Silvio Berlusconi.
Io non ho mai amato i linciaggi. Ho sempre pensato che chi lincia si mette allo stesso livello di colui che viene linciato o ne è addirittura un gradino sotto. È mia abitudine schierarmi dalla parte del perdente. Quando Bettino Craxi cadde nel fango e improvvisati fiocinatori, e fra loro c’era anche chi, come Claudio Martelli, gli doveva tutto, si accanivano sulla balena ferita a morte (o il cinghialone, per dirla col Feltri di allora, forcaiolo quanti altri mai prima di diventare garantista a uso berlusconiano), io che a Craxi non dovevo niente se non degli insulti molto pesanti (“un giornalista ignobile che scrive cose ignobili”, da New York nientemeno) scrissi sull’Indipendente un editoriale in cui difendevo ciò che di Craxi si poteva ancora difendere: “Vi racconto il lato buono di Bettino” (L’Indipendente, 17 dicembre 1992). Per lo stesso motivo ho trovato inutilmente maramaldesco quel “risalga a bordo, cazzo!” che Gregorio De Falco indirizzò al comandante della Costa Concordia, pur sapendo benissimo che Schettino era ormai totalmente fuori gioco. È grazie a quel “risalga a bordo, cazzo!” dove il core sta proprio nella parola “cazzo” che vuol dire che lui il De Falco, che mai aveva solcato il mare, aveva gli attributi e Schettino no, che lo stesso De Falco diventerà, acquisita questa fama del tutto immeritata, senatore per i 5Stelle che tradirà nel giro di pochissimi mesi (incrocio di coincidenze).
Io non sto col vincente di giornata, preferisco il perdente (“Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo con una scatola di legno che dicesse perderemo”, Amico fragile, De André). Ma questa parte di Don Chisciotte della Mancha, che mi è costata moltissimo sul piano professionale, sociale e alla fine anche esistenziale, mi ha stufato. Perché è inutile sempre, ma è più che mai inutile in un Paese come l’Italia dove, come canta Gaber nel suo album Io non mi sento italiano, “si discute di tutto ma non cambia mai niente” o, per usare Tomasi di Lampedusa, si fa che tutto cambi perché nulla cambi.
“Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono” canta un Gaber deluso, amareggiato, disincantato (sul significato di questa canzone ho scritto un articolo che, a Marco Travaglio piacendo, verrà pubblicato penso intorno all’anno 2050). Nemmeno io mi sento italiano, ma per fortuna non lo sono. Sono a metà russo e più invecchio più mi sento russo. Noi russi, parlo del popolo va da sé, abbiamo enormi difetti, siamo tutto e il contrario di tutto, ma ci manca per lo meno il cinismo roman-andreottiano. Che è la cifra dell’inguardabile Italia di oggi.
Dice bene il Fatto Quotidiano, e come potrebbe non essere così, riguardo all'intervista al Cugino del Nipotino pubblicata ieri sull'ennesimo giornalone di famiglia, Repubblica: l'intervista firmata proprio dal direttore, per un evento, diciamo così, non determinante per la vita del paese: in passato Scalfari o gli altri a lui succedutisi, intervistarono papi o leader politici alla vigilia o a seguito di eventi epocali, mai si mossero per frattaglie come la oramai famigerata Super Lega.
Tomaso e il mercato dell'arte
mercoledì 21 aprile 2021
Apocrifo, terribilmente apocrifo
«Un
uomo che si chiamava Uefo Coppaconleorecchie aveva due figli. Il
più giovane di loro, Agnellino Giuventus, disse al padre: "Padre, dammi la
parte dei beni che mi spetta che vado a organizzarmi una sfida dove parteciperò
sempre assieme ad un madrileno e ed altri". Ed egli divise fra loro i beni. Dopo
non molti giorni, il figlio più giovane, Giuventus, messa insieme ogni cosa,
partì per un paese lontano e gli altri subito lo abbandonarono, saggiamente e lui
sperperò i suoi beni, comprando ad minchiam, spendendo e dissipando tutto. Quando
ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia, nessuno gli diede più
nulla, né il vedente Schai, né Dazon ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.
Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, Gipimorgan, il quale lo sfruttò mandandolo nei
suoi campi di periferia dove mise in palio trofei di poco valore. Ed
egli avrebbe voluto vincere tanto, ma nessuno gli dava l’occasione per farlo.
Allora, rientrato in sé, disse: "Quante squadrette di mio padre hanno trofei
in abbondanza e io qui vinco solo delle disfide tipo Villar Perosa!
Io mi alzerò e andrò da mio padre Uefo, e gli dirò: 'Padre, ho peccato contro la
sfera e contro di te per vil moneta e non sono più degno di essere
chiamato tuo figlio; trattami come uno delle tue squadre lituane'". Egli
dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo
padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. E
il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro la sfera e contro di te:
non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre
disse ai suoi associati: "Presto, portate qui la maglia più bella, quella
rossonera e rivestitelo, mettetegli una foto della coppaconleorecchie e
rivestitelo; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo,
mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era sconfitto ed
è tornato in partita; era perduto tra gli affari ed è stato ritrovato". E
si misero a fare gran festa. Or il figlio maggiore, Sassuolo, si
trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le
danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa
succedesse. Quello gli disse: "È tornato tuo fratello Agnellino
e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e
salvo". Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre
uscì e lo pregava di entrare. Ma egli rispose al padre:
"Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito il regolamento come
ha invece fatto Agnellino, che si è comprato fischietti a gò gò, elargendo Cinquecento
a iosa; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei
amici; ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i
tuoi beni in tornei farsa, tu hai ammazzato per lui il vitello
ingrassato". Il padre gli disse: "Figliolo Sassuolo, tu
sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; ma bisognava far festa e
rallegrarsi, perché questo tuo fratello era sconfitto ed è tornato in gara; era
perduto ed è stato riqualificato"».


