venerdì 23 aprile 2021

Feltri (Mattia)

 

BUONGIORNO
Sdilinquimenti
di Mattia Feltri
Ieri i presidenti delle Regioni hanno scritto a Mario Draghi per sollevare due problemi la cui soluzione è vitale. Primo problema, riaprire le scuole superiori col settanta per cento di alunni in presenza è impossibile, perché sommamente pericoloso. Secondo problema, riaprire i ristoranti col coprifuoco confermato alle 22 è inammissibile, perché sommamente dannoso. Nel primo caso, il conseguente affollamento dei mezzi pubblici rischia di diventare una sagra del contagio, e organizzare gli ingressi negli istituti a orari scaglionati, per ridurre i contatti, è un impegno superiore agli sforzi di presidi e insegnanti. Nel secondo caso, se non si sposta il coprifuoco alle 23 i ristoranti non potranno riempirsi non dico come metropolitane, ma giù di lì, per la ragione che è triste uscire a cena e alzarsi da tavola alle 21.30, e di intristirsi non c'è né voglia né bisogno. Da un anno ci spacchiamo la testa sul dilemma del contemperare la tutela della salute con quella dell'economia, e lo stratagemma ha del prodigioso: le scuole no sennò riparte il Covid, i locali sì sennò non riparte il lavoro. Fra l'altro l'ingegnosa soluzione era sotto gli occhi di tutti, è infatti da inizio pandemia che le Regioni si dichiarano disarmate se si tratta di riavviare la scuola, ma sono armate fino ai denti se si tratta di riavviare i pub. Un animo vile e meschino potrebbe sospettare che studenti e insegnanti protestano per modo di dire, non bloccano le autostrade e soprattutto non votano, mentre i ristoratori sì, le autostrade le bloccano e poi votano. Ma io ho un animo squisito e nobile e mi sdilinquisco davanti al genio.

giovedì 22 aprile 2021

Un bel pezzo Massimo!

 

Così Grillo ha sbagliato, ma Salvini e B. stiano zitti

di Massimo Fini 

Grillo ha sbagliato. Con tutta evidenza. Tu non puoi pretendere perché sei popolare e potente che tuo figlio abbia davanti alla Magistratura un trattamento diverso da quello che tocca, o dovrebbe toccare, a qualsiasi altro cittadino. L’atteggiamento di Grillo è particolarmente grave per l’esponente di un movimento, i 5Stelle, che aveva fatto del principio “la legge è uguale per tutti” (il grido “onestà, onestà” in fondo significava questo) un suo vessillo e per il teorico dell’“uno vale uno”. Quando tocca a lui, uno non vale più uno. Siamo alle solite.

Ma trovo altrettanto ripugnante, maramaldesco e vile infierire su un padre comunque sofferente solo a fini di strumentalizzazione politica come han fatto Alessandro Sallusti, Maurizio Belpietro, Matteo Salvini, Maria Elena Boschi, Debora Serracchiani, Alessia Rota e tutta la fairy band dei politici o dei loro servi. Salvini è stato il primo ad aprire le danze, eppure proprio lui dovrebbe essere sensibile all’argomento perché fu attaccato in modo pesante e del tutto sproporzionato per una molto più innocente bagattella del suo figlio ragazzino che si era messo in sella a una moto della polizia che il padre comandava (chi al suo posto non l’avrebbe fatto?). Ma chiedere una sensibilità umana a Salvini è come pretendere da un vampiro di astenersi davanti a un secchio di sangue. Più scoperta e anche peggiore è la posizione dei Sallusti e dei Belpietro che scoprono ora, improvvisamente, il diritto all’indipendenza della magistratura dopo averla attaccata in tutti i modi negli ultimi vent’anni a beneficio del loro padrone, Silvio Berlusconi.

Io non ho mai amato i linciaggi. Ho sempre pensato che chi lincia si mette allo stesso livello di colui che viene linciato o ne è addirittura un gradino sotto. È mia abitudine schierarmi dalla parte del perdente. Quando Bettino Craxi cadde nel fango e improvvisati fiocinatori, e fra loro c’era anche chi, come Claudio Martelli, gli doveva tutto, si accanivano sulla balena ferita a morte (o il cinghialone, per dirla col Feltri di allora, forcaiolo quanti altri mai prima di diventare garantista a uso berlusconiano), io che a Craxi non dovevo niente se non degli insulti molto pesanti (“un giornalista ignobile che scrive cose ignobili”, da New York nientemeno) scrissi sull’Indipendente un editoriale in cui difendevo ciò che di Craxi si poteva ancora difendere: “Vi racconto il lato buono di Bettino” (L’Indipendente, 17 dicembre 1992). Per lo stesso motivo ho trovato inutilmente maramaldesco quel “risalga a bordo, cazzo!” che Gregorio De Falco indirizzò al comandante della Costa Concordia, pur sapendo benissimo che Schettino era ormai totalmente fuori gioco. È grazie a quel “risalga a bordo, cazzo!” dove il core sta proprio nella parola “cazzo” che vuol dire che lui il De Falco, che mai aveva solcato il mare, aveva gli attributi e Schettino no, che lo stesso De Falco diventerà, acquisita questa fama del tutto immeritata, senatore per i 5Stelle che tradirà nel giro di pochissimi mesi (incrocio di coincidenze).

Io non sto col vincente di giornata, preferisco il perdente (“Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo con una scatola di legno che dicesse perderemo”, Amico fragile, De André). Ma questa parte di Don Chisciotte della Mancha, che mi è costata moltissimo sul piano professionale, sociale e alla fine anche esistenziale, mi ha stufato. Perché è inutile sempre, ma è più che mai inutile in un Paese come l’Italia dove, come canta Gaber nel suo album Io non mi sento italiano, “si discute di tutto ma non cambia mai niente” o, per usare Tomasi di Lampedusa, si fa che tutto cambi perché nulla cambi.

“Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono” canta un Gaber deluso, amareggiato, disincantato (sul significato di questa canzone ho scritto un articolo che, a Marco Travaglio piacendo, verrà pubblicato penso intorno all’anno 2050). Nemmeno io mi sento italiano, ma per fortuna non lo sono. Sono a metà russo e più invecchio più mi sento russo. Noi russi, parlo del popolo va da sé, abbiamo enormi difetti, siamo tutto e il contrario di tutto, ma ci manca per lo meno il cinismo roman-andreottiano. Che è la cifra dell’inguardabile Italia di oggi.


 Dice bene il Fatto Quotidiano, e come potrebbe non essere così, riguardo all'intervista al Cugino del Nipotino pubblicata ieri sull'ennesimo giornalone di famiglia, Repubblica: l'intervista firmata proprio dal direttore, per un evento, diciamo così, non determinante per la vita del paese: in passato Scalfari o gli altri a lui succedutisi, intervistarono papi o leader politici alla vigilia o a seguito di eventi epocali, mai si mossero per frattaglie come la oramai famigerata Super Lega.
Ma, ed ecco il punto focale, Repubblica non è più di proprietà dei Caracciolo, Scalfari scrive oramai di pontefici e di vita dell'Io. Il maggior quotidiano italiano è di proprietà del Padrone di gran parte del circondario, anche se oramai non elargisce più i nichelini, le brioche dei tributi su queste lande, avendo preferito versarli in altri lidi più consoni a quell'insana idea di capitalismo oramai tramutata in bagordi finanziari, che tanto nuoce alla salute del popolino, che siamo noi.
Riverenza, piaggeria, informazione? Escluderei l'ultima. Se il direttore di Repubblica si muove con tutto il suo strutto, la ragione è una ed una sola: ha dovuto intervistare, senza fronzoli, ossequiosamente, con riverenza, come il monaco che è in lui garantisce alla Famigliuola Sabauda.
Risalta tristemente la realtà di una circonvenzione finanziaria di ex capaci per tutto quanto fa insonorizzato. Per questo leggo solo un giornale che, al momento, è libero, non maiuscolo per carità, ma realmente, fondato da giornalisti e non ossequioso con chicchessia, il Fatto Quotidiano. Gli altri li sbircio sul far dell'alba per constatare quanto sia difficile su queste terre restare legati all'indipendenza motrice di critica costruttiva e risanatrice. Chimere, per stipendiati da "evvemoscie"

Non dici nulla?

 


Tomaso e il mercato dell'arte

 

Quel drenaggio di soldi pubblici verso tasche private
di Tomaso Montanari
Sapere che stiamo indebitando fino al collo le generazioni dei nostri figli e nipoti (anche) per coprire d’oro i Signori delle Grandi Mostre italiane suscita pensieri che sarebbe meglio non avere.
È un mondo opaco, basato sull’intreccio tra sottobosco politico, giornali, imprenditori, avventurieri, riciclati di ogni tipo: un mondo abituato a vivere alle spalle del patrimonio storico e artistico della nazione socializzando le perdite (rischi enormi per le opere spostate vorticosamente; schiavitù dei lavoratori; pessimo livello culturale del ‘prodotto’) e privatizzando gli utili. Un continuo drenaggio di soldi pubblici verso tasche private, che dura ormai da trent’anni: da quando l’allargamento della (pessima) legge Ronchey da parte del governo Dini stabilì che anche le mostre andassero in concessione ai privati, espiantandole dalla cultura e trapiantandole nell’avanspettacolo.
E mentre non pochi segnali facevano intuire che questa stagione dissennata stesse finalmente iniziando a mostrare la corda, ecco che il Covid piomba sui Signori delle Mostre come una manna dal cielo. Salvo che la manna cadeva su tutto il popolo: qua, invece, a chi ha sarà dato, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha – per rimanere al linguaggio biblico.
Una estrema ingiustizia, e la forte sensazione che questa sconcertante pioggia di immeritato denaro serva a sanare tutto tranne ciò che dovrebbe: non i danni del Covid, ma quelli di gestioni inadeguate e incapaci.
Dato il caos generale in cui è sprofondato questo ingovernato Paese, si potrebbe perfino far finta di non vedere: se solo questi soldi finissero anche ai lavoratori precari. Una pletora di schiavi iperqualificati che vengono sfruttati da decenni come nelle piantagioni di cotone dell’Alabama: e che ora non sanno letteralmente come sopravvivere. Del resto, i fantasmi non mangiano.
Se in Parlamento esistesse uno straccio non dico di sinistra, ma almeno di decenza, questi fondi perduti andrebbero vincolati rigorosamente alla stabile assunzione di tutti coloro che hanno costruito quella Tebe dalle sette porte che è l’impero delle Grandi Mostre. Ma vorrebbe dire che ne potremmo perfino uscire migliori: e sembra davvero troppo, da credere.

Proposta

 


mercoledì 21 aprile 2021

Apocrifo, terribilmente apocrifo

 

«Un uomo che si chiamava Uefo Coppaconleorecchie aveva due figli. Il più giovane di loro, Agnellino Giuventus, disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta che vado a organizzarmi una sfida dove parteciperò sempre assieme ad un madrileno e ed altri".  Ed egli divise fra loro i beni. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, Giuventus, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e gli altri subito lo abbandonarono, saggiamente e lui sperperò i suoi beni, comprando ad minchiam, spendendo e dissipando tutto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia, nessuno gli diede più nulla, né il vedente Schai, né Dazon ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.  Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese,  Gipimorgan, il quale lo sfruttò mandandolo nei suoi campi di periferia dove mise in palio trofei di poco valore. Ed egli avrebbe voluto vincere tanto, ma nessuno gli dava l’occasione per farlo.  Allora, rientrato in sé, disse: "Quante squadrette di mio padre hanno trofei in abbondanza e io qui vinco solo delle disfide tipo Villar Perosa!  Io mi alzerò e andrò da mio padre Uefo, e gli dirò: 'Padre, ho peccato contro la sfera e contro di te per vil moneta e non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno delle tue squadre lituane'". Egli dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò.  E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro la sfera e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai suoi associati: "Presto, portate qui la maglia più bella, quella rossonera e rivestitelo, mettetegli una foto della coppaconleorecchie e rivestitelo;  portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,  perché questo mio figlio era sconfitto ed è tornato in partita; era perduto tra gli affari ed è stato ritrovato". E si misero a fare gran festa.  Or il figlio maggiore, Sassuolo, si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze.  Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse.  Quello gli disse: "È tornato tuo fratello Agnellino e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare.  Ma egli rispose al padre: "Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito il regolamento come ha invece fatto Agnellino, che si è comprato fischietti a gò gò, elargendo Cinquecento a iosa; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici;  ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni in tornei farsa, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". Il padre gli disse: "Figliolo Sassuolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua;  ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era sconfitto ed è tornato in gara; era perduto ed è stato riqualificato"».