mercoledì 27 maggio 2020

Casualità


Dalla Perpetua c’è Luca Cordero, grandissimo imprenditore, che sta criticando aspramente il governo... mentre ascolto mi è capitata una notiziola riguardante Alitalia...

“Tra le contestazioni che la procura di Civitavecchia rivolge a tre ex amministratori delegati (Silvano Cassano, Luca Cordero di Montezemolo e Marc Cramer Ball) e al Cfo Duncan Naysmith, ci sono quasi 600mila euro di Alitalia che sarebbero stati utilizzati per catering e cene di gala. I quattro avrebbero “distratto e dissipato” risorse della società per complessivi 597.609 euro: 133.571 “per spese di catering verso la società ‘Relais Le Jardin’” in occasione delle riunioni del Cda, 5.961 per “cene di gala in favore dalla società ‘Casina Valadier’” e 485.077 per organizzare 4 eventi aziendali che, seppur pagati inizialmente da Ethiad, sono poi stati indebitamente addebitati a Alitalia ‘Sai’”.

E intanto lui parla! Dalla Perpetua! Mavaffanculo!

Poteva far meglio!


Sicuramente i Rosicanti diranno che se ci fossero stati loro a contrattare avrebbero ottenuto di più, che so 81,9 miliardi di prestito a fondo perduto invece degli 81,8 concessi. Il Cazzaro e la Sora Cicoria saranno annichiliti ed insieme a loro tutti i pennivendoli peripatetici al loro servizio, osteggianti da sempre e senza ritegno colui che molti, me compreso, ritengono essere il miglior Presidente del Consiglio dal dopoguerra ad oggi. Continueranno strali ed invettive, chissà ad esempio stasera dalla Perpetua cosa s’inventeranno, mugugni, piagnistei di finti miserabili da sempre evitanti balzelli, speranzosi di riveder in tolda i cari amici di una volta, devoti e cecati davanti alla colossale evasione annuale; la strada è ancora lunga, la promessa di 170 miliardi, la maggiore fetta in tutta Europa, dovrà scontrarsi con la ritrosia di stati chiamati generosamente “frugali”, in realtà bastardi senza alcuna dignità, senz’altro inaciditi dall’assenza di sole e montagne che li hanno imbastarditi oltre ogni logica; tra i più merdosi ci sono i destrorsi olandesi guidati da Geer Wilders, che anelano a scalzare il premier Rutte il Ruttologo, i quali sono alleati di un tal Cazzaro nostrano e della blaterante Sora Cicoria. 
Non ti curar di loro Presidente Conte e grazie!

Carissimo Carofiglio!


Il tempo non esiste più

L’idea dello scorrere lineare delle ore è un retaggio culturale che, con la pandemia, è stato definitivamente messo in crisi

di Gianrico Carofiglio

I mesi appena trascorsi hanno messo in movimento molte riflessioni sui temi più vari. Fra questi il concetto di tempo che, attraverso la lente di ingrandimento di queste settimane irreali, ci è parso, più del solito, ambiguo e inafferrabile.

Anni fa i linguisti George Lakoff e Mark Johnson proposero un esperimento mentale: cercate di parlare del tempo – dello scorrere del tempo – senza usare metafore; appena il caso di notare che "scorrere del tempo" è una metafora, il riferimento cioè a una entità nota e sensibile (il fiume che scorre) per alludere a un’entità che i sensi non sono in grado di percepire, cioè appunto il tempo. In ogni caso, provateci. Il risultato sarà sorprendente e anche un po’ inquietante: non abbiamo parole per descrivere il tempo, per parlarne, per pensarlo, che non siano riferimenti analogici ad altre entità.

L’idea di un tempo lineare – quello che scorre come un fiume – non è infatti una constatazione, ma un retaggio culturale. In molte civiltà, come in molte riflessioni filosofiche, troviamo concezioni e punti di vista del tutto differenti. Per esempio gli indigeni Papua delle isole Trobriand o i pellerossa Hopi non pensano il passato come una fase precedente del presente, ma come parte di un ampio presente unitario. La lingua parlata dalla popolazione brasiliana dei Piraha non contiene quasi nessuna espressione che alluda al tempo, che è dunque una categoria quasi inesistente in quell’orizzonte culturale. Ernst Mach, fisico, filosofo, pioniere degli studi sulla percezione, diceva che non siamo in grado di misurare i mutamenti delle cose rapportandoli al tempo. Al contrario desumiamo l’esistenza del tempo proprio per via della constatazione del mutamento. Per Sant’Agostino è inesatto dire che i tempi sono passato, presente e futuro: più corretto sarebbe parlare di presente del passato, presente del presente e presente del futuro. L’idea di un tempo lineare è psicologicamente e culturalmente collegata ai concetti di prestazione, di competizione, di successo e di fallimento. La procedura, il modo in cui si fanno le cose, non conta in questa (dominante) visione interessata solo ai risultati e alla loro misurabilità, soprattutto economica.

Un atteggiamento alternativo è quello che di fronte a un nuovo compito non produce la modalità dell’ansia rivolta solo al risultato, e propone invece una domanda procedurale: come farò questa cosa, seguendo quale percorso, osservando quali regole tecniche ed etiche? Consapevolezza, leggerezza e (con una contraddizione solo apparente) rapidità sono le modalità di questo diverso atteggiamento che porta con sé una conseguenza paradossale e affascinante: la nostra percezione del tempo ne risulta mutata; cominciamo a dubitare della sua linearità e della sua opprimente finitezza.

Tutti hanno sperimentato, almeno qualche volta, l’esperienza di venire completamente assorbiti da una attività: leggere, disegnare, scrivere, potare una siepe, ascoltare musica, praticare un’arte marziale, costruire o riparare un oggetto, cucinare. In questi casi, quando siamo assorbiti dal processo e non pensiamo al risultato, si ridefiniscono la percezione e la misura del tempo; esso si altera, si dilata, si estende in molte direzioni, mostra anfratti sconosciuti. In questi casi ci rendiamo conto – per poi, purtroppo, dimenticarcene – delle possibilità che derivano dall’azione consapevole, cioè dal vivere totalmente nel momento presente. Anzi, per dirla con Sant’Agostino: nel presente del presente.

Ma approfondiamo la nozione di rapidità in contrapposizione a un altro concetto solo in apparenza affine: la fretta. La rapidità è il risultato della competenza e della padronanza; implica preparazione, studio, pratica. Si racconta che una volta Picasso fosse seduto in un bistrot parigino e, distrattamente, mentre chiacchierava con gli amici, avesse fatto un rapido schizzo sul tovagliolo di carta. Una signora seduta a un tavolo vicino, notata la cosa, chiese al maestro di poter comprare il disegno. Picasso acconsentì, ma quando la signora domandò il prezzo, si sentì chiedere una cifra spropositata. «Ma come, le ci è voluto solo qualche secondo» disse la donna. Picasso rispose: «Signora, si sbaglia. Mi ci è voluta tutta la vita».

La fretta al contrario della rapidità, non consente il controllo delle azioni, delle dichiarazioni, dell’elaborazione delle opinioni. Essa dipende dall’impreparazione, ostacola l’approfondimento e la comprensione, impedisce la precisione; produce, nel migliore dei casi, delle mezze verità, nel peggiore e più frequente dei casi, un totale e pericoloso fraintendimento delle idee e dei fenomeni.

Che attinenza hanno queste riflessioni su tempo, rapidità e fretta con la crisi che abbiamo vissuto e nella quale ancora ci troviamo? L’epidemia ha reso particolarmente visibile un fenomeno che a qualsiasi osservatore attento era già noto: la fretta, il ritmo ossessivo, un presentismo insensato unito a una sostanziale assenza sono frequenti, pericolosi connotati dell’azione politica a tutti i livelli. Molti uomini e donne di potere sono davvero presenti solo di rado. Non amano allontanarsi dal lavoro perché sul lavoro hanno emergenze, urgenze e soprattutto un numero infinito di distrazioni cui possono abbandonarsi senza alcun senso di colpa perché – raccontano a sé stessi prima ancora che agli altri – si tratta sempre di cose importanti. In realtà sono spesso urgenti, solo di rado importanti. Cogliere la differenza fra le due categorie – urgenza e importanza – è fondamentale nella riflessione su un modo diverso di occuparsi di politica, maneggiare il potere, pensare il presente nella prospettiva del futuro.

La fretta di molti politici e, più in generale di molti potenti, esprime un carente contatto con la realtà e con gli altri a causa di un eccessivo, narcisistico contatto con sé stessi. Il narcisista in politica è perseguitato dall’ansia e non dalla colpa, sottolinea Christopher Lasch nel suo capitale testo La cultura del narcisismo . Il narcisista, in politica come in altri ambiti, vive per soddisfare i propri bisogni psicologici immediati, si muove in uno stato di accelerazione continua e nevrotica, intrappolato in un presente privo di significato, che si riproduce in maniera ossessiva sempre uguale a sé stesso. Da questo deriva fra l’altro l’incapacità di progettare il futuro in un racconto coerente, inclusivo e munito di significato. In sostanza, dunque, l’incapacità di cambiare il mondo in una prospettiva di progresso, di convivenza pacifica con la natura, di solidarietà fra gli umani.

L’idea di una politica diversa su cui molti di noi hanno riflettuto in questo periodo, passa anche attraverso la ridefinizione del nostro rapporto, individuale e collettivo, con il tempo. Un pensiero ben sintetizzata da un famoso aforisma di James Freeman Clarke (spesso attribuito ad Alcide De Gasperi): «Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alle prossime generazioni».

 


Il solito giro al largo del foro



L'ex Priore di Bose, Enzo Bianchi, è stato invitato a lasciare il monastero da lui creato tanti anni fa, dopo che il Vaticano ha compiuto una visita pastorale per verificare la situazione e lo spirito evangelico del luogo di preghiera. 
Sorgono molte domande attorno a questa direttiva vaticana, le problematiche sorte dal pensionamento dal 2017 del Fondatore. Uomo di fede e cultura, Bianchi ha illuminato costantemente il panorama cattolico. Ma il momento del distacco, del ritiro è senz'altro difficile, come il non interferire sul nuovo, su ciò che è chiamato a proseguire l'opera e la via tracciata, per chi crede, dallo Spirito. 
Ritirarsi lontano dal mondo, che il più delle volte combattiamo, è sforzo titanico per tutti. Il commentare, l'avversare, decisioni di altri che inducano a temere problematiche per la "creatura" è di questo mondo, ahimé. Lungi da me criticare Fratel Enzo! Avrà avuto i suoi buoni motivi per divenire ostacolo al suo successore. 
Evidenzio soltanto la difficoltà di noi tutti che viviamo nel tempo ad accettare l'avanzare dello stesso, del sentirsi pietre soporifere dopo aver dato il centopercento per edificare uno snodo focale ponendo sempre come pietra d'angolo Colui dal quale e per il quale sono tutte le cose. 
Nel gorgo aspirante noi stessi, con i talenti imprestatici, tendiamo a rimaner larghi e speranzosi di proseguire l'opera assegnataci. Molte vite vengono riposte in rimessa, le chiamano villaquiete, ancor prima che la Natura ne decreti la fine biologica. Il risentimento umano per lo spegnimento di noi stessi è matrice di fremiti irrefrenabili, abbacinanti sentieri apparentemente ostici ma illuminati misteriosamente. L'occasione unica è di mettere a frutto l'esperienza della vita precedente, abbracciando la fiducia riposta da sempre nel non razionale. 
Non voglio insegnare nulla Priore, molto probabilmente nel mio attimo sarò molto più irascibile e refrattario di Lei e se parlo ora è solo perché vedo ancora abbastanza lontano ciò che idealizzo gastronomicamente con la richiesta del conto al ristorante. 
Le auguro solo, umilmente ed in fraternità, di vivere al meglio la sua Vita da sempre esempio per molti. 
Stia allegro e col cuore in alto!    

Meditate gente, meditate!


Malebolge
Immenso puzzle
Tutta la nostra attuale conoscenza credo possa essere rappresentata da un immenso puzzle di cui non è possibile contare le tessere e, di conseguenza, quante di esse possano infine determinare la fine.
Posto che una fine vi sia. E questa «inflazione» di frammenti di sapere ci porta ciascuno al fitto lavorio del tentativo di unire di frammenti concettuali per costruire non sappiamo più cosa, ossia, in certo qual modo, quali ne siano il fine e la qualità. Vige così l’esubero della quantità, il nozionismo, l’arte della parte per il tutto che però ci è sconosciuto ma che prevede, per statuto, che lo sia. Allora, con uno scatto analitico, con una proiezione mentale, ne decidiamo la forma, sempre più personale e per questo lodata. Come avessimo in dotazione ciascuno una certa quantità di mattoncini di Lego virtuali e la possibilità di acquistarne ancora (come negli stores dei videogames) edificando bizzarre costruzioni in guisa di incerti pensieri. 
Posti uno di fronte all’altro, costituiscono una sorta d’immensa, sgraziata metropoli d’idee. La potremmo chiamare solitudine dell’incubo, o incubo della solitudine. Allora lo squarcio del vuoto, della preghiera, della contemplazione interiore a dimenticare cosa abbiamo fatto, là fuori. Allora il distacco della sapienza, e l’esilio dalla Torre di Babele.

Gossss!



La persona giusta