venerdì 17 agosto 2018

Travaglio!


Meno male che Marco c’è!

venerdì 17/08/2018
United Dolors

di Marco Travaglio

Ora che, con soli due giorni di ritardo, giornali e tg hanno finalmente scoperto il nome del concessionario delle Autostrade – Benetton – ovviamente per difenderlo dalle proditorie calunnie per il ponte autostradale crollato a Genova, e la casata trevigiana s’è prontamente ricordata dopo appena 48 ore di “esprimere profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti nel tragico crollo” senza neppure attendere i funerali, dobbiamo confessare il sentimento di ammirazione mista a invidia che abbiamo sempre nutrito per Luciano, Gilberto & F.lli, noti imprenditori a pelo lungo passati dal tosare le pecore al tosare gli italiani. Dei loro trionfi imprenditoriali, fin da quando trasformavano gli ovini in maglioni, o usavano bimbi bianchi, gialli e neri per ridurre il razzismo e incrementare il fatturato, o si davano alla Formula 1 regalandoci Briatore, capivamo poco. Ciò che ci lasciava senza fiato erano le loro chiome, soggette a un singolare processo di stagionatura e cromatura. Sulle copertine dei rotocalchi per parrucchieri, che li ritraevano in posa in magioni principesche, sempre molto sorridenti, in smoking, le mani sinistre nelle tasche delle giacche, circondati di marmocchi ma soprattutto cani e gatti (anch’essi a pelo lungo), le loro zazzere non incanutivano con l’età, come per noi comuni mortali: passavano direttamente dal castano all’azzurro metallizzato, per un inspiegabile fenomeno di cui, sempreché si tratti davvero di capelli e non di lane, sono noti due soli precedenti: quello dell’Avvocato Agnelli e quello della Fata Turchina di Pinocchio. Due personaggi che presentano ciascuno un punto comune con i nostri fratellini: il primo, l’abilità nell’accumulare miliardi inversamente proporzionale al numero delle ore lavorate; la seconda, una certa indulgenza verso i bugiardi.

Poi c’è l’alone fiabesco condiviso con la Dinasty trevigiana, sempre indicata col plurale all inclusive, “I Benetton”, senza soverchie distinzioni fra questo e quel membro, nella migliore tradizione del capitalismo famigliare (da Gli Agnelli a Gli Angelucci) o delle serie tv americane: I Simpson, I Jefferson, I Flinstones, I Sopranos. A un certo punto - era il 1999, in piena età dell’oro del centrosinistra - scoprimmo che i fratelli turchini s’erano aggiudicati la concessione di Autostrade per l’Italia, che gestisce oltre la metà della rete nazionale. Nessuno spiegò perché mai un bene pubblico, costruito con le tasse dei cittadini, dovesse fruttare miliardi a un privato, né cosa c’entrassero col cemento e l’asfalto quei simpatici tosatori di pecore e fabbricanti di maglioni.

Eppure quella “privatizzazione”, come i lettori del Fatto ben sanno, era piuttosto singolare. Immaginate un contadino che, dopo tanti sacrifici, riesce ad acquistare una cascina, la ristruttura a sue spese e va ad abitarci. Un brutto giorno, si ritrova all’ingresso un bel casello con dentro un Gilberto o un Luciano che sbuca dalla finestrella e lo apostrofa: “Lei dove va?”. “A casa mia, dove vuole che vada? Lei piuttosto chi è?”. “Sono Gilberto (o Luciano, ndr), il nuovo concessionario: da oggi casa sua è mia, se vuole entrare mi deve 15 euro”. “E perché dovrei pagare lei per entrare in casa mia?”. “Perché l’ha deciso il governo, io sono un imprenditore”. “Ah sì, e cos’ha fatto per la mia casa?”. “Beh, incasso il pedaggio e i dividendi in Borsa, le par poco?”. “Quindi, se si rompe qualcosa, ora ci pensa lei?”. “Non esageriamo: dipende dagli azionisti e dal titolo in Borsa”. Il fatto che nel caso Autostrade il contadino fosse lo Stato, cioè milioni e milioni di italiani che per decenni avevano finanziato con le imposte la rete viaria, avrebbe dovuto sollevare qualche obiezione su un’operazione che regalava a un privato una gallina dalle uova d’oro in regime di monopolio e senza rischi d’impresa, mentre privava la collettività di un bene pubblico che non può sottostare alle regole del mercato: perché le autostrade non devono produrre profitti, ma risorse da reinvestire in manutenzione, sicurezza, nuove infrastrutture e, se avanza qualcosa, taglio delle tariffe. Il contrario di quanto accade da 19 anni: sempre meno manutenzione e sicurezza, sempre più utili ai Benetton (nascosti dietro sigle rassicuranti, tipo “Atlantia”, più adatta a un’astronave, o “Sintonia”, che fa pensare a un gruppo rock).

Ma, si sa, alle privatizzazioni non si comanda, e soprattutto non si domanda. Specialmente se i beneficiari elargiscono qualche aiutino per le campagne elettorali dei partiti che, appena vanno a governo, si sdebitano aumentando le tariffe autostradali senza badare troppo a dettagli tipo gl’investimenti previsti dal contratto (peraltro coperto da segreto di Stato). E se, dal tavolo dei loro banchetti, ogni tanto cade qualche boccone dritto in gola ai giornaloni e alle tv sotto forma di pubblicità. Questo forse spiega perché, dopo il crollo epocale di Genova, stampa e tg non riuscivano proprio a ricordare il nome del concessionario che avrebbe dovuto garantire la sicurezza del Ponte Morandi e che, mentre si cercavano cadaveri, feriti e superstiti fra le macerie, favoleggiava di “costanti monitoraggi”. Molto meglio puntare il dito contro il fulmine, la pioggia, il traffico, la fatalità, il governo che è lì da due mesi, i 5Stelle che avevano osato fidarsi dei comunicati di Autostrade sulla granitica resistenza del ponte e opporsi al progetto faraonico della “Gronda” (che costerebbe, se va bene, 5 o 6 miliardi e soprattutto non sostituirebbe il Ponte Morandi, fermo restando che l’alternativa a un ponte pericolante è un ponte solido, non una grande opera inutilmente cara). Ora sono già in lutto alla sola idea che le autostrade dello Stato ritornino allo Stato. Anche perché poi, a Natale, i maglioni tocca comprarli.

giovedì 16 agosto 2018

Un grande addio!



Se ne va una delle Voci uniche ed indimenticabili della musica mondiale, in grado di far vibrare cuori, di far fremere animi, trasportandoci dove pochi sono riusciti finora, a sfiorare quasi le muse dell’Arte. Riposa in pace Aretha!

Dialoghi



Ucci...Ucci...



mercoledì 15 agosto 2018

Un ricordo



Un saluto ad una grande donna che ha continuato a combattere la mafia, sulle orme del fratello Paolo, eroe di questa nazione. Ti sia lieve la terra Rita Borsellino!

L'Ingegno e lo sterco


Noi figli di questa terra abbracciata dal mare, che per molti secoli abbiamo insegnato agli altri l'ingegneria, l'arte, l'idraulica ed ogni altra forma di bellezza umana, piangiamo dinnanzi allo scempio, alla devastazione e, sopratutto, ai morti di questa ennesima caduta, senza appello che il ponte di Genova ci ha portato alla vigilia di una festa pagana simbolo di riposo dalle fatiche quotidiane. 
Per colpa di pochi il nome dell'intera nazione è infangato, vituperato, scanzonato. Non siamo più capaci di costruire nulla di sano, di eterno, d'inneggiante al nostro dna pregno d'ingegno. 
La colpa, la ricerca di essa, porterà come sempre lungaggini, diatribe, smargiassate senza senso, mentre i colpevoli, gli arroganti, i ribaldi la faranno, ancora una volta, franca, supportati da stuoli di avvocatoni impegnati come peripatetiche ad ostruire la ricerca della verità. 
Grida vendetta vedere una costruzione faraonica piombare nel sottostante torrente, trascinando vite umane, come un affastellamento di carte da giuoco, con una classe politica fradicia di accidia, di negligenza, di ricerca forsennata di lucro a scapito del buon nome della nazione. 
Vien da pensare prima di tutto a quei bimbi strappati alla vita, ai loro genitori, ai giovani solari ricercanti svago ed allegria, assassinati da chi sarebbe invece costituito per la loro protezione, essendo, almeno così si dice, stato democratico. 
E allora ci interroghiamo innanzitutto sul perché, ma conosciamo la risposta, nella cervice di tutti, si sia prediletto il trasporto dei materiali su ruota invece che su rotaia e, già che per tre lati c'abbraccia, sul mare. La risposta come detto è lampante, il bisogno della "Famiglia Ingorda Acchiapparisorse Torinese di aumentare i già sterminati possedimenti, pure.
Se negli anni '60 del secolo scorso progettavi strutture per un traffico di 10 camion, le stesse oggi ne sopportano il passaggio di 200, 300 con stress strutturali al seguito. 
Se nei successivi decenni hai ostacolato il raddoppio di binari, vedasi la Parma - La Spezia, per continuare a smerciare mostri su gomma, se hai deviato progetti degni dell'Uomo atti a diminuire inquinamento, code, incidenti, al solo fine di lucro, questa è la risposta inequivocabile del destino, a volte non propriamente cieco. 
Ma in special modo, se tu Stato hai deciso di affidare ai privati la gestione della rete autostradale, permettendo a poche famiglie, tra tutti i Benetton, di avere degli incredibili guadagni dal facile incasso dei pedaggi, sempre più cari e, nel contempo, la riduzione della spesa per la manutenzione, il lestofante, il brigante, lo sciocco in questione sei proprio tu! 
Come possa una nazione industrializzata riuscire a non gestire le proprie arterie vitali, è un dilemma grave ed irrisolvibile, al momento, oggetto di studio per le generazioni a venire. 
Ricapitolando: abbiamo costruito dal 1960 gran parte della rete viaria nazionale basandoci sul traffico di allora, un'inezia rispetto a quello odierno; non abbiamo agevolato il trasporto su ferrovia delle merci, per favorire l'industria del motore che ha giganteggiato per decenni, lucrando in modo nauseante; pur essendo una penisola non abbiamo neppure pensato ad incentivare il trasporto di merci e materiali via mare, alleviando il traffico autostradale. Infine abbiamo deciso, non noi ma bastardi al potere, di affidare gran parte delle autostrade alla gestione di privati i quali, non essendo né filantropi, né missionari, svolgono questo dorato compito con un unico obbiettivo: guadagnare sempre di più. 
E viene quindi da porsi un'ultima domanda: che cazzo ci lamentiamo ora che c'accorgiamo di essere finiti in trappola? 
Come faremo nei prossimi anni a ricostruire, a manutenzionare ponti e viadotti stressati all'inverosimile? Come supereremo la caduta di quel ponte che divide Genova, la Liguria, l'Italia? 
E' tempo di porsi domande, di allontanare briganti, di rimboccarci le maniche, di sbattere in galera mostri onnivori, di ripulirci dalla feccia blaterante, di mandare a fare in culo chi ci vorrebbe ancora schiavi dei tir, o di chi ansima per banchine portuali ancora più grandi, chi smania per i grandi progetti tipo la Tav che non servono a una beata minchia, all'Europa che ci vorrebbe più solerti in spese pazzesche e senza scopo. 
E' ora dell'adunata generale di gente con i neuroni funzionanti, a servizio della comunità. E' ora di ritornare a fare gli italiani.  

Giudizio d'esperto