mercoledì 3 marzo 2021

Robecchi

 

PIOVONO PIETRE
Tra fedeltà e cabaret. L’inesistente democrazia interna ai partiti: vero Iv?
di Alessandro Robecchi
Sì, capo. Certo, capo. Come no, capo. Uno dei grandi temi della politica italiana – una variante del cabaret – è quello della fedeltà, forse perché si assiste a un campionario intero di capriole, giravolte, riposizionamenti, dispiegamenti tattici. È la politica, bellezza, e ogni testacoda è chiosato dai saggi con quella formuletta astuta secondo cui “solo i cretini non cambiano mai idea”. Frase interessante, che non tiene conto però di un fatto conclamato: anche i cretini possono cambiare idea (e i furbi, ovvio, che la cambiano quando serve).
Caso di scuola, le espulsioni di massa nei 5 Stelle, che spingono tutti – più che giustamente – a interrogarsi sulla democrazia interna di una forza politica, sui meccanismi del dissenso, sulla possibilità di dire al capo: “Non sono d’accordo, stai sbagliando” senza essere cacciati a calci. Ma non è l’unico caso. In questi giorni di polemiche saudite, con un senatore che si intervista da solo per dirsi “bravo”, dopo aver intervistato un feroce dittatore per dirgli “bravo”, la questione della democrazia interna dovrebbe coinvolgere anche un piccolo partito come Italia Viva. Insomma, piacerebbe a molti che qualche voce dissonante si levasse dall’interno, magari flebile, magari incerta, ma abbastanza “schiena dritta” da dissentire dal segretario. Ebbene: niente. Zero. Non una vocina, non una mano che si alzi e dica: “Ma… veramente…”.
Certo, tutti ricordano la famosa frase di Ferruccio de Bortoli in un editoriale sul Corriere (24 settembre 2014), quella su “la fedeltà che fa premio sulla preparazione”. Ma forse, e almeno sulle grandi questioni di principio (non lapidare le adultere, per dirne una; non tagliare la testa alla gente davanti a un pubblico plaudente, per dirne un’altra) ci si aspetterebbe qualcosa di più. Invece tocca sentire proprio dalla ministra delle Pari opportunità, Elena Bonetti, che l’Arabia Saudita “ha iniziato un primo percorso nell’allargamento dei diritti”. Cioè, non sarà il Rinascimento, ma su, dài, ci manca poco. Strabiliante.
Quanto ad altri renzianissimi, non solo non dissentono dal capo, dalle sue visite saudite e dai suoi
complimenti
al regime (“vi invidio il costo del lavoro”), ma lo difendono a spada tratta, con vari argomenti tra cui: siete ossessionati. Lo fanno tutti. Che male c’è. Parliamo di vaccini. Fuffa retorica, insomma, difesa d’ufficio. Eppure tra questi armigeri che corrono a difesa del capo in difficoltà, c’è anche chi non è insensibile al tema. Per esempio Ivan Scalfarotto, che nell’ottobre 2018 firmò una dura interrogazione parlamentare sul caso Khashoggi, sui diritti umani, sui bombardamenti sauditi di civili in Yemen. Scalfarotto, Paita, Giachetti: alcuni dei nomi più in vista del renzismo firmavano allora quelle parole di condanna. Luciano Nobili si spingeva fino al boicottaggio, e tuonava su Twitter che non bisognava giocare una finale di Supercoppa a Riyad (dicembre 2019).
Poi, due anni dopo, di colpo, silenzio. Muti, allineati e coperti. Ora verrebbe da chiedersi quando hanno cambiato idea, e se l’hanno cambiata davvero, oppure se la fedeltà, oltre che sulle competenze, fa premio anche su certi valori (i diritti umani: ora sì, ora no, ora sì, ora no). Insomma, dato che si ironizza spesso sulle millemila correnti del Pd, o sulle consultazioni dei 5S, non è peregrino chiedersi se esista anche dentro Italia Viva una democrazia interna, o se veramente hanno tutti cambiato idea, spontaneamente, liberamente, sull’Arabia Saudita e sul suo sanguinario principe.

martedì 2 marzo 2021

Domandina



Ma i Dpcm non erano una forma antidemocratica di politica inficiante l’azione del Parlamento, come chiosavano il Cazzaro e l’Ebetino? Chiedo per un amico!

Stato confusionale

 Ebbè certo prima c'era la militarizzazione della pandemia, ora c'han messo un generale a coordinare il tutto, una gran brava persona ci mancherebbe, ma pur sempre un generale, e poi, e poi mi ricordo tutte quelle sensatissime eccezioni in merito ai pool di coordinamento, basta dicevano i sobri, basta con tutti questi esperti al capezzale di Conte; e ora che siamo finalmente tornati all'illuminata scena politica, ebbè! Nessuno che commenti i diciotto assembramenti di tecnici in soccorso del nuovo che disavanza, ops! E poi, e poi dai, come non ricordare l'insofferenza dei molti capitanati dai Due Matteo, grandi personaggi costoro perbacco! che neniavano in lamentele, quasi irritando, ma conoscendo la statura politica anche questo passava in soffitta, accusando Conte di protagonismo, di decisionismo, sfiorante quasi il comportamento tipico delle giunte militari! Ebbè: il licenziamento di Arcuri pare che alcuni ministri lo abbiano appreso dai notiziari! 

Ricapitolando: a decidere ove far confluire le fette della Torta Europea ci sono fidatissimi uomini draghiani arrivati dalla sonnecchiosa Bankitalia (molte volte infatti la magistrale struttura in passato non si è accorta dei menaggi di farabutti, ma lasciamo stare dai che ora si sono ridestati per il futuro glorioso che c'attende!), indi c'è il Generale e poi il Recovery lo sta ridisegnando l'Illuminato. Bene, benissimo. Unica nota inducente a insospettirsi deriva dalla festa di otto giorni indetta da Carlo Bonomi nella sede di Confindustria. Ma forse non vorrà dir nulla! Il meglio è ora, il passato finalmente alle spalle. Con fiducia m'appisolo pensando, ad esempio, a quanto bene farà alla Giustizia l'avvocato Sisto, già difensore del Caimano nel processo Ruby. Che cattivaccio che sono! Viva l'Italia e soprattutto il Generale Figliuolo!  

Chiara e non geroglifica

 


Ragogna!

 


lunedì 1 marzo 2021

Il tocco delle muse



Il Primo Marzo 1973, esattamente 48 anni fa, le Muse decisero di infondere il loro nettare nelle predisposte cervici di un gruppo divenuto oggi leggenda, e non li nomino primo per rispetto e secondo perché se non lo avete ancora capito dall’immagine vi strameritate Sfera Ebbasta, visto che usate le vostre coclee peggio di come il Bomba spara fregnacce con la sua ugola! 
Il Disco balzò al comando della Top Usa in una settimana, e rimase in classifica per altre 741, dal 1973 al 1988! Un po’ come stan facendo Marracash o Salmo. Quasi...

Caravaggio e Tomaso


 

Caravaggio, il “testimonial” d’alto profilo sulle note trash
di Tomaso Montanari
“Si l’ammore se perde / nun ‘o puó cancellá / pecchè chello ca resta / te serve pe’ campà”. Questo ispiratissimo testo, il neomelodico Andrea Sannino lo canta da par suo tra i sommi capolavori della Collezione Farnese, nelle sale del Museo Nazionale di Capodimonte. Il video – realizzato con fotografia e regia che alludono sagacemente alle pubblicità locali proiettate, ad ottobre, nei cinema delle località di vacanze: tocco di vicinanza alle classi subalterne – riprende il cantante a pochi passi dal Paolo III coi nipoti e dalla Danae di Tiziano (quest’ultima torturata da primi piani efferati: con voluto brivido sadomaso), dall’Antea di Parmigianino, dai busti scultorei di papa Farnese. Ma quando si raggiunge l’acme del pathos (e della qualità poetica: nei versi “Voglia ‘e fa ammore cu’tte / voglia, che voglia, pecchè? / sempe sta smania ‘e capi /ma ‘o core vó accussi”), la sapiente regia colloca la scena di fronte alla Flagellazione di Caravaggio. E qui lei capisce: lei. La ragazza, muto oggetto del desiderio. Arrendevole al dominio maschile quasi quanto una sottosegretaria Pd. E corre, corre – spinta dalla Voglia, titolo del pezzo – verso l’amato: mentre un raffinato reggiseno occhieggia, garbatamemte, dal poco vistoso completo a righe larghe.
E così l’ultimo tabu è infranto: alto e basso si mescolano, nel troppo rimandato trionfo di quella “cultura” (popolare) a cui Dario Franceschini e Mario Draghi hanno voluto reintitolare il già Ministero per i Beni culturali. Devo chiedere scusa, sono un imperdonabile codino, professorone, parruccone: perché mai ho scritto “ultimo”? Già all’orizzonte appaiono, luminosi traguardi ormai prossimi, una rassegna cinematografica dei capolavori di Rocco Siffredi a Brera (titolo: Ars longa, vita brevis); una finale di Ballando con le stelle nella Cappella degli Scrovegni (così finalmente spiegando il senso delle stelle di Giotto sulla volta); una faceta, popolaresca “Gara di rutti” nel Teatro Farnese di Parma (titolo: Dissonanze barocche); una mostra, al Bargello (antica sede di polizia), sul dissenso in Arabia Saudita (titolo: Teste (servite) calde. Libertà di parola e continenza nel Nuovo Rinascimento).
È finalmente archiviata la stagione oscurantista in cui la “valorizzazione” serviva “allo sviluppo della cultura”. Quando monumenti e musei non potevano essere adibiti a usi incompatibili con il loro carattere storico e artistico: vuote parole reazionarie di un Codice dei Beni Culturali più inutile e disatteso di quanto lo sia, oggi, il Codice di Hammurabi. Finalmente abbiamo capito che Caravaggio è come la Coca-Cola: un grande brand, che è di tutti. E che solo il mercato può davvero dare a Caravaggio il posto che gli spetta nell’immaginario collettivo.
Caravaggio testimonial delle vendite di una hit neomelodica è un traguardo culturale e civile che rappresenta forse il vertice dei risultati, che oserei dire messianici, ottenuti dalla riforma dell’ormai sempiterno ministro della Cultura. Una riforma che risemantizza in profondità il nostro patrimonio culturale.
Pensate alla Flagellazione di Caravaggio: quadro sacro, apice della rappresentazione della tortura inflitta dal potere ai corpi dei dissenzienti. Quadro di proprietà pubblica (del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno) sottratto al suo altare in San Domenico Maggiore per ragioni di sicurezza, e ora conservato nello scrigno sicuro di Capodimonte: ma finora negletto, mai davvero compreso nella sua essenza profonda. E finalmente, come attraverso una rivelazione, illuminato dalle parole, terebranti, di Sannino: “Si nu juorne, dimane / te turnasse a ‘ncuntrà / io nun sbagliasse niente…”. Chi è che non veda che qua sono gli aguzzini del Cristo a parlare, toccati dalla grazia della musica neomelodica? Una mirabile conversione, un raggio di luce ottimista che finalmente si apre in quel quadro buio, pessimista: e tutto questo grazie al profondo storytelling di un giovane maestro della cultura popolare e di un coraggioso, coltissimo direttore.
Non sarà sfuggito agli osservatori più acuti, che l’epica svolta impressa da questo sagace direttore di Capodimonte alla politica culturale del Paese, trovi simbolico suggello nel provvidenziale ritorno di Lucia Borgonzoni nel ruolo chiave di Sottosegretaria alla Cultura. La lucidità del Capo dello Stato e l’onnisciente scrutinio della realtà garantito dal Presidente del Consiglio (sempre sia lodato) hanno affiancato all’ormai esausto, quanto benemerito, ministro la scorta sicura di una mente non offuscata dalla perniciosa lettura di libri (polverosi, vecchi, sovversivi).
L’alto profilo che un popolo intero riconosce a questa eletta compagine di governo, è lo stesso alto profilo cui Voglia di Sannino finalmente eleva opere oscure, e finora mute, di quei Tiziano e Caravaggio che, dal Cielo, si uniscono, grati, al plauso del Paese.
Ed è solo l’inizio.