mercoledì 24 luglio 2019

Dispersione


Diennea, dna: non si può modificarlo, è il caposaldo, la struttura di ogni cosa, anche di un partito, di un movimento. Ci aveva già tentato un Ebetino trasformando il partito storico di sinistra in una succursale di Confindustria, abbattendo capisaldi quali l’articolo 18 e la dignità del lavoro, con risultati sotto gli occhi di tutti, un’attuale accozzaglia senza dna, senza nerbo ed obbiettivi. Dar via libera alla gigantesca torta chiamata Tav, come ha fatto ieri il presidente Conte, significa modificare il dna del M5S, il quale per colpa del Bibitaro si è spogliato totalmente dei propri cammei, delle proprie diversità, eccezion fatta per la più importante, l’onestà. 
In questi tempi dove un Cazzaro sfrutta qualsiasi cosa pur di distogliere gli allocchi dalle presunte malefatte, ieri ad esempio si è recato a Bibbiano assieme a dati falsi per sfruttare fatti che richiederebbero decenza, rispetto e rigore di logica, ed oggi non si farà vedere al Senato dove si discuterà sul gravissimo fattaccio russo; in questi tempi dove un onnivoro finalmente spedito in galera sconta appena 5 dei 70 mesi inflittigli, finendo per apparire martire e devoto, per poi essere spedito agli aurei domiciliari, in questi tempi appunto quello che mai si dovrebbe fare è smarrire la propria identità, il dna appunto. Ed invece scopriamo che al solito tutto, anche la dignità, può essere commercializzato nel per rimanere sulla solita e dorata poltrona, come hanno fatto e faranno sempre i cosiddetti altri. Se tutto verrà confermato non resteranno che macerie e pochi, pochissimi voti. Nemmeno il mio.

martedì 23 luglio 2019

Succede


Può succedere certo, le vie elettriche sono infinite. Nel rito mattutino defaticante, instaurante quella normale paciosa spinta verso l’affronto della giornata, al solito, pregna d’inghippi, certo che può succedere, ma per i “melomani” totalmente in braccio agli eredi di Steve, il malefico evento è più inusuale che ascoltare qualcosa di saggio nei discorsi dell’Etruriana. Quel tasto attivante il Mac, trasmigrante verso il regno della mela non accende, non elettrizza alcunché, lasciandomi attonito difronte al guasto, inconcepibile parola per noi proseliti abituati fin troppo bene. Guardo il totem nero, immobile, silente domandandomi cosa sia successo, controllando prese, cavi con una dimestichezza simile a quella che potrebbe avere un eschimese nel deserto del Gobi. M’accorgo di essere scrutato da Volta in persona, sogghignante al limite del parossismo. Finito il check mi convinco della materializzazione dell’infausto problema, mentre odo l’incazzatura di Steve, da sempre allergico a qualsiasi problematica ostruente il placido corso fluviale dei byte.

domenica 21 luglio 2019

Senza dignità



I figli del mai rimpianto Cinghialone, hanno avuto il coraggio di commentare spavaldamente la dipartita del grande capo del pool mani pulite. Bobo ha addirittura e craxiamente detto che Borrelli guidò un colpo di stato, la sorella si è limitata a dire che fu protagonista di un’infausta stagione. Provando nessun senso di vergogna, da buoni craxiani naturalmente!

Giusto riconoscimento


domenica 21/07/2019
Il più grande

di Marco Travaglio

Se l’idea di Giustizia avesse un volto, avrebbe il suo. Se il precetto costituzionale “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” avesse un nome, avrebbe il suo. Francesco Saverio Borrelli è stato il più grande magistrato che abbia avuto in dono l’Italia, almeno fra quelli che hanno goduto del privilegio di morire nel loro letto. Diceva Brecht: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Ma nessun popolo può fare a meno dei simboli e degli esempi, e lui era entrambe le cose. Nel 1992-’93, mentre l’Italia crollava bombardata dalle stragi e corrosa dal cancro della corruzione, la gente perbene si aggrappò alla sua toga e a quelle del suo pool Mani Pulite: D’Ambrosio, Di Pietro, Colombo, Davigo, Greco. Si ebbe, in quella breve parentesi, la sensazione che la legge fosse davvero uguale per tutti. E l’illusione che gli italiani onesti fossero maggioranza. Durò poco, è vero, infatti subito dopo arrivò B., che inquinò tutto, anche la sinistra, anche la magistratura (con un Borrelli sulla breccia, uno scandalo come quello del Csm sarebbe stato impensabile: per ragioni estetiche ancor prima che etiche). Ma – ripeteva Borrelli – “il seme è stato gettato” e qualche frutto s’è visto.

Era un uomo timido, nel privato. Ma, quando indossava la toga, diventava coraggioso. Sapeva di essere protetto dalla Costituzione, dalla corazza dell’obbligatorietà dell’azione penale e dell’indipendenza da ogni altro potere. Difendeva sempre i suoi uomini. Non guardava in faccia nessuno. E si lasciava scivolare pressioni, aggressioni e blandizie come acqua piovana sulla toga impermeabile. Gli attacchi di ogni colore, gli insulti, le calunnie, le ispezioni ministeriali, i procedimenti disciplinari al Csm, le indagini penali a Brescia che ha subìto non si contano. Spioni d’angiporto e pennivendoli di fogna hanno perso anni a cercargli uno scheletro nell’armadio per sputtanarlo, un tallone di Achille per ricattarlo: invano. E allora han cominciato a inventare. I politici di destra e sinistra lo detestavano proprio perché era inattaccabile e i loro elettori credevano a lui, non a loro. Anche grazie al suo humour snob e tagliente. Proprio 25 anni fa, il 14 luglio 1994, il governo B. partorì il decreto Biondi, che vietava il carcere per i reati di Tangentopoli, ma non per quelli di strada. Lui sibilò dalle labbra affilate come una lama: “È singolare che, nell’anniversario della presa della Bastiglia, si aprano questi squarci nei muri di San Vittore e del carcere di Opera. Il governo, invece di predisporre misure idonee a impedire la perpetuazione di un sistema di corruzione, dimostra la preoccupazione opposta”.

E concluse: “Evidentemente considera la magistratura troppo efficiente…”. Mesi dopo, mentre il cerchio si stringeva sul Berlusconi giusto, il suo ministro della Giustizia ad personam Alfredo Biondi sbroccò con una battutaccia contro l’intera magistratura inquirente: “Un grande avvocato mi diceva sempre: ‘Studia figliolo, o diventerai un pubblico ministero…’”. Borrelli lo fulminò con un’allusione al suo tasso alcolico: “Il ministro Biondi, a un’ora pericolosamente tarda del pomeriggio, s’è concesso una battuta impertinente e di cattivo gusto, che i magistrati non si attenderebbero certo dal loro ministro”. Quando poi, nel 2001, in via Arenula arrivò il leghista Roberto Castelli, ingegnere acustico specializzato in abbattimento di rumori autostradali e in leggi ad personam, prese a chiamarlo “l’ingegner ministro”. Ogni tanto dissentiva dai suoi pm, ma lo diceva loro a quattr’occhi. Come quando non condivise il comunicato del Pool contro il decreto Biondi, letto in conferenza stampa da Di Pietro. Quando, a fine anni 80, si schierò con Armando Spataro nello scontro furibondo con Ilda Boccassini sulla gestione delle indagini sulla mafia a Milano e inviò al Csm un parere poco lusinghiero su di lei, che emigrò in Sicilia, per poi tornare a Milano nel ’95 e diventare la sua beniamina. Quando intimò all’ormai ex pm Di Pietro di smentire B. che in tv gli aveva attribuito una dissociazione dall’invito a comparire per le tangenti alla Finanza: “se no la prossima volta ti faccio volare giù dalle scale a calci”. Quando fece una lavata di capo al giovane Paolo Ielo, che in aula aveva definito Craxi “criminale matricolato” per le intercettazioni che provavano i dossieraggi contro il pool da Hammamet: “Hai fatto malissimo a usare quelle parole. Potevi dire le stesse cose con più stile”.

Ecco: lo stile. Borrelli, napoletano, classe 1930, figlio e nipote di magistrati, in toga dal 1955, di stile ne aveva da vendere. Lo dimostrò nel 2002, quando uscì di scena il giorno del pensionamento. Anzi, del prepensionamento, perché per levarsi dai piedi lui e il suo coetaneo D’Ambrosio, B. varò una legge apposita che portava l’età pensionabile dei magistrati da 75 a 72 anni. Borrelli chiuse in bellezza il 12 gennaio, con la toga rossa e l’ermellino di Pg, inaugurando l’anno giudiziario col celebre appello a “resistere, resistere, resistere” allo “sgretolamento della volontà generale e al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto”. Parola d’ordine che fu subito raccolta dai Girotondi. Lui però aveva già lasciato il proscenio, evitando quel reducismo patetico che guasta anche la memoria dei migliori. Faceva il nonno, suonava il piano, andava in bici, leggeva. Niente interviste, libri di memorie, consulenze, incarichi a gettone (a parte quello, a tempo, di capo dell’Ufficio indagini della Federcalcio commissariata per Calciopoli, e la presidenza del Conservatorio). In un Paese serio l’avrebbero promosso senatore a vita e proposto alla Presidenza della Repubblica (poltrone che probabilmente avrebbe rifiutato). Quindi, non in Italia. Grazie di tutto, dottor Borrelli.

Così è


sabato 20/07/2019
OCCASIONI PERSE
Zingaretti, un altro “Qualcosista” dem
A IN ONDA - IL SEGRETARIO DEL PD IN TV BRUCIA L’OPPORTUNITÀ DI CRITICARE LA LEGA, TRA SOLITI SLOGAN E FUFFA INEDITA

di Daniela Ranieri

Mentre le telecamere di In Onda giovedì sera seguivano in esterno un Salvini con tre ciambelle di adipe sotto la maglietta da tennista, che stringeva mani stordito dai sondaggi in crescita nonostante o a causa di tutto, in studio c’era Nicola Zingaretti. Mo’ se li magna, abbiamo pensato; e quando gli ricapita, una congiuntura favorevole come questa – crisi di governo incombente, pochade, magheggi russofili, la Lega in mano a grotteschi personaggi da poliziesco di serie B.

C’è la ‘Costituente delle Idee’: è tipo blog di Renzi e contiene ‘valori, proposte e domande per riaccendere il Paese’
Il capo dell’opposizione non ci ha delusi. Ecco un florilegio del suo pronunciamento al Paese.

“È giusto che la magistratura indaghi”. Proponiamo una moratoria Tv: ogni volta che un politico dice “è giusto che la magistratura indaghi” et similia, verrà trasmesso il monoscopio con un suono continuo tipo segnale orario fino alla fine programmata dell’intervista.

“Bisogna costruire una nuova stagione”. Chissà come si costruisce, una stagione. E poi: chi la deve costruire? Se qualcuno la stesse costruendo, ce ne saremmo accorti, e non ci sarebbe bisogno di andare in Tv a dire che bisogna.

“Per ottemperare agli interessi degli italiani (sic) bisogna dare al più presto un governo che sia espressione del voto popolare”. Non come questo, che ha solo il 50% dei voti.

Sulla mozione di sfiducia, chiede Telese, qual è la linea del Pd? Risposta: “Strettissima concertazione tra il segretario, il capogruppo, il presidente, i due vicesegretari, i capigruppo…”, perbacco: una scattante macchina da guerra. Poi, “sulla base del dibattito, valutiamo se presentare la mozione di sfiducia”. Tradotto: non c’è alcuna linea politica, navighiamo a vista; ci rendiamo conto di quanto ci vogliono fare le scarpe i renziani e valutiamo come allungare il brodo. (Sembra Woody Allen in Io e Annie: “Finora è solo uno spunto, spero di trovare i soldi per trasformarlo in concetto, e poi in idea”).

“Abbiamo lanciato una grande mobilitazione per essere pronti a lanciare una grande speranza”. Tutto sta a scansarsi per tempo. “Dobbiamo interloquire con la voglia di futuro”. Deliziosa. Si vede proprio, che sta andando nelle fabbriche a parlare coi metalmeccanici. “Stiamo cambiando l’Italia, abbiamo isolato Salvini”. No comment. “Stiamo lavorando alla ricostruzione di un’empatia tra il Pd e gli italiani”. Come no. Dalle Asl di Roma sud alle rosticcerie di Messina fin su ai rifugi alpini, si respira empatia col Pd. Le file tra Roncobilaccio e Barberino del Mugello sono più corte, più fluide, o comunque più sopportabili, da quando si stanno facendo i lavori per l’empatia.

Per cercare di farlo reagire gli fanno vedere l’intervista a Bersani che dice che ci vuole “una cosa nuova” e a D’Alema che auspica un’alleanza tra sinistra e 5Stelle: “Noi siamo partiti con la Costituente delle Idee, che sarà il più grande dibattito sul futuro dell’Italia in questo Paese”.

Siamo andati a vedere cosa sia questa Costituente delle Idee: è un blog qualcosista, tipo blog di Renzi, che contiene “Valori, proposte e domande per riaccendere il Paese” (grazie alla rete i cittadini potranno fare e votare proposte: dove l’abbiamo già sentita questa?), per “riaggregare”, “essere più aperti” e altra fuffa. C’è una sezione “Diventa volontario”, con un minaccioso “Il Pd ha deciso di puntare su di te” (vogliono lavoro gratis, come graphic designer, curatore dei social ecc.).

“Ci siamo ributtati nella pancia dell’Italia”. Tipo l’helicobacter pylori. Lo sconfiggi, ma poi ritorna. Gli fanno vedere un’intervista a una signora disoccupata e disperata. Lui: “Dobbiamo deideologizzare questa discussione”. La signora avrà pasteggiato a champagne. Gli chiedono se intende mettere in discussione il Jobs Act: “Io credo che dobbiamo entrare in una stagione nella quale dobbiamo avere il coraggio di riaprire stagioni di innovazione delle politiche, senza nessuna paura di aprire una discussione su dove questo Paese deve andare”.

Testuale. Ci chiediamo come mai Salvini, insaccato nella sua tutina da tennis e nei suoi guai, non sia al 70%.

sabato 20 luglio 2019

Un ricordo



Se ne va una persona perbene, onesta ed integerrima. Riposi in pace dottor Borrelli.

venerdì 19 luglio 2019

Frullato


Hai voglia di dire che tutto sta procedendo secondo i piani, madama la marchesa!
Intanto oggi sono trascorsi 27 anni da quando fu ucciso il giudice eroe Paolo Borsellino e la sua scorta. E questo basterebbe per capire in quale dedalo di falsità ci è toccato vivere, con servizi segreti deviati, ingerenze mafiose nello stato, bugie, alterazioni sistematiche della verità. 
Oggi invece siamo nel pieno di un frullato, enorme, gigante e debordante: abbiamo l'uomo forte mascherato, in realtà incapace di cogitare con senno, impegnato a destabilizzare attenzione e critiche con nuove imprese impregnate di selfie. A ruota un movimento onesto che si è fatto prendere la mano, dimenticando la linea politica e la fermezza davanti a impulsi di casta. Infine un partito distrutto dalla precedente gestione, incapace di risollevarsi degnamente secondo la propria genesi, in balia di correnti imbevute di egoismi personali e in difficoltà a trovar la giusta forza generante spirito critico e riformista.
In questo frullato nulla emerge, nulla appaga pulsioni per quella dignità sociale, alla base del benessere comune.
Se si continua ad assistere ad efferati delitti frutto di una dicotomia tra senso di appartenenza allo stato e gestione del malaffare del bene pubblico, ogni ipotetico traguardo viene precluso. 
Rimanga negli occhi di chi spera in una novità, il deserto all'uscita dell'assassino di due poveri minorenni a Vittoria, quel senso di omertà frutto di paure ancestrali che minano, e forse distrutto, la certezza che lo stato controlli tutto il territorio italiano. 
Inoltre c'è la speranza diffusa di coloro che hanno fatto della politica un mestiere, di tornare a lucrare sulle nostre teste dopo questo periodo in cui, per correttezza e per dna del M5S, si è potuto frenare l'animosità mangereccia di molti codardi, imprenditori subdoli ed accaniti nel depredare risorse, piani finanziari destinati ad arricchire pochi sulle spalle di molti. 
Il Cazzaro Verde sta fremendo per agguantare potere e comando. Quello che verrà non potrà che riproporci antichi figuri, loschi e tenebrosi, come il nostro futuro.